E così, nell’ormai lontano 1971, dopo aver ottenuto la licenza media a pieni voti (ottimo, più un altro ottimo a latino, materia opzionale), corroborato da un giudizio lusinghiero che mi diceva idoneo per qualunque scuola superiore, decido di iscrivermi al Classico.

È luogo comune che questo corso di studi sia molto impegnativo: può essere vero, certo, ma io ricordo quei cinque anni con molta gioia, sicuramente perché eravamo giovani e ci affacciavamo alla vita, così ogni giorno era una scoperta. E poi, devo essere sincero, non è che lo studio mi impegnasse più di tanto. Forse per incoscienza, forse per capacità intrinseche, ma ho studiato davvero poco, e sono sempre riuscito ad essere promosso a giugno, ottenendo poi la maturità con un medio punteggio di 48/60.

Ho sempre commiserato i miei compagni che studiavano giorno e notte: io non ci riuscivo, e non ne avevo neppure bisogno, perché avevo risultati passabili in tutte le materie sia sfruttando la mia eccellente capacità mnemonica (che ancora oggi fa bella mostra di sé), sia aguzzando l’ingegno per ottimizzare i risultati con il minimo impegno.

Andavo molto bene in italiano: il compito in classe era una pacchia. In cinque anni non ho mai scelto temi letterari (se non una volta all’anno, in quanto ci veniva imposto dalla prof.), ma costantemente temi di attualità, visto che riuscivo a scrivere di qualunque argomento, e pure bene.

Come ancora oggi mi capita, scrivevo di getto, direttamente in “bella copia”, senza rileggere, e dopo un’ora consegnavo e mi tuffavo nella lettura della Gazzetta dello Sport. Naturalmente, avendo intuito gli orientamenti politici delle varie prof. che negli anni si sono succedute, scrivevo quel che a loro faceva piacere (paraculo, certo, come potrei negarlo?).

In latino me la cavavo, un po’ col buonsenso, visto che molte parole erano le progenitrici della lingua italiana, e un po’ aiutandomi col mitico Castiglioni-Mariotti (il vocabolario) che riportava moltissime frasi già tradotte. In greco qualche scoglio c’era, ma riuscivo comunque a portare a casa la sufficienza.

Storia era la mia materia preferita, e la approfondivo con letture extra per puro interesse personale, così come avveniva per le materie scientifiche quali biologia e chimica. In matematica ero brillantissimo, aiutandomi con la logica.

I punti davvero deboli erano filosofia e fisica, forse perché si trattava di materie costruite sul niente (o almeno così mi pareva all’epoca), impalpabili, non tangibili: come parlare del sesso egli angeli. E quindi ogni tanto le studiavo, ma quel tanto (o poco) che bastava per ottenere il sei.

La maturità fu una vera goduria: due erano gli scritti, italiano (sempre) e latino o greco, che si alternavano. Quell’anno toccava a latino, per fortuna... Così come due erano le materie orali, una a scelta nostra e una a scelta della commissione; ma, non si sa come, la commissione sceglieva sempre la materia che, ufficiosamente, avevamo scelto noi per seconda. Insomma, la maturità di quegli anni non era mica una cosa seria!

Ed infatti preparai l’esame, in pratica, in un giorno. Per quanto riguardava gli scritti, come da prassi, scelsi il tema d’attualità (se non erro, c’era da commentare una frase di Don Milani), e scrissi molto e bene. Nella versione di latino me la cavai senza infamia e senza lode. Agli orali avevo scelto come prima materia storia, visto che la sentivo particolarmente mia e non avrei avuto necessità di studiare granché: ed infatti feci un buon esame. Come seconda materia orale avevo scelto matematica (e la commissione me la confermò), e andai passabilmente parlando delle geometrie non euclidee.

E col sorriso sulle labbra, e senza aver tanto sudato, mi preparai alla vacanze più lunghe della mia vita, dal momento che fino a novembre non sarebbero iniziate le lezioni universitarie.

Ripensando adesso, a bocce ferme, al modo nel quale ho affrontato quei cinque anni di studi, dico che forse il mio non è stato un esempio da seguire. Se avessi studiato di più, se avessi “imparato” a studiare, magari avrei avuto maggior successo all’università e anche nella vita... Forse... Ma, come sempre, non c’è la controprova, e dunque “cosa fatta, capo ha”.
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Profilo Autore: Andrea Guidi  

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Il silenzio nell'ufficio del commissariato di Nuddusapidove viene spezzato da una strana telefonata: il signor Olindo Pulito chiama per denunciare la scomparsa dell'ennesimo pezzo di torta dalla sua dispensa.
Nonostante l'installazione d'una porta blindata, con l'aggiunta di due robusti chiavistelli, ingenti ammanchi di dolci continuano a verificarsi all'interno del suo appartamento, nel condominio di “Villa Arzillabrilla Alla Camomilla”.
Della faccenda a suo tempo era stato informato pure l'amministratore dott. Liso Formio, che aveva provveduto a far installare delle video camere di sorveglianza, fornite dalla ditta “Fratelli Occhiodifalcocecato”, senza alcun risultato poiché i furti erano continuati nel tempo.
Lindo decide così di rivolgersi al tenente Nello Bello Fetuso che, recatosi nel luogo del misfatto, si rende conto della non facile soluzione del caso: le torte nella dispensa risultano tutte mangiucchiate e non vi sono segni di effrazione. 
Il tenente allora mette in azione i suoi informatori personali per cercare una via d'uscita all'intrigato caso. Senza perdere tempo telefona a un tale dal sorriso splendente, chiamato in gergo: “White Colgatto”, che a sua volta informa l'amico Giò Bio Presto, un tipo dai modi risolutivi ed efficaci.
I due si mettono all'opera e, dopo un paio di mesi di appostamenti fatti apposta 
per appostarsi, scoprono grazie a una soffiata d'un anziana giovane, la signora Jilla Priscilla, dimorata vicino al condominio, che una banda di esperti ladri si aggira nei paraggi nottetempo.
I due informatori, muovendosi nell'ambito della malavita, vengono a sapere
che questi malfattori sono conosciuti nel giro del giro come la banda dei bagarozzi affamati. La loro fame o fama è così tremenda che tutti i colpi progettati vanno sempre a buon fine.
Il loro capo è un certo Rozzo Baga: come copertura fa il disoccupato ai supermercati rionali dove occupa la maggiorparte del tempo a sgraffignare le cose di cui non si occupano i sorveglianti.
Della banda fa parte anche la moglie: una bionda dai capelli rossi che veste sempre in modo succinto indossando ghette di lana, pantacollant, panciera, push up, jeans, camicia, maglione di angora, cappello di pile, pelliccia di cortisone e giaccone di montone siberiano.
Casalingua magra dall'aria molto obesa e con la pelle alla zuava: gira filmini hard in casa con il contributo del nonno.
La coppia ha due figli: un maschio chiamato Inglese e una figlia chiamata Chiave. Insieme hanno doti fuori dal comune: smontano qualsiasi serratura.
Anche la suocera di lui fa parte della gang.
Tutti la conoscono col nome di Evira Citrulli. Viene usata come palo nelle rapine.
Lei riesce a distrarre tutti i sorveglianti mostrando loro le cosce scoscese tendenti al rialzo e, dopo averli circoncisi, riducendoli all'impotenza. 
Evira truffa anche lo stato percependo indebitamente la pensione di guerra del marito, dichiarato scomparso in un'azione militare mentre tirava l'acqua dello sciacquone del cesso in un campo d'appostamento, in una missione di peace keeping nella regione della Pappagoggia inferiore, occupata da un esercito di liberazione filo interdentale del presidente eletto ma non costretto Mo So Cazzamari che aveva deposto con la forza l'ex presidente To Tiro Poco Maduro.

Torniamo alla nostra vicenda: informato di tutto dagli informatori ben informati il tenente Fetuso decide di seguire le mosse del capo banda in modo da cogliere sul fatto tutta la compagnia.
Ma Fetuso non sa che er Più non ne sa de meno se no non si sarebbe chiamato  er piu, sapendone in effetti de più de quanto ne sapeva lui. Insomma per farla breve nessuno sapeva che Er Più sapeva tutto essendo gli informatori che informavano il tenente dei doppiogiochisti al suo servizio.
La cosa si complica perché a loro volta i doppiogiochisti giocano per la banda rivale dei “Bagarozzi”: i famigerati “Insetticidi Volanti” che a loro volta tentano di farli arrestare dal tenente per avere campo libero.
Ciliegina sulla torta gli insetticidi volanti non sanno a loro volta che i due informatori sono due efferati assassini: al momento opportuno tali tangheri agiranno di soppiatto eliminandoli e divenendo i capi dei capi del quartiere.
Nel frattempo il servizio segreto del Cucùdoveseitu (oggi Cucurullistan), che teneva d'occhio i due informatori assassini, per alcuni omicidi avvenuti in quel paese, avvisa via telefax il tenente Fetuso di tutto l'intrigo internazionale.
Ma a sua volta il signor Olindo Pulito non è altri che la spia internazionale 00Tettemosce: era un trans non troppo trans. Nessuno avrebbe mai sospettato che all'interno delle torte vi erano i microchip contenenti la ricetta della vera crema di nocciole: la famosa “Crema di Budella”. I Bagarozzi a loro insaputa erano venuti in possesso d'un tesoro inestimabile.
Dunque ricapitoliamo: i Bagarozzi rubano le torte a Olindo; nelle torte vi sono i microchip della Budella; Olindo cerca di recuperali, prima rivolgendosi all'amministratore del condominio per non destare sospetti, poi al commissario Fetuso, noto imbecille. Il commissario si rivolge a due informatori che però fanno il doppio gioco per la banda degli Insetticidi non sapendo che a loro volta sono tenuti d'occhio dai servizi segreti del Cucurullistan.
Il commissario viene informato dei fatti da un fax proveniente dal Cucurullistan, ma non capendoci nulla, dopo aver preso un cordiale, chiede aiuto al servizio segreto che provvede a mandargli un'avvenente spia: la bellissima Olanka Cociolova Lessa.
La spia si mette in contatto con Olindo: insieme cercheranno di recuperare i microchip. Intanto il marito di Olanka, che non sapeva del lavoro della moglie, comincia a seguirla pensando a un tradimento. Per aver maggiore riuscita si rivolge alla banda degli Insetticidi Volanti.
Qui cari amici la storia comincia a complicarsi...
Tutti oramai spiano tutti e nessuno sa che pesci prendere.
Ma... colpo di scena: la nonna Evira Citrulli, golosissima di dolci, tra una pausa e l'altra d'un filmino, assaggia un pezzo di torta trafugato e dentro, dopo essersi rotta l'ultimo dente, vi trova il microchip.
Il nonno detto Cecione il Lungo, vecchio ed esperto soldato, comprende subito il valore dell'oggetto. I due nottetempo, dopo aver acquistato due biglietti aerei per le isole Trombinas, fuggono lontano con il segreto della famosa Budella.
Arrivati a destinazione, con i proventi degli hard girati mettono su una fabbrica e cominciano a produrre la golosità divenendo in breve tempo ricchi sfondati.
Acquistano una grande villa con vista mare e tra una crema e una ehm... avete capito... insomma vissero felici e contenti trombinando alle Trombinas.

Ah, dimenticavo di dirvi, gli altri protagonisti stanno ancora spiandosi fra loro.
Comunque io non ho afferrato il senso della storia, provo a spiare fra le righe.

Se non mi spiano.

<<Ma chi è che spia?>>

<<E lo chiede a me?>>

Ma guarda tu che gente non si fa mai i fatti propri.

<<Vorrei vedere lei se la spiassero>>

<<Ma spiare de che?>>

Basta spiare, arrivederci altrimenti qua faccio un macello.


















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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 12-10-2016

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Osservo il soffitto dal mio letto di dolore e considero che questa volta mi è andata bene, veramente bene. Solo per questo i venti giorni d’ospedale non sono stati niente di fronte alle più funeree previsioni. Ma ora sto decisamente meglio, lo percepisco dal senso di ansietà che mi prende. Mia moglie è andata al lavoro non prima di avermi fatto fare una buona colazione e aver predisposto la pillola di metà mattinata. E sono solo. Per modo di dire ! Accanto al mio letto troneggia Ras, il mio pastore tedesco che non si allontana un attimo da me, a volte sollecitandomi col collare alla bocca pensando ad un’improbabile passeggiata. Devo riposare e recuperare dopo la devastante operazione al cuore. Già, quanto resisterò a letto ? Il cellulare comincia suonare e ho difficoltà anche a tenerlo in mano.

  • Pronto ? – biascico li per li
  • Pronto, my amor…my vida…come stai ? Ho saputo, ho saputo, mi hai fatto preoccupare non credevo che certi guai arrivassero anche ai matador come te. Non vedo l’ora di scendere per le vacanze, incontrarti e continuare a ridere con te, delle tue facezie. Mi mancano solo dieci giorni…
  • Come, solo per ridere delle mie battutine…si vede che il cuore era già ipofunzionante da prima ! Comunque vieni e….quel che sarà sarà.
  • No Ninù, non sarà niente, niente di quello che fantastichi! Ricordi?  I tempi di guarigione…..
Cara, vecchia amica Giulia, compagna di scuola…e perché no! Anche di vita. La mia. In costante movimento alla ricerca di…boh, ma un giorno lo scoprirò. Ma mi aveva messo in quarantena pure lei, ed io non vado troppo d’accordo coi legacci ai piedi ! Mi vedrò costretto, così, tra qualche giorno, a prendere il treno diretto verso la costiera amalfitana. Fermarmi ad esempio a Vietri dove ho qualche chance, per almeno una settimana. Proseguirei poi per Roma dove, con la scusa di andare a trovare mia figlia, approfitterei dell’ospitalità della mia amichetta Elisa. Ma solo perché ho necessità di fare un bagno nei fori…imperiali. Evvai, esclamo sollevando i pugni verso il soffitto ! Ras piega la testa e mi osserva. Sicuramente avrà pensato che il male mi sarà passato dal cuore al cervello! Bon. E’ l’ora della pillola. Mi sollevo per assumerla e in quel preciso momento la mia testa se ne va al giro d’Italia. Gira proprio tutto per un po’, poi mi stabilizzo e osservo la pillola che ho tra le mani. Un pensiero. Mica sta benedetta pillola riduce l’efficacia delle mie prestazioni ? La nascondo subito sotto il tappeto. Ras tenta di prenderla e si busca uno scappellotto. Devo andare al bagno. Afferro il bastone da una parte e il collare di Ras, dall’altra e mi avvio, il tragitto è lungo e lo compio non senza una grande sofferenza. Al ritorno mentre mi trascino nel letto di contenzione, finalmente ragiono. Niente viaggio a Vietri e niente sirene assassine, niente fori imperiali e soggiorni equivoci. Devo capire che ancora è presto per riprendere a vivere anche se sono sulla buona strada.

Seduto sulla sponda del letto, prendo la pillola, nascosta sotto il tappeto mentre Ras si lecca i baffi. Cagnaccio maledetto, se si ammala lo riempirò di pillole. Vabbè, pazienza e calma e tutto si risolverà. Mi appisolo. Sono svegliato dall’abbaiare del cane che fa il suo dovere di guardia specialmente quando mia moglie é nei dintorni. E giuro che non gli ho insegnato niente !

  • Caro, sei sveglio ? – la voce è quella di un lamento funebre e non è nemmeno greca !-
  • Caro due meravigliose notizie. La prima: Domani la donna delle pulizie rimarrà tutta la mattinata con te !
Botta di fortuna ! Vi immaginate due quintali di massa informe che danzano tra grembiuli e pezze al canto di “Chella la” ripetuto all’infinito a voce alta ? Con la paura che nel mettere a posto il letto non mettesse a posto anche me ? Il terrore comincia ad impadronirsi di me ! per cui, in fretta, dico:

  • …e la seconda qual è ?
  • Ho incontrato Giorgio, il tuo amico medico, Mi ha detto che tra un mesetto potrai scendere nei giardinetti antistanti  il palazzo.
Si, magari col bastone e un cappellino poggiato per terra dove qualche persona commiserevole avrebbe donato un obolo a un povero sciancato ! Bestia di un amico medico! Traditore di chi gli ha messo la propria vita in mano. E meno male che mia moglie è tutta casa e chiesa altrimenti farei cattivi pensieri Io ho bisogno di vivere, lo dicevo sempre a quell’infermierina che mi teneva di tanto in tanto compagnia. Ed ecco la folgorazione venirmi in aiuto :

  • Amò, riportami in ospedale.
  • In cardiologia ? – mi disse preoccupata, ma quasi sognante –
In lungodegenza – risposi – in lungodegenza
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Profilo Autore: Bronson*   Sostenitore del Club Poetico dal 29-07-2015

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Questa è la favola di Orcomatto, un orco strano, che nella palude non viveva, perché, come della notte, paura gli incuteva.
Era un orco vegetariano e spesso lo... vedevi rosicchiare un sedano, che teneva nella mano, saltellando per le vie della città e cantando: trallalì, trallalà.
Un amico, con lui, viveva, era un gatto, scappato alla strega ed insieme dormivano sopra un giaciglio, nelle stalle, quando si faceva sera.
Orcomatto, un orco verde, non era e si era innamorato di una fatina, che magie non faceva, ma a scuola, ai bambini, dolci fiabe, leggeva.
Di nascosto, la stava ad ascoltare, per poi commuoversi a tal punto che, dalla gioia, una lacrima gli scendeva, scaldandogli la guancia, tanto che baci inviava, anche se la fatina non lo vedeva.
Le favole non sapeva raccontare, ma tutte le aveva imparate ed al gatto le andava a mimare, mentre rideva.
Era diventato il più bel gioco che lo intratteneva.
Ed un giorno, intanto che lo faceva, la fatina Siri, di questo omone, s'intenerì e, in lui, vide il bambino dagli immensi occhi blu.
La fatina si mise a pensare, forse la strega un sortilegio aveva fatto a quel povero orco, che non poteva essere altri che il principe buono, di cui nulla si era più saputo e, con il tempo, fu dimenticato!
Questo pensiero le si accentuò e le ricerche incominciò, interrogò i suoi libri di storia, per capire chi fosse Orcomatto.
La gente a quell'orco strano si era abituata e non faceva più caso, era buono, gentile ed a tutti sorrideva.
Era il Principe della città e non lo sapeva.
Al calar di una sera arrivò la brutta megera ed il suo gatto, rivoleva, pertanto una sfida iniziò, tra orco e fata, contro la strega, che prese ad inveire e maledire, ma la fatina, che bene si era preparata, protesse l'amico orco dalla magia e fu così che il sortilegio svanì, facendolo mutare in Principe, in men che non si dica.
La strega che vide svanire i propri poteri, corse via, rincorsa dal ritrovato Principe che la voleva prendere a calci nel sedere, fintanto che, da quel momento, non si fece mai più vedere.
E quelli che videro tutta la scenetta andarono, in tutta fretta, ad informare il Re e la Regina, del grato ritorno del loro figlio, Claus, il Principe sparito.
Per la felicità, una grande festa fu organizzata, per la gente della città.
Vennero invitati grandi e piccini e, certamente, la bella fatina che, senza volere, si ritrovò Principessa a divenire, a seguito del grande amore sbocciato tra lei e l'orco, il bel Principe dagli occhi azzurri, testé diventato.
Il matrimonio fu celebrato e Orcomatto fu dimenticato.
La fatina, con il passare del tempo, divenne Regina, diventando poi madre di una bella e bionda bambina che, a sua volta, divenne fatina, col suo gatto acciambellato sul suo cuscino che la guardava e, ogni tanto, ronfava
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Profilo Autore: Horion Enky  

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La terrazza a mare, quella sera, aveva vestito gli abiti migliori per offrire ai suoi clienti commensali un’atmosfera da sogno. Tovaglie con trine e pizzi di un candore niveo, l’immancabile candela che avrebbe collaborato all’illuminazione del tavolo e a dare quel calore non certo indispensabile per la stagione in corso, l’argenteria sapientemente ripulita che di tanto in tanto rimandava i riflessi di una luce già fievole di per se. Vanitosamente rifletteva questa immagine nelle acque del mare sottostante e, in un fantasmagorico gioco di colori, si confondeva con le luci della costiera che si specchiavano alla sua superficie. Indubbiamente una notte magica, di grandi sortilegi, dove tutto poteva succedere nella più assoluta normalità senza l’impiego di streghe e artificiosità varie. A volte, capita! A volte un grande desiderio che trova ostacoli nella vita, in una di queste sere, trova la sua realizzazione. Una realtà coi piedi per terra ma di sicuro non meno agognata. Il brusio della gente seduta ai tavolini era appena accennato, soffocato, quasi, dal timore di turbare quell’incanto e dall’attesa inconsapevole di essere li li per assistere a un evento bellissimo, fuori da canoni e schemi. E, senza rumori, senza colpi di scena entrarono i nostri protagonisti. Niente corone, niente cavalli bianchi, senza evocare applausi fecero il loro ingresso un uomo e una donna, non giovani, anzi ormai vissuti e felici di mostrare la giovinezza che c’era nei loro cuori. Lei, ancora bella e giovanile, riempiva un vestitino attillato elegante ma semplice che mostrava ancora una sinuosità del corpo invidiabile, non messa in mostra ma solo accentuata dalla predisposizione naturale della sua corporatura. Lui, quasi claudicante, teneva il braccio della sua compagna sotto al suo, ma era abbastanza evidente che fosse lei a sorreggerlo e non di certo per falso pietismo. Si avviarono al tavolo a loro predestinato e Lui, caparbiamente, in barba all’equilibrio che man mano scemava, gli stava venendo a mancare, le tirò indietro la sedia, invitandola a sedere. Di fronte alla donna, un piccolo portafiori che conteneva un mazzetto di “nontiscordardime” predisposti dall’uomo. Un lieve imbarazzo le imporporò le guance quasi fosse rimasta una studentessa liceale di primo pelo. Non durò molto, il tempo che l’uomo se ne accorgesse e con qualche battuta di spirito riportasse tutto alla normalità. Fu in quel momento che le stelle si raggrupparono in un unico nucleo, inviando la loro luce sul tavolo e ponendo il resto della sala in una penombra insignificante. E finalmente i due cominciarono a parlarsi. Non erano più la brutta copia, datata di fidanzatini di Peynet, ma solo due persone con una innata voglia di conoscersi, di scambiarsi sensazioni e pensieri inespressi nell’arco delle rispettive vite, ma che avrebbero voluto trovare ascolto, un ascolto complice e comprensivo. Troppo tardi ? L’orologio della vita correva inesorabile e loro si erano già chiesti se valesse la pena di vivere quelle emozioni proprio ora che stavano per mettere il cuore a riposo. L’attrazione dei pensieri li aveva coinvolti e avevano avuto piacere di condividersi, di apprezzarsi, di sapere che, nella vita esisteva l’incastro adatto per il proprio puzzle. Parlarono senza inibizioni e in assoluta armonia, fino a quando, lui, nelle more della discussione, divenne audace e le prese la mano. Lei lo guardò negli occhi e non ritirò la mano semmai la strinse più forte, quasi quel gesto potesse significare il sigillo di un unione. Furono risvegliati dalla luce degli astri che, avendo ritrovato la loro ricollocazione naturale nel firmamento, erano tornati a illuminare tutta la sala. Si alzarono, lui volle che portasse via con se i “Nontiscordardime” e si avviarono all’uscita che li ingoiò col suo buio. Eppure, sebbene l’alba ormai alzasse il sipario della  vita, ancora….lucean le stelle !
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Profilo Autore: Bronson*   Sostenitore del Club Poetico dal 29-07-2015

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"Maria sbrigati, che è tardi, l’autobus passa tra dieci minuti, e se lo perdi dovrai aspettare mezz’ora, se sei fortunata".
Ogni mattina la stessa solfa, corro,  corro sempre, correvo per andare a scuola, a  piedi s’intende, cosi i soldi dell’autobus li avrei usati per la merenda, e ora corro a lavorare in mensa.
Lavo i piatti sporchi di chi in questa grande azienda guadagna millecinquecento euro già al primo stipendio, lavo pentole più alte di me e mi spello le mani con acidi e detersivi che insieme allo sporco si portano via la mia pelle.
Non mi tiro mai indietro, qualsiasi lavoro ci sia da fare io ci sono.
 "
Maria corri c'è da preparare il coffee break, Maria  hai preparato i secondi freddi? E i formaggi? E la frutta? Maria domani devi fare gli straordinari".

  Millecinquecento persone affamate , ma di una fame stupida, quella fame  che  gli fa disprezzare cose che altri divorerebbero; uomini e donne che si avvicinano al cibo con aria quasi disgustata, e che ti dicono “signora ma oggi non c'è proprio niente di buono”,

io li guardo sbalordita, ma come ? Qui c’e ogni ben di Dio.

Dall’isola dei primi... , già l’isola, un modo chic per pamperizzare i nostri clienti,sale un profumo che stuzzica le papille, sei primi caldi uno diverso dall’altro, e loro dicono che oggi non c’e niente di buono. E io devo pamperizzare,   questo termine secondo lo psicologo della mia azienda sta a significare che noi al commensale gli dobbiamo fare di tutto pur di renderlo felice.
"Sorridi Maria, Sii gentile Maria, sempre più gentile Maria, metti il pannolone al cliente Maria, pamperizzalo purché sia felice".
Spesso mi capita, quando esco di casa, la mattina verso le  sei e mezza, di guardarmi intorno, c'è sempre la solita gente in giro , assonnata come me, stanca della mia identica stanchezza,volti vuoti, con l’anima ancora a riposo, almeno quella.
E siamo li sempre gli stessi, ad aspettare il bus.


 Seduta accanto al finestrino guardo la strada che spesso mi ipnotizza, si snoda davanti a me come un serpente sinuoso e il suo respiro diventa il mio, molti dormono e io penso, che vita, che fatica.
Anche oggi come tutti i giorni scende dalla sua auto un giovane impiegato, e lo accompagna il padre, ogni mattina.
Potrei ripetere ad occhi chiusi i loro movimenti, tanto sono precisi e studiati, il figlio alla guida, il parcheggio nella zona disabili, gli sportelli dell’auto si aprono, il padre scende e apre il portellone dietro, lui prende le sue gambe, una alla volta e le sposta verso l’esterno, arriva la carrozzina... lui sale, si chiudono le portiere, e via al lavoro dietro la sua scrivania, mentre il padre se ne va.
Lo guardo e penso, certo lui e’ davvero sfortunato, e un po’  mi vergogno  per essermi sentita sfortunata anche io.
Ma la fatica c’è, tanta davvero e ciò che maggiormente mi avvilisce è che non ho nessuno che almeno mi consoli, qualcuno che mi abbracci quando tornata a casa sfinita e riesco a malapena a star dritta in piedi.


Non che io viva sola, per carità ho un compagno, ma sto scoprendo solo ora il suo disagio nei confronti del mio lavoro.

Ho capito, anzi ho letto nei suoi occhi una certa vergogna quando qualche volta mi è venuto a trovare o a prendere al lavoro, chissà forse perché lui è un impiegato , in pratica uno di quelli che sta dall’altra parte del bancone della mensa.

Mi avvilisce questa situazione, sentirmi parte della casta degli invisibili, e sentirmi invisibile anche agli occhi di chi dovrebbe amarmi.

Poi penso a chi sicuramente sta peggio di me.

Però penso anche a quanto si senta carne da macello chi come me per campare deve quasi essere schiavizzato, e a volte come è capitato, deve tuffarsi nell’immondizia per cercare l’anello d’oro che una stupida impiegata ha perso nel purè di patate, mentre chiacchierava con le colleghe.

La vita è così strana, e noi siamo strani, noi che nonostante tutto ci sentiamo a casa in quel luogo che ci toglie dignità,

eh si perchè se è vero che il lavoro nobilita l’uomo, è anche vero che in certi posti di lavoro ci sono uomini che rendono pezzenti altri esseri umani, anche solo con i loro sguardi. Che vita ho scelto di vivere, così dura e triste, che posso definire certamente una punizione alla quale però ho deciso di dire basta.

Da domani si inizia un nuovo percorso, ho così tanto coraggio ora e così tanto da costruire. Sarò  costruttrice del mio futuro, portando giorno dopo giorno cemento e mattoni al mio cantiere.

Nessuno mi attraverserà più con lo sguardo, la mia voce sarà alta e possente, e la mia figura benché minuta sarà visibile al mondo intero.

La fortuna ha volto finalmente lo sguardo su di me e domani affronterò un colloquio di lavoro in una onlus che si occupa di bambini indigenti , e di donne maltrattate o abusate.

Ho deciso di riprendere a studiare , e nessuno mi guarderà più con sufficienza , e soprattutto non accetterò più di avere al mio fianco chi si vergogna di me.

Ci sono esperienze che ti distruggono, ma dalle quali si può rinascere , senza più timori né debolezze, ma con una consapevolezza nuova di se e degli altri, si rinasce capaci di difenderci dall’arroganza altrui, consci del nostro valore e finalmente fieri di noi stessi.

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Profilo Autore: Marina Lolli  

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Ne ho fatti tanti di salti nel buio nella mia vita. A volte sono caduta su soffici nuvole ovattate: spesso sono piombata nel vuoto, inghiottita dal nulla. Troppe volte sono riemersa dalla penombra acciaccata e delusa. Molte sono le reliquie che ho raccolto sui fondali e tante le margherite che ho sfogliato durante i miei lunghi pellegrinaggi! Per nutrirmi mi sono spesso affidata alla generosità della natura: talvolta florida, spesso ingenerosa. Continuo ancora ad arrampicarmi sulle montagne, ma ora più che mai, ho la necessità di volgere lo sguardo un po' verso me stessa. Non che prima non lo avessi fatto s'intende. La verità è che solo ora, ho cominciato ad avere  maggiore cautela nei miei riguardi. Mi tratto con la medesima delicatezza, che si usa, quando si maneggia il cristallo. Mi sono resa conto di non poter più indossare i tacchi alti e solo ora, mi accorgo che con le mie scarpette basse, tutto sommato, cammino pure meglio. Quando mi capita di farmi male e se le ferite non bruciano troppo, mi medico da sola con qualche piccola benda e quelle che una volta mi parevano grosse cicatrici, ora mi sembrano solo graffi! Come cambia la prospettiva man mano che si va avanti con gli anni! È un po' come vedere un bel panorama da lontano. Ti pare di tenerlo chiuso nel palmo della mano, ma è solo toccandolo da vicino, che riesci a scorgerne tutti i particolari. Quando entri in intimità con i luoghi e con le cose, ti accorgi che quello che ti pareva brutto, in realtà non lo è per niente. Da giovane, mi fiondavo su tutte le banalità possibili: leggevo di corsa le cose più serie, come se si trattasse solo dei sottotitoli di un film. Un tempo facevo scorpacciate di tutto quello che mi capitava a tiro, anche se alla fine mi rimaneva ben poco di quello che raccoglievo. È come se, entrando in un bel campo di ciliegi, desiderosa di prendere una grossa quantità di frutta, te ne riempissi troppo le mani e gran parte di essa, finisse poi con lo scivolarti dalle mani. Ora non raccolgo più fiori: mi limito a guardarli. Noto l'ape che si posa su una rosa, un'ombra scura che copre qualche ramo e spero che il sole compia presto il suo giro, solo per la gioia di vedere illuminato tutto il resto. Osservo da vicino le cose, perchè ho tanto bisogno di arricchire il mio corredo di emozioni. Spero che mi facciano compagnia quando non avrò più voglia di addentrarmi nelle mie grandi o modeste tempeste. Ogni giorno raccolgo qualche sassolino colorato, una conchiglia in riva al mare, un rametto rosso che mi pare corallo e tante altre meraviglie. Svuoto le mie tasche di ingombrante vento e ci infilo dentro tutto quello che mi occorre. Una volta giunta a casa, riguardo tutto, con gli stessi occhi di quando ero bambina. Del rametto ne faccio un fermaglio, nelle conchiglie ci ascolto il mare e poi mi metto ad osservare le mille sfumature di qualche sassolino colorato. Guardandomi attorno, noto cose che avevo davanti agli occhi, ma che non vedevo. Eppure erano lì ferme, a malapena coperte da un sottile strato di polvere. Un piccolo ragnetto guida, mi porta verso una statuina di gesso dimenticata. Sotto una piccola ragnatela, riscopro una ballerina col vestitino rosa. È strano che non mi fossi mai accorta del suo tutù rosa: avrei giurato che fosse azzurro! Ora più che mai, ho bisogno di riscoprire tante cose, che nella fretta avevo trascurato. Con gli anni però sono diventata furba! Ora indosso un bel paio di occhiali e ad esser sincera, devo ammettere che si, ora vedo molto, ma molto meglio di allora!
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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So che mi affascina ogni verità,
la pronuncio,
 ma il mondo mi dà torto.
E’ un po' come un buio scaltro
  che  lo spazio annulla  intorno
calpestando ogni asse dopo l’altro.
La realtà  è  bugia che vince
come  ventata di morte
e il mondo intero diventa polvere
nella sua spietata sorte.
Oh, quieto massacro di soli
sei  tu ciò che volevo
oltre tutti cieli?
  Ma come muore ogni  verità,
  muore il cuore e ogni parola:
  non avessi mai visto il tuo splendore
potrei  ora comprendere il mondo
 e il suo torto al mio dolore.

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Profilo Autore: Hera*   Sostenitore del Club Poetico dal 04-05-2016

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-Nel mio giardino è sempre primavera e l'amore è un fiore che mai vi marcisce. Essere amati dici è la prerogativa …ma amare è il filo del sempreverde arroccato sul cuore, l'annaffio ogni alba e mai muore e prima che il sole giri le spalle, il girasole si chiude al sonno strambo degli artisti-. "E quando l’arrivo della sera ci coglie di soprassalto, le linee infinite del giallo confondono il cielo e soffiano la loro passione sugli arbusti fioriti, il lillà negli angoli sperduti, il rosso dei papaveri e quello del tuo cuore in fiamme sulle intense trasparenze del tramonto".
-E un girare continuo di sogni mai spenti…un intrigo di piccole foglie aggrappate al davanzale, di giullari che suonano canzoni tra l'erba nel prato infinito-.

"Nel mio giardino è sempre primavera e quando arriva un soffio di gelo, lo riscaldo col fiato dei miei polmoni e poi copro ogni foglia con la maglia di seta azzurra che mi hai regalato l'anno scorso. Come la seta azzurra del mare, quella che indossi scorgendo la spuma di ogni pensiero
intagliando piccoli intarsi nel respiro senza freno che ondeggia al tuo fianco sereno. Nel tuo giardino è tutto spoglio, come nell'inverno del polo o nelle gelide pianure lontane di Nettuno, il cuore è bruno e neri sono gli occhi, chiusi e confusi nelle notti infinite".

-Perché non mi raggiungi laddove perdiamo ogni volta il biglietto senza prima sapere se il viaggio era il primo del giorno o l'ultimo della sera? Ho sbagliato fermata e il rosso si è spento…tutto intorno nessuno mi ha indicato un pertugio, nessuno ha scavato nel pavimento dell'illusione. Tutto è accaduto nel silenzio assoluto...e nessun ranocchio ho incontrato sotto la siepe del bosso-.

"E il principe del paradosso, il colosso smargiasso che hai conosciuto, che fiore ti ha mostrato? O era un frutto tropicale? Cos’è il giglio se non lo scandaglio dell'anima vuota? Siamo essiccati alle pareti delle arterie che portano sangue al cuore, nell'altra faccia dell'amore, scura e invisibile come quella della luna. Ti prego fai entrare la luce, apri le finestre all'ultimo sole del giorno".

-Non c’era un principe e nemmeno un principio, cercavo solo una favola che lenisse il dolore, cui credere a più non posso-.

"La favola della primavera perenne? Lo so, non esiste, sarà bella da raccontare ogni notte prima di andare a dormire nel tuo sogno da fata maldestra, ma è falsa.Ma tu se vuoi puoi tenermi per mano mentre cerco di aprire le imposte polverose del primo piano così puoi vedere il mio doppio e la metà dei miei inganni"

-Ho bisogno di credere allo stesso tramonto, coltivare ancora fiori d'amore ..di quel vento maldestro che occupa spesso il deserto ..se hai voglia invoca per me quella danza…la quadriglia intrecciata di mani ...perché senza sovrani, saremo io e te fuoco e regina .. tu mago e se vuoi, io fatina-.

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Profilo Autore: mybackpages*   Sostenitore del Club Poetico dal 29-08-2016

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L'anima solitaria si ripiegò su se stessa e ricordando d'esser morta,

immaginò la vita d'un tempo, quando lucenti spade erano onore e gloria.

Ricordò preghiere innalzate al cuore del sole nascente.




La preghiera:




<<Grande fiume che sfoci

nel giardino delle delizie,

portami un fior di loto

che io lo doni al monte dei saggi.

Portami un fuscello di pioggia,

che io la doni al signore delle tempeste.

Portami onore e gloria,

che io possa domani

avere pace nel giardino dove danzano le anime.

Portami una corazza che mi protegga in battaglia,

portami una katana lucente che rifletta lo spirito

del regno dell'infinito>>.




Venne poi il tempo in cui l'acciaio dormì e la vita non concesse più ali.

La tristezza di se stessi pervase lo spirito ed esso vagò per valli e fiumi...




Il tempo del disonore:




Sorgeva sempre il sole nella valle delle libellule nere.

Soffi di venti del grande nord sollevavano piccoli arbusti

mentre le foreste del Kijimoto si piegavano ai fiocchi di neve.

Il mio animo volava nel cielo delle favole alla ricerca del perduto orizzonte.

Come un'aquila persa nell'azzurro sfioravo le cime dei monti,

sperando di trovare la filosofia dell'acciaio splendente.

Vedevo sotto di me le ingiustizie del mondo, il disonore dell'uomo avido,

i delitti dell'uomo stolto.

Vedevo un tempo di lotte e di guerre e soffrivo insieme alla mia Katana.

Oramai cieca e privata del suo onore.

Un tempo serva del sacro imperatore e guardiana della sua vita.




Il tempo del dubbio:




<< Cosa sarà domani quando la luce si leverà sull'impero del sole che sorge, senza esserene più scudo.

Onore e morte troverò, non ti abbandonerò mai se non lo vorrà il tuo sovrano.

Io sono il tuo respiro divino, colui che vede nella notte, l'ultimo e il primo che cadrà quando si leveranno le grida dell'acciaio.

Io sono l'ultimo che aprirà le porte dei giardini zen.

Entrerò a Kyoto con te, porgendoti all'unico Dio vivente in terra che può accoglierti>>




La certezza della fine:




Non era più il tempo della vigoria e le mie ali stanche del lungo viaggio,

attraverso le empietà della terra avevano perso vigore e volontà.

Il mio cuore non batteva più e il freddo chiudeva i miei respiri.

Volavo attraverso il verde riflesso del fiume Kamo, cantando la mia fine, seguendo la danza delle libellule nere, che mi precedevano nel mio viaggio.

L'inverno era giunto e io oramai senza più forze, precipitai nel centro dell'universo,

dove mille lanterne attendevano il mio arrivo.

Nel candido bianco velo le vedevo avvicinarsi ai miei occhi sempre più, fino a quando le sfiorai con le mani. Allora divenni anch'io splendente luce eterna.




L'ultimo sussulto d'onore:




<< Oh mia Katana dormi sotto il gelo degli impuri, dormi sotto i fiori dell'inconsistente essenza della vita.

Dormi fino a quando il tuo imperatore lo vorrà.

Io ti impugnerò ancora, saremo insieme acciaio e poesia fino alla fine dei tempi.

Fino a quando i mandorli fioriranno ancora e le lacrime di rugiada bagneranno il mio cuore

donando nuove ali, nel domani che sarà >>




Infine lo spirito stanco d'essere se stesso trovò la forza di capirsi e di accettarsi per quello che era.




La pace:




<<Oh Signore della terra che doni pace alle foreste celesti,

accogli il mio spirito quando sarà il momento.

Fa' che le verdi praterie veglino su di me,

lascia che fiori e ghirlande coprano il sentiero della mia anima.

Lascia che il canto del sole che sorge riscaldi il mio cuore,

lascia che vengano a me i venti del nord, che spirano maestosi in inverno.

Lascia che io corra fra i loti in fiore senza più armatura,

lascia che il mio destino si compia senza più battaglie.

Ascolta la mia preghiera oh Signore infinito,

che doni al crepuscolo sul monte Twanzeng la luce della verità.

Ascolta le gocce d'azzurro che si trasformano in pioggia irrigando i campi della fertilità.

Lascia che i rivoli dell'amore portino la tua calma dove il male ristagna.

Lascia che il fiume della tranquillità scorra maestoso, verso il lago dove muoiono le paure dell'uomo.

Lascia che le tempeste spargano le mie polveri per gli aridi deserti del Quanzen,

trasportando le parole dell'universo dove nessuno ascolta.

Fa'che poesie dolci siano scritte sulle pietre del sacro tempio della verità perduta.

Fa' che tutto quello che io sono stato non si perda come goccia d'acqua nell'uragano.

Non permettere che tutta la mia conoscenza si smarrisca per sempre nell'oblio del mondo sommerso.

Lascia che chi attraverserà dopo di me il sentiero delle foreste incantate,

comprenda il mio immenso amore per la vita creata,

che ciò che io ho scritto rimanga negli occhi delle ninfee,

che la musica del mare dell'eterna quiete accompagni

colui che non ha animo per perdonare,

colui che vive nell'odio>>




L'ultimo Samurai:




<<Oh Signore che questa notte ascolti nel silenzio della valle delle libellule nere,

prendi le mie mani e conducimi nel regno dei giusti.

Domani sarà l'ultima battaglia per me, non permettere che il sangue cancelli gli uomini.

Lascia aperte le porte degli universi nascosti,

così che io li attraversi con il mio cavallo

per dormire finalmente nella infinita luce eterna>>.

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 12-10-2016

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