Oggi, mio figlio, consultando un mio vecchio libro di anatomia, tra le pagine, ha trovato una pensèe ormai rinsecchita e stava per buttarla via non pensando cosa potesse rappresentare quel fiore per me. Una situazione molto simile a quella che veniva fuori da una vecchia canzone. Esso rappresentava per me un ricordo e la sua storia era delle più tenere che ci possa essere, mai più venuto a galla, né, tantomeno, riesumato da alcuno perché apparteneva ormai solo a me. L’epilogo infelice e i tanti anni trascorsi non possono, in alcun modo, deturparne la bellezza.  Avevo da un anno iniziato i miei studi universitari, circa tremilacinquecento anni fa, e poiché provenivo da una famiglia benestante ebbi la fortuna di alloggiare in una stanza tutta per me, in un palazzo che aveva visto anni migliori ma che tuttavia non era di edilizia popolare come quelli che si trovavano di fronte a me e da cui eravamo separati da una strada alberata, bella in primavera-estate triste d’inverno. La mia giornata si svolgeva all’insegna dello studio ed uscivo solo per andare a lezione. Ero ancora uno studente provincialotto e osservante che non si concedeva distrazioni anche se il budget che aveva a disposizione gliene avrebbe permesse più di una. Eppure sentivo che c’era qualcosa in me che…”prudeva” e sapeva di insoddisfazione. Pensavo queste cose una sera d’inverno in cui avrei dovuto ripetere ad alta voce il sistema nervoso ed invece mi ritrovavo a stringermi nella mia giacca da camera con la stufetta al massimo sotto il tavolino. Il freddo appannava i vetri della finestra che dava sulla strada ed io mi ostinavo a pulirli per osservare il transito di qualche passante infreddolito. Tra poco avrebbe cominciato a nevicare. Poi una luce al corrispettivo piano, l’ultimo, del palazzo di fronte un volto, quel volto entrò nella mia vita come il raggio di sole che squarcia l’oscurità. Una ragazza, di cui non riuscivo a distinguere esattamente le fattezze per la distanza diede un po’ di vitalità alla mia solitudine. Però, con molto senso del dovere, mi alzai e, passeggiando per la stanza ripresi a ripetere tutto il baillame di fibre che salgono e che scendono nel nostro sistema nervoso. Quasi rincuorato. Rincuorato non solo dal fatto di non sentirmi un disperso nella città ma, principalmente, perché sentivo che lei mi osservava e questo mi faceva piacere. Ogni tanto davo una sbirciata dalla finestra e la vedevo la, sicuramente seduta, che di tanto in tanto sollevava la testa per guardare verso di me. Da allora in poi, ogni sera, quello fu il nostro appuntamento. Finchè non mi bastò più. Allora decisi di osservare quando, se e come usciva. Non avevo ancora deciso di fermarla per strada. Per la mia educazione quello abbisognava di un’accelerata ma soprattutto di mettere a dormire il mio senso dell’educazione. Tuttavia lei mi tolse l’imbarazzo perché, una sera, prima di andar via e spegnere la luce, mi fece un segno di saluto con la mano. Colsi al volo l’invito, perché per me, povero imbranato, suonò così quel saluto. L’indomani mattina comprai un mazzetto di pensee e mi piazzai davanti il portone di casa sua. Quando uscì, la osservai come lei osservò me e il mio sorriso stereotipato stampato in viso. Era bianca, candida, forse più del dovuto in un corpo decisamente esile ma che trasmetteva la carica di coccolarla. Non cercavo di più in quel momento. Il desiderio di non sentirmi solo e la tenerezza che sentivo per lei mi facevano star meglio. E lei non si negò. Venne verso me e mi chiese di smettere quel sorriso d’occasione per essere me stesso. L’accompagnai per la spesa giornaliera. Non spese tanto, solo poca roba,quanto bastava a lei per il suo più che modesto pasto giornaliero. Le dissi che avrei dovuto invitarla da me per un vero pasto.La sua risposta fu un inaspettato “Quando ?”. La invitai per l’indomani e mi affrettai a tornare al mercato per provvedere ad una spesa” sostanziosa “. Durante il pasto venne la mia prima gaffe infatti le dissi che le persone col suo colorito di solito sono malate e lei mi disse che in effetti soffriva di una forma d’anemia. Le confessai che un metodo infallibile per guarirne era mangiare, lo avevo sperimentato a mio carico con successo, erano i due salsicciotti che le misi nel piatto, ma che lei, puntualmente, non mangiò. Che c’era di meglio per me ? Nel senso che avevo trovato una donna simpatica, tenera e che non consumava niente ! Fu allora che cominciai a prendere peso perché mangiavo per due davanti ai suoi occhi felici. I nostri incontri si successero e divennero più frequenti. Naturalmente tra un salsicciotto ed una fiorentina nacque qualcosa di più fra noi ed ormai stavamo sempre insieme, giorno e notte, ognuno di noi a raccontare tutto di se stesso..mentre io cercavo anche di digerire. Era un amore bello e puro, casto anzichenò. Si, casto. Anche durante le notti passate a letto, l’uno nelle braccia dell’altro. Glielo impediva quella stanchezza che la lasciava senza fiato ogni qualvolta le mie carezze diventavano più audaci. Ogni volta tentavo di verificare il suo stato di salute accampava qualche scusa per evitarlo. Ma a me bastava così, ormai ero preso di lei, di un amore grande. L’ultima sera in cui pranzammo assieme diedi fondo alle mie capacità di Gran Gourmet e preparai una bella serie di piatti, dal “Caciucco” alla livornese, al “Morzellu” alla catanzarese, dopo gli inevitabili “scilatelli” col sugo della ‘nduja !

E, fin qui, questo è il resoconto di un amore, simile a quello descritto nella canzone, con contorni di dolcezza e tenerezza, che, d’un tratto prese i colori della tragedia. Successe l’indomani dell’ ultimo rendez-vous, cui lei aveva partecipato condividendo la mia felicità. L’indomani  mi recai a casa sua per vedere come stava e a proporgli il menu giornaliero ma non mi rispose. Tornai più volte durante la giornata :niente ! Sembrava essersi volatilizzata. Come si sa, tra innamorati non ci sono situazioni anomale che non richiedono un approfondimento ed io non ero esente dal desiderare un chiarimento. Tornai a casa sua e bussai, con vigore, alla sua porta. Con tanto vigore e tanta rabbia da suscitare l’interesse di una vicina che fece capolino e mi guardò stranita. E mi diede la notizia. La mia innamorata non c’era più, definitivamente, morta ! Alcune sere prima si era sentita male, un indigestione si era pensato, che aveva concorso ad aggravare la precaria situazione dettata da un’anemia affatto semplice per come lei diceva, ma una delle peggiori in assoluto, l’anemia falciforme che la debilitava notevolmente. E’ dire poco che rimasi senza parole. Tra l’altro mi sentivo, mi sento in colpa per via di quei pranzetti che le preparavo credendo di far bene.

Ritorno alla realtà e mio figlio, ancora la. Osserva la mia espressione pensierosa ma, per fortuna, non si accorge della lacrimuccia  che ruota ad un angolo del mio occhio. Mi riprendo e lo invito a seguirmi a tavola. Oggi mia moglie ha cucinato la trippa alla catanzarese, piatto della mia zona di nascita. Non la mangio da anni, ovviamente non per paura di un’indigestione !

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Profilo Autore: Bronson  

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