La valle delle libellule nere dormiva ancora...
Soffi di venti del grande nord sollevavano piccoli arbusti,
mentre le foreste del Kijimoto si piegavano ai fiocchi di neve.
Il mio animo volava nel cielo delle favole alla ricerca del perduto orizzonte.
Come un'aquila persa nell'azzurro sfioravo le cime dei monti,
sperando di trovare la filosofia dell'acciaio splendente.
Vedevo sotto di me le ingiustizie del mondo, il disonore dell'uomo avido,
i delitti dell'uomo stolto.
Vedevo un tempo di lotte, di guerre e soffrivo insieme alla mia Katana,
oramai cieca e privata del suo onore.
Un tempo serva del sacro imperatore e guardiana della sua vita.

“Cosa sarà di noi, domani, quando la luce si leverà sull'impero del sole che sorge, senza esserne più scudo.
Onore e morte troverò, non t'abbandonerò se non lo vorrà il tuo sovrano.
Io sono il tuo respiro divino, colui che vede nella notte, l'ultimo che cadrà quando si leveranno le grida dell'acciaio.
Il primo che aprirà le porte dei giardini zen.
Entrerò a Kyoto con te, porgendoti all'unico Dio vivente in terra che può accoglierti”

Non era più il tempo della vigoria e le mie ali, stanche del lungo viaggio
attraverso le empietà della terra, avevano perso vigore e volontà.
Il mio cuore non batteva più e il freddo chiudeva i miei respiri.
Volavo attraverso il verde riflesso del fiume Kamo, cantando la mia fine, seguendo la danza delle libellule nere, che mi precedevano nel mio viaggio.
L'inverno era giunto e io oramai senza più forze, precipitai nel centro dell'universo, dove mille lanterne attendevano il mio arrivo.
Nel candido bianco velo le vedevo avvicinarsi ai miei occhi sempre più, fino a quando le sfiorai con le mani. Allora divenni splendente luce eterna.

“Oh mia Katana dormi sotto il gelo degli impuri, dormi sotto i fiori dell'inconsistente essenza della vita.
Dormi fino a quando il tuo imperatore lo vorrà.
Io ti impugnerò ancora, saremo insieme acciaio e poesia fino alla fine dei tempi.
Fino a quando i mandorli fioriranno ancora e le lacrime di rugiada bagneranno il mio cuore
donando nuove ali alle libellule nere, nel domani che sarà “

E il tempo finì il suo ciclo lasciando il solco e terminando la sua volontà terrena.
Le preghiere lasciarono l'uomo e l'uomo si raccolse nel tempio
del giorno infinito.

“Grande padre della terra che doni pace alle foreste celesti,
accogli il mio spirito quando sarà il momento.
Fa' che le verdi foglie veglino su di me,
lascia che fiori e ghirlande coprano il sentiero della mia anima.
Lascia che il canto del sole che sorge riscaldi il mio cuore,
Lascia che vengano a me i venti, che spirano maestosi nel gelo.
Lascia che io corra fra i loti in fiore senza più armatura,
lascia che il mio destino si compia senza più battaglie.
Ascolta la mia preghiera tu che doni al crepuscolo sul monte Twanzeng la luce della verità.
Ascolta le gocce d'azzurro che si trasformano in pioggia irrigando i campi della fertilità.
Lascia che i rivoli dell'amore portino la tua calma dove il male ristagna.
Lascia che il fiume della tranquillità scorra maestoso, verso il lago dove muoiono le paure dell'uomo.
Lascia che le tempeste spargano le mie polveri per gli aridi deserti del Quanzen,
trasportando le parole dell'universo dove nessuno ascolta.
Fa' che poesie dolci siano scritte sulle pietre del sacro tempio della verità perduta.
Fa' che tutto quello che io sono stato non si perda come goccia d'acqua nell'uragano.
Non permettere che tutta la mia conoscenza si smarrisca per sempre nell'oblio del mondo sommerso.
Lascia che chi attraverserà dopo di me il sentiero delle foreste incantate,
comprenda il mio immenso amore per la vita creata.
Lascia che ciò che io ho scritto rimanga negli occhi delle ninfe,
che la musica del mare dell'eterna quiete accompagni
colui che non ha animo per perdonare,
colui che vive nell'odio.
Fa' che la notte ascolti nel silenzio della settima luna del cielo,
prendi le mie mani e conduci me nel tuo giardino delle orchidee nere.
Domani sarà l'ultima battaglia per me, non permettere che il sangue cancelli gli uomini.
Lascia aperte le porte degli universi nascosti,
così che io li attraversi con il mio cavallo
per dormire finalmente nella infinita luce eterna”

Fu luce eterna e sulle porte una scritta accolse

“Grande fiume che sfoci
nel giardino delle delizie,
portami un fior di loto
che io lo doni al monte dei saggi.
Portami un fuscello di pioggia,
che io la doni al signore delle tempeste.
Portami onore e gloria,
che io possa domani
avere pace nel giardino dove danzano le anime.
Portami una corazza che mi protegga in battaglia,
portami una Katana lucente che rifletta lo spirito
del regno dell'infinito”
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Non era minimamente preventivata questa mia disavventura, non ero preparato a quello che stava per succedere. Ma successe e ne presi atto cercando di attutirne i contraccolpi, metodica che ormai avevo appreso a sufficienza visto che, spesso, mio malgrado, venivo coinvolto in situazioni che, diciamocela tutta, non erano il risultato di una mia precisa volontà. Ero vittima del sistema, allora in voga, tra goliardi. Bisognava eccellere, sempre eccellere  non negli studi ma nelle attività ludico-femminili. Per chi non capisse, bisognava avere sempre una ragazza, prima o dopo cena, senza obbedire a ricette mediche improbabili e non fermarsi mai, quasi a scopo terapeutico. A volte, ero tentato di pensare, che qualcuno fosse preso da vero e proprio accanimento nel perseguire questo scopo come testimoniava il mio miglior amico che era uno dei più grandi tombeur che io abbia mai incontrato sul mio cammino e aggiungo, per fortuna. Ma il mio giudizio non vale e non valeva granché, perché io sono diverso. Non mi è mai piaciuto giocare al corteggiatore sottile e arguto che fa perdere la testa a qualche gallinella distratta. Amo dire le cose troppo schiettamente ed in faccia, non mi piace tessere trame o eseguire strategie per conquistare le donne. E infatti....le vedevo col lanternino, quello di Genova, però. Lei no ! Lei si fece sotto senza che io nemmeno la pensassi, si negò al mio amico playboy (unica donna nella storia) e disse chiaramente di preferire me. Chiaramente le diottrie non erano il suo forte ed il suo senso del gusto….meglio lasciar perdere. Comunque fra noi due ci volle del tempo prima che la cosa si consolidasse, prima che i miei ormoni dessero segni di impazienza tanto che avevo pensato che mi fossero stati donati da Giobbe ! Anche lei mi piaceva, non solo per la memorabile scelta che aveva fatto e dichiarato apertamente, ma perché, personalmente, ho una particolare predilezione per le campane e lei era Irpina, originaria di Avellino. Così, una sera,  sul dondolo di un locale nacque l’attrazione per lei e glielo dimostrai coi fatti. Mi meravigliai della mia intraprendenza e misi a frutto i suggerimenti dei tanti amici che nelle lunghe giornate di studio mi facevano lezione di sesso consigliandomi dove mettere le mani in casi del genere. Una qua, l’altra la, l’altra ancora…ma quante mani avrei dovuto avere secondo alcuni di loro ? Ero tanto preso da questo svezzamento al sesso che non la guardavo nemmeno in volto, impegnato com’ero a liberarla da tutti quegli orpelli che le giovani donne usano mettersi addosso e di cui non capirò mai la funzione. Stavo andando alla grande se è vero che lei mi si concedeva ogni volta che mi facevo più premuroso. Sembrava proprio presa da me. Come dicono i latini “de gustibus…”. Finché non avvenne il fattaccio. Dovevo immaginarlo. Mi conosco troppo bene. So di essere diverso dal maschio latino, perché, mannaggia a me, da quando sono nato, appartengo alla categoria del classico maschio calabrese ormai in disuso. Aveva chiesto di uscire con me, visto che, nonostante tutto, non lo avevo ancora fatto io. Accettai di buon grado non  senza chiedermi cosa avrei potuto farci con una donna a spasso per la città. Naturalmente mi chiese di passare sotto casa sua a prelevarla. La mia inesperienza non mi diede modo di rifiutare. Così mi ritrovai sotto casa sua ad aspettare impazientemente che scendesse. Certo non godevo del fatto si pensasse che stavo aspettando una donna ed ogni sguardo curioso dei passanti erano una sfida alla mia privacy ! Mi agitavo al chiuso della mia cinquecento blu, addobbata con bottigliette di liquore di svariate marche, di kleenex colorati  e deodoranti idonei e, quando il portone si aprì, feci per scendere. Fece capolino dalla porta quasi fosse poco convinta di uscire, quindi la sua figura si stagliò nettamente. Indossava un completo con hotpaint rossi che non permettevano di immaginare niente. Le gambe affusolate e lunghe erano tutto un programma, così come tutto il resto d’altronde. Cominciai a pensare che non si trattava della stessa ragazza che avevo avuto tra le mani e di cui nemmeno sospettavo dotata di simili fattezze ! Chiusi la bocca, aperta per lo stupore nel preciso momento che due auto davanti a lei tamponavano con un rumore sordo. Ne scesero due uomini per niente incavolati ma che anzi si sostenevano a vicenda. Senza mai mollare, però, con gli occhi quella che ritenevo la mia ragazza ! Lei corse verso di me, ancora con lo sportello della mia auto aperto, mi cinse con le mani il collo e mi diede un bacio lungo, profondo. Sentivo i suoi seni premere contro il petto e i suoi piccoli movimenti facevano dilatare i miei vasi sanguigni. Imprecai  tra me e me per non avere a portata il mio sfigmomanometro, non mi avrebbe fatto male una misurazione della pressione arteriosa ! Quando finalmente si staccò da me, permettendomi di tornare fra i più, la guardai bene. Era truccata benissimo, leggermente e la luce che proveniva dal suo viso era frutto esclusivamente della sua bellezza. Come sempre avviene, in quel preciso momento, passò un gruppetto di turisti, romani, quasi tutti ragazzotti allegri della mia età e, come spesso avviene in questi casi, il più “brillante” mi apostrofò con un “Daje, facce sognà”. Tutta questa attenzione, nei confronti ovviamente della ragazza e delle sue bellezze, contrastava col mio desidero di popolarità che non credo abbia mai alimentato né prima né dopo questo episodio. Ero frastornato, convinto come ero che portare in giro una donna del genere avesse dei costi da sopportare. Ed io non volevo sopportarli, troppo amante della semplicità e soprattutto della discrezione. Infine presi la mia decisione. Trattenni la ragazza che stava per salire in macchina e le dissi che non ero venuto per uscire con lei, che un impegno improvviso richiedeva la mia presenza. Dovevo lasciarla e in fretta. Dovevo tornare nel mio mondo  fatto di riservatezza ed equilibrio. Mai più avrei voluto assistere a scontri d’auto o essere oggetto di mottetti popolari. Così la lasciai, ben sapendo cosa perdevo, e tornai nella mia stanzetta dove mi attendeva il mio compagno : il libro di anatomia ! Beh, devo dire che ci arrivai con tutti gli organi interi, nonostante tutti gli attentati recentemente perpetrati. Qualche cerotto, ma non ce ne fu troppo bisogno, dovetti metterlo per la fuoriuscita sconsiderata di ormoni e per il reiterato tentativo degli stessi di sgorgare impetuosi a torturare il mio povero corpo e la mente decisa. La ragazza ? Ahimè è morta  ed ha incaricato comuni amici di avvertirmi. Non ce n’era bisogno. La ricordo e la ricorderò sempre sulla soglia di quel portone con la sua sfavillante bellezza.   
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Profilo Autore: Bronson  

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E' fu cosi che una sera si apri la porta della palestra, un viso illuminato entrò, si muoveva con delicatezza, un passo lento ma passionale.
Dalla prima occhiata una voce dentro di me esclamò..."Dannazione è così eccitante." la sua voce risuonò nella stanza sensuale è calda. Quando si alzò la maglietta per iniziare a scaldare i muscoli non potevo fare a meno di guardarlo. Indossava solo un paio di boxer decisamente ben fatto...
Cercavo di controllare le mie reazioni, lo seguivo con gli occhi senza distrarmi, non potevo fare a meno di guardarlo.
Mentre lo stavo fissavo, lui si voltò...Mi voltai rapidamente molto impacciata. Qualcuno mi toccò sulla spalla, mi voltai e vidi quel viso bianco, dolce, quasi svenni "che c’è?" Chiesi..."Niente volevo dirti che ho provato un impulso troppo forte guardandoti.
Tentavo di controllarmi...ma una voce dentro di me continuava a urlare "non andargli vicino"..."E' così bello".
Avevo voglia di dirgli "sì anche per me è stato cosi" ma non feci in tempo, le sue labbra morbide toccarono le mie...Mi tirai indietro e lo guardai.
Lui riprese a baciarmi. Salii su di lui e gli ritornai il favore. Con un filo di voce gli dissi "Mia mamma e mio papà staranno fuori questa notte
vuoi cenare da me", "Assolutamente sì!" esclamò...Aveva un grande sorriso sul viso. Ci mettemmo sotto le coperte e fu la notte più bella è più lunga della mia vita. Ci addormentammo all'alba.
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Profilo Autore: Silvana Montarello*   Socio sostenitore del Club Poetico dal 30-04-2013

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Il giorno appare, senza mostrare quello che sarà il suo divenire.

Apparenza o realtà.

Intanto la ferrovia incastonata tra sterpaglie e pietre apparentemente morte arriva come ogni giorno in laguna.

Orari consueti, inconsuete avvertenze interiori che lasciano il posto alla quotidianità.

Giornata grigia, quasi piovosa e nel quasi vi è il senso della storia.

Erica scende e si incammina attraverso le salizade: passa santa Lucia e si dirige in piazza San Marco.

I negozi di contorno sono un contorno: l'originalità del luogo da tempo non è più tale.

Ma questa non è una storia originale, anzi direi una banale raffigurazione di cosa non so.

Dicevo della pioggia: la sua intensità aumenta e comincio a preoccuparmi di Erica che non ha nemmeno un ombrello.

Un'Alfa Romeo 2000 del 1979 si ferma vicino al mercato di Rialto, s'abbassa il finestrino e un noto attore sorride a Erica facendole cenno di salire.

Noto? Lo conoscerai tu!

Un'auto a Rialto?

E lei cosa fa?

Sale direi, si sente immediatamente a proprio agio su quel sedile di vinile non vintage, anzi originalissimo.

Uno sguardo ammiccante e una domanda: “Dove va signorina, la posso accompagnare se vuole”

- Al mio ufficio di fronte alla Basilica di San Marco.

- Allora va bene, Amedeo, sono di strada.

- Erica.

- Fuma? Non sono mai riuscito a smettere, ma prima o poi mi deciderò a farlo.

- Grazie, il tempo mette al peggio e non vorrei arrivare fradicia al lavoro.

- Di cosa si occupa, se non sono indiscreto?

- Sono una normalissima segretaria d'ufficio con mansioni d'informatica.

- Non direi, se posso esprimere un parere direi bellissima segretaria.

- Vuol provarci per caso?

- No per carità, era solo un complimento galante da pappagallo impertinente qual sono...

Una risata fragorosa irrompe nell'auto.

- Lo sa? Lei comincia a starmi simpatico.

- Imbecille, guarda dove metti il remo. Non si può andare più neanche in laguna. Mi scusi, ma certi individui non dovrebbero avere la patente: non si guida una gondola così.

Ah, ecco un distributore, un attimo faccio 20 euro e ripartiamo subito.

- Olio a posto signore: una controllata ai livelli?

- No grazie tutto ok, vado di fretta.

- Eccoci, dicevamo?

- Lei è molto simpatico.

- Comeee? Accidenti fanno sempre più rumore questi traghetti!

- Dicevooo che lei è simpatico.

- Un tempo forse ora sono solo un ricordo di me stesso. Una volta ero un attore famoso.

- Sembra in piena forma però.

- Vorrei chiederle una cosa se posso.

- Certamente sono tutt'orecchie.

- Crede nella vita dopo la morte?

- Pensavo volesse... mi sorprende questa domanda, perché me la fa?

- Semplice perché ora svolterò a destra scenderò da quel ponte e ci immergeremo con l'auto nella laguna.

- Ma lei è pazzo mi faccia scendere immediatamente.

- Non può mia cara io faccio solo viaggi di andata e mi fermo a prendere solo i prescelti: oggi la prescelta era lei.

- Ma cosa dice, farnetica... si fermi la prego. Aiutoooooo... aiutatemi per favore!

- E' inutile si rassegni nessuno può sentirla.

- Ora scendiamo a fondo.

E no, basta così non posso tollerare simili idiozie!

La storia la scrivo io e la posso cambiare.

Levo le scarpe e ti faccio vedere io. Erica resisti.

- Porc... che schifo di acqua puzzolente. Abbassa il finestrino, dai che ce la fai, forza.

- Sì, afferra la mia mano, ok forza, forza. Trattieni il fiato, si brava siamo fuori.

Un attimo e saremo a galla.

- Ahhhhh, finalmente. Bastardo non credevi che qualcuno potesse salvarla.

- Respira piano, piano; ora fai un respiro più lungo, così va bene.

- Ma chi era quel pazzo?

- Non lo so, mi ha dato un passaggio; diceva di andare in piazza san Marco. Oddio sono confusa non ricordo più.

- Va bene, va tutto bene ora, è tutto finito.

- Guarda come è bello il palazzo Ducale. Ma cosa!? Accidenti... per la miseria sta salendo la marea, dobbiamo levarci dalla banchina. Non ho mai visto un'acqua alta così repentina.

Intorno si leva il mare la piazza sembra staccarsi dal resto del suolo come un grande iceberg.

Acqua ovunque: la basilica si inabissa insieme al palazzo Ducale.

Due figure aggrappate a un pezzo di marciapiede fluttuano in una grande distesa senza orizzonte.

- E' la fine, e io che sono saltato nel racconto per salvarti, bella figura da super mona che ho fatto.

Perdonami Erica uno scrittore non dovrebbe mai impicciarsi di quello che scrive.

- Lascia perdere piuttosto dimmi come ti chiami.

- Gianluigi.

- Non credo riusciremo a resistere a lungo in queste condizioni e poi siamo completamente circondati dal mare è tutto scomparso.

- Ma tu scrivi sempre queste cazzate? Poi mi hai chiamata Erica, un nome che non dice nulla.

- Mi sembrava carino... Guarda su, un elicottero dell'esercito viene verso di noi.

- Ehi... Aiutooooo, siamo qui sotto, aiutooooo!

- Ci hanno visto Gianluigi smettila di gridare.

- Siamo salvi, ci buttano un gommone gonfiabile.

Erica e Gianluigi salgono su quell'isola di salvataggio mentre la marea li trascina verso un unico palazzo che si erge dal mare e che sembra ancora intatto.

Intanto il rumore delle eliche del mezzo di soccorso si perde in una foschia latente che avvolge tutta la storia.

- Ci siamo Erica afferra quel pezzo di ferro, forse riusciamo a passare attraverso il portone d'ingresso: intravedo delle scale che salgono su.

Un palazzo post-moderno dai richiami neoclassici si apre davanti agli occhi, sarà la loro salvezza?

- Buongiorno ragazzi vi attendevo da un pezzo, fate adagio perché qui è tutto di polistirolo.

- Ma lei chi è mi scusi? Non aver paura Erica è tutto ok.

- Sono la padrona di casa, vi sembra strano? Salite pure cari, ma fate attenzione tutto qui è di polistirolo, ve lo ripeto a scanso di equivoci.

- Se lo dice lei... fai attenzione Erica poggia piano i piedi cercando di metterti più vicino alla parete laterale, sembra essere più spessa lungo i bordi. Ma io dico: si può mai costruire un palazzo di polistirolo? Sono sempre più convinto che sia meglio essere al di là del racconto, è molto meno pericoloso. E se io sono di qua chi è che scrive in questo momento? Dovrò pur spiegarlo ai lettori. Tu cosa ne pensi Erica?

- Io intanto cerco di non cascare di sotto e continuo a essere convinta che oggi non sarei dovuta uscire di casa.

- Vedo una stanza lì sulla destra, salta quel gradino e siamo a posto.

Un unico grande androne arredato con stucchi e gessi in stile Veneziano.

- Sembra una finzione o mi ritrovo al ballo del doge?

Una Signora in abiti anni 70 si para davanti con un gran sorriso porge la mano.

- Benvenuti la cena è pronta, vi aspettiamo sin dall'inizio della storia.

- Aspettiamo. Aspettiamo chi, se io non avevo alcuna intenzione di scrivere una cosa del genere e, ripeto sino alla noia, chi accidenti sta scrivendo al posto mio?

- Sei troppo curioso, non volete sedervi a tavola? Mio marito ha quasi finito il lavoro e tra poco ci farà compagnia.

- Mi tolga prima la curiosità, come dice lei, suo marito che lavoro fa?

- Lui scrive... scrive storie.

- Amedeo ci sono i nostri amici!

- Scrivo l'ultima parola e vengo, pregali di accomodarsi cara.

- Era ora, mi ha fatto stare in pena, ma vedo che sta bene signorina Erica.

- Ma lei è quello dell'alfa?

- Certamente, sorpresa?

- Ma dove è finito Gianluigi!?

Amedeo quante volte ti ho detto di non scrivere mentre sogni, i racconti ti vengono male.

Perdoni mio marito signorina, non mi dà mai retta.

Si metta pure seduta, la cena si fredda!

“E sì, quando si è prescelti, vi è poco da fare cara Erica”.


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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Le sue uniche parole durante il giorno, sono due: "Grazie" e "Buonasera". "Grazie", in tono afono, e "Buonasera", con l'accenno di un sorriso; ovvio, quando non è l'ultimo ad uscire, il che avviene molto raramene. Quindi va a finire che la maggior parte dei giorni, l'unica parola che dice è: "Grazie".
Non che Luis sia un uomo di poche parole anzi, come tutti gli uomini bassi, grassi, e vestiti senza gusto, parlerebbe a non finire; [ma attenzione: le tre condizioni devono sussistere contemporaneamente per un parlare senza fine; e Luis gode di tutte e tre le condizioni allo stesso istante]; solo....non c'è nessuno che lo ascolta, o che lo vuole ascoltare. Il motivo è che lui: Luis, nel mentre che lavora su, al piano rialzato della libreria, nel fare i suoi conti fra quei fogli dal giallo di vecchio che sono, apre il libro che l'avventore ha riportato dal prestito; lo apre alla pagina undici del secondo capitolo, legge la riga ventidue fino alla fine della stessa, e lo richiude. E così per ogni sacrosanto libro che viene restituito alla libreria. E lui, Luis, pretende di costruire una storia, assemblando gli eventi che legge in ordine cronologico, alla riga ventidue, capitolo secondo pagina undici, fino alla fine della riga, su ogni libro restituito, e parlare di questa. E questa storia va avanti da quando Luis lavora in quella libreria, cioè da quando esiste quella libreria, cioè da....da quando scorre quel rio di fronte! Comunque Luis ha sempre lavorato lì e solo lì, che sono ormai quaranta anni fatti lo scorso Settembre. "Settembre! Che mese", pensa spesso Luis quando Settembre arriva. Ed è a Settembre che cerca almeno di dare una veloce sbirciata giù, al di là della vetrata d'ingresso, perché solo a Settembre, ed il giorno ventinove per l'esattezza, cioè quando luis ha preso lavoro quaranta anni fa, vede la stessa luce, riflessa sulla vetrata, di quaranta anni prima, alle ore 17,00 ed un minuto. E forse è l'unico momento che lo porta al di là dei fogli gialli di vecchio che sono sparsi sulla scrivania. No, non è vero! C'è anche un'altra cosa che lo porta fuori dal suo lavoro ripetitivo. Ma, in caso, sarà lui a raccontarla. Comunque...quel: "Grazie", lo elemosina all'aiuto barista che gli porta su il secondo caffè della sua giornata: il primo lo prende da solo, in casa. Ovviamente Luis non alza neanche gli occhi dai suoi fogli, ed accompagna quel "Grazie", con il solo sollevare la matita verso il soffitto umido ed inadatto ad una libreria, e senza quindi guardare negli occhi il ragazzo del bar, che si affretta invece, per sua risposta, a sorridergli con un chinare lento e leggero del capo. Ah! Si! Certo! Dicevo che pretendere di parlare a chicchessia di una storia che non riesce a definire, che non riesce a costruire, è impresa non da poco; ovvio: si può pretendere di costruire una storia iniziando forse...dico così...tanto per dire...da quando Luis lesse la prima riga, nel lontano 29 Settembre di quaranta anni prima, alle ore 17,00 ed un minuto, che diceva: "....e così tutto finì. La vedova sparse sulla tomba, la terra raccolta con il suo guanto bianco", con la seconda frase del secondo libro restituito e letta al secondo capitolo, pagina undici ecc...ecc..., che magari dice: "fece salti di gioia nel vedere rientrare il marito". Insomma, mettere il tutto in ordine cronologico, e pretendere poi di trovare un significato plausibile, come vorrebbe fare Luis, diventa difficile: sembra che la vedova, nel vedere rientrare in casa il marito precedentemente defunto, faccia salti di gioia; e insomma, capite no? E' un po' difficile poi...., bene, affari suoi; lasciamo stare e torniamo a Luis. Insomma Luis si è immerso in una storia tutta sua; è per questo che nessuno lo vuole ascoltare; già, perché.....ah si! Luis ha comunque anche un cognome; si chiama: Gasca. E quando è costretto a presentarsi a qualcuno, ma questo non accade neanche una volta l'anno, dice: "Piacere...." e forse quel: "Piacere", è un termine che va ad aggiungersi al "Grazie" ed alla "Buonasera"; poi aggiunge: "Gasca.....Luis Gasca"; e questo modo di presentarsi, lo ha copiato di sana pianta quando un benedettissimo giorno, lesse al secondo capitolo, pagina undici e così via...il modo di presentarsi dell'Agente Segreto 007 James Bond che, in quella benedetta pagina ed a quel benedetto rigo disse:" Piacere Bond....James Bond". Va bene, che volete! Quaranta anni in una libreria e con un solo: "Grazie" giornaliero! Escluse le Domeniche....Cerco di finire ed arrivare al motivo per cui nessuno vuole ascoltare Luis: Luis, non è interessato al pallone, allo Sport, né alle donne, né al gioco, né alle trasmissioni televisive, dove dice a sé stesso ovvio, altrimenti ci sarebbe qualcuno ad ascoltarlo: "sono solo trasmissioni che ci vogliono dividere! Ma non vedi che la gente tutta è programmata per litigare? E dove portano i litigi e le alzate di voci? Dove? Alla divisione, certo. E chi ha convenienza a dividere l'Uomo?" Ma poi aspetta il ventinove Settembre, per vedere ancora una volta quella luce del sole, alle ore 17 ed un minuto, riflessa sulla vetrata della libreria. Quindi, ecco il motivo per cui il signor Gasca non riesce a parlare mai con nessuno: lui può parlare solo della sua storia che è ancora nella sua testa, e che certo non riesce a srotolare. Anche i bambini, lì, al prato accanto alla sua abitazione, quando lo vedono arrivare da lontano, per fargli dispetto, scappano. Perché una volta alcuni di questi, nel bel mezzo di una partita amichevole di calcio tra loro, si avvicinarono al signor Gasca nel vederlo rientrare in casa, e gli chiesero riguardo il risultato della partita della loro squadra del cuore, quella vera, quella del paese, ma ovviamente Luis non ne conosceva il risultato, non essendo interessato a ciò; solo, non volendo deludere i bambini, si inventò che la loro squadra, aveva vinto per sette a zero; i bambini esultarono, cercando poi di vincere per sette a zero gli avversari di quella partita amichevole; poi vollero fare alcune domande al signor Luis che ovviamente si era affrettato a dileguarsi, non potendo reggere la grossa bugia detta, anche se a fin di bene, così, da quel giorno, i bambini hanno risentimento nei suoi confronti: per la bugia di quel risultato, e per la delusione che provarono poi, nel sapere che la partita vera, quella della loro squadra, non si era neanche giocata...per un motivo che Luis non seppe poi dirmi. Ecco, in conclusione Gasca vuole parlare, o forse può solo parlare di quella sua storia, non definita, non iniziata, tantomeno conclusa, che è nella sua testa; e non riesce ad avere nella sua mente null'altro, non trovando interesse in altre cose. No, non è vero; un altro interesse lo ha: Gasca, è un magnifico suonatore di tromba. Cerca sempre di uscire per ultimo dalla libreria dove lavora, finge di prendere la via di casa, lascia che tutti i commessi siano andati via lungo le loro strade, rientra nella libreria: [anche lui ne ha le chiavi], ed inizia a suonare la tromba; ecco: quella è la seconda via che porta lontano il signor Gasca.
Ah! Si! Un'ultima osservazione: quando il signor Gasca fu costretto ad abbandonare la sua libreria a causa dell'innondazione del rio, nell'andar via con due o tre libri sotto il braccio, salutò con tutto il fiato che immetteva nella tromba, il ragazzo del bar, che si apprestava anche lui, con le ginocchia immerse nel fango, a sgomberare le ultime cose del bar, e nel salutarlo urlo:"Ciao Serafino!". Serafino rimase immobile fuori dal bar che era, girò lentamente la testa, con un sorriso estrasse la biro che aveva nel taschino e la sollevò verso il cielo. Fu la prima ed ultima volta che il signor Gasca vide il bel sorriso del ragazzo.
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Profilo Autore: tony lavinara  

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Foto sutherland per il club

Diciassette marzo 1985, pomeriggio inoltrato...

Una rossa luminosità invadeva la città di Dornoch, affacciata sul mare del Nord, nella Scozia nord-orientale.
La contea del Sutherland faceva da contorno con tutto il suo storico passato.
Le Highlands richiamavano vicende lontanissime: storie di clan e di battaglie.
La risacca del mare lentamente si spegneva sulle spiagge.
Le case in fila sembravano quasi confondersi con i toni del cielo.
Un vento insistente soffiava sulle strade che correvano lungo la costa, trasportando spruzzi d'acqua sul suolo.
La sera cercava di strappare gli ultimi bagliori di luce prima di chiudere la finestra del cosciente per abbandonarsi nel sogno onirico del silenzio.
Notte.
Come tante altre, tutte uguali una all'altra.
La città sonnecchiava da un po' mentre una foschia tenue ricopriva tutta la pianura.
La strada che conduceva al mare era deserta.
Alberi spogli sparsi qua e là lasciavano intravedere un autunno inoltrato.
Un'auto si dirigeva verso il centro della carreggiata illuminando la strada con i suoi gialli fari.
Un gatto fermo nel centro.
I suoi occhi accesi come lampioni.
La morte sfrecciò accanto... sfiorò.
L'auto si fermò, scese qualcuno. Una carezza leggera sul muso, mani che sollevarono e caldo tepore d'un sedile. Poi, le luci della targa s'allontanarono nella nebbia.
Un segnale stradale, vecchio e arrugginito, barcollò come un ubriaco, cadendo in terra. Una scritta: “Benvenuti”.
Sì: benvenuti in questa storia.
Piana di Nightingale.
Un'auto ferma: Bentley Musalnne nera. Una porta si apre lentamente. Foschia. Un'eterea figura s'intravede. Si spengono le luci d'una casa illuminata a giorno.
Il rumore d'un mazzo di chiavi tintinna nel silenzio, un cancello cigola lamentandosi; sul selciato, stivali schiacciano pian piano sassolini bianchi.
Un viale, con ai margini delle siepi e alcuni alberi, porta in fondo al buio senza che di esso si veda la fine. Dimora antica custodita con gran cura: ogni aspetto architettonico è sapientemente gestito. Giardino perfetto.
Proprietari molti ricchi sicuramente.

Una voce dall'auto: “Buona sera miss Jane, al solito posto?”
La donna sale, quasi fosse priva di peso per la sua magrezza.
“Vai George, solito posto”
Sempre più notte nel Sutherland.
Whitedark pub, un quarto a mezzanotte.
Parcheggio.
Lattine di birra intorno: bidoni dell'immondizia che emanano profumi inebrianti.
Stridono pneumatici, si ferma l'auto.
Figura esile scende: capelli lunghi, lisci e neri; trucco sul viso appena accennato. Jeans, maglione sportivo, giubbino di pelle e l'unico vezzo un paio d'anonimi “anfibi” ai piedi.

Famiglia borghese la sua: benestanti da generazioni e uno zio alla camera dei Lords.
Modi raffinati e aspetto da ragazzina non ancora cresciuta.
“George, tardo un po', questa sera voglio divertirmi; ne ho abbastanza del collegio e degli insegnanti e poi ho una gran fame questa sera. Mi raccomando non dire dove sono ai miei, ti prego fallo per me. Fra un paio d'ore puoi venire a prendermi”
“Va bene miss”
Gente sfatta, avara della vita: l'indolenza non è un accessorio.
Un mondo di visioni governa il locale.
Fumi e odori salgono sulle travi di legno: le impregnano, le sodomizzano al loro gusto.
Chi entra ne esce vestito a nuovo: un nuovo che sa di schifo, quello della società.
Una ragazza di così alto rango in quel locale?
L'esser giovani e ricchi non implica né morali indotte o altre coercizioni dell'animo, quindi...
“Una birra doppio malto per lavarmi la bocca”
Jane sussurra con voce roca che par venga dritta da chi mastica tabacco da una vita.
Anche le corde vocali paiono aver cambiato timbro.
Ragazzi distratti pendono dal bancone, quasi arrampicati a esso in un gesto d'estrema salvezza.
“Thomas, guarda che bel bocconcino questa sera”
“No sono stanco, vacci tu Robin”
I due sono amici da tempo, ma amici di cosa?
Noia in loro: li prende e li seduce di notte, quando vestono i loro veri panni.
Il giorno alla Royal Insurance: polizze vita il ramo.
La notte, beh la notte è uguale per tutti: balordi con modi da damerini e damerini con modi da balordi... cosa c'è di meglio della notte.
Cambiarsi la pelle è come un semplice quanto accurato cambio d'abito.
Il giorno dopo basta riporre il vissuto in un profumato armadio alla naftalina.
“Ciao, sai che sei carina?”
“Dai, lasciami stare, sono qui solo per bere un drink: non sono mica una di quelle, cosa credi!”
“Come ti chiami, questo me lo puoi dire almeno?”
Nonostante il tono della voce tirato fuori prima, un leggero rossore in viso lascia trasparire una certa timidezza in Jane. Però la notte impone rudezza oggi e lei è divenuta rude quanto basta.
“Ti ho detto di girare al largo eppoi voglio prima mangiare qualcosa, sono affamata”
“Di sesso?” Sussurra Robin.
Lei sorride facendosi ancora più rossa: “mi chiamo Jane e tu?”
“Io Robin, bevi una birra insieme a me, non vorrei che qualche poco di buono t'abbordasse: questo locale è pieno di tipi non proprio puritani, di me ti puoi fidare, lavoro nelle assicurazioni...”
“Mi piace assaggiare il sapore della birra fino al fondo del bicchiere”
Sussurra con voce dolce Jane, lasciando da parte la finta vocalità impostata.
“Ok, prendiamo due doppio malto red”
Ribatte Robin.
Uno dopo l'altro vanno via i boccali: un'arsura che sembra essere un deserto in fiamme.
Robin intanto bofonchia qualcosa facendo cenni all'amico lontano: “Imbecille vieni. Thomas, vieni... è strafatta di birra, ci divertiremo nel parcheggio”.
La prendono sottobraccio ed escono ridendo; anche lei ride: penserà magari a una avventura da brivido per scrollarsi l'aria da collegiale. Manca ancora un' ora all'arrivo di George, c'è tempo.
Auto in sosta.
Cominciano a strattonarla e lei ha un sussulto: la tragica realtà appare ora chiara nella sua mente da ragazzina.
La schiaffeggiano, cercando di strapparle i vestiti di dosso.
Jane d'improvviso inizia a ridere.
“Questa è tutta fatta amico, questa sera bottino grosso: tira fuori l'argomento che iniziamo a spassarcela”
Mentre la frase prosegue, improvvisamente Jane cambia tono, la risata si fa lugubre e la voce diviene tenebrosa e cupa.
I due hanno un'incertezza, si spostano d'un passo indietro.
Lei tira fuori dal giubbino una mannaia.
L'aria si spacca, urla al suo roteare.
La testa di Robin si apre in due.
Thomas rimane impietrito: il cervello dell'amico gli inonda la giacca lordando il suo viso e impedendogli di vedere.
Jane con forza soprannaturale lo afferra: alza nuovamente la mannaia gli tronca una mano di netto, poi il braccio.
Cade in terra esanime: domani non andrà al lavoro certamente.
Sangue sulle auto e nel parcheggio.
Bava alla bocca, sguardo soddisfatto e occhi di fuoco.
La mattanza è finita.
Trascina i corpi vicino alla Bentley, che nel frattempo ha parcheggiato non molto distante; strappa le carni, assaggia il loro sapore e li divora con inumana ferocia.
Ossa spolpate sino al midollo sull'asfalto del parcheggio del Whitedark.
Finisce la sera di Thomas e Robin, l'ultima da padroni del loro nulla.
“George andiamo a casa, hai mantenuto il segreto con i miei?”
“Certo signorina, ho detto loro d'averla accompagnata dalla figlia di sir Jonstone.”
“Grazie George, senza te non so cosa farei. Accidenti avevo una fame... questa sera la carne era ottima, però domani voglio andare al Downlake!”
“Va bene miss Jane”
Goodnight.
Una Bentley musalnne nera entra nel vialetto, si ferma.
Una figura corrucciata avvolta nel buio attende. Jane scende.
“T'ho detto mille volte di non andar in giro in quei locali malfamati, sai che ti conosco e so benissimo cosa sei capace di fare, e poi tua madre non vuole che importuni gli uomini!”
“Ma papà oggi è il mio compleanno!”
Un sorriso, un braccio sulla spalla e s'incamminano verso la fine del viale.
S'intravede un piccolo cancello.
Una scritta: “Dornoch Monumental Cemetery”
Sulla sinistra immediatamente dopo l'entrata una lapide bianca in pietra. “Jane Born: 17 march 1700-17 march 1722”, dad and mum, rest in peace” Null'altro inciso.
Un gatto siede accanto e con una zampa pulisce le orecchie.
Una notte è trascorsa. Un'altra storia è morta.
Un'altra passerà...
“Ah... dimenticavo di dirvi: l'ultima strega in Scozia fu bruciata viva nel 1722 a Dornoch.
Si chiamava Jane Born” E non era una strega, o si?
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Nonostante la guerra, gli ippodromi godevano di una certa immunità, e le corse si svolgevano in maniera abbastanza regolare, anche perché erano frequentate da soldati e ufficiali tedeschi.
Ogni tanto la Gestapo effettuava a sorpresa dei controlli, alla caccia di ricercati, ma sopratutto di ebrei. Fu appunto durante uno di questi improvvisi controlli, che due amici, uno dei quali ebreo, furono costretti a separarsi frettolosamente. Dopo qualche tempo la Gestapo se ne andò. I cavalli tornarono a correre, e i giocatori a scommettere. L'amico francese, rimasto solo, cercò l'amico ebreo, ma non lo trovò. Ritornò allora a scommettere fino all'ultima corsa. Poi mestamente e da solo s'incamminò lungo il viale che dall'ippodromo porta in città. Improvvisamente vide il suo amico che lo precedeva di un centinaio di metri. Accelerò il passo e lo raggiunse. " Amico mio, ti è andata bene... sapessi quanto sono felice di ritrovarti! " gli disse.  " Bene un corno! "  gli rispose l'amico ebreo piuttosto seccato, "anche oggi ho perso trecento franchi!... "
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Profilo Autore: francesco*   Sostenitore del Club Poetico dal 20-09-2017

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Io Mastiff e Fugo attraversiamo due porte e finiamo in casa di Pappara. L’aria ha un aspetto grigio come i muri della casa. All’apparenza sembra vuota. Svuotiamo la dispensa di babbo Orso e mamma Secca, bevendoci tutta la loro birra. Finito di bere usciamo barcollanti dalla casa. È buio. La notte è chiara e pullula di stelle. Attraversiamo il lungomare che sembra essere quello di Stintino. È un ebbrezza che gode di se stessa e accompagna dolcemente i nostri passi.

Ad un certo punto si sente una voce che mi chiama. È mamma Secca che urla il mio nome dalla sua finestra. Evidentemente lei e babbo Orso sono rientrati nel momento in cui siamo usciti e hanno scoperto che abbiamo fatto fuori la loro scorta di birra. A quelle urla isteriche mi vedo costretto a tornare indietro. Mastiff e Fugo si trasformano in Perda e Pappara. Lo scenario si spegne.

Nella seconda parte il lungomare pare sempre quello di Stintino. Benaldo mi chiede insistentemente il perdono. Vuole fare una partita con le pietre nere dell’asfalto. Come in una sfida di scacchi. Nel lanciarle le pietre si dispongono a rombo. Atmosfera cupa e saette in cielo. Non riesco a cogliere il significato della disposizione a rombo. Lungo il precorso appare Fugo e qualche altro personaggio non identificato. Seguiamo tutti Benaldo che non smette di chiedere il perdono. Il mare subisce influenze lunari e mormora sussurri di onde che si infrangono sulla pietra. Con mia grande sorpresa mi accorgo che uno di noi si stacca dal gruppo e decide di accordare il perdono a Benaldo. Non riesco a crederci. Lo sconosciuto è di spalle. Io e Fugo stupefatti.

Ma la luna illumina il volto di colui che è giunto a dare il sospirato perdono. E ne decreta la nullità.

Poiché è Benaldo stesso che si è sdoppiato per darsi il perdono da sé.

Il tutto scompare in un divagare di ombre che ridono di loro stesse.

Tranne una che ha perso il suo doppio e rimane a specchiarsi sul muro.
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Profilo Autore: Fabio Piana  

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Solca con fierezza, dopo aver attraversato una serie di chiuse, le acque del fiume Brenta, un battello. Venezia attende. Percorre luoghi che s'affacciano fin su gli argini a troneggiare opulenza e bellezza caratteristiche della zona. L’eccitazione dei passeggeri è palese: turisti desiderosi di visitare e fotografare le ville, raro esempio di bellezza, costruite dai dogi per mostrare opulenza e frivolezza nelle feste. Si specchiano nel Brenta avvolto nella soffusa nebbia umida che circonda colonne e lesene. Una donna dall’aspetto elegante scruta con sguardo ansioso la riva. Villa Foscari è lì, in attesa di mostrarsi con tutto il suo fascinoso aspetto. Nulla per cui farsi notare, eppure quella donna, dal fare austero e riservato, emana un’aura accattivante, che rende la sua bellezza sconvolgente. Viso bianco, pallido, accompagnato da sottili e lucenti capelli rossi. Non parla con nessuno dei passeggeri del battello. Mark, seduto accanto all'oblò, rivolto verso il fiume, la osserva da molto: il fascino emanato è tale da catturare gli occhi e renderli fissi e vaghi. Voglia di avvicinarla, ma lo trattiene il riserbo e il desiderio continua nella sua discreta ammirazione. Il rollio dei motori pian piano s’affievolisce insieme al ribollio della melma sulla sponda dell'attracco: lentamente il battello accosta a riva. La villa si presenta nella sua magnificenza specchiandosi nel fiume. E' soprannominata “La Malcontenta”. Venne commissionata da Alvise e Nicolò Foscari ad Andrea Palladio e fu finita di costruire nell’anno 1555. Un blocco unico, costruito in mattoni in perfetto stile Veneziano e impreziosita da richiami che tendono al classico del IV e V secolo d.c. Un percorso cerimoniale conduce alle scale laterali per accedere alla villa che sorge su un alto basamento. Pietre scolpite, basi e capitelli decorati col marmorino, assumono un aspetto lapideo, ricordando antichi templi. Lo stile palladiano s'esalta nel suo neoclassicismo romano. Il salone interno si lascia ammirare con mitologici e allegorici affreschi che ricordano la storia di Astrea, figlia di Giove, lasciata sulla terra. Tra le colonne le raffigurazioni delle stagioni catturano gli sguardi degli stupefatti visitatori. Mark intanto, perso dall'ammirazione per la sua dama, non s'accorge che l’affascinante donna si è allontanata scomparendo all'interno delle stanze. Si scuote dal sogno e una sensazione impercettibile lo spinge alla sua ricerca. Percorre le stanze dai soffitti arcuati e si ferma osservando quella centrale a forma di croce: d'un tratto un flebile lamento proviene da dietro una parete adiacente. Mark tende l’orecchio cercando di individuarne la provenienza; il lamento simile a un pianto si fa sempre più intenso. Poggiando le mani alla parete per udire meglio, inavvertitamente esse muovono un candelabro appeso. Questo vecchio meccanismo d'apertura, spostato dal suo asse, fa ruotare una porticina su se stessa. Mark senza volerlo si ritrova in una stanza buia. Attonito e quasi non cosciente non si rende conto dove si trova. Pian piano gli occhi si abituano all'oscurità: istintivamente, voltandosi da un lato, vede la bellissima donna del battello che gli sorride tendendogli le braccia. Finalmente sei qui, da tempo attendevo di sentire il tuo calore; fammi sentire la tua passione, il mio corpo geme in attesa di riassaporare il miele ambrato del tuo amore. Mark vieni, l’ansia sta distruggendo la mia anima e l’agonia del desiderio di te mi consuma”. Mark osserva e ascolta, ipnotizzato dalla soavità della voce, poi con un sussulto si dirige verso la donna. La bellezza è tale da farsi accogliere fra le braccia senza timori. Cerca le sue labbra affamate e si nutrono entrambi d’un bacio che li trascina verso lussuriosi nembi di passione incontrollata. “Non attendere oltre, il mio tempo è limitato, amami ora e sarò eternamente con te. E' molto che attendo, presto, sta per giungere la notte per condurmi via. Amami ora e per sempre. Un amplesso infuocato li avvinghia e s’addormentano stremati sul gran letto a baldacchino che dormiente li attende nella stanza, pronto ad accogliere le svelate nudità. Alba giunge. Voci stridule destano Mark dal sonno. Le braccia s'allungano cercando inutilmente la donna. La stanza s’illumina e un capannello di persone ridacchianti osservano le sue nudità esposte a pubblico ludibrio, mentre si ritrova in una stanza vuota dove volteggiano sospinte dal vento bianche tende alle alte finestre. Dov'è il tempo in questa avventura, dov'è la ragione e quando ciò è accaduto? Un guardiano chiama la sicurezza, qualcuno porge una giacca. Due poliziotti 'avvicinano... La scena successiva si descrive da sé. Mark riprende le sue facoltà e con un po' d'arguzia ritrovata racconta d'essere stato aggredito e rapinato da due persone che gli hanno fatto bere qualche miscuglio. Tra incertezze e dubbi, prevale la buona fede e l'inconsapevole attore viene riaccompagnato in albergo a Padova, meglio lasciar perdere beghe con ambasciate straniere. Doccia calda, colazione e tutto sembra essere a posto. Sì, ma quale posto? Siamo a Galzignano Terme, sui colli Euganei e la città è a un tiro di schioppo. Mark ancora non riesce a comprendere se quella donna fosse vera e se tutto quello che è accaduto rasenta il vero o cammina sulla pazzia. Un caffè italiano è d'obbligo, poi in auto noleggiata verso il capoluogo dei colli, alcune formalità da sbrigare in questura. Tra qualche giorno un volo da Verona per Berlino e tutto sarà dimenticato. In fondo la spregiudicatezza dell'essere giovani aiuta e vuoi mettere che soddisfazione raccontare quest'avventura italiana! Verde e storia tra passato e presente, forse è il caso di fermarsi a dare un occhiata ad Arquà Petrarca, borgo di impareggiabile bellezza e riposo del padre della letteratura italiana, Dante non avertene a male. Bei posti: un bicchiere di brodo di giuggiole in trattoria, una veloce salita verso la casa del Poeta, qualche scatto dal cellulare sulla pianura sottostante, un selfie e via verso Padova. La strada non è molto lunga, e tra curve varie, passata Battaglia Terme, Mark non fa a meno di notare sulla sua sinistra, arrampicato sul colle in salita, il castello del Catajo, vera e propria reggia talmente grande da avere moltissime stanze chiuse da secoli. “Scendi, scendi!” Diamine da dove spunta fuori questa voce. L'auto si ferma sul ciglio della strada, appoggiata sull'orlo d'un canale. La cinta di mura si stende in verticale, mentre parte del corpo del castello s'erge maestoso davanti, per poi portare l'occhio verso l'orizzonte boschivo. Un cancello aperto e un lungo viale. Ingresso e biglietto. Guida impeccabile con spiegazioni attente e descrittive. E la voce? Mark appare intontito, forse nemmeno vivo per comprendere. L'ala di destra del castello completamente chiusa. Buio, nessuna luce elettrica, mica si può pagare corrente per tutto questo maniero. Il freddo penetra nell'animo oltre a irrigidire il corpo. La vastità delle sale e la lunghezza della costruzione sono imponenti. Segue i mattoni facendo chiarore con il cellulare... Poi appare in fondo al corridoio una porta impolverata dal tempo. Mani sulla maniglia arrugginita ed essa non si muove. Ancora buio, dove sono? Si chiede in incoscienza cosciente Mark.

Amore non mi vedi sono qui, davanti a te, alza lo sguardo” Occhi che non vedevano ora vedono, pulsa il cuore, batte l'orologio del cervello rintocchi di follia. Sudore, sudore gelido si mischia a bava languida d'insana passione. Le mani strappano vestiti, le virilità appaiono chiare e la ragione si nasconde nelle pieghe della sfrenata violenza della libido. Corpi rotolano assaporandosi in varie posizioni, scrutando i limiti del limite, ansimando e gemendo negli occhi degli amanti. Perversione dei veli dell'inferno, tra sangue e banchetti di umide voluttà. L'amplesso del fu diviene ritmico movimento dell'ora... ma non v'è tempo in questa stanza e l'ora ancora deve giungere. Infine il canto d'un barbagianni segna la fine dell'enfasi. Sfatto e tremante Mark si rannicchia raggomitolandosi su se stesso nell'inconscio della sua perversa notte. Buio e alba nascono e muoiono in un attimo, in un attimo si può esser folli o follemente saggi. Si dice che le storie si ripetano e un velo di verità si trova sempre nella tradizione raccontata. Ecco allora la figura del zelante custode che nota una porta aperta che non dovrebbe essere aperta, un uomo che non dovrebbe essere lì e una nudità che non ha scopo d'essere; insomma l'essere c'entra eccome in questa storia. Questura di Padova: “Ragazzo non mi sembra che la situazione per te sia buona, questa è la seconda volta che ti becchiamo nudo in giro per palazzi, una denuncia non te la leva nessuno, non dirai d'essere ancora stato aggredito? Queste aggressioni seriali persecutorie farebbero ridere qualsiasi magistrato. Ora o dici come stanno le cose, altrimenti un provvedimento d'espulsione non te lo leva nessuno insieme a una denuncia per atti osceni”.

Dormire nudi è osceno?, chissà come dorme il sovraintendente quando fa caldo a casa sua. Appunto a casa sua, non nelle stanze vuote di palazzi storici. Ma poi dove è finita la turista che sodomizza gli uomini?

Uomini? Non diciamo cavolate, ascolta io non posso portare al magistrato di turno una simile storia, ne va della mia carriera, prendi le tue cose, entro due giorni sparisci e non farti vedere più in Italia, oltretutto sto omettendo una denuncia e questo è un reato. Ora levati dalla mia vista se no ti butto dalla finestra con le mie mani”.

Mark in fondo non è uno sciocco, nel suo italiano quasi perfetto ringrazia e firma il verbale, opportunamente edulcorato, e s'avvia a piedi all'uscita.

La via che attende alla scalinata guarda verso il giardino Botanico e nel girare a sinistra la Basilica del Santo termina lo sguardo con le sue cupole bizantino romaniche; ma Mark non è un credente molto convinto e arrivato alla svolta, prende la direzione che conduce a Prato della Valle, la piazza più grande d'Europa dopo la piazza Rossa a Mosca. Il pensiero non esiste e i neuroni cercano quell'immagine di peccato di quell'essere infernale che lo ha posseduto nel corpo e nello spirito. Certo non può sapere quello che diceva sulle donna Jacopone da Todi nelle sue laudi. Il medioevo è passato e il passato non torna e nemmeno le concezioni dettate dalle ragioni d'una sola volontà. Volontà, quella che non ha più, quella che gli è stata carpita insieme alla ratio. Queste cose non possono avere importanza, figuriamoci per Mark che è venuto in Italia per migliorare la lingua e per la sua passione per il bel Paese. Nel frattempo di questo ragionare teologico all'angolo della piazza, in direzione sud, appare un palazzo a due piani di proprietà di famiglia nobile che ospita la più famosa collezione di lanterne magiche del mondo. Tra il 1700 e l'800 rappresentavano il precinema della storia. Strumenti di rara bellezza, attraverso dei vetrini colorati, deliziavano con figure e situazioni dando la sensazione di compiere miracoli agli occhi esterrefatti degli uomini di quel tempo. Prenotare quel volo per Berlino è ora d'obbligo, non più fatua necessità. Prendere un caffè è sempre piacevole e poi servirà pur a qualcosa. Due porte adiacenti una per il ristoro, l'altra per il museo. Prima il ristoro. Accidenti ricominciamo, le gambe devono salire su per le scale rivestite di velluto rosso, dopo tre rampe abbastanza ripide s'accede alla sala grande. Decine di “lanterne magiche” esposte e mille e mille scatole di vetrini colorati e un'infinità di tele bianche per proiezioni. Un signore gentile dice che fra poco nella sala del cinema inizierà uno spettacolo con una di queste lanterne con l'uso di vetri dipinti risalenti al 1700... Lo spettacolo è molto particolare, oggi poi in via eccezionale si vedranno alcune proiezioni un po' “spinte”. Un vero e proprio filmino hard antidiluviano d'epoca. Costo solo 5 euro. Inutile dire che Mark siede in prima fila. Luci spente e via con questa proiezione. Appare una donna, sembra avere dei capelli fini di color rosso, un velo copre il corpo. La scena ha sullo sfondo i contorni d'una stanza vuota. Via ora un altro vetrino: un giovane senza vestiti appare in tutta la sua virilità, il resto vien da sé. Via uno e dentro un altro i vetrini ansimanti fanno il loro dovere. Però da un attento sguardo quel giovane pare di conoscerlo. Certo è Mark, senza ombra di dubbio è Mark. Gli occhi si strabuzzano figuriamoci a chi si riconosce in quei vetri dipinti, scherziamo? No, tant'è vero che le ore passano e nessuno va via. Ma se l'unico spettatore è lui. Appunto la lussuria e il mistero pervadono indissolubilmente l'animo di questo ragazzo, la vostra no, mi raccomando, poi non avete pagato nemmeno il biglietto e non vi si può mica dire tutto. Questa volta nessuno, a parte i vetrini, rimane nudo e nessuno ha percepito gemiti perché essi si potevano sentire solo nella mente di Mark. Una strana soddisfazione virile accompagna: sarà dolce follia o ingenua frivolezza? Chiunque avrebbe rasentato l'orlo d'un precipizio, lui no, vive lasciandosi trasportare dalla storia, lasciando che una bruma leggera salga dall'acqua della sua passione. Gli eventi per una volta non sono scritti e descritti, vivono con lui, lo seguono nell'evolversi della sua storia, si intrecciano con la sua vita e lo sospingono dove non esiste sapere. Prenotazione in agenzia per il giovedì seguente. Un giorno di tempo per comprendere, per apprendere.

C'è un'offerta per il Burchiello, è un battello che attraversa i canali e poi seguendo il fiume Brenta porta alla laguna di Venezia, le interessa? E una bella esperienza e poi si possono visitare le ville lungo gli argini, sono molto belle. Il suo volo parte dopodomani, perché non ne approfitta?”

Lo sguardo va oltre il computer: una ragazza con un viso chiaro e dei capelli rossi sorride con un'eleganza non naturale.

Domani non lavoro qui in agenzia, potremmo andare insieme, adoro il fiume e quel battello, quando posso lo prendo sempre... Sei un bel ragazzo sai. Io sono Elosie e tu come ti chiami?
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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i sei giorni del cameo


I sei giorni del cameo

Cap. I

Il borgo di San Jacopino e il libro.




Una Firenze calda e assonata s'affaccia sulle righe dei fogli.

Sfogli la tua margherita dai petali appassiti e rimani spoglio davanti al tempo. Potresti chiederti qual è il tuo tempo oppure rimanere col dubbio in eterno. Appunto è l'eternità che affama l'animo, lo nutre violentemente con le sue sanguinose mani che stritolano ogni barlume di logica.

E il caldo continua e io sono io: padrone del tutto, possessore del nulla.

Una strada, via Maragliano, sbuca in uno spiazzo dove vicende indicano

e un cartello stradale segna un senso unico.

Potrebbe anche essere il 1959, non sono sicuro.

Avevo casa allora in largo san Jacopino.

Piccola piazza circondata da molte attività: un rigattiere, uno spaccio di generi alimentari, una piccola macelleria, qualche negozio d'abbigliamento e una pizzeria con a fianco una pasticceria.

Maggio o giù di lì. No, era maggio ora che ci penso non ho dubbi.

Mi dico ho fame, direi meglio che la fame mi parla con una vociona da oltretomba, già oltretomba.

Tralascio, voi che ne dite?

Fossi matto quando la fame chiama io vado in pasticceria e che ci trovo.

Cornetto alla crema? No... si... no, in un certo senso si.

Mi spiego meglio, colazione certa e certa visita al rigattiere vicino.

Bancarella di libri usati: m'avvicinai e decisi d'acquistarne uno con una vecchia copertina di pelle rossa che attirava la mia attenzione.

Direte: bella scoperta son libri usati per forza son vecchi.

Questo era proprio vecchio.

Accidenti comincio a essere serio, quasi quasi mi spaventa un po' sta roba qua.

Sposta un attimo la mano, sì, grazie ora leggo il titolo.

“Astri del Cielo”, bello!

Il titolo stuzzicava non poco la mia passione per la geografia astronomica.

Lo avvolsi in un foglio di carta e presi a gironzolare per la città fino all'imbrunire. Non penserete mica che abbia mangiato quella pubblicazione?

Macché mi fermai in centro in un ristorante self service.

Cotoletta alla milanese e patatine fritte.

Se non fosse per il “milanese” ti darei del Kit Carson, famoso compagno di Tex Willer.

E così mi sono dato del matusa da solo. Ci manca un “lemme” per darmi austera e bianca sapienza. Non l'ho mai avuta, mi dispiace.

Stanco per la calda giornata e ansioso di dare un'occhiata a ciò che avevo comprato, presi al volo l'autobus n° 10, che portava in piazza San Jacopino.

Giunto a destinazione scesi con premura dal mezzo, saltando quasi addosso a un tale vestito di nero, con una tuba scura in testa, che sembrava venir fuori da un altro secolo.

Messo il piede sul marciapiede, voltai lo sguardo verso quella persona accorgendomi che m'osservava in maniera alquanto insistente e prima che l'autobus ripartisse feci in tempo a chiedergli scusa d'averlo spintonato.

Mi rispose con un movimento della testa e un sorriso appena accennato.

Con passo veloce quindi mi diressi verso casa.

Una volta entrato mi sdraiai sul letto e cominciai a sfogliare le pagine del mio libro. Sulla copertina era stampato: “Saggio d'Astronomia e Calendario della fasi Lunari”, anno di stesura 1859.

Firma in calce: “George Stone, ordinario della cattedra di Geografia Astronomica all'università di Firenze.

M'accorsi immediatamente che esso era in buone condizioni, tranne la pagina n°40 che aveva uno spessore maggiore rispetto alle altre: la presi fra due dita e, sotto i polpastrelli, notai una piccola rientranza, con stupore capii immediatamente che erano due fogli incollati tra di loro. Accesi una piccola candela e li riscaldai, distanziandoli così dal resto del libro. La vecchia colla indurita si sciolse, consentendomi di staccarli l'uno dall'altro senza stracciarli.

Allargando quei fogli rimasi stupito: cadde in terra un piccolo pezzo di carta ingiallita. Lo raccolsi con delicatezza a me non usuale.

Dopo aver poggiato sul comodino il libro, concentrai la mia attenzione su quel foglietto manoscritto e sotto la luce di un'abatjour cominciai a leggerlo.




“Addì 10 maggio 1859.

Io granduchessa Maria Alexdrandova nell'ora dei miei 40

che dal destino sottrarmi non posso,

dell'amore mio strappata a forti ardimenti,

consegno l'anima e questo scritto

a chi nel tempo futuro buon uso ne farà”.




Al quarto di luna volgi lo sguardo

e posa la mano sopra.

100 saranno al traguardo.

A te la lancetta svelerà l'arcano

sotto il cerchio delle cinque ore

del gioiello mondano l'effige posa,

sollievo sarà del mio dolore

e il decimo non aprirà invano”.




Cosa voleva dire, quale era il suo significato e a chi era indirizzato?

Affranto dalla mia incapacità di trovare una soluzione andai a dormire, l'indomani avrei provato a venir a capo dell'enigma.




Avete visto come sono diventato serio... meglio lasciar parlare la storia in un tono narrativo classico. Ci ritroveremo alla fine, voglio anch'io leggermi il seguito senza essere disturbato, anche perché non ho ben compreso di cosa si tratti...

Ah dimenticavo siamo a lunedì 4 maggio 1959







Cap.II

La biblioteca Nazionale




Alle sei del mattino m'alzai, vestendomi in fretta per cercare di capirci qualcosa.

Copiai su un foglio lo scritto e, dopo averlo letto con calma, senza arrivare ad alcuna conclusione, lo abbandonai sul letto decidendo di schiarirmi le idee fuori casa.

Scesi in strada, m'appoggiai a un palo e attesi il passaggio dell'autobus.

Il mezzo era vuoto. M'accomodai sulla fila di destra al sedile n°10 e, guardando verso lo specchio retrovisore posto di fianco al conducente, vidi in fondo quell'uomo con la tuba scura che avevo incontrato il giorno prima. Pensai: sarà un artista di strada, uno dei tanti che popolano le vie della città.

Arrivato a ponte Vecchio scesi all'altezza d'un'edicola e mi avviai verso piazza della Signoria, passando sul punto esatto dove fu bruciato il Savonarola. Voltai le spalle alla statua del Nettuno, posta di fronte a Palazzo Vecchio, guardai verso la Loggia dei Lanzi e, sotto la statua del Perseo, vidi nuovamente quell'uomo vestito di nero che sembrava rivolgersi a me: con degli ampi cenni mi invitava a seguirlo.

Cercai di raggiungerlo ma i suoi passi più veloci dei miei non me lo consentirono.

S'avviò versi gli Uffizi svoltando sul lungarno. Lo seguii con fatica e mi ritrovai in piazza dei Cavalleggeri, davanti alla Biblioteca Nazionale Centrale. Allungai lo sguardo e verso l'entrata, sotto l'arco della facciata, notai quello strano individuo: aveva un'espressione di sorriso e sembrava ancora rivolgersi a me.

Poi un fascio di luce lo investì facendolo scomparire nel nulla.

Anch'io ebbi un'illuminazione: dovevo entrare dentro la biblioteca e cercare,

Sì, ma cercare cosa? Notizie sul manoscritto. Nello specifico notizie sulle famiglie nobili vissute a Firenze intorno alla metà del 1800.

Feci così e, dopo varie ore di ricerca, venne fuori quello che mi interessava: la granduchessa Maria e suo marito Alessio Alexandrov avevano vissuto a Firenze tra il 1840 e il 1860. Risalii a queste date perché in quel periodo essi avevano acquistato sulle colline di Fiesole un'antica villa, divenuta poi un museo, che racchiudeva un'ampia collezione di quadri. Il tutto era riportato nella storia dei proprietari della villa.

Felice delle mie scoperte decisi di prendermi una pausa. M'avviai verso il duomo e entrai in un ristorante con vista sul campanile di Giotto, il solito.




La giornata di martedì cinque maggio 1959 stava per trascorrere definitivamente.

Passai il resto del pomeriggio dormendo, provato dalla precedente notte insonne e dagli eventi.

Chissà se quel sonno ristoratore m'avrebbe concesso dei lumi sulla risoluzione del mio enigma...







Cap. III

Le nubi




L'indomani la sveglia suonò alle sei e io m'alzai ansioso di leggere il libro che avevo preso in prestito dalla biblioteca Nazionale.

La particolarità della villa, indicata nel libro, non risiedeva tanto nella struttura architettonica, quanto nella presenza al suo interno d'un orologio a muro costruito da Guido dei Guiscardini di Monte Riggioni: mastro orologiaio vissuto nel 1800, molto famoso per le sue realizzazioni.

Dal libro si evinceva che, nel 1851, la granduchessa aveva commissionato la sua costruzione all'interno della sala maggiore della villa: luogo di importanti ricevimenti e feste.

L' orologio era così realizzato: v'erano due cerchi uno dentro l'altro. Nel primo si trovavano le ore e i minuti con le relative lancette, la scritta LUNA e un rettangolo per la data.

Nel secondo cerchio esterno v'erano i mesi in corrispondenza delle ore, indicati da una terza lancetta.

Sulla sinistra dei quadranti due file di numeri verticali segnavano i giorni, delle astine si muovevano a seconda del giorno.

A destra dell'orologio si trovava un terzo quadrante più piccolo, all'interno del quale appariva il simbolo del quarto di luna: esattamente nel giorno, mese e ora in cui esso avveniva.

Nello scritto non trovai altre indicazioni sul funzionamento del meccanismo.

Il resto trattava la storia della famiglia Alexandrov.

Vi accenno le parti salienti: essi erano arrivati a Firenze da San Pietroburgo. Imparentati con lo zar Alessandro II, il granduca Alessio svolgeva funzioni di console. La granduchessa, appassionata astrofisica e studiosa dei fenomeni dell'occulto, era molto nota nell'ambiente universitario e nei salotti culturali e mondani della città.

La vicenda più interessante riguardava però la sua scomparsa misteriosa, avvenuta il 10 maggio 1859, in circostanze mai chiarite.

Tempo dopo il granduca, affranto dal dolore, era tornato in Russia.

Finalmente iniziavo a non capirci nulla...

I dubbi si sarebbero dissolti solo nei giorni seguenti.

Così tra una miriade di supposizioni trascorse mercoledì sei maggio del 1959.










Cap. IV

Il Mappamondo.




Il giorno dopo nelle mie mani avevo questi elementi: le indicazioni di una villa con un orologio astronomico a fasi lunari. Un piccolo manoscritto, il nome d'una granduchessa e infine il libro stesso d'astronomia.

Dovevo unire tutti questi elementi...

Quel giorno sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe messo tutti i tasselli al giusto posto.

Riordinare le idee era d'obbligo. Alle dieci del mattino feci una passeggiata. Giunto all'altezza di piazza san Jacopino, presi dalla pasticceria uno strudel di mele, un bicchiere di latte e mi accomodai fuori dal locale.

Mentre facevo colazione vidi dalla altra parte della strada quel signore con l'abito scuro, incontrato all'inizio della storia, che m'osservava ancora dalla soglia della bottega del rigattiere.

Posai con foga il bicchiere sul tavolo e, inghiottito il dolce che scese giù per l'esofago come un macigno, corsi verso l'entrata del negozio.

Mi catapultai all'interno e il misterioso uomo ovviamente non c'era.

Il rigattiere mi guardò in modo un po' strano.

Mi ricomposi e chiesi se per caso avesse un vecchio mappamondo. Fu la prima cosa che mi venne in mente di chiedere.

Per mia sfortuna nella bottega ve ne era uno e altro non potei fare che acquistarlo.




“Guardi che questo mappamondo viene da un antica villa, pare che lo abbiano ritrovato nella sala delle feste un secolo fa, è un gran bell'oggetto.

Lo tratti con cura ha tanta storia con sé”.

“Va bene cercherò di tenerne conto, arrivederci”.




Questo rigattiere mi ha distratto accidenti, torniamo alla storia.




Tornai a casa e posai sul tavolo quello sgangherato oggetto.

M'accorsi che la base era rotta. Decisi allora di ripararlo.

Smontai la parte inferiore e dal suo interno scivolò via un tubo di rame.

Pensando facesse parte del meccanismo interno lo raccolsi: nel prenderlo notai che era più pesante di quello che avrebbe dovuto essere.

All'interno v'erano dei fogli arrotolati con cura. Con l'aiuto di un piccolo punteruolo li tirai fuori.

Erano tenuti insieme da un laccetto rosso.

Lo slegai e all'interno vi trovai un cameo rosa.

Presi in mano quella spilla la girai notando dietro un'iscrizione. Con l'ausilio d'una lente d'ingrandimento lessi questa frase: “Nel quarto il tutto”.

Ancora ricorreva questa frase: “il quarto”.

Presi i fogli che custodivano il cameo. Erano in realtà delle lettere.

La nebbia si diradava e la strada maestra che portava alla soluzione sembrava apparire...

Essi erano un cartiglio d'amore fra il professore Stone e la granduchessa Maria.

Dalla loro lettura appresi che i due, frequentando lo stesso circolo letterario, s'erano innamorati. In seguito poi avevano iniziato a scambiarsi una serie di lettere in cui parlavano spesso di un argomento che li univa: lo studio delle fasi lunari.

Il professore le aveva regalato quel cameo. Il resto lo capirete leggendo anche voi quello che lessi io nell'ultima lettera inviata dalla granduchessa all'amato in base alla data su essa scritta.




“Addì domenica10 maggio 1859,

4: 30 del mattino.




Amor mio non più è tempo

di gioia.

Io non ho più tempo

fra poco l'alito scuro della

morte soffierà su di noi.

Conserva con cura

il dono tuo che ti rendo

e quando cento saranno eguali

esso svelerà nel cerchio

la porta del nostro

amore, che si schiuderà nello stesso tempo dopo

premendo al fine del quarto

di luna”.




Non tutto era chiaro, mi rimanevano tre cose da metter al loro posto.

Nel frattempo la sera era giunta.

Così anche quella giornata aveva voltato pagina.

Era giovedì 7 maggio.







Cap. v

Il segreto svelato




Mi svegliai di buon ora, feci colazione e attesi l'apertura della Biblioteca Nazionale. Presi il solito autobus e scesi in centro ripercorrendo i passi dei giorni antecedenti. Una volta sul posto cercai indicazioni sui docenti universitari della facoltà di astronomia, tra il 1850 e il 1900. Trovai dopo diverse letture il nome del professor Stone.

Lessi una cosa che mi stupì: pochi giorni dopo la scomparsa della granduchessa egli era morto suicida gettandosi nell'Arno.

Uno dei tre tasselli era andato al suo posto, restavano gli ultimi due.

Finita la ricerca sul professore il mio obiettivo era trovare un libro sulle fasi lunari avvenute negli ultimi 100 anni. Riuscii nell'impresa. Anche questo tassello era andato a posto.

Per arrivare alla risoluzione dovevo trovare il modo di entrare durante le ore della notte nella ex villa degli Alexandrov.




La sera non tarda mai a venire e venne anche quel giorno.

Anche la giornata di venerdì otto maggio era passata.




Spero che anche voi abbiate ora un'idea più chiara...




Cap. VI

La villa




Arrivò l'alba e per scaramanzia feci tutti quei gesti che ero solito fare.

Presi l'autobus, scesi a Ponte Vecchio e salii su quello che portava direttamente al centro di Fiesole dove si trovava la villa.

Durante il tragitto mi rilassai guardando le verdi colline che circondavano Firenze.

Arrivato a destinazione entrai nell'androne, comprai il biglietto d'ingresso

e discorrendo gentilmente con la guida, gli raccontai della mia passione per i dipinti.

Nel giro delle stanze l'ultima a essere visitata fu proprio quella che cercavo: il salone delle feste con l'orologio costruito sulla parete che dominava l'intera sala.

La mia ansia saliva ma dovevo rimanere calmo.

Tutti uscirono e io salutai la guida.

Senza farmi notare mi nascosi dietro una siepe ben alta che oscurava una finestra aperta per il caldo.

Pensai alla fortuna, voi non so...

Mi ritrovai all'interno: sgusciai veloce in un piccolo ripostiglio attiguo all'entrata.

Ebbi ancora fortuna: quella villa non aveva sorveglianza. La fondazione che la gestiva poteva solo assoldare una guida, non v'era nemmeno un custode notturno.

Mi accostai con la testa al muro e un leggero sonno m'avvolse: avevo impostato la sveglia del mio orologio alle 4,30 del mattino.

La notte porta consiglio, a me portò il sonno.




Era trascorsa inevitabilmente la giornata di sabato 9 maggio.




Cap VII.

L'orologio




All'ora prestabilita la sveglia suonò.

Mi svegliai dal mio torpore, nonostante l'eccitazione avevo dormito.

Chissà poi perché visto che io soffrivo d'insonnia, figuriamoci poi con tutta quella tensione addosso.

Le sale erano vuote, infatti la domenica il museo è chiuso.

Entrai nel salone grande e m'avvicinai all'orologio.

Presi un tavolino, lo posizionai sotto di esso e vi salii su, aspettando che battesse le 5 del mattino.

Era domenica 10 maggio del 1959.

Quando le cinque scoccarono avvicinai una mano alla scritta “luna”.

Con la destra tirai fuori dalla tasca il cameo della granduchessa che avevo portato con me e lo posizionai sotto il cerchio delle cinque, dove si notava una piccola fessura che combaciava perfettamente con esso.

Con la mano sinistra spinsi in alto la quarta lettera della parola luna e, come d'incanto, nel muro di fianco all'orologio si spalancò una porticina.

Erano le cinque del mattino di domenica 10 maggio 1959.

Cento anni dopo la morte della granduchessa esattamente lo stesso giorno.







Cap. VIII

La Granduchessa




A quella ora, esattamente un secolo prima, e cioè alle cinque di domenica 10 maggio 1859 il quarto di luna era tramontato.

Saltai giù dal tavolo.

Entrai in quella buia stanza e pian piano la luce del giorno che filtrava dall'entrata svelò tutto.

Ambiente austero con pochissimo mobilio appariva alla vista.

Il corpo d'una dama incorniciato da un fastoso vestito aspettava da un secolo. Stranamente si potevano distinguere ancora le fattezze del viso: aveva posato sulla chioma un gran cappello rosso che lasciava intravedere bionde ciocche di capelli scender giù a coprire un impolverato vestito di seta rossa e nera.

Ella era adagiata su di un piccolo lettino: sembrava dormire in un sonno senza fine.

Accanto, sul comò v'era una piccola boccetta di vetro e un calamaio con dei fogli...

Presi la sua mano con fare leggero e rimasi immobile per non so quanto tempo...







Cap. IX

Spiegazione




Oramai sapevo.

La granduchessa aveva fatto ricavare all'interno della parete, dove v'erano i meccanismi dell'orologio, una piccolissima stanza segreta di cui solo lei ne era a conoscenza.

In quel luogo s'era data la morte con una boccetta di veleno.

D'improvviso avvertii un rumore, mi voltai di scatto.

La porticina d'ingresso, allo scoccare dell'ora successiva, cominciava a chiudersi lentamente.

Con un balzo venni fuori, ed essa si richiuse conservando per sempre il suo segreto.

Uscii da dove ero entrato, scavalcai il cancello d'ingresso e nell'aria fresca del mattino andai via, attorniato da un crogiolo di sensazioni.







Cap x

Il professor Stone.




Aspettai l'autobus delle 7, lo presi e scesi a Ponte Vecchio.

Ero troppo sconvolto e decisi di andare a piedi verso casa.

Volsi lo sguardo dal ponte con velata tristezza, nascondendo a fatica le lacrime sotto un paio di occhiali scuri.

Mi parse di scorgere sull'acqua due sfuggenti figure: un uomo e una donna che, avvolti da una leggera foschia mattutina, tenendosi per mano, passeggiavano sull'acque dell'Arno.

Non riuscivo a spiegarmi la realtà e nella foga non m'accorsi d'essermi sporto oltre la murata...




“Scorre l'acqua misteriosa e nei flutti del mattino

ora vanno le stelle a riposar.

Vieni con me dolce amore

che del tempo non son più ore

che della vita non conta dolore.

Vieni fra calde braccia

nel freddo della morte

or sì ch'io son tua sorte”.







Qualche tempo dopo...

Un furgone parcheggia sul marciapiede.

Alcune persone montano una pedana elettrica con un montacarichi.

Via vai per il pianerottolo.

Un vecchio libro, un mappamondo rotto e...

Sul campanello accanto alla porta un nome.

“Prof. Stone”







Eccomi qua, che bella storia, finalmente posso rilassarmi.

Date uno sguardo alla foto sopra il racconto.

E' una foto del mio salone di casa... come vedete la granduchessa è sempre stata con me e forse io potrei essere anche prof. Stone.

Voi che ne pensate?




Accidenti un'ultima cosa mi sfuggiva, vi siete chiesti come ha fatto la granduchessa a far arrivare le lettere a destinazione?

Se avete letto attentamente lo scoprirete.

Oppure chiedetelo a me, basta che veniate a trovarmi.

Sono su piazzale Michelangelo, guardate un po' in alto, vedete San Miniato?

Beh, chiedete all'entrata, vi indicheranno...
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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