Ore 7,30 è ancora presto ma la città inizia già a brulicare.
L’odioso rumore del camion della spazzatura e la luce dei suoi lampeggianti irrompono nel silenzio della minuscola cucina in disordine. Lei è già alla finestra, la stalker. Inizia presto la sua missione contro l’umanità con la tazzina del caffè in mano, la camicia da notte logora e macchiata che strascica sul pavimento unto . E’ l’ora del dottor Fabrizi, esce dal portone a passo spedito e lei lo segue fin dove può. Di lui conosce le abitudini, sa che esce ogni mattina alla stessa ora, di fretta e si aggiusta la cravatta mentre cammina. Pochi istanti prima che svolti l’angolo per prendere l’auto parcheggiata e lei osserva com’è vestito; oggi ha la giacca scura ;il colletto della camicia bianca si adagia morbidamente alla pelle abbronzata. Dopo qualche istante lo vede in macchina fermo al semaforo, sul sedile del passeggero la valigetta e i soliti fogli sparsi. Non sa, il dottor Fabrizi, che il paraurti della sua macchina è ammaccato perché lei, la stalker, in un gesto di folle ira, l’ha colpito con un martello, volutamente e ripetutamente. Questo perché dopo infinti pedinamenti, un giorno tentò un approccio chiedendogli un’informazione. Fabrizi abituato all’eleganza e bellezza delle sue donne non riuscì a trattenere una smorfia di disapprovazione per l’odore nauseabondo che usciva da quella bocca , una piccola fessura screpolata malamente pennellata da un rossetto esagerato. Da allora la stalker, passando davanti al portone, sputa sul suo campanello, altre volte scrive sui cartelloni pubblicitari insulti anagrammando il suo nome e cognome. Si chiama Ernesta, è un’ombra malvagia; chi la conosce la evita. Soffre di cuore, è in lista da anni per un trapianto.
Ore 8,00 ormai la frenetica attività online è già in atto. Ernesta controlla tutti i profili WhatsApp, per verificare chi si è già connesso e da che ora. Ha una rubrica immensa di contatti costruita negli anni, per lo più all’insaputa dei diretti interessati. Controlla se qualcuno ha modificato la propria immagine del profilo, ingrandisce le foto, le scruta, le giudica e le passa nel dettaglio. Poi sui social, stesso parsimonioso controllo.
Ore 8,20 altra postazione dalla finestra del bagno , è l’ora delle mamme che portano i figli a scuola. Odia quei mocciosi che frignano e odia le loro madri che li hanno messi al mondo. Ah… se fossero figli suoi ! Quattro sberle e un calcio per metterli a tacere, l’educazione prima di tutto ! Dalla finestra fuma, fuma, guarda il balcone di sotto dove immancabilmente lancia le sue cicche. Uno sguardo arcigno ai panni stesi della signora Anna, detesta quelle vezzose mutandine che ha appeso e le lenzuola azzurre che sventolano leggiadre ,vorrebbe sputarci ma sono troppo lontane e torna alla ricerca frenetica nelle fitte maglie della rete.
Ore 11,00 esce senza una meta, mimetizzandosi tra la gente. Un’apparente vecchina, pelle smorta e rugosa, sorriso spento, capelli arruffati color paglia. Anche oggi è in cerca di una preda. Le prede sono le persone da abbindolare. Le piace impersonare il ruolo della professoressa in pensione. Sull’autobus, nei luoghi affollati della città attacca bottone qua e là spacciandosi per una bella persona dedita alla cultura e al volontariato. Dalle persone buone, succhia l’energia che le serve per vivere. Si avvicina ai giovani, agli uomini eleganti e alle belle donne che detesta e maledice …ma che le servono. Ruba l’allegria e vitalità che trasforma nella malvagità che la tiene in vita.
Ore 13,00 seduta su una panchina, circondata dai piccioni, consuma il panino che ha per pranzo. L’odio è una schiuma che monta nel suo cervello. Ha il desiderio di far del male, non può resistere, deve cercare una preda da sminuzzare con i suoi artigli. Si guarda attorno, la smorfia della cattiveria si trasforma in un urlo di dolore, si accascia con rimasugli di salsiccia e bava che colano dai denti. Sirene, ambulanza… Ernesta è già in un letto di ospedale.
Sempre ore 13,00 altra parte della città…Annalisa, 20 anni, casco slacciato viene sbalzata dal suo motorino sull’asfalto. Sirene, ambulanza, ospedale. Un medico che trastulla i lembi bianchi del camice dice a mamma e papà che per la loro piccola donna non c’è più niente da fare.
Ore 13,00 stesso ospedale, Claudia, 32 anni, tre figli, un marito amorevole che le tiene la mano e osserva quei fili e tubicini che la tengono in vita… ancora per quanto ? Per poco, lo sa, glielo hanno già detto.
Ore 15,00 tre donne, stesso ospedale, diverso destino.
Annalisa, labbra di pesca, occhi da cerbiatto, voce argentina… quella voce è spenta. C’è poco tempo, il bisturi sta già squarciando la pelle. I suoi genitori hanno acconsentito alla donazione degli organi.
Claudia, il suo nome nella lista d’attesa dei trapianti di cuore viene dopo quello di Ernesta. Sente il calore della mano del suo compagno farsi sempre più tiepido. Ha già varcato il tunnel gelido che la allontana dalla vita, trascinata da una scia inarrestabile si sente risucchiare dal buio, non ci sono appigli, non può frenarsi. …Non può succedere adesso, non è pronta! Vorrebbe gridare “ Vi amo !!! “ ma non c’è suono che esca dalle sue labbra già rigide. Il tunnel nero si chiude alle sue spalle.
Ernesta è sul letto della sala operatoria ,il corpo sembra un fantoccio inerme. Ma l’odore del sangue risveglia l’odio. Alcuni istanti di interminabile silenzio l’hanno tenuta sospesa nel limbo e poi un ticchettio nuovo. Sotto le palpebre l’istinto della carogna ride. Il destino è dalla sua parte, la sua missione nel male potrà ricominciare. Ma questo ticchettio è da addomesticare, educare alla menzogna, alla cattiveria fino a corromperlo irrimediabilmente.
E’ notte.
Attorno a due letti dell’ospedale dei familiari si stringono in un comune dolore. E’ un dolore denso come la nebbia sui campi d’inverno. La carogna, sola nel suo letto, ride. Anche questa volta sopravvive a tutto. Un’eco di lacrime le giunge come un buon augurio, sopravvivere schiacciando l’amore altrui è la sua rivincita. Tornerà, tornerà alle sue luride finestre a sputare sugli altri come solo e sempre sa fare.
Ore 2.00.
Il dottor Fabrizi rientra a casa, è stata una giornata faticosa, il trapianto è andato bene, dovrebbe essere fiero del suo lavoro, ma si sente disorientato, stranito, deluso e non sa perché, si affloscia nella poltrona e non riesce a dormire.
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Profilo Autore: neveamarzo  

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Ci sono cose che nemmeno immagini ma che succedono. Ci sono cose che vorresti che non accadessero mai, ma accadono. Ci sono cose tremende che vorresti cancellare, ma non puoi farlo. Ci sono momenti in cui hai la morte dentro e mentre il cuore ti si gonfia di lacrime...non puoi fare nulla per impedire il divenire degli eventi. È allora che ti senti piccolo e avverti quel terribile, atroce, miserabile senso di impotenza. I mostri non sono solo quelli che si vedono nei film d'orrore. I mostri più temuti sono quelle creature orrende che ti nascono dentro e ti mangiano, ti consumano, ti annientano. Questi mostri perfidi, meschini si chiamano "cancro." C'è chi riesce a combatterli e c'è chi invece non può farlo; perchè talvolta il cancro è talmente subdolo e malvagio che non hai sufficienti armi per sconfiggerlo. Così ti arrendi all'evidenza e non puoi fare altro che rassegnarti: impotente vedi la vita allontanarsi dal corpo di un tuo caro o dal tuo. Questa terribile e disumana bestia dal volto orribile si impadronisce del corpo che lo ospita e lo trasforma in un essere dalle sembianze disumane: col passare del tempo lo rende sempre più simile a se stesso. Non è un segno dello zodiaco e nè tanto meno un piccolo animaletto che somiglia tanto ad un granchio. Non si limita a pizzicarti e poi va via, lasciandoti solo un piccolo segno. Il cancro, quello temuto da molti e col quale nessuno mai vorrebbe entrare a stretto contatto è quella sanguisuga che ti toglie le energie e ti succhia la vita. In quanto modi si potrebbe definirlo! Se solo bastasse cambiargli nome per trasformarlo in qualcosa di più mite! Se definendolo brutto, cattivo, odioso, miserabile servisse a qualcosa! Se si potesse allontanarlo offendendolo o riempiendolo di sputi! Lui, la sanguisuga se ne frega di chi ha davanti! Non guarda dove mette i piedi, non dice "permesso" prima di entrare. Lui il mostro apre la porta e poi la richiude alle tue spalle sbattendola. Una volta entrato dentro di te si comporta come quello schifoso, maledetto, disgustoso e maledetto mostro che è: un lurido, repellente, nauseabondo e disgustoso cancro...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Ti osservo da un po’.
Seduto su quello sgabello al bancone del bar dell’Hotel.
Bevi svogliatamente un martini.
Passi un dito sul bicchiere e poi te lo succhi.
Guardi il liquido ondeggiante ,come a voler scrutare nel destino.
Boccia di cristallo colma di sogni infranti.
I tuoi.
Mi lecco le labbra.
Pregustandoti.
Tu.
Su quel trespolo.
Hai tutta l’aria di un uccellino.
Da far cadere tra le mie grinfie.
Mi avvicino.
Noncurante.
Ordino quello che bevi tu.
Non ti guardo.
Il mio fascino ti fa volgere il capo.
Conscia.
Ti sento.
Con gli occhi mi spogli.
So già cosa ti frulla in testa “donna sola, sembra facile da conquistare”.
Vorresti ti scaldassi il letto questa notte.
Con tutta calma bevo il mio martini.
Poi...
Ne ordino un altro.
Neanche un ciglio verso te.
Ormai sei mio.
Gorgheggi un salve.
Omiodio che scontato!
Però la preda è succulenta.
Ti lascio balbettare qualcosa di presentazione.
Commesso viaggiatore.
Senza tanti preamboli mi inviti ad unirmi a te.
Una cena.
Senza secondi fini.
Dici.
Per non lasciarmi mangiare da solo.
Mangiare...
Sì...
È quello che farò.
Sarai un dessert squisito.
Torno a leccarmi le labbra.
Mostrandoti la punta della lingua.
Tanto da farti desiderare di averla nella tua bocca.
Come la ciliegina del tuo martini, che succhi avidamente.
Non ho molto tempo.
La notte sta per finire fra una facezia e l’altra.
E io...
Ho fame.
Spavaldamente.
Inaspettatamente.
Ti invito a salire da me.
Ceneremo poi.
Magari ordinando in camera.
Dolcetto prelibato non sai cosa ti attende. La stanza è buia ma io ci vedo benissimo.
Il sangue pulsa nelle tempie.
Non resisto più.
Con un balzo sono sopra di te.
La tua gola mi sta chiamando.
Le tue urla raccapriccianti, fanno accorrere i dipendenti dell’hotel.
La porta si apre e...
Tu.
Mio canarino.
Sei lì a terra.
Esangue.
Io sono già al bar Aspetto.
Affilando i canini
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Profilo Autore: Maria Cristina Manfrè  

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Mi chiamo sasha, Sasha Gabry F.,
ho avuto un’infanzia serena e un’adolescenza così così per via del divorzio dei miei genitori.
Cresciuto un altro po’, avevo finalmente trovato l’indirizzo di studi che più si accostava ai miei interessi e mi ero messo sotto a studiare per dare più esami possibile e finire presto l’università: tutto ciò era il preludio per organizzare una vita mia.
Una notte di metà settembre ero in un locale, Les Brasseurs,  con un gruppo di amici e stavamo valutando l’opportunità di prendere un appartamento in affitto in modo da risparmiare qualche soldo: quando si sta bene, si sa, il tempo scorre veloce ed era passata l’una, quando uno di questi amici, che reputavo tra i migliori, mi chiese di accompagnarlo a casa, con il motorino.
Inizialmente non volevo, perché per me la serata non era ancora finita e gli altri amici mi chiedevano di restare, ma Nils era talmente insistente che indossai giubbotto e casco e montai sul cinquantino per portarlo a destinazione.
La strada da percorrere non era neanche troppa e si procedeva senza fretta quando, ad un certo punto, qualcosa che non riuscii a identificare ci si parò davanti, restando quasi impietrito; per non investirlo sterzai bruscamente e questa manovra ci fece cadere malamente per terra.
Il mio amico ebbe la meglio e di lì a poco si rialzò sulle sue gambe, recuperò il casco che puntualmente non aveva allacciato ed era finito sul ciglio della strada e… forse per il trauma cranico o lo spavento, invece di soccorrermi riprese a piedi la strada di casa e mi lasciò da solo, con la faccia sull’asfalto.
Avevo dolori ovunque e vidi il sangue colarmi da qualche parte... Poi, buio totale.
Di quello che successe dopo me lo raccontarono mia madre e i miei fratelli maggiori.
Fui messo in coma farmacologico e poi operato un paio di volte al cuore per via dell’impatto avuto con la strada, e prima ancora con la parte anteriore del motorino, dove il mio corpo, appesantito da quello dell’amico, urtò violentemente. In parole povere mi si spaccò il cuore.
Ai ragazzi della mia età il cuore può spaccarsi per problemi d’amore; beh… io volevo fare di più!
Tra la fine di settembre e i primi di ottobre i medici, vedendo dei miglioramenti, provarono a farmi respirare da solo, senza macchinari, ma mi sa che hanno osato troppo; forse il cuore era ancora  debole o era troppo massacrato perché delle mani umane potessero saperlo rimettere a posto; sicché la notte del 3 ottobre 2012, da che vedevo la televisione nella camera d’ospedale, a che mi sono ritrovato in un’altra dimensione e ooops… eccomi qua!
Certo, inizialmente ero incazzatissimo, perché avevo tutta una vita davanti… ma ormai, mi sono abituato a questo modo di vivere e per fortuna, anche nell’aldilà danno in dotazione il pc; da cui mi connetto e comunico con la Terra.
La cosa positiva dell’aldiqua è che non invecchierò mai; resterò sempre bello e muscoloso e qui, gli angeli boni sono richiesti!!! Una cosa, tra le tante, che mi diverte un botto è che stare quassù è come volare perennemente, avendo l’opportunità di gustare il mondo da altre prospettive.
E poi, di fico, è che vi vedo! posso entrare nelle vostre vite e sapere parecchie cosucce ma sono discreto… mi faccio gli affari miei e per vostra fortuna passo la maggior parte del tempo - infinito/eterno -  a scrivere, scrivere, scrivere… senza che l’orologio mi assilli e soprattutto senza crescere di un giorno, alla faccia vostra!!!
Ebbene sì, avete capito che amo scrivere, specialmente poesie… che qualche volta parlano di questo mo(n)do, diversamente etereo, di vivere in altra dimensione.

Sono nato in Olanda nel 1989 - Fisicamente (si fa per dire!) residente in un parco stupendo di Ginevra dal 2012 - Trasferito successivamente in un punto X del creato, in compagnia di milioni e milioni di simili… e non potete capire che casino ci sia!!!

Vi aspetto… senza mettervi fretta

Ps:
non sono bravo in narrativa, quindi vi chiedo scusa se ho errato!
Anzi, correggetemi, voi che siete migliori!!!
Perdonatemi se questa presentazione ha un sapore decisamente spiritoso!
- non potevo proprio farne a meno!
- e vi assicuro che è l’età giovanile a rendermi così scanzonato e contrario ai luoghi comuni!
Mi fermo qui perché ogni frase pensata, in questo senso, non fa altro che farmi ridere… ahahah…

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Profilo Autore: sasha  

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Ricordo bene quel giorno.

Soprattutto nei miei cassettini della memoria c’è la scelta del vestito.

Abbiamo girato vari negozi prima che mia mamma fosse soddisfatta del risultato.

Dovevo essere perfetta!

Seeeeeeeeee!!!

All’epoca eravamo tutte quante delle sposine.

Vestiti vaporosi.

Velo e coroncina.

Che belle le mie compagne!

Io la solita sciammannata.

Capelli svolazzanti, coroncina di sgimbescio.

Il vestito inizialmente in ordine era tutto stropicciato.

Ma la cosa che è stampata nella memoria è che per poter accedere a quel giorno mia mamma dovette fare un regalone alla suora.

“troppo sfacciata la sua bambina” le parole della suora.

Anselma il suo nome.

All’ora di catechismo arrivavo fuori con le mie domande impertinenti, troppo audaci.....

Ma io ero solo curiosa!

Dovevo aver visto un documentario, o qualcosa del genere che parlava del peccato originale.

Apriti cielo! Domande su domande alle quale non ebbi mai risposta.

Una tirata d’orecchie e fuori dall’aula dell’oratorio.

Morale della favola, un bel libro delle Edizioni Paoline, comprato in piazza Duomo a Milano, per ben 10 mila lire, bella cifretta per fare la comunione!

Comunque il risultato ci fu e quel giorno di maggio del 1969 la sottoscritta ebbe il suo secondo sacramento.

Che fatica però!

 

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Profilo Autore: Maria Cristina Manfrè  

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Nata e cresciuta nella città meno poetica

così dicono.

Però vari cantautori sono proprio della “mia” Milano.

Una Milano che ha visto bombe e tafferugli e morti e...

Piazza Fontana, mia madre era lì vicino.

Un miracolo non se la portò via.

Piazza Duomo, più o meno nel ’70, bombe lacrimogene.

Ricordo, parlava Almirante.

All’improvviso un fuggi fuggi.

Mio padre mi prese per mano e mi fece nascondere.

C’era e credo ci sia ancora, un’edicola.

Nascosta lì per far passare la buriana.

Questa la Milano di fuoco.

La Milano dei paninari e le bande notturne.

Ma in quel 1961 nacqui io.

Splendida bimba (si fa per dire)

Nata con la voglia di vivere.

Settimina di un chilo e settecento grammi.

Un robino che pensavano dovesse morire.

Ma il mio strillo fece dire all’infermiera.

“questa non molla”.

Così fu.

40 giorni in culla emostatica.

Ho corso il pericolo di morire per un raffreddore.

Mia zia se ne accorse, stavo soffocando.

Ma chi m’ammazza!!!

Eccomi qui, non so perchè racconto questo.

Sentivo di farlo.

Oggi vivo giorno per giorno come ...

Come dicono i ragazzi???

Come non ci fosse un domani

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Profilo Autore: Maria Cristina Manfrè  

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Il tosaerba l’aveva lasciato lì a sventolare solo in mezzo al parco

tra grossi pini tronfianti.

“Chenopodium album” così si chiamava, traduzione: erbaccia.

Una bambina, così per gioco, raccolse dei sassi e li mise a girotondo

come a voler proteggere quel povero superstite.

Qualche giorno dopo i sassi erano aumentati nessuna mano avventata

aveva osato sbarbare quello stelo, brutto storto assetato.

La bambina scese un pomeriggio e annaffiò con cura la pianta in seguito

non ce ne fu più bisogno perché altre persone se ne presero cura in gran segreto.

Ci fu il giardiniere del palazzo di fronte che lo steccò con fare professionale per armare

quella giovane vita contro il libeccio che ululava nella notte d’inverno.

Nessuno parlava con nessuno ma ognuno aveva la propria idea:

“è un salice” pensava quello del primo piano “ci andrò quest’estate

con la mia seggiolina”

“un’acacia…piena di spine “quello del pianterreno “sconquasserà le fondamenta

con le sue radici”

“una pianta di rose, sicuramente” sorrideva la dirimpettaia

“le coglierò in boccio e li farò seccare”

 

 Fu un gatto che per un bisogno di stomaco lo divorò una mattina.

Che tristezza quell’assenza, parve a tanti un lutto, ma ci si riprese in fretta

come accade per tutto.

 

 

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Profilo Autore: Tea  

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Ti cercherò fra sprazzi di pensieri a

dipinger quadro d' infinito.

Ti cercherò silenziosa anima a

chieder perdono al cuore e

posar occhi oltre l'immaginazione.

Ti cercherò bimba dalla chioma color grano,

papaveri danzanti al sole e cicale a donar vigore,

fiordalisi, panzè e viole a ricamar tessuti..

Drappeggio smeraldato a farti risvegliare..

Ti cercherò onda ad infranger riva,

e fili d'erba ad abbellir spiaggia

e piedi scalzi a lasciar impronte.

Ti cercherò con la determinazione di un gabbiano

ad aleggiar su cresta d'acqua e

schizzi a bagnar ali.

Ti cercherò negli infiniti spazi della mente a

sorvolar palazzi, prati e case,

simbiosi fra aria e terra a tratteggiar nel tempo..

Ti cercherò, mi cercherai, ci cercheremo,

m'aspettarai ed anch'io t'aspetterò.

Ci cercheremo unica persona.

Avremo un nome ci chiameremo;

Adele ad unione spirituale!

 

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Profilo Autore: Adele Vincenti  

Questo autore ha pubblicato 31 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Si incrociarono per la prima volta circa all'altezza del pavimento di un bar.
Una pausa per prendermi un caffè, mattina malinconica, lacrime che pungevano, ringrazio la mia sbadataggine, borsa aperta, tutto il contenuto per terra, lacrime in attesa iniziarono a bagnarmi le gote. 
Imbarazzata mi chino per raccattare il tutto, una mano si allunga verso di me, un fazzolettino di carta, incrocio i suoi occhi e mi perdo in un verde prato. 
Mi invita a sedermi, mi offre un caffè, i nostri occhi sono attratti come calamite, un biglietto furtivo mi scivola in tasca, mi lascio travolgere da una girandola d'emozioni.
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Profilo Autore: Liviana Poletti  

Questo autore ha pubblicato 24 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
"Vede lì? Giù....in fondo...l'ultimo lampione?" Lo guardai per verificare che mi stesse a sentire e che mi avesse capito. L'uomo appena appena annuì con il capo. In verità appena intravidi il movimento ondulatorio di asserzione che fece: sia perché appena accennò a quel: "si" con la testa, e sia perché non eravamo proprio sotto il lampione, e la luce fioca fioca che ci raggiungeva non permetteva certo di vederci bene in viso. "Ecco", aggiunsi, "appresso a quello, passata la curva, ce né un altro; però è spento: non funziona"; restai ancora un attimo in sospeso ma subito ripresi: "Guardi...tra un lampione e l'altro quanto ci sarà?...sessanta, settanta metri? -mostrando lo spazio tra un lampione e l'altro con il gesto del braccio - Quindi lei, raggiunto l'ultimo lampione che vede: quello illuminato, farà ancora sessanta metri....al buio, raggiunge l'ultimo lampione, quello spento, e lì, proprio lì, appena un po' in salita e a sinistra, trova l'Osteria". "L'inganno?"; mi chiese conferma l'uomo. "Si", mi affrettai a rispondere per rassicurarlo. In fondo si vedeva benissimo che non era del luogo e sai, lo capisci benissimo che a quell'ora tarda...che saranno state? Le nove passate? Passate da poco si, ma le nove insomma a Febbraio cavolo! E' buio e poi...senza l'ultimo lampione! Si fa per dire, che anche gli altri lampioni, quelli che aiutavano il cammino fuori dal paese....non è che chissà che luce emanassero! Che lì, all'Osteria poi, mica eri certo che ti ospitava: era sempre una scommessa: e per tutti; potevi arrivare da chissà dove e...e che era certo che lei, la Signora, come tutti la chiamavamo, che eri certo che ti dava posto? Ah si, vero, l'Osteria era: "l'inganno"; no, ma che dico: noi, la si chiamava: "l'inganno"; altri la chiamavano: "l'inganno della Signora"; altri, quelli più provati, addirittura: "l'inganno delle donne", facendo di tutta l'erba un fascio. Quindi, per rassicurare l'ometto....che delizia però quell'ometto: un abito semplicissimo, una camicia lisa al colletto che, da bianco che era si vedeva che era lisa anche con la poca luce che c'era. La giacca consunta ed inadatta al freddo che era; pantaloni...a no, quelli non li ho visti bene, ma che fossero abbastanza logori lo si poteva facilmente intuire: anche perché avrebbero stonato con il resto dell'abbigliamento abbastanza misero che era, se così non fossero stati; e larghi: quello lo si notava anche a colpo d'occhio. Dicevo: quindi, per rassicurare l'ometto che si trovava sulla retta via, dissi sia il nome che noi altri si usava per indicare l'Osteria della Signora, e sia il nome dell'Osteria: quello vero. E quello vero quale era? Mah! In quel momento per miracolo mi ricordai il nome dell'Osteria, ma poi? Ce lo siamo tutti scordati il nome: quello vero; a forza di non pronunciarlo mai. Prima l'Osteria, la si chiamava con il proprio nome; poi la si iniziò a chiamare con il nome del marito della Signora: e quello tutti lo conoscevamo: Cesare, o Cesarone, che era grasso grasso e con una risata che copriva il suono delle campane a festa; "dove ci vediamo?": "da Cesarone allora"; oppure: "ho visto nino: ti cercava: era da Cesare"; e così via; ma poi, con la mancanza di Cesarone, l'Osteria la iniziammo a chiamare: "l'Osteria della Signora", poi, dato che la Signora ci portava sempre un menù lungo come una quaresima e appresso la lista dei vini, ma puntualmente quando poi noi ordinavamo ci diceva: "....è rimasto solo lo spezzatino con patate" e quindi solo questo si poteva prendere; e il vino....anche solo quello bianco c'era, ed annacquato quanto basta, e che andava a stonare non poco con lo spezzatino, iniziammo a chiamarla: "L'Osteria dell'Inganno", e poi solo: "L'inganno". Così si restituiva alla Signora il menù lungo una quaresima e si diceva puntualmente: "Allora va bene...spezzatino con patate per tutti?", "si, bene...per me va bene lo spezzatino con patate", e l'altro: "si dai...qui è buono: anche per me"; e l'altro ancora: "per me va bene"; "e da bere?" Chiedeva la Signora pretendendo la risposta; mai che avesse detto: "vino bianco da bere allora?", visto che solo quello c'era. No: noi dovevamo rispondere: "si...va bene vino". Magari qualcuno provava a prenderla in giro o forse a scherzare fra di noi, ci si guardava e si diceva: "bianco va bene?" e gli altri..."si...si...vino bianco va bere". No: io non ho mai preso in giro la Signora; scherzato si; ma preso in giro....no: quello mai; che sapevo quanto per lei fosse la perdita di Cesarone; e che il vino bianco annacquato quanto basta era un piccolo aiuto alle spese. Chissà quando e con chi, qualcuno, qualche parente venuto da dove, non sapendo l'antifona, provava a chiedere: "vino rosso?", a quel punto calava un silenzio che non avvertivi neanche al campo Santo passato il podere dei Pignatelli; si, perché al Campo Santo forse sentivi il sussurro di poche preghiere, ma lì in Osteria, quando qualcuno, e non dei nostri certo, chiedeva: "vino rosso?", no, anche il fiato si tratteneva; i movimenti delle mani e del corpo tutto, si immobilizzavano, lo sguardo fisso sulla tovaglia: nessuno tra noi clienti fissi ci si guardava più negli occhi; i parenti si; gli avventori certo: quelli che non erano a conoscenza del menù fisso, vino bianco compreso; così aspettavano una risposta: incerti per la mancata risposta; increduli da quel silenzio di tomba che calava anche nei pochi tavoli a fianco, con altri di noi clienti fissi che sai....ma quando mai ci siamo fatti gli affari nostri lì a paese, e che ovvio: avevano ben sentito la domanda inopportuna, assurda, sconveniente, che muoveva a commozione. Così, ecco che, ordinare diventava un inganno; o meglio: il portare un menù che non c'era nulla ma solo spezzatino con patate ecco, quello era l'inganno. Ma poi: questo spezzatino con patate, era scritto sul menù? Chissà? Nessuno lo guardava più in fondo quel menù. Poi, come dicevo, qualcuno passò a chiamare l'Osteria: "L'inganno della Signora", e successivamente, associando il comportamento della Signora a quello generico di molte donne o di tutte le donne, secondo il parere di alcuni misogini, l'Osteria prese anche il nome de: "L'inganno delle donne"; ed infine, quando lì, passato l'ultimo lampione: esatto! Quello rotto, raggiungevi il ponte che sovrastava il fiume di almeno sessanta metri e...e come va la vita? Lo sai meglio di me: da quel ponte qualcuno preferì volar giù dopo un ultimo bicchiere di vino bianco annacquato dalla Signora, ecco che ancor più in generale qualcuno...ma pochi e per breve tempo, chiamò l'Osteria: "L'inganno della vita". Ma ciò durò poco, che altrimenti sai....si va a finire che la colpa che quello o quella, ha voluto prendere il volo dal ponte...[quel ponte passato l'ultimo lampione, quello rotto si, esatto], la colpa del volo poi va a finire alla Signora...e che c'entra la Signora? Forse ha solo annacquato un pochino il vino.... Ma torniamo all'omino con la giacca sgualcita ed inadatta al freddo di Febbraio. Sollevò il cappello per ringraziarmi dell'informazione datagli. Che gesto! sollevarsi il cappello! Restai incantato da quel fare. Solo allora feci caso al cappello: era un Lobbia: grigio scuro, o forse nero; ma si notava però mezzo dito di polvere sul cappello che, se anche fosse stato nero, lo rendeva grigio. Ecco: solo quel cappello dava un tocco non indifferente di signorilità all'omino. Perché "omino"? Era abbastanza agile, basso: quasi un nano; un fisico quasi asciutto, le mani...non lo so: teneva i pungi stretti e vicini ai pantaloni. Insomma, non era un Signore di come lo si intendeva noi quando passava un Pignatelli; era piuttosto un agricoltore, un fattore, un mugnaio, un fabbro, un falegname, un carpentiere, un carrettiere, o almeno: poteva esserlo. Alzai la mano per ricambiare il saluto e ci avviammo ognuno per la sua strada. Cercando di essere indifferente, mi voltai appena con la coda dell'occhio a cercarlo, e già era giù, verso l'ultimo lampione funzionante e che emanava una luce che appariva fioca, ma così fioca, che giusto intravidi il riverbero della luce sul colletto bianco della camicia lisa. Vidi l'omino prendere la curva, e sparì. Restai lì, fermo; fermo come un broccolo quasi all'altezza di uno dei lampioni che ora, in verso opposto a quello dell'omino, conducevano invece al paese. Mi tornò agli occhi l'abbigliamento dell'omino: la sua giacca, la camicia, i pantaloni larghi....le scarpe? Perché non guardai le scarpe? Ah si, certo, mi dissi: "per rispetto!"; certo mi confermai da solo: "ma che ti metti ad osservare un omino dall'alto in basso? Che deve star bene a te? Se pure fosse stato scalzo?....tu solo un'informazione devi dare, non far le lastre". E poi: ha sollevato il cappello; e quello non lo fa neanche un nobile: dall'alto al basso che ti scrutano! Così mi trovai felice nell'avergli dato quell'informazione restando con lo sguardo fisso nei suoi occhi; poi sai: tutto il resto gli occhi lo vedono ugualmente vero? L'Anima? Gli occhi vedono l'Anima? Ma io, da dove provenivo? Dal Campo Santo; dal podere dei Pignatelli o dall'Osteria? O.....dal ponte? Ti ricordi come si diceva? "...i cornuti ci ripensano....". E chi si ricorda? Ora che c'entra quella mia domanda sull'Anima? Oh! Che voglia che avevo ricordo, di tornare indietro e raggiungere l'omino, seguitare a parlare con lui, vedere se avesse trovato posto all'Osteria...ecc...ecc... E magari chiedergli: "da dove viene?", seguitare la conversazione con: "un cappello così, pensi, lo aveva il marito di una mia vecchia zia siciliana: zia Paolina, la moglie di zio Vincenzo: due cari zii siciliani, che venivano di tanto in tanto dall'America che lì erano emigrati nel 1890, e ricordo che quando ci salutava, zio Vincenzo diceva: "Good night", con l'accento Siciliano che io ero bambino e sognavo di andare in America, tanto mi incantava quell'accento siculo-americano"...e tutto questo lo avrei detto all'omino solo per carpire la storia sul suo Lobbia, mica per parlare di zia Paolina e zio Vincenzo, che pure meritavano, per il solo fatto di essere emigrati in America, e pure un Lobbia zio Vincenzo aveva. Ma come potevo fare? Sarebbe stata una cosa strana se l'omino mi avesse visto nuovamente; e poi nuovamente visto lì: all'Osteria, dal verso opposto di strada dalla quale provenivo. Guardai in fondo verso il paese, in salita. L'orologio del campanile portava le nove passate: da poco. Alcune luci nelle case erano ancora accese: fioche e gialle come le luci dei lampioni. Quella poteva essere la casa di Bettina; lì appresso, forse Enrico; ma la distanza sai: poteva ingannare. Immaginai Enrico seduto sul divano, costretto com'era dalla sua disabilità; però anche sereno, sereno immaginai, per il solo fatto di star con la madre, di godere della presenza della madre; chissà? O almeno sempre quella sensazione mi aveva dato ogniqualvolta andavo da lui a trovarlo: sereno; solo per il fatto di godere della compagnia della madre! E se la madre fosse morta prima di lui? Mi chiesi con questa giostra di pensieri. Ah! ma io sarei andato da Enrico ogni giorno, ed anche tre, quattro volte al giorno; e ci saremmo presi il caffè insieme, gli avrei portato alcuni dolcetti, ed avremmo letto un libro, ed avremmo parlato di qualcosa, e cavolo però, mi dissi: "ma non fu proprio lui a portarmi in Cina?"; che mi disse: "ci vieni in Cina?"; ed io: "Si", tutto lì. E si partì! E neanche ci conoscevamo ancora! Alla faccia della disabilità! E quanti, mi confidò Enrico, gli avevano detto: "Si"; un falso "Si", prontamente smentito dal comportamento successivo, con il "non" andare, trovando valide scuse, si fa per dire valide; che le scuse sono scuse: e la famiglia, ed il lavoro, ed ora ho da fare questo, ed ora devo fare quest'altro ed ora....ed ora....ed ora. Ma in Cina Enrico ci è stato, ed io con lui; e ci è pure morto; e voi, quei voi che dico io...mica tutti voi; solo: "quei voi": crepate qui coglioni! Nei vostri piccoli paesini; ah no, un momento: non mi riferisco mica alla vita nei paesini; che la vita è vita, ovunque tu la faccia; mi riferisco a quelli che forse, nell'incontrare quell'omino o qui, o in Cina, O a New York, dicono poi fra di loro: "hai visto che nano?"; "hai visto che giacca!", non sapendo neanche definire lo stato di una giacca; "hai visto che scarpe"; "ed il cappello? Tutto impolverato!"; non notando magari che un Lobbia potesse avere un'eternità da raccontare....e se quel Lobbia fosse stato del padre del padre? Come facilmente poteva essere. Se quel Lobbia avesse una storia infinita da raccontare? Se fosse stato in America nel 1890? Anzi: certamente aveva una storia da raccontare; ma bisogna vederla quella storia e non soffermarsi al solo criticare l'altezza di un omino che...che era più signore di un nobile sollevando di quel tanto il cappello come a ringraziare. Mica a tutti i: "Voi" mi riferisco; mica a tutti: "gli altri", solo tutti quelli che dicono "si"; e poi.....e poi c'è il lavoro, e poi c'è la famiglia e poi adesso non ho molti soldi, e poi...e poi....e poi. Crepate nella vostra ignoranza, nella vostra superficialità, nei vostri luoghi comuni, nel criticare, nel giudicare. E l'Anima? Che forse questi: "voi", vedono l'Anima di qualcuno? Figurarsi se vedono l'Anima di un cappello! E se quel Lobbia avesse scelto lui, si: proprio il Lobbia; e se quel Lobbia avesse scelto quell'omino dall'America, per darmi un ultimo saluto? Un omino che se lo solleva, e lui: il Lobbia, saluta un vecchio nipote. Enrico è crepato in Cina, si...vero, sempre morto è, ma non aveva luoghi comuni; ed ha avuto il coraggio di prendere un aereo fino in Cina e morire lì, da invalido che era, che tanto desiderava vedere. Ecco: tutto qui. Ancora ho negli occhi Enrico che, in aereo, mi indicava le luci sottostanti dei paesini, delle città, e diceva: "che città potrebbe essere quella?"; e poi: "guarda! Che distanza sarà tra quella luce e quell'altra, da qui? Saranno almeno cento chilometri?". Così, ogni tanto mi dico: "noi vediamo le luci da qui; le luci dei lampioni; da qui, dalla strada. E lui: Enrico, le vede dall'alto".
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Profilo Autore: tony lavinara  

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