Rosanna era brutta davvero.

La faccia da cavallo, i capelli crespi e scuri pettinati

all’indietro, le gambe storte.

Raramente usciva con noi

perché aveva lezioni di violino e di canto.

 

Lo saltavo meglio io il muretto della scuola,

bionda e agile come un grillo

atterravo sulla ghiaia con un volteggio.

Lei non imparò mai.

Tutti i trucchi dei maschi, come quello del salto,

me li aveva insegnati il mio amico: Renato.

Tante volte lui aveva provato a baciarmi 

non c’era mai riuscito; passavo i pomeriggi d’estate

ad aspettarlo sullo scalino della bottega di mia madre, 

quando arrivava si partiva con le fionde in pietraia.

Lo amavo.

 

Un giorno, per scherzo, gli chiesi:

 - Ma dimmi un po’ chi vorresti come fidanzata? Me o Rosanna? -

 

Fui perfida lo ammetto perché Rosanna era brutta, l’ho già detto,

e quella volta ci aveva seguito in campagna ed era caduta in un fosso: pessima figura!

L’avevamo presa anche in giro.

 

- Si dai, diccelo diccelo! -fece lei all’istante

 e rideva e batteva le mani, divertita.

-Che coraggio! - pensai.

- Ve lo dico domani - rispose Renato cogliendomi di sorpresa,

poi m’afferrò per un braccio e mi dette un bacio

sull’angolo della bocca.

L’indomani l’aspettai fino a sera ma, inutile dirlo, lui non venne…

 

 

 

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Profilo Autore: Tea  

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Mi rivedo piccoletto seduto accanto al camino con il mio tavolino di legno pieno di scarabocchi intento a colorare le navi da guerra sui quadernetti che si vendevano allora... sono rimasto ancora lì e coloro quello che posso finché la mamma non mi chiama per la merenda. Un bel cesto di pesche settembrine dolcissime e il mio cane che aspetta il suo bocconcino. Fuori il rumore dei furgoni che in fila attendono d'entrare nella cantina per scaricare l'uva. L'odore del mosto sale e penetra l'anima. Un refolo leggero di brezza arriva dal mare e la vita appare lunga e infinita nel suo divenire.
Poi tutto svanisce e rimane il ricordo indelebile d'un tempo in cui l'amore era vero e l'ultimo cicaleccio del giorno dipingeva striature d'arancio nel mio cuore.

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Una volta, dopo l’amore, mi disse che le ragazze brune

gli facevano ribrezzo.

“Brrrr” diceva arricciando con le dita il folto pelo biondo del suo pube

e rabbrividiva con disgusto.

Diceva pure che non se lo sapeva spiegare

neanche lui il perché. Era come la paura

dei ragni o dei topi.

 

Beh, i miei peli non erano poi così tanto chiari

 ma era estate e tutto quello che spuntava lo radevo a zero.

I capelli invece li schiarivo da tempo con l’acqua

ossigenata.

 A volte basta poco a rovinare una storia.

Quel discorso fu come “ora conto fino a tre e tu ti sveglierai”

 

Si, forse è voler vedere il pelo nell’uovo (tanto per

rimanere in tema) ma non me ne pento per niente.

Qualche giorno dopo comprai l’henné nero 

e uscii definitivamente dalla sua vita.   

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Profilo Autore: Tea  

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Immerso nei miei pensieri camminavo lungo le vie di Shiraz.
Il corpo conosceva la propria dimensione, l'anima no.
I sogni erano quello che rimaneva all'uomo ed egli altro non faceva che sognare.
Le notti erano mille e i racconti illuminavano le porte dell'Oriente, come le visioni fanciulle della vita.
Tra un passo e una visione vecchi disegni appesi a un muro attirarono la mia attenzione.

“D'improvviso il tempo divenne ieri e rapì tutto di me nel mio Eden dei desideri”

Se del sogno ci si nutre, io ero sazio e nel mio stato etereo i sensi rassicurarono le paure dell'oblio.
Quei disegni raffiguravano il giardino incantato in cui ero nato nello spirito e cresciuto nelle sensazioni. Sentivo tornare quel bambino scomparso da tempo: curioso e pittore d'anime.
Nel mio personale Eden le aurore erano meraviglia d'incanto: colori e amori nascevano in simbiosi e le immagini si plasmavano alla vita, una personalissima vita.
Non amavo il Sole, seppur figlio suo, e i suoi raggi erano soliti sciogliere il mio cuore mettendo a nudo tutta la sua fragilità.
Il dolore che essi mi procuravano rese, col passar del tempo, flebile la mia capacità innata di vedere e prevedere le cose future. Magari avrei voluto emulare antichi aruspici e leggere nelle viscere divinazioni e premonizioni, ma non era questo il mio percorso. Dovevo accettare il mio destino senza cercare di capirlo. Anche i sogni si concedono al corpo e da esso non si staccano mai nell'impercettibile e angusto agire che governa l'umano discernere le realtà.
Restai sospeso nel dubbio d'esistere in vita e forse nemmeno in sogno.
Decisi allora d'appendere ogni lembo del capire sull'albero dei momenti bruciati nel passato, attesi un refolo di vento amico, io che ero nato in un giorno di tempesta, e lasciai trasportare corpo e anima, nell'illusione d'esistenza, su di un vecchio tappeto magico, verso Oriente. Giunsi finalmente a Shiraz senza essere mai andato via da quel luogo e compresi finalmente ciò che ero e ciò che sarebbe stato.

“Quando aurora sorge il mio Oriente nasce”

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Qualcuno sembra, qualcun altro invece a malapena appare, alcuni si intravedono, qualche sagoma in lontananza si scorge. Tutti a sparare su quel poco che rimane di un qualunque qualcuno e solo per il gusto di farlo smettere d'essere uno. Palazzi demoliti, alberi divelti, bombe su ciò che rimane. Aliti di vita spenti dall'ultimo colpo in canna. Si soffia su pistole fumanti. Braccia protese verso l'alto, ad osannare un cielo sempre più grigio. Sangue sulle mani, sui volti. Cicatrici riaperte e mai rimarginate sanguinano. Bocche metalliche pronte a sputar fuoco, intanto che in cielo orrendi mostri di fumo prendono forma. Si cominciano a contare i morti, ma poi si smette: sono troppi. Si estraggono salme da cunicoli, dalle pietre, si cerca invano di rianimare corpi inanimati. Pianti di bimbi, urla di madri, di padri: tutto piange. Anche le pietre piangono perchè vengono usate per ferire. Piangono perfino i pochi alberi rimasti e quel piccolo fiore nascosto fra le pietre: anche lui trema e piange. Gas che soffoca e paralizza e poi morte, morte: solo morte. Un bambino per la paura del rumore si copre le orecchie, ma ha le mani troppo piccole per difendersi. Qualche fervida mente di infante, immagina che sia la bocca di un drago quell'orribile creatura di ferro che sputa fuoco: fiducioso aspetta che alla fine, come nelle fiabe, vincano i buoni. Si crede, si prega, si spera. In alto gli aerei lanciano bombe, in terra uomini raccolgono morte. Non c'è sufficiente acqua per bere. Non ci si può neanche levare di dosso il fetore di urina e merda. Ci sono pozze di acqua rossa ed è lì che gli uomini si lavano: nel sangue. Ancora spari e corpi che cadono come fantocci. Dietro un grosso masso, nelle trincee, dietro alle montagne, mentre i bambini muoiono e i grandi giocano alla guerra, piccole donne e piccoli uomini piangono perchè sanno che non cresceranno mai. Madri e padri piangono perchè sanno che non vedranno mai i loro figli diventare grandi. Intanto, sotto una pioggia di bombe, impera e trionfa la morte..

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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Sferza il vento sui bastioni del castello di Acaya

un caldo surreale accompagna il silenzio,

passi incerti s' odono da lontano.

Scruta l'orizzonte in attesa dell'Ottomano periglio

l'inesistente vedetta.

Da remoti anfratti ancora guarda lontano,

forse domani sarà battaglia,

forse la notte porterà ancora il canto dei grilli.

Un tempo nel tempo assurdo,

dove non esiste consistenza

si muove l'esistenza.

“Son qui per proteggerti mia Signora,

nessuno potrà farti del male,

dall'alto veglierò per l'eternità i tuoi occhi di diamante”

Antica leggenda vuole padrona dei luoghi donna Imelda

sposa amatissima di Rodrigo de Acaya

e bellissima musa di poesie e fiabeschi racconti.

Nelle notti in cui grecale furia si scatena

s'ode ancora il canto disperato del nobil Rodrigo che nel baratro

cerca la sua amata,

rapita con l'inganno da uomini venuti dalle orientali acque,

mentre ignaro egli andava alla città d'Hydruntum,

chiamato lì da alti doveri.

Messa in allerta la guarnigione egli partì

lasciando Imelda chiusa al sicuro delle mura,

confidando nella loro possanza.

Il nemico venne con le tenebre, venne dall'adirato adriatico,

razziando e depredando...

E fu preda donna Imelda, ancor riecheggiano le sue grida

nella brulla terra, allor che forza bruta la trascinò via su nero cavallo.

Quale angoscia e tormento eterno provò don Rodrigo nel tornare in vuoto luogo.

Pazzia fu e in un giorno in cui regnavano i venti maestosi

dal bastione volò giù, non potendo più vivere senza la sua amatissima sposa.

“Si dice che da allora, quando i venti si scatenano

sulle mura del castello, una nera figura compare su di esse e

con un cannocchiale nelle mani guarda lontano cercando

la sua bella Imelda, piangendo disperato”

Audio con voce narrante

&feature=youtu.be
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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UNA FAVOLETTA PER DANILO:
L'angioletto che correva.
Un tempo....che qui nevicava, era ancora freddo e ci riscaldavamo con poca legna nel caminetto, le casette erano in pietra e i tetti spioventi in legno; che riuscivamo però a goderci il riverbero dei raggi del sole sulla neve e nel fango quando la neve iniziava a sciogliersi; e noi giocavamo quasi scalzi scivolando sul ghiaccio o attaccati dietro alle carrozze che passavano....Ah ecco: già mi sto dilungando; dicevo: un tempo...che qui nevicava sui tetti in legno, in Paradiso erano tre angioletti: Din, Don e Dan. Din, che aveva degli occhi verde petrolio ed era sempre in ritardo; Don, grassottello, che danzava indossando sempre delle cuffie per ascoltare la musica, ed aveva sempre le tasche piene di briciole di dolci, che tanto gli piacevano; e Dan che....che....che aveva delle belle mani oltre tutto ma...ora ve lo racconto. Gesù inviò Din, qui sulla terra e nel deserto, e quando lo chiamò gli disse: "Din, ti invio in quella parte della terra dove non piove mai". "Io?" esclamò con un po' di ritardo Din, che era sempre un po' in ritardo, da come incredulo che era, "e che cavolo ci vado a fare in quella parte della terra dove non piove mai?", Gesù gli rispose: "ecco...intanto potresti piantarci i cavoli; potresti innaffiare e piantare grandi alberi e far crescere l'erba verde verde, come i tuoi occhi". A quelle parole Din, da spavaldo che poteva sembrare, divenne, sempre trascorso qualche istante, rosso rosso nel viso, ed abbassò gli occhi con un sorriso: ma non subito. Poi Gesù seguitò: "tu semina ed innaffia, semina ed innaffia, fino a quando quella parte che è solo sabbia, diventi verde e piena di alberi maestosi. "Agli ordini Gesù: io sono Din, e mica dico si o no, ma ni; però vado lo stesso". Così Din, poco convinto che era, volò giù, qui sulla terra: prima in questa parte del mondo dove nevicava: infatti io lo ricordo bene quando arrivò, e poi, con un po' di ritardo....anzi, con un bel po' di ritardo, che io ci ho giocato insieme a lungo sai, si recò in quella parte di mondo piena di sabbia sottile dove il sole batte forte e la notte fa freddo, portando con se tre semi: uno per l'erba, uno per gli alberi, ed uno per i cavoli."Don!", chiamò ad alta voce Gesù; ma Don, pur sentendo la voce di Gesù molto soffusa per le cuffie che aveva, non poteva rispondere, che aveva la bocca piena di crostatine alle mandorle, e le tasche piene di biscotti come i nostri ringo che sono di qui alla crema e di qua al cacao; e poi era preso da quel ritmo di danza che non voleva interrompere; e danzava e mangiava. Don, aveva la facoltà di far apparire i dolci nelle proprie tasche, con il solo infilar le mani nelle stesse; e, devo dire, ne approfittava non poco: intendo dire che, invece di comprarli agli alimentari, che pure lì in Paradiso facevano buoni prezzi, anzi: quasi li regalavano, ecco: infilava le mani nelle tasche: et voilà: ecco una crostatina alla marmellata di lamponi, ecco una lecca lecca che, nel volerla mettere tutta intera in bocca, da quanto era goloso, appariva come una indigena Mursi, che si fa bella infilandosi fra le labbra quegli anelli sempre più larghi sin da bambina. "Don!", seguitava a chiamare Gesù. "Don!"; ma Don nulla. Alla quarta o quinta volta, Don, avendo oramai mandato giù una fetta di torta alle fragole, ed essendo in quel momento ternimato un brano musicale, finalmente rispose: "eccomi". E si avvicinò a Gesù danzando, preso dal ritmo del brano successivo. Ma Gesù, non potendo sentire la musica che solo Don portava le cuffiette, lo prese un po' per toccato. "Don, a te ti mando a lavorare in una pasticceria però...." e lì Gesù, con una leggera e benevola provocazione si interruppe nel suo dire; Don infatti trattenne un attimo il fiato, ma subito Gesù, che poi così cattivo non è mai stato lo sappiamo, terminò la frase aggiungendo: "però con le caratteristiche di uomo, così che ogni volta che mangi qualcosa di dolce, ingrassi, e dovrai stare attento nel mangiar bene, ed inoltre...tutto ciò che di dolce mangi, lo dovrai pagare come i comuni mortali". "Oh Gesù!" esclamò Don. Poi aggiunse: "ma io sono Don e dico si e no non". Così Don volò giù, qui sulla terra, ed iniziò il suo primo lavoro in questa pasticceria qui all'angolo; ah si certo; sono altri tempi adesso: mica c'era una pasticceria qui che faceva angolo; in verità non c'era neanche l'angolo. Infatti Don, attese in quel campo dove ora sorge la scuola, per decenni e decenni, ascoltando musica e danzando, prima che la Pasticceria potesse essere costruita. Resta Dan...a no: un momento! Qui sulla terra, un angelo si doveva trovare un nome comune, un nome come i nostri: Paolo, Massimo, Fabio, così Din, decise di presentarsi, almeno io con questo nome lo conobbi, con il nome di Bernardino; si, vero: un nome quasi normale; ricordo che mi disse: "Piacere Bernardino...." ma non allungò la mano: che su in Paradiso non si usava fare; mi guardò negli occhi con quei suoi occhi verde petrolio che mi incantarono e poi aggiunse: "per gli amici Dino". Solo che quando poi noi altri lo si chiamava da lontano, la "o" di Dino, non giungeva mai; così lo si finì per chiamare Din. A Din, piaceva tanto giocare con noi, e a noi con lui, che poi, solo poi, raggiunse quella parte del mondo dove non pioveva mai; e si, in ritardo. Credo che alcune volte, Din approfittasse di essere un angioletto, che mi sembra, ma non posso esserne certo, quando tiravo in porta, lui spostava leggermente i pali per non farmi segnare; si, di poco, ma di quel poco che il pallone faceva palo. Don invece, si presentò allo Chef pasticciere con il nome di Donato e, nel mentre lavorava doveva anche togliersi le cuffie per sentire ciò che gli ordinava lo chef, e poi doveva anche rispondere subito. "Accidenti che vita!", lo sentii borbottare una Domenica che entrai per acquistare dodici bignè. e Dan...eccoci a Dan. Dan aveva un viso vispo e due occhi dolci. Era frastornato qui sulla terra quando arrivò, tanto era strana la vita qui per lui, però aveva un carattere così delicato e sensibile, che tutti, e quando dico tutti dico tutti, tutti gli volevano star accanto. Si, come se Dan, che poi qui sulla terra si scelse il nome di Danilo, come se Dan dicevo, si fosse portato appresso una luce dorata che aveva lì su, in Paradiso e poi, sappiamo che noi, qui sulla terra, ci ricordiamo qualcosa di quando eravamo lassù, e così, nell'avvicinarsi a Dan, ecco che si risvegliava nella memoria di colui che gli era accanto, quella luce che gli apparteneva lassù; e la vicinanza a Dan era un po' come...come quando un raggio di sole tiepido anzi caldo, in una giornata ancora invernale, ti fa ricordare forse una splendida giornata estiva trascorsa al mare e ti fa tornar la voglia di tornare al mare la prossima estate. Ecco, così era Dan per gli altri; e tutti, e quando dico tutti dico tutti, anche senza accorgersene, nelle loro giornate stressanti e frenetiche, si avvicinavano appositamente a Dan, perchè in loro si risvegliava quel Paradiso dal quale proveniamo. Dan, su, lì dove era prima, correva. Correva. Si: correva. Passava per forza di cose accanto agli altri, agli altri angioletti o accanto ai Santi, o accanto a Gesù, correndo; e mica nessuno aveva il tempo di godere della sua presenza, anche se, devo dire, molti altri angioletti o chi per loro avrebbero voluto; e avrebbero voluto scambiar due parole con Dan. E certo su, lì, mica ci si stancava; volendo neanche si aveva necessità di dormire; si poteva correre e correre e solo sentire il vento sul viso ed il sole che riscalda. Poi Dan avrebbe recuperato qui, sulla terra da noi, tutto il sonno che si negava per la corsa; si, perchè appena giunto qui da noi, Dan scelse una grande città per vivere anzi: fu Gesù che gli assegnò questa città; gli disse: "Dan, qui, in Paradiso, tu passi accanto ai Santi e agli altri angioletti sempre di corsa, e corri e corri. Ora ti mando in un posto dove la corsa è diversa: tutti sono frenetici, tutti corrono, ed hanno necessità di godere del ricordo che tu porti loro; così passi accanto agli altri, ma la corsa...non sarà come qui: saranno gli altri a correre". Così ora Dan, di tanto in tanto si riposa su un divano celeste come il cielo, anche se, ad essere siceri è un divano oramai vecchio ed impolverato, ma il giorno, passando accanto agli altri, lascia quell'alone di serenità che qui ci siamo dimenticati esistere. Ah se lo vedeste! Dan ad esempio, attende da solo ad una fermata dell'autobus e, se sul lato opposto della strada c'è un nugolo di persone che attende un autobus in verso opposto ecco: tutti si precipitano dall'altra parte della strada e, pur di star accanto a Dan, prendono l'autobus in verso opposto a quello che dovrebbero; così, devo dire, in questa città è arrivata una baraonda di eventi: impiegati che dovrebbero lavorare in uffici sulla Salaria, che arrivano invece verso il centro; taxi che voltano improvvisamente dalla direzione presa, clienti consenzienti, e si mettono a seguire l'autobus di Dan; scie di viaggiatori nella metro, sulle scale mobili che, dallo scendere di corsa, risalgono per inseguirlo; gente che viene scavalcata, urla di giubilo come quando i Beatles suonarono allo Shea Stadium di New York il 15 Agosto del 1965; solo che i Beatles erano quattro e Dan è solo. Come si spiega tutto ciò? Una volta Dan mi disse che a lui....mancava tanto la casa, e gli vidi quel suo sguardo dolce e malinconico. Io ho una bella casa, però so anche cos'è l'empatia, anzi, la vivo, e quindi mi sono lasciato penetrare da quello sguardo così dolce da angioletto che era in Paradiso che.....che abbassai lo sguardo, proprio come Din aveva fatto secoli prima nel ricevere quel complimento da Gesù: allo stesso modo: con un po' di ritado, tanto mi piacevano quegli occhi, e fermai lo sguardo sulle sue mani per godere anche di quella bellezza. Però io non arrossii e solo immaginai una casa piena di angioletti, di Santi, e Dan lì, che corre. Ah si, mi dico, ma forse il più fortunato sono io che, di tanto in tanto lo vedo riposare come un angioletto, si, come era in Paradiso, in un letto. Così anche io, in quel momento: vivo l'attimo.
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Profilo Autore: tony lavinara  

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e nell'ombra mi mossi, per non farmi sentire

il vento tra le fronde irte degli alberi emetteva lugubri suoni atavici

e vibravo col cuore in gola, mentre un macabro gufo si beffeggiava cinico del mio stato......

eeeee.....

 

BAM!!!   BADABAM BAM BAMMMMM!!!

 

una roccia distaccatasi poco più sopra per poco non mi sotterrò vivo

o quasi dato lo squallore nel quale mi trovavo......

fanghiglia e umidità facevano di me uno scabro e barcollante uomo da nulla o poco più

IO che in città credevo di essere un dio, acclamato e riconosciuto

dal più comune dei passanti, IO che dirigevo uomini a mio comando e piacimento

non ero altro che merce di quelle immonde sanguisughe che bramavano il mio sangue........

compresi che c'era da comprendere qualcosa d'incomprensibile

per uno radicato alla materia e al lusso come lo ero io.....

nel mentre trovai un riparo naturale in una grande quercia incavata da un fulmine

il fuoco oramai spento aveva definito grossolanamente i bordi aridi dell'albero

quasi a formare un grazioso pertugio.....

mi ci infilai a carponi, strisciando mi rovinai i vestiti firmati che indossavo

le scarpe che pagai una fortuna si ruppero subito, incrementando il mio disagio.....

stramaledii quello stilista all'infinito per aver fornito solo una parvenza di quel qualcosa

che mi logorava e straziava i piedi.....

cominciò a piovere.....

oramai inerme e in completa balia degli elementi

a parer mio fortemente adirati dalla mia presenza quasi nociva......

febbricitante riuscii a riflettere in uno stato evidentemente scomodo di dormiveglia

pensai a quello che fin ora all'alba dei miei cinquant'anni

avevo fatto di realmente importante e umano e mi resi drasticamente conto

di essere più vuoto del nulla stesso......

non so come feci date le circostanze, ma presi sonno e mi addormentai........

 

E LI' COMINCIO' TUTTO!!!!!

 

" SVEGLIA!!!!! lurido essere immondo, quante volte te lo devo dire

di non dormire davanti al mio ristorante eh!!!?

i clienti cambiano strada per colpa del tuo olezzo nauseabondo VIA!!! VIA!!! "

 

               " mi scusi davvero tanto ma è l'unico posto ove posso trovare un pò di conforto

                grazie agli spifferi caldi che fuoriescono dalle cucine......

                è inverno pieno e muoio di freddo."

 

 "E ALLORA MUORI!!!! stramaledetto barbone reietto della società

qua noi a pagare tasse su tasse e tu osi scroccare caldo e avanzi dal mio locale!!!

almeno se muori fai un favore alla società intera, se non produci non vali nulla!

PROPRIO NULLA!!! "

             

               " ma ma ........

                io sono storpio

                ho 75 anni suonati.....

                e poi io mangio solo gli scarti che fate e buttate via ogni giorno

                e in abbondanza per giunta."

 

"SENTI BLATTA UMANA se non ti allontani subito chiamo la polizia

e ti faccio sbattere dentro e riempire di botte!!!"

 

              "ok ok..... me ne vado subito.......

              mannaggia .... vado....vado....

 

              GNIK    GNIK    GNIK !!!!

 

              eh eh eh   vecchio carrellino mio, tu cigoli quasi come me eh?

              vedrai che un giorno ti riparerò....

              (o forse me ne regaleranno uno nuovo)  pensò il vecchio storpio......."

 

quando un grosso tir che trasportava cibo finto da consegnare al supermercato poco più avanti

sbando!!!

il guidatore era stanco marcio per gli orari insostenibili assegnatogli dall'azienda

e per colpa di un colpo di sonno.......

 

AAARRHAKRARAPAPOMMM!!!!!

 

si ribaltò! facendo poltiglia del povero vecchio e del suo carrellino.

 

eeeeeeeee.......

 

O MIO DIO!!!! CHE SUCCEDE!!!

mamma mia che incubo orrendo UFF!! UFF!! COFF!! UFF!!

o povero vecchio........

povero vecchio!!!

 

di colpo ripresi coscienza ora mai riemerso dalla abominevole e agghiacciante

avventura onirica appena passata, ritrovatomi in uno stato pietoso dentro e fuori

con i primi barlumi di luce che si intravedevano dal mio tugurio umido e marcio

che tuttavia mi protesse discretamente bene date le circostanze.......

strisciai nuovamente fuori dall'improvvisato riparo

e con i primi bagliori di un timido sole invernale, riuscii per miracolo

a trovare un sentiero battuto.......

rincuorato nell'animo iniziai a camminare a ritmo più spedito

devastato al massimo, con le vesciche ai piedi tanto da sentirli urlare pietà!!!

lungo il sentiero ebbi realmente la possibilità di riflettere su tutto.......

il suono.....

parlo proprio di quel suono....

lo stridio di quel vecchio carrellino, riecheggiava nelle mie cervella perpetuo

senza mollarmi mai.......

dopo un ora circa di cammino costante comparve finalmente una strada asfaltata

e un rumore di un grosso motore stanco si faceva sempre più vicino.....

quando ecco comparire un grosso camion, mi gettai in mezzo alla strada

come un condor famelico si getta su una carcassa putrida

per poco l'autista non mi investii......

mi caricò sopra senza indugi nonostante il mio aspetto palesemente fatiscente

cominciammo a parlare e io gli raccontai della mia sventura.......

la gomma della mia cabrio esplosa

il guard rail

l'esplosione

e la buia e macabra notte appena trascorsa.....

nel mentre, lasciando alle spalle la zona boschiva

la civiltà cominciava a predominare sulla natura.....

aumentavano le case, le auto, le persone

il ritmo snervante e logorante di una metropoli che si svegliava

dando inizio al solito ciclo che tanto conoscevo e fino al giorno prima

riconoscevo come mio abitat naturale......

non so come ne perché qualcosa era cambiato

sembrerà una cosa da pazzi lo ammetto.....

eppure qualcosa non quadrava, o meglio, cominciava a quadrare.......

nel risentire tutti quei rumori di motori, clacson, gente che insulta a caso altra gente

rumore di tram su ferro arrugginito e logorato dalla routine quotidiana.....

pedoni che si accalcano per salire su un bus con scarichi neri

come il catrame sul quale viaggiava.....

INSOMMA....

improvvisamente realizzai quello che ritenevo incomprensibile...... ma non solo...

lo ponderai e vissi sulla mia pelle!!!!

intanto il mio oramai amico salvatore cominciava a perdere colpi

e notai che le palpebre gli si fecero pesanti......

 

        " di buona logica quando uno è stanco dovrebbe fermarsi a riposare"

 

ma lui disse che se avesse tardato a fare la consegna una percentuale in denaro

gli sarebbe stata detratta dalla paga e continuò ancor più motivato la sua rotta.....

quando a un certo punto una curva improvvisa si avvicinava sempre più......

lui mezzo addormentato, il mio cuore a mille, la situazione all'improvviso

si prognosticava catastrofica

a quel punto tirai bruscamente il freno a mano come guidato da qualcosa di molto più grande......

una sgommata incredibile!!!!

 

YAAARRRASHOOOOOOM!!!!!!

 

per miracolo non ci ribaltammo!!

l'autista si riprese in un baleno

io che in due secondi vidi le mie 1000 vite passate e altre 1000 di quelle future

scorrere come un fiume in piena davanti ai miei occhi......

notai subito fuori dal finestrino una persona a terra che per poco non smaciullavamo

scesi di colpo

" e che dio mi fulmini nel qui e ora!!!! "

quella persona..........

 

era quel vecchio!!!!

per un istante o anche meno mi si gelò il sangue i miei occhi cominciarono a lacrimare

come mai nella vita, la pelle mi si alzò tanto che certamente

per i poveri e traumatizzati occhi del vecchio non deve essere stato rincuorante.....

mi gettai ai suoi piedi mentre cercava di rialzarsi

piangendo come un bambino che per la prima volta respira l'aria del mondo

appena fuori dal grembo materno.....

intanto il tir riprese la sua marcia e piano piano scomparve dietro

quella stramaledetta curva......

 

passataci la sincope simultanea a me e al povero vecchio storpio

lo aiutai a rialzarsi, rimisi i pochi cenci che aveva dentro il carrellino

rimisi tutti i miei pensieri e emozioni dentro il mio cervello

e lo invitai a sedere su una panchina adiacente alla strada

e per qualche minuto lo fissai negli occhi, come non avevo mai fissato nessuno

" non mi spiego come mai"  

ma decisi di non raccontargli nulla del mio evidente sogno premonitore

e lui osservando il mio stato pietoso e devastato dalla notte trascorsa

tirò fuori un vecchio ma inspiegabilmente pulito e profumato pigiama celeste

e me lo offri con il massimo dell'umiltà e carità mai percepito in vita mia

io accettai annichilito e senza parole da dire

"ma amici miei"  dentro avevo un mondo di cose da dire, anzi due mondi!!!!

mi tolsi i miei vestiti firmati che oramai erano poco più che stracci da pavimento

e li gettai senza rimpianti.

 

"come avrete sicuramente intuito io sono un benestante"

e dopo tutto l'accaduto una delle mie carte di credito rimase in una delle tasche

dei miei pantaloni e la recuperai......

cominciammo a camminare in compagnia degli stritoli incessanti

di quel vecchio e logoro trabiccolo che si trascinava oramai da anni.......

io senza parole seguii i passi incerti ma saggi del vecchio

come un bimbo segue passo passo suo nonno.....

dopo qualche minuto incrociammo una banca e di colpo mi accesi!

quasi dimenticando le lezioni appena vissute parlai al vecchio con superbia e arroganza

della mia posizione sociale, del mio lavoro e gli dissi che per lui era finito il tempo di vivere così

che gli avrei cambiato la vita offrendogli una casa, una badante, una macchina e quant'altro.....

 

il vecchio storpio si fermò un attimo, ma per un attimo dico un attimo

giusto il tempo di visualizzare la mia offerta e concretizzarla mentalmente.....

poi mi fisso dritto negli occhi e mi disse.......

 

" RAGAZZO ciò che tu mi offri non è ciò che realmente mi occorre

è si vero che mi cambierebbe la vita, ma sei sicuro che sia in meglio?

non vi è maggior libertà che quella di vivere giorno per giorno

apprezzando a pieno quello che si ha umilmente guadagnato......

se vuoi davvero migliorare il mio percorso................

a me occorre solo, un nuovo carrellino."

                                                                 

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Profilo Autore: luposolitario  

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Faccio correre veloci le mie dita su tasti di ebano e di avorio.

Accordi armonici maggiori inframezzati da una percettibile dissonanza, da quel toccante Mi bemolle, leggermente calante, la blue note, a cercare tra le pieghe di uno spartito che sa di jazz quella cosa che taluni si ostinano a chiamare anima.

Chissà se esiste davvero.

Certo, mi dico, se esistesse dovrebbe essere la somma delle esperienze vissute, della sensibilità, dei sogni, delle aspettative future, e non può, non deve, evocare tristezza. La ricerca della felicità è nel nostro DNA. Il percorso sarà pure tortuoso e frastagliato, periglioso e ricco di insidie, ma le infinite risorse del nostro essere umani ci consentono di pescare un sorriso anche nel buio più profondo.

Pare un controsenso, ma anche la musica triste mi dà gioia; è davvero un linguaggio universale che mi interconnette al mondo intero.

Guardo fuori, e vedo che è già notte.

Ma è una notte strana, una notte blue; e mi chiedo se anche tu vedi questo stesso cielo, là dove vivi, tra pioggia e verde, tra scogliere e isole, cornamuse e violini, Guinness e black and tan. Eppure mi piace immaginarti davanti ad una cioccolata calda, con tanta panna, e gli occhi fissi a quel cielo, che è così bello quando è bello, con la mia musica come sottofondo.

Forse l’anima è racchiusa nella dissonanza di una nota blue.
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Profilo Autore: Andrea Guidi  

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S'aprirono cadenti luminose foglie di pensieri,
sul viale che conduceva al bosco dei desideri perduti.
Una serie di piccole statue di marmo sorvegliava il sentiero.
Accarezzavo a ogni passo la luce che si insinuava tra gli arbusti
colpendo i miei occhi, che da molto tempo d'essa erano privi.
Proseguivo nel buio della mia anima, l'istinto mi portava lontano.
Non avevo bisogno di visioni per comprendere, a stento comprendevo i perché generati dai dubbi.
Nel dubbio vivevo ascoltando le melodie provenienti dai rami penduli e dalle cime di vecchi e storpi alberi.
I suoi capelli si allungavano verso di me, lasciandomi profumi mai sopiti nel mio immaginario, spento dagli echi delle ragnatele del tempo.
Alcuni sassolini procedevano a balzelloni accanto, mentre i piedi scalciavano quel che restava della vita. Ogni tanto salivano scricchiolii dai rametti che si spezzavano al mio passare. Quei rumori tenevano sveglio il cuore, impedendogli di addormentarsi.
Eppure era quello che avrei voluto fare. Sì, addormentarmi in quell'eden misterioso che rappresentava il mio mondo; avrei voluto abbracciare i muschiosi umori dei funghi che spuntavano ribelli dal sottobosco. Sentivo ancora il profumo di castagne e l'aria umida del mattino che penetrava nel corpo rilasciando nuvole di vaporosa voluttà.
La strada saliva e il fiato riportava alla mente la non più giovane età, ma io sentivo di dover andare avanti, non potevo abbandonare quell'estasi di tristezza.
Tristemente dolce m'appariva il giorno nel suo intercedere con i capricci della notte. Chissà forse ero notte anch'io. Una notte senza fine che dal mare mi aveva trasportato in vette di cui non conoscevo ragioni.
La pazzia dell'essere cosciente donava un senso d'ebrezza che l'altitudine contribuiva ad aumentare.
Al di là dei segnati passi s'apriva al guardare una valle di fiori e betulle, di frutti e bacche, d'uva e di mosto, di miele e di passione.
Mi chiedevo se mai avessi potuto capire, nel far ciò cercavo le mie mani.
Non vedevo, non potevo vedere dove esse fossero, percepivo però il loro calore come se non fossero le mie. Il freddo aveva congelato i burattini che dormivano in me ed essi avevano spezzato i fili che li legavano. Ora li vedevo corre giù per i monti, vivi più che mai, morti come non mai, inermi e pulsanti al tempo stesso. Mie creature, distanti, vecchie, sgualcite, intimorite e infine dimenticate nei dirupi degli errori. Forse avrei voluto fermare quella corsa lenta, forse avrei voluto
parlare alle tue paure. Come mai avrei potuto discorrere non conoscendo i verbi che forgiavano le verità, come avrei potuto ancora chiamarti per nome. Sì, nome, era questa la parola che mi inseguiva, che non permetteva all'essere di pulsare.
Dove erano le ore, la mia clessidra non funzionava; la sabbia era consunta dalle sconfitte.
Il tramonto voltava la luce sul bosco dei desideri, le mie paure s'addolcivano insieme ai toni del cielo. Sarebbe scesa quella notte cercata sopra il carro del mio destino. Cosa importava oramai, tutto era fiaba, io ero fiaba. Quella fiaba letta al caldo d'un atavico e ancestrale fuoco.
Fuoco spento d' arsure roventi, fuoco che accendeva il riflesso del mormorio del finire, fuoco che ancora una volta si specchiava nei tuoi occhi accecando per sempre la mia solinga volontà.
Prendimi con te notte dei tempi, in un tempo che non è il mio. In un tempo che non da tempo al telaio dell'inganno d'esser vita. Un tempo che soffia inesorabile sulla fiamma del nulla, lasciando che il nulla divenga tutto in una notte di rugiada e grilli.
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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