Una luna coronata da un sottile manto di nebbia si stagliava nella volta celeste la quale pareva una tela di oscure tinte punteggiata da solitari e scintillanti diamanti. La quiete abbracciava l’orizzonte, solo il ritmato gorgoglio di una cascata violava l’imperante tranquillità che come un’invisibile gabbia imprigionava la realtà circostante. Improvvisamente come fiera rampante un fuoco divampò solitario e fiero nello sfidare le tenebre. Agli occhi di Selene quel lontano bagliore parve un prodigio, una luce di terribile e splendente bellezza, uno spiraglio aperto oltre il quale vi era un mondo sconosciuto dall’irresistibile fascino. Quando il lontano fuoco si affievolì fino a scomparire le membra della giovane fanciulla furono scosse da un sussulto, un fremito, un desiderio di scoprire quella realtà che per un breve attimo era stata illuminata da quel ignoto e solitario fuoco notturno. Selene chiuse gli occhi e cercò di scacciare gli assurdi desideri di gettarsi senza una meta precisa in un mondo tanto affascinante quanto pericoloso. La giovane si addormentò fece sogni agitati: vide un cielo terso e limpido rabbuiarsi a causa di minacciose nuvole gravide di pioggia, che cadde violenta come il martello sull’ incudine alla pioggia segui il tuono e infine il fulmine che squarciò il cielo e per pochi attimi brillò come una lama d’orata abbracciando l’intero orizzonte. Quel sogno fu tanto spaventoso quanto breve infatti Selene si trovo subito sdraiata sul proprio letto con gli occhi aperti sbarrati della paura e la fronte madida di sudore era confusa non riusciva a trovare la calma quindi decise quasi sospinta da un primordiale istinto di uscire dalla porta, appariva ancora turbata della paura infatti il suo viso e le sue membra erano ancora attraversate da un fremito quando si accovacciò sull’erba e volse il viso al cielo guardò la luna vide un candido disco bianco che come una lucente moneta d’argento splendeva solitaria, irraggiungibile e imperitura immersa nella profonda oscurità di quella notte. Era sola, immersa in un immenso oceano di tenebra coronato da argentee e scintillanti stelle che osservava con occhi colmi di speranza e paura, la sua voce flebile come un sussurro ruppe il silenzio circostante che come un’invisibile manto copriva l’intero orizzonte. Le sue parole furono sincere, pure come la luce di una candida alba capace di vincere l’oscurità e rinfrancare il cuore: “

 

Tu che sei sorella di chi del cielo è imperatore

 

 

Tu che sei argentea dama d’aureo splendore

 

 

Tu che sei primaverile ninfa d’impareggiabile bellezza

 

 

Tu che sei tessitrice d’astri e incantesimi di infinita saggezza

 

 

Tu che sei la triplice musa dei poeti

 

 

Tu che sei splendente diadema incastonato nella corona dei pianeti

 

 

Sii il divino soffio capace di ispirare la mia cetra

 

 

 

Quando ebbe terminato di pronunciare il proprio canto si sentì completamente pervasa da un potere sconosciuto, etereo, immortale. Non aveva mai percepito nulla di simile seppur avesse precocemente scritto altre poesie. Dicono che ogni poesia è un’invocazione, un canto profondo e sincero che l’uomo rivolge all’eterno ebbene in quella notte l’eterno non rimase inerte al dolce canto della fanciulla bensì le rispose: fu una flebile luce in principio, ma dopo pochi attimi quella prima scintilla divampò a quel punto Selene vide scintillanti fiamme tutt’intorno a se, istintivamente credette di sognare chiuse gli occhi cercò di dimenticare ciò che vedeva un cerchio fiammeggiante intorno a lei un’innaturale fiamma che cercava di… abbracciarla.

Riapri gli occhi rimase attonita, immobile paralizzata vide l’argentea dama dall’aureo splendore, vide colei che è e sempre sarà vide la musa dei poeti. Per un breve momento che parve eterno mortale e Dea si fissarono l’una negli occhi dell’altra in seguito quando Selene riuscii a raccogliere abbastanza forza parlò e disse con voce tremante:” chi sei?”  il candido spirito dall’innaturale bellezza rispose : ”io sono colei che hai invocato, mi hanno chiamata con molti nomi Selene, Afrodite , Ecate, Musa E mille altri che nessuno ormai ricorda”.

La dolce fanciulla rimase confusa quei nomi erano leggenda, mito nulla di reale nulla di vero.

La donna che le si parava difronte però possedeva un portamento innaturale, etereo quasi la terra riconoscesse la sua regalità, lei era pura perfetta nel suo aspetto nulla vi era che fosse mortale tutto ciò che indossa e che le era accanto era divino . Selene rimase incantata percepì l’eterno che brillava negli occhi della sconosciuta dama e sospinta da un irrefrenabile istinto si inchinò a lei e sussurrò: “si”.

La Dea sorrise e con candido gesto della mano la invitò a rialzarsi, l’argentea creatura fece qualche passo verso la fanciulla si fermò aprì le sue candide braccia e abbracciò Selene con profonda gentilezza la ragazza si sentì pervasa dalla tranquillità, cullata dalla brezza primaverile, accarezzata dai raggi del dorato sole estivo.

 Selene fu rinfrancata da quel gesto di inaspettata cortesia così da poter chiedere : ”perché mai avresti dovuto rispondere al mio canto?” a quelle parole l’incantevole spirito  fu scosso da un fremito ,una lacrima coprì le sue guance e un’ombra si allungò a oscurare il suo splendente volto con voce sofferente disse : “perché nessuno più eleva canti alla Musa ,nessuno ricorda la primordiale madre del creato io sono sola ,io sono debole e prima dalla fine volevo rendere testimone questo mondo così irrimediabilmente caduco e mortale di ultimo atto divino di un ultimo incantesimo”.

 Detto ciò si guardò Selene negli occhi e le chiese:” dimmi mia dolce amica sai cos’è la magia?” la ragazza rispose semplicemente di no la Dea sorrise e disse “la magia è il potere che scaturisce dall’incontro fra l’umano e il divino e tu mia dolce sarai l’ultima testimone di quel potere”.

La Musa dei poeti congiunse le mani con quelle della fanciulla di seguito si erse in tutto il suo splendore pareva un purissimo diamante capace di illuminare la più oscura delle notti dorata, eterna, immortale evocò la dolce brezza del mattino che come serva fedele la trasportò dolcemente in cielo dove gli astri risiedono lì la Dea perse le proprie spoglie mortali divenne un breve inteso e meraviglio raggio di luce che illuminò per un istante il creato quando scomparve la Dea era morta al suo posto incastonata nella volta celeste vi era una meravigliosa stella lucente che Selene ribattezzò Venere, la stella del vespro, la stella dei poeti.

 

 

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Profilo Autore: carpe diem  

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Commenti  

Kate
+1 # Kate 10-10-2019 16:17
bel lavoro, congratulazioni .
Silvana Montarello*
# Silvana Montarello* 10-10-2019 18:27
Bellissimo testo complimenti.

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