Ostro e tramontana
al mezzodì conversero,
sloggiando venti allogeni:
il gambale s’incollò
e sovrana terra
fu L’Italia.
Allor come ora
impugnava le sue trame
il semprevivo Bruto
ed in incessanti idi di marzo
tutt’or giaci mio gambale.
La folata la ghirlanda al confino lanciò,
ma gli amari rovi
non sradicò!
Dalle canute guglie, alle marine,
agli sparsi ciottoli,
l’alloro delle legioni, della città eterna,
è sol canto di leggenda
e l’italico capo non cinge.
Madrepatria, di qual oscura aracnide
sei alla mercé delle sue maglie
e fa sì che non si sia spettatore
del tuo risorgimento?
Spenti come lucignoli
martiri avvolti nel tricolore,
che han desiderato
di sanare i cronici malanni,
dalle maestranze del tessitore.
Oh patria, hai ninnato
il mio pianto e il mio corso;
nel cuor sei leggiadra ninfa,
ma viverti equivale
a valicar lo Stelvio
con suole traforate…

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Profilo Autore: Vincenzo Patierno  

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