Quando, dopo l’ultimo tremolio,
lenta come foglia una foglia cade,
io guardo aria aria il suo percorso.
Ne seguo le flessioni ad una ad una
tra le irregolari geometrie di terra,
a ogni danza imposta dalle zolle.

Non stacco gli occhi da quel suo
oltrepassar le pietre, durissime
eppure stanche d’inerzia non voluta.

Perché, mi chiedo, se quella lì è morta?
Se presto più non si saprà cos'era prima?

Come tutto ciò che alla fine muore,
dovrei ingabbiarla in brezza fuori norma
che smussa spigoli al mio tempo nero
e nei momenti in cui sento la morte
librarla – tutta – per come mi era viva,
perfetta nella sua qualunque forma
e, voglia il cielo, con macchie di colori.

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Profilo Autore: Aurelio Zucchi  

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