Come un aedo giunto alla sua ultima festa

 

Lettore casuale

e borghese come quella stessa società 

che lo obbliga a condurre una vita

asociale e scompiacente,

che lo rigetta dal giorno in cui egli seppe

leggere e fu poeta, e da allora appartenne

alla razza da sempre maledetta col malvezzo

di quaranta sigarette al dì e birra a pinte…

Insinuandoti nelle sue carme

che colgono l’essenza profonda della realtà,

impastamento caustico quanto castigato

e in grado di lenire le attese,

discopri in MastroPoeta il veggente in grado

di rivelare questa realtà sconosciuta.

Che non gli si lesini la giusta levatura fintanto

che le membra sue non si saranno arrese!

 

Ora che sta per morire quell’ostinato vecchio stanco

 

Lettore casuale

e riluttante ad accoglierlo parimenti

ai salotti monzesi che allorquando

innescarono il suo aberrare altresì la rogna,

renitenti alla maledizione del poeta

risoluto nell’opinare il convincimento

di una compiuta sregolatezza dei sensi

per giungere all’ignoto, dalla fogna

delle vostre esistenze lo consegnaste

alla malinconia delle campagne canavesane.

E al chiaroscuro delle sue carme

che combinano ciò che vive a ciò che sogna,

finanche l’apatia dello stoico

e la meglio  espressione delle angosce umane,

sarai in condizione di lievitare in sagacia.

MastroPoeta è il guaritore dell’altrui carogna…

 

Mamma dormiva, stanca di ago e filo nella sera

 

Lettore casuale

e restio col poeta maledetto… maledetto

per aver tentato di guarire il mondo

in mancanza di aver saputo guarirsi lui stesso.

Davanti a quella che è la formatura

delle sue carme,

davanti al poeta e lui medesimo davanti

all’ultimo laudanum, l’ultimo troppo spesso

oserei dire che nel suo lasso di tempo

errabondo lasciata dapprima la frescura

delle palmizie caraibiche alla volta delle notti

d’Ibiza si crucciò di obliare in fastelli

la propria egloga.

Dopo aver presa terra sulla playa iberica,

si consumò l’introspezione di MastroPoeta che 

stette in alloggio a pigione nei liguri budelli.

 

 

Alle labbra della notte

 

Lettore casuale

ed egualmente al poeta asservito

a sublimità e bassezze dell’uomo,

colgo il rifuggire con biasimo la realtà 

attuale agognando rifugio nell’elusione

dalla normalità nel donarsi alla mestizia,

complice di un aspetto allampanato,

e che diviene sintomo di una sensibilità

superiore capace di infornare tali carme.

Di dare adito alla stesura di lirismi e a una

sequela di eventi dal fetore del tuo

routinario: con MastroPoeta non c’è scelta.

Dinanzi a un tale studioso di problemi estetici

… si dovrebbe prendere ammaestramento

dal trace  che abbisognava oltre che di

ardimento e schinieri, di preporre sica e pelta…

 

Ho scelto di non avere scelta

 

Lettore casuale

e similmente al mese di Giunone,

pari ai piovaschi chivassesi,

callido nell’ addentrarti come creatura

giovinetta nel torso, nelle carme…

percepisci lo stato d’animo di

MastroPoeta paragonabile a un sentimento

di noia, per tua congettura.

Ardore che assume la forma di un vero

e proprio tedio esistenziale per una fanciulla.

Questa situazione di conflitto e ambivalenza

emotiva è sentita dal poeta affine al donchisciotte. 

Ma il punto di partenza da cui muovono tanti

suoi atteggiamenti è la sua coscienza di uomo,

di elemento con il proprio trasporto.

Estraneo al mondo in cui vive… con le sue lotte.

Tale coscienza di diversità, portata a cottura

nel modo in cui si fa col pane, guerreggia

col vergine impulso che approda alla cupa accidia.

Ed esercita il ruolo di scolta.

Colei ne diviene consorte ed in un

lasso piccino dà alla luce il frutto

che somministra al sommo un tono di euforia.

O sovente approda a un atteggiamento di rivolta.

 

 

Corri da lei e amala, ma non amarla troppo

 

Lettore casuale

e rognoso quanto l’animo di quest’uomo

che nel focolare domestico pone questi

tre destini in buriana… tra vergogna

e l’oblio dell’ altrui disperata condizione.

Il sogno di nuovi paradisi che ripaghino ciò da cui

MastroPoeta è stato esiliato, elisio di nicotina

e alcool che permetta di abbandonarsi alla menzogna

di nuove sensazioni di colori, musiche e profumi insiti

nella sua calotta cranica passibile di inattivazione

dopo mesi di amorevolezza, cure e manna.

Oppure il vagheggiamento di andare lontano, partire

verso ciò che è diverso e insolito che trova radici

profonde nella percezione di volontaria prigionia.

Radici letali in egual maniera a quelle di belladonna.

 

Un nodo in fondo alla gola, come lo è a volte un ricordo

 

Lettore casuale

e letale quanto nel teschio a MastroPoeta

il rovello per il mancato appagamento

per la triade prole, come barranco

dall’ ipofisi al coccige.

Tormento ancestrale in un mondo interiore

così complesso da causare il concepimento,

nell’anima sua da un qualche calanco,

di insania subitanea.

In surroga ai congiunti detiene le sue giornate

la smania di portare a caramellizzazione

pane integrale e uva passa.

Studia addizione, idratazione e imbibizione

nell’impastamento… legge e rilegge

di fermentazione durante la lievitazione, e

la degradazione dell’amido insieme alla bardassa

che fuori dalla finestra

folleggia con la meretrice.

Si roda nella formatura dell’alimento,

si affina nell’ infornatura

e apprende dell’ inattivazione;

esamina l’imbrunimento della crosta

e beneficia del caratteristico odore di cotto.

E ottiene l’ irrigidimento durante la cottura.

 

 

Un acquazzone improvviso annuncia di nuovo il sereno

 

Lettore casuale

e dottrinato come risulta oramai

erudito MastroPoeta nella reazione

di Maillard e nel raffredddamento,

divisa con lo sguardo del versificatore

il paesaggio di campagna di là dal suo

poggiolo come uno dei più piacenti e

tranquilli del mondo; il luogo che puoi

vedere dall’alto di una collina, come

dall’alto scruta ogni carme un’ editore.

La distesa viride che ti rilassa, senza farti

pensare a nulla; il verde delle colline intorno

alla valle, le enormi distese dei campi

coltivati, il fiumiciattolo che scorre, il radioso

sole che risplende, il riposante canto degli

uccellini, la lene brezza, ti lasciano ritrovare

la pace dei sensi… come sul palato la sapidità

del pane con l’uvetta nel verrone afoso.

 

Gli otto interludi dei primi cinque atti del poeta col pane con l’uva

 

Lettore casuale

e invido rimatore qui nel contado si sente

solo il rumore della natura, e sentirlo dalla

sedia a dondolo per MastroPoeta è una

sensazione bellissima e commovente,

per un istante sembra di volare.

Quel cielo magnificamente blu non ti fa

smettere di osservare quelle nuvole dalla

forma strana, cominci ad associarle a cose.

Oggetti che conosci e… sorridi accidentalmente.

Pare di vedere nell’aria grossi frisbee di frittelle

che ti riportano alla mente le passeggiate

fatte alla festa del paese, quando felice affondavi

il volto nello zucchero e ne uscivi tutto appiccicoso.

Il paesaggio è talmente gradevole da somigliare

alla saporosità dell’uva passa che tanto piaceva

al padre defunto, o a un carme ancora da scrivere.

Ma l’amenità  sovrana è l’aria che respiri, i profumi

che attraverso le narici inebriano il corpo: l’odore

della terra, dell’erba, del fieno… e se resti a guardare

e a dondolarti puoi avere la fortuna di giungere

al tramonto, quando la natura sembra che si congeda

dalla luce del giorno per andare a dormire.

A glossa di questa sinossi ridondante

giungerà poi il crepuscolo che vedrà il verseggiatore

un po’ meno bilioso, quasi per nulla acrimonioso.

E con le luci dell’alba tutto ricomincia…

Il miracolo della vita, con il risveglio di ogni suo abitante.

 

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Regolarmente la regina regola la regìa all’asticciola nella  meridiana

 

Di regola regolo la pendola

sicchè col regolare pendolare

penda a favor mio la regìa sulla

quale si regge ogni mia regola basilare.

Mi chiamo Regolo come la stella

della costellazione del leone, sire

che regna nella sua reggia e il regno

pende da quel regnante senza nulla dire.

Mentre regolarmente la regina alla regola

del regolo regola la règia regìa ancestrale,

in attesa che l’ombra dello gnomone

segni l’ora del suo regalo regale. 

 

Qualcheduno rammenta Regolo che di regola regolava regolarmente la pendola?

 

Quei mattacchioni del mattatoio

ammattiscono di risate un martedì

mattina al mese quando per la fiera

di San Matteo scende in paese

la famiglia matriarcale De Mattei.

La matrigna sottobraccio

al mattatore del settore del mattone,

la matrona blatera

col matusa e Matilde

con Mattia, i figli: in tutto sei.

Prendono posto sul matroneo a poche

spanne dalla maestra di matematica

che ha già iniziato a matteggiare,

seduta accanto a quel mattoide

del maitre della pizzeria “Scacco

Matto, pizza al metro e vino in botte.”

Ma al mattatoio questo martedì saranno

autori e non solo fautori nel mattare la

mattanza dei tori: niente più tauromachia,

toreri né tori sui torrioni; non appena avrò

regolato di buon mattino la pendola e sarà

giunto con l’arietta mattutina il metronotte.

 

Ristorante “la Pendola” da Regolo, regolarmente aperto con prezzi regolari

 

Venivo in questo ristoro ai tempi che Berta filava,

quando ancora si chiamava “Dove le capre non

cozzano” per via delle carceri antistanti andate in vacca.

Il proprietario amava avere il mestolo in mano, ma

aveva anche le pigne in testa e il cervello come le

acciughe: il cuoco dismessa la giacca e con una pacca,

dopo aver aspettato la lepre al balzello, stanco di andar

per mare senza biscotto, intraprese un periodo sabbatico

sicuro di andar per via battuta avendo la pentola al fuoco.

Andato vitello e tornato bue, il Signor Leone uscì piedi

avanti andando a sentir cantare i grilli, e con il gatto nella

madia liquidò il locale facendo buon viso a cattivo giuoco.

Così, volendo tenere la borsa stretta, lo acquistai a buon

mercato e, convinto di essere di buccia dura col bernoccolo

per il settore, attaccai il campanello al collo dei gatti.

Pur non ritenendo di avere una ciabatta del Macchiavelli,

ma con gli occhi di Argo e andando a raso riassunsi

la stessa brigata e lo stesso cuoco, una specie di castigamatti.

 

 

In cucina con Regino alla regia nessuno scopa il mare

 

Il giorno seguente l’apertura de “la Pendola” fui

tenuto a rimbrottare Sisifo, sbarbato decisamente

privo di faccia foderata di lamiera ma venuto

come l’asino alla lira a farsi assumere umilmente.

Con venti coperti a mezzodì e altrettanti a cena

abbiam la paglia in becco, anche grazie ai nostri

avventori abituali: il leguleio, segaligno e arrochito,

con un mozzorecchi col naso e il mento rostri

al solito tavolo, col suo scilinguagnolo sciolto

ad andar per rane; e al tavolo retrostante l’archivista.

La bella Isabella, esercente di ninnoli e minuterie che

dopo aver provato il dente del lupo, fa al piazzista

solo ordini regolari durante il pranzo; con indosso

sempre qualcosa col colore del suo nome e borgogna.

Come la lobbia del primo cittadino che chiede sempre

un calice di Borgogna e sogna gli occhi terra d’ombra

di Fedora da cui vuol esser servito, la nostra  cameriera.

Gran lavoratrice dalla bellezza dell’asino, ma facile

ad andare in oca, fidanzata con un ragazzotto solito

a perdere i muli e cercare i capestri; un nobile.

Spesso immischiato in imprese sulla strada per Patrasso.

E infine, con un borsalino ceruleo, in fondo siede l’artiere.

Costui ha bottega a “la Pendola”: sta scrivendo del ponte

de La Lobbia, l’unico qui a far la zuppa nel paniere.

 

Gocce di pianto di Fedora per il copulare impenitente di Teodoro con Isabella

 

Non appena seppi che quell’arpia della madre

di Sisifo aveva buttato l’osso a Regino durante

una notte in capanna d’assi affinchè da pollo,

credendosi figlio della gallina bianca, battesse

due chiodi a una calda, capitai tra capo e collo.

Chef de cuisine capì subito il mio intento di

benedirlo con la granata; mesto, riposto il

mestolo, mi assicurò di bruciare il paglione.

Chiamò il giovane lavapentole e, senza scopo,

iniziò a battere il cane al posto del padrone.

Non volendo battere la grancassa, decisi di bere

d’ogni acqua all’arrivo delle gocce di pianto

di Fedora decisa a buttar via l’acqua sporca

con il bimbo dentro a causa del vezzo del moroso.

Tal Teodoro era solito, con quel scampaforca

del mozzorecchi, correre la cavallina per poi

cercare di cavalcare la tigre, cercando l’asino

nel retrobottega di Isabella ed essendoci sopra.

Consigliai alla dettagliante  non solo di non

comprare la gatta nel sacco, ma al di sopra

di tutto di non consolarsi con l’aglietto per

non cadere a brani; solo per cavar sangue dalle rape.

Di tutto questo era al corrente l’artiere che adorava

citare testi e pentole: chiudeva a sette chiavi ciò che

gli sussurrava il sindaco, ma nel manico ciurlava

alle confidenze dell’archivista, contando

i bocconi agli interessati; ma col leguleio…

Con lui cercava di raddrizzare le gambe ai cani.

Il mio preferito di questo regolato guazzabuglio era

il prestinaio, regolarmente il più regolare dei ruffiani.

 

 

Messere Primo

 

Fu eletto Primo primo cittadino per l’attitudine

a separare il grano dal loglio nell’educaziome

dei minuzzoli, come da consumato sindacalista.

Vinse facile contro Raniero che pensava di dar

da bere alle rane, Cassiano incline a cambiar

casacca ed Erberto suo cugino, noto arrivista,

separato e popolare per dar l’erba trastulla e

incapace di dividere il grano dalla zizzania.

Da quando diede la birra ai tre, cominciò a dare

il calcio dell’asino e smise di dirla in rima.

Addirittura si impegnò a dar nel naso al Raniero

tornato alla sua drogheria, per anni suo compare

dandogli la baia; diede persino lo sbruffo

all’Erberto per fargli dar le mele se non avesse

pagato la mazzetta per un piatto di lenticchie.

Una sera fece venire a “la Pendola” Cassiano per far

dir dal meschino a nuora perché suocera intenda:

si lamentò col chef de rang per due forfecchie

nel piatto, deciso ad insegnare ai gatti a rampicare.

Quel giorno a pranzo Primo prima domandò all’oste

se ha buon vino, per poi dar i confetti di papa Sisto.

Aveva deciso di ottenere sovvenzioni da un

maggiorente della zona in cambio di un trasmutamento:

che un  ristorante diventi un metrò non si è mai visto!

 

 

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Andrea, nel corso della sua carriera lavorativa, aveva sempre fatto il conducente di autobus.

“Turistici!” sottolineava, per dare enfasi ad una professione che gli permetteva di girare l’Italia in lungo ed in largo. E di divertirsi anche. Questo all’inizio della sua carriera perché poi, con l’esperienza, arrivarono proposte di viaggiare anche in Europa: Francia, Germania, Spagna, fino ad arrivare ai paesi scandinavi, viaggi che effettuava sopratutto in estate perché in quel periodo il clima, in quei luoghi, era più fresco. Un lavoro, il suo, che univa l’utile al dilettevole come Andrea amava rispondere a chi gli chiedeva qualcosa di più sulla sua professione. Due figli piccoli ed una moglie da mantenere non erano uno scherzo ma lo stipendio che Andrea percepiva era più che sufficiente per mantenere la famiglia. Riusciva anche a risparmiare qualcosa per ovviare all’affitto ed esaudire il sogno di comprarsi una casetta tutta sua dove ritirarsi per godere, finalmente, della meritata pensione e raccontare ai figli i fatti che gli erano accaduti nel corso della sua carriera. E fatti, Andrea, ne avrebbe avuti molti da raccontare, anche strani, come di quel giorno, a Roma…

Roma era una meta abituale per Andrea. Ci andava, per lo più, con gli studenti ed anche quel giorno di fine maggio un liceo del suo paese aveva scelto la città eterna come meta per la gita scolastica di fine anno. Era partito di buon’ora perché la comitiva, composta da una quarantina di ragazzi, più tre professori, intendeva arrivare nel primo pomeriggio a Roma per prendere possesso delle camere dell’albergo e anche per fare una visita ad un santuario che il docente di religione aveva declamato come un luogo mistico di grande importanza, sopratutto per la presenza di un frate che, a detta di molti, pareva fosse in odore di santità.

“ È un santo!” amava dire ai suoi studenti .

“ Ha poteri taumaturgici e dicono che abbia il dono dell’ubiquità” aveva concluso.

Alle parole del professore i ragazzi avevano risposto con spallucce e dandosi di gomito, ignari dell’esperienza che di lì a poco avrebbero vissuto assieme ad Andrea ed al suo autobus.

Assolte le formalità per il possesso delle camere i ragazzi si apprestarono nuovamente a salire in pullman per recarsi al santuario che distava una quarantina di chilometri dall’albergo. Quando Andrea arrivò già le ombre cominciavano ad allungarsi e una leggera brezza piegava le cime degli alberi che facevano corona al luogo di culto. Il parcheggio era un po' in discesa e stretto e terminava a ridosso di un muro abbastanza alto costruito per contenere un terrapieno. La manovra di retromarcia, di Andrea, non passò inosservata agli studenti che lo gratificarono con un applauso. Nel frattempo si era avvicinato al pullman un frate che, a dispetto della lunga barba, doveva essere molto giovane. I ragazzi, quando scesero dall’autobus, lo guardarono con curiosità e non fecero a meno di elargirgli un sorriso che il religioso accolse come un segno di saluto al quale rispose con quello francescano: Pace e Bene. Strinse calorosamente la mano ai professori, quindi invitò tutti ad entrare nel santuario.

“Dai vieni anche tu” disse rivolto ad Andrea.

“Padre Luigi sarà contento di parlare anche con te.” Andrea ringraziò motivando la rinuncia al fatto che preferiva riposare un po'.

“Come vuoi” concluse il frate dandogli un buffetto sulla guancia.

Padre Luigi era il frate in odore di santità di cui tanto si era prodigato nel racconto il professore di religione. Si vociferava che avesse “ereditato” le stigmate alle mani da Padre Pio da Pietrelcina subito dopo la sua morte. I miracoli che gli venivano attribuiti erano molteplici. Aveva fondato anche un ordine religioso e ricevere i ragazzi era una sua prerogativa dettata dal desiderio di vedere avviato qualcuno di questi alla “carriera” religiosa.

Andrea non tardò molto ad appisolarsi sdraiato sui sedili in fondo al pullman. Le ore passate alla guida lo avevano particolarmente stremato.

Lo svegliarono i passi e il vocio concitato dei ragazzi che stavano salendo nel mezzo. Notò subito la loro eccitazione nelle parole che si scambiavano e nei gesti delle mani che disegnavano nell’aria qualcosa di grandioso che Andrea subito non percepì cosa fosse. Gli venne in aiuto il professore di religione nel dirgli che quei gesti alludevano alla figura di Padre Luigi.

“Piccolo di statura ma grande nello spirito”disse” i ragazzi hanno vissuto un’esperienza indimenticabile, difficile da cancellare come non cancelleranno dalla memoria le parole che Padre Luigi ha rivolto a loro. Peccato non sia venuto anche tu.” aggiunse poi rivolto all’autista.

Lo sbadiglio di Andrea spiegò il motivo per cui non era potuto andare.

“Sarà per la prossima volta.” disse prima di mettersi alla guida e mettere in moto il pullman.

Ma di accendersi il mezzo pareva non ne avesse la benché minima voglia. La chiave di avviamento che Andrea girava nervosamente non produceva alcun rumore; nessun colpo di tosse usciva da quel bestione lungo dodici metri.

“Ma come è possibile!” gridò, flagellando, con i pugni, il volante” le batterie sono nuove, non capisco”. Poi guardando i manometri dell’aria si accorse che le lancette erano prossime al segno zero, il che significava che il mezzo era completamente bloccato e qualsiasi tentativo di spingerlo sarebbe risultato inutile. Sarebbe come stato smuovere una montagna con la sola forza delle braccia. Cosa praticamente impossibile e questa constatazione la condivise anche con i tre professori che si erano avvicinati per chiedergli lumi.

Il frate, che aveva accompagnato i ragazzi al pullman, non vedendolo partire, tamburellò, con le nocche delle dita, la porta di vetro. Andrea la aprì e mise al corrente, il religioso, di quanto stava accadendo.

“Nessun problema!” disse serafico”chiamo i miei confratelli ed a spinta vedrai che lo facciamo ripartire”.

“ Impossibile!” rispose Andrea scendendo dal mezzo e spiegando, con nozioni tecniche, la tipologia del guasto che praticamente inficiava qualsiasi tentativo di spinta in quanto non essendoci aria nei serbatoi i freni erano completamente bloccati con la conseguenza che più che spingerlo il pullman poteva essere solo trascinato, quindi: ko completo!

“E poi non vedi che il parcheggio è in salita?” rimarcò Andrea costringendo il frate a guardare la posizione di com’era messo l’autobus.

Nel frattempo si erano avvicinati altri confratelli per chiedere spiegazioni della mancata partenza e quando furono a conoscenza dei motivi non esitarono a fiondarsi dietro al pullman, nel vano tentativo di spingerlo, non prima di essersi arrotolati le maniche del saio. Andrea li guardò sorridendo ma quando vide il bestione di dodici metri muoversi sulle ruote impallidì. Le parole che gli uscirono dalla bocca si spensero come un fiammifero investito da una folata di vento. Spinto da qualcosa di arcano salì nel mezzo, rotolò letteralmente sul sedile e non seppe mai se prima innestò la marcia o la frizione oppure il momento di quando rilasciò quest’ultima. Seppe solo, ma alcuni attimi dopo, che una forza sovrannaturale aveva rimosso il pullman che ora borbottava allegro e beffardo nel bel mezzo del piazzale con le lancette dell’aria che scoppiavano di salute. Anche i frati, che si erano precipitati a spingerlo, manifestarono il loro stupore per quanto era accaduto, stupore che piano piano si andava dissolvendo alla luce di quanti fatti strani potevano succedere in quel luogo di culto e con un frate in odore di santità.

All’orizzonte intanto il sole stava per tramontare dipingendo di rosso il cielo, come di rosso stava dipingendosi il viso di Andrea che lentamente si stava riprendendo ed ora guardava con eccitazione quanto era accaduto.

E fu in quel momento che lo vide: imponente, vestito di un saio che sembrava troppo grande per la sua statura. Camminava lentamente, sembrava quasi non toccasse terra, le mani raccolte nel grembo celate da un paio di guanti neri. Andrea lo vide fermarsi, deglutì con difficoltà quando notò che lo guardava con un sorriso che mai e poi mai avrebbe dimenticato. Cadde letteralmente in ginocchio sull’asfalto del piazzale e alzando leggermente lo sguardo si accorse che Padre Luigi lo stava benedicendo. Riuscì solo a biascicare un timido grazie prima che un alito di vento, assieme a copiose lacrime, mitigasse il rossore dal suo viso.

I nomi di questo racconto sono di fantasia mentre i luoghi ed i fatti corrispondono a verità..

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Profilo Autore: Antonio Girardi  

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Gaia ha sei anni da neanche un mese, zaino rosa sulle minute spalle, si appresta ad entrare a scuola. Lo zaino è ancora vuoto eppure è così pesante che sembra riempito di pietre che incollano i piedi al pavimento. Gli occhioni asciutti scrutano il lungo corridoio della scuola, ieri non sembrava così lungo. La maestra, sulla porta dell’aula , l’aspetta con un sorriso appena accennato, la classe è silenziosa, non giunge alcun rumore. Ecco, finalmente ha raggiunto la classe e la maestra la prende per mano… che buon profumo ha, sa di mamma. Gli sguardi dei compagni la imbarazzano, abbassa il viso per non incrociarli.
Passano le ore, Gaia è in una bolla di sapone, quello che le succede è incomprensibile, ma non piange con gli occhi perché piange dentro . Anche il papà piange dentro, lo ha capito mentre dormivano abbracciati, sentiva nel suo respiro quel dolore che a condividerlo non si dimezza, ma raddoppia.
Passano i giorni, la nonna ha preparato gli gnocchi che le piacciono tanto, ma ci ha messo il formaggio…la mamma non lo avrebbe fatto, lei sapeva che odia l’odore del parmigiano. Non ha fame, ne assaggia uno e scopre che è buono, è ancora capace di mangiare. Credeva non sarebbe più successo e invece infila la forchetta nel cibo e si nutre quel poco che basta. A scuola Mattia fa lo sciocco, è buffo, le viene da ridere. Accenna un sorriso, breve, si spegne subito dalle sue labbra, ma ha scoperto che sa ancora ridere. All’uscita da scuola, ci sono mamme ovunque, la sua non c’è, è in cielo, dicono volata, ma come , quando … e soprattutto perché ? Perché in cielo non ci è andata quella di qualcun altro, quella di Mattia che forse non avrebbe sempre così voglia di far ridere tutti. Gaia ha paura del buio, non sa allacciarsi le scarpe e non ama il parmigiano, la mamma lo sapeva bene.
Il papà inizia a fare cose che prima non aveva mai fatto, si occupa di lei , ma è maldestro, goffo non sa le cose più elementari. Qualche giorno fa, ad esempio, le ha lavato i capelli, ma le sue mani non erano morbide e avvolgenti e l’ha strofinata sulla testa con forza eccessiva ( mica aveva i pidocchi !!! ), non le ha messo il balsamo e non è riuscito a farle la treccia. La sera ,sul divano , stanno in silenzio a guardare la televisione, la cucina è spenta e vuota, non c’è la mamma che lava i piatti, che rassetta la casa e controlla la cartella.
Passano i mesi, dalla casa spariscono le cose della mamma: la sua borsa sull’attaccapanni, il rossetto in bagno, le scarpe all’ingresso, le riviste di moda, le collane nel cassetto del comodino. Resta una foto in salotto , scattata a Gardaland l’anno prima tutti e tre insieme; si vede che la mamma non si è divertita altrimenti non se ne sarebbe andata, avrebbe voluto tornarci ancora. Gaia si sente abbandonata, toglie la foto dalla cornice e la strappa. Il papà se ne accorge , ma fa finta di niente, anche lui ha bisogno di dimenticare. Gaia non parla mai della mamma e tutti stanno attenti a non nominarla in sua presenza.
Passano i mesi, è domenica e il papà propone alla bambina di andare a Gardaland ; lei entusiasta sale in piedi al divano e urla di gioia. Quando sono in macchina il papà le dice che passano a prendere un’amica, si chiama Raffaella. Eccola, è una giovane donna, bella e profumata, saluta il papà e lo bacia sulla guancia. Durante il tragitto Raffaelle parla torcendosi una ciocca di quella sua bella chioma dorata , lei certo sa come si asciugano i capelli , pensa sorridendo la bambina. Durante il tragitto la scruta con attenzione, ha una voce dolce, veste bene, chissà, magari sa fare anche la mamma. L’allegria che regna in macchina è una gioia da tempo dimenticata, Gaia socchiude gli occhi e vi si abbandona. Il paesaggio che scorre dal finestrino è una sequenza di immagini veloci mentre il ricordo della mamma che si affaccia timido tra i pensieri è una foto sfocata, una voce lontana difficile da evocare, un profumo confuso tra la nebbia di novembre…
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Profilo Autore: neveamarzo  

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VAJONT 1963

IL RACCONTO.

Fu tempo d'una gita.

Gita d'un Italia comune: classica, colma o vuota; familiare o edonistica.

Verso Cortina fermammo la fame a Longarone.

Distratto giorno, disimpegnato il fare.

Lassù s'intravede la diga.

Si sale e s'osserva.

Auto messa sul ciglio e gambe ignare del percorso ed eccomi scendere sulla frana: passo dopo passo sin dove s'appoggia al sanguinolento cemento di sbarramento.

Risalita affannosa, silente e incosciente.

Un viaggio prevede una meta e la meta un ricordo, il ricordo uno scritto.

Il tempo fece quello che t'aspetti da esso: passò.

Poi... i passi tornarono lenti e grevi.

Il sentire si fece cupo, il colore d'autunno che sfumava e connotava la vita non fu più sui monti: si trasferì nell'anima.

Parlarono allora i frammenti di roccia, sussurrò il silenzio dentro.

Il monte si destò guardandomi dall'alto.

Infine la diga parve volere il mio tributo alla sua fame.

Fu allora che quel luogo reclamò una parte di me.

Ciò che era fatuo divenne chiaro e chiara e limpida la visione dell'oscurità dell'uomo.

Ogni singolo ciottolo viveva, raccontando di sé agli altri; descrivendo vicende e desideri,

sogni e paure. Infine parlò la morte con gli occhi dell'uomo, perché spesso si nasconde nell'agire e nel pensare.

Ora sapevo che quella carezza non data s'era sparsa con il vento della distruzione, valicando la sua essenza, trasformandosi in alito di vita.

L'ignara rabbia dell'inconsapevolezza s'era poggiata lontano, viveva e pulsava e in forma divina parlava agli uomini.

Quel giorno parlò a me lasciandomi un refolo di speranza tra la tempesta dell'idiozia.

Mi raccontò di genti normali, d'uomini e donne normali e di bambini pronti per la vita.

Mi chiese di portar lontano la sua mano là dove sotto il fango dormiva Longarone.

Là dove un nome recava in sé il suo destino.

Vajont.

LE SENSAZIONI DELL'ANIMA.

NOTTE

“Scende sera,

d'un ottobre estivo.

Scende nel silenzio dei monti

ignara della natura,

cieca di fronte alle genti”

L'ECLISSI

“Guardano stelle

del Piave la valle.

Dorme il Toc,

abbracciando la notte.

Luce s'assopisce,

che viva più si mostrerà.

Destino ignaro aspetta

lasciando il fare quotidiano

tra finte normalità.

Alta si staglia

della diga l'ombra,

tra monti adagiati

a unire ciò che non può.

Fulgido esempio

di malefico ingegno,

mero lo scopo

senza alcun giustificato contegno.

Poi si desta il monte

verso il basso

e s'accomoda il mondo alle vestigia

d'un dio pagano.

Tu uomo sei causa,

se sol avessi compreso della natura il nome.

Marcio vuol dire,

marcio come il tuo agire,

marcio come il tuo putrido cuore.

Allora,

via Erto,

via Casso,

sotto l'onda infame,

sin giù dove Longarone vive.

Allora morte e vento s'alzano

in canti d'inferno.

E poi silenzio,

pianto.

Pianto e suono d'umana pietà

a sollevare fango dagli uomini.

Questa la valle,

questo il mattino”

LA RABBIA

Rabbia inondò il cuore e allora scrissi,

scrissi dell'uomo.

Un uomo che credette d'esser in gioco

non sapendo di vivere in un gioco

legato miseramente al suo giogo.

Tira uomo,

tira pure il carro dell'idiozia

che finirai per esser schiavo della tua pazzia.

L'UOMO.

Venne un uomo chiamato uomo e di sé aveva la convinzione d'esser uomo.

Venne in nome del profitto,

lasciando in terra resti d'un falso re invitto.

Era nuova nelle valli compariva,

mentre giustizia lentamente moriva.

LA MASCHERA

Son io che di maschera dipinto

regolo vite dall'onda sospinto.

Son io padrone di miseri destini

nell'ora in cui ossa raccolgo in tini.

Non giudicarmi nel giudizio

non temo di cader dal precipizio.

Tronfio del mio agire

vedrai dove l'amore può finire.

Son conosciuto e rispettato le mie schiere apron tutte le porte,

non temere sarai attore del mio tripudio di morte.

IL TEMPO

Oziava il tempo e nell'esser tempo ripose la giara

e voltò la clessidra.

Spense dell'esser vivo d'un colpo il sospiro

e gocce di sangue nell'argilla mossero il tiro.

Nulla constò l'osservare dal grezzo cemento

il piedistallo d'un tremore fisso nel monumento.

Notte d'ombre immani privarono di sorrisi le genti

e non furono tombe ad accoglier i poveri redenti.

Il profondo sapere non trovò ascolto,

del dire,

il vero non fu accolto.

PIANGI

Piangi mia terra nel tuo fango ribelle

nel tumulo tuo di silenzio

che nessuno volle ascoltare.

Piangi nei lamenti miei sparsi nel tuono.

Piangi senza che alcuno chieda a te perdono.

Io ti cerco nelle notti di paura,

negli sguardi oltre le mie mura,

negli occhi di chi non sa

nei volti scomparsi oltre la realtà.

Piangi.

Piangi ancora che del lacrimar tuo

mi nutro nel baratro del dubbio,

nel catino delle speranze,

nelle urla delle umane mattanze.

Vorrei smettere il pianto,

vorrei trovare la forza di gridare il mio rimpianto,

vorrei svegliar il mio sonno nell'aurora

vorrei poterti chiamare Madre ancora.

SILENZIO

E fu silenzio.

E fu scuro d'un tratto,

mentre di me cercavo un perduto ritratto.

E fu sentiero d'uomini persi

di colori e profumi dispersi.

Volli esser solo polvere.

Volli esser solo vento.

Volli esser solo acqua.

Volli essere tutto quello che ero

eppur mi spensi e divenni lacrima d'un cero.

VAJONT.

Sorse dallo scurire

ciò che si celava triste nel tragico brunire.

Suoni e grida inondarono la valle.

Voltai lo sguardo all'azzurro

dall'inferno si mosse un lacerante sussurro.

Presi dell'uomo la mano

cercai altre

e l'ardire mio fu vano.

Lentamente m'accasciai sul rivolo di corpi

vidi verità distrutte da cuori storpi,

vidi una piana viva

colma di morti a cui nulla più serviva.

Vidi alzare in cielo le mie braccia

e dentro di me urlai: “Che nessuno mai taccia”

Questo fu il Vajont... il mio Vajont.

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Alinea I- Nitente

 

In quella notte giudaica,

sotto un cielo fulgido

e per nulla coperto

Giove e Saturno in una sola orbita

mostravano pastori e greggi

che ancora dormivano all’aperto.

In quel tredici novembre

dell’anno sette avanti cristo

il mio babbo, edile in Betlemme,

bussò alla bottega di Giuseppe per

annunziare al marangone la paternità:

basito, imboccò la viuzza lemme.

Se ti piace far credere cadesse

la neve fa pure, che fosse

il venticinque dicembre dell’anno zero.

Ma stavi nel magazzeno

del padre mio, in un caldo covile.

Lo so, perché io c’ero.

 

Alinea II- Dal frontone spezzato

 

A Betseda il disgraziato ciecomuto

che subdolamente graziasti aveva

un nome: io e Samuel prima delle tue frodi

giocavamo sempre alle tabulae lusoriae.

E dalle tavole orizzontali con le dodici

linee, alle tavole incrociate con tre chiodi

il passo è breve Rabbi, non trovi?

Il sudario adulterato poi è stata una trovata

da maestro, Maestro e quel tre aprile

dell’anno trentatre infilare via Della Fuga

al crocicchio con via Crucis per eclissarti

a guisa del natante imbozzato sull’arenile

non era niente altro che una lapalissiana

conseguenza al tuo disegno preternaturale.

Per quello sciagurato scusso, ma scrio

feci erigere sul crocevia un’edicola a egida

di un’epigrafe citante “La veridicità di una

testimonianza ”, ove potergli dire addio.

 

Alinea III- Panzana

 

Mi sovvengono le notti di Cafarnao

intessute di sbicchierate con i tuoi

casigliani Pietro e suo fratello Andrea,

Giovanni e Giacomo figli di Zebedeo

e Matteo pregno di bacco con i suoi

pensieri amorali per quella piacente almea.

Hai mai mentovato ai tuoi cugini Giacomo

e Taddeo delle nostre grasse libagioni

plenarie, con Bartolomeo rigurgitante

di nettare in occasione delle nozze di Cana?

Di Giuda assuefatto ai dadi, e Simone troppo

emendato per ravvisare una serpe strisciante

nel Profeta… e l’artifizio della moltiplicazione?

Sulle rive del Giordano un subisso di vitto

da cinque pani d’orzo e due pesci, pania

realizzatasi con la correità di Filippo e Tommaso

che dal lago Tiberiade condussero e orpellarono

nottetempo le pietanze, per tua vesania.

 

Alinea IV- Eravamo insieme

 

Al fianco del Califfo Yusuf osservasti

senza muovere ciglio i mercanti arabi

di schiavi, e alla tavola del governatore

di Cordova faceste la conta dei morti:

diciotto milioni tra gli oppressi, incuranti

della mia presenza, un suo lacchè a ore.

In sella col re Tamerlano lasciaste sul

campo diciassette milioni di cadaveri,

e davanti al fuoco ascoltasti, alticcio

appena fuori dalla tenda di Gengis Khan

i racconti dei guerrieri mongoli alteri

dei quaranta milioni caduti; dal pagliericcio

nel recinto dei cavalli vi udii anch’io.

Eravamo insieme anche durante la conquista,

l’esplorazione e l’occupazione delle Americhe.

Tu con i tuoi bei vestiti in tessuto di cotone

da colonnizzatore, io laido mozzo sdegnato.

Quindici milioni periti per visioni estatiche.

 

Alinea V- Antinomia

 

Mentre la penna d’oca dell’amanuense

scriveva dei sedici milioni di schiavi

africani morti durante la tratta atlantica,

in ogni porto facevi visita ai bazar alla

ricerca di brache a sbuffo, scarpette col tacco

a rocchetto e parrucca ben poco pratica.

Accanto a Zhentong mi hai fatto perseguire

asserendo la mia appartenenza ai livellatori

fino al collasso della dinastia Ming che lasciò

sul campo venticinque milioni di cinesi.

Albergavo nelle baraccopoli a Nuova Delhi,

tu in una casa vittoriana con leccornie e servitù.

Io tra carestia e ventisette milioni di cittadini

del vasto impero del Regno Unito periti per le

politiche economiche e amministrative britanniche.

L’insurrezione contro la dinastia Qing ti premurasti

con la tua oratoria che degenerasse nella guerra civile

dei Taiping, ecatombe di proporzioni bibliche.

 

Alinea VI- Facinoleria

 

Mi trovo a ripercorrere la Prima Grande Guerra

che causò diciassette milioni di morti, e l’epoca buia

di Stalin: la Gulag, i troppi civili uccisi da massacri.

Purghe, campi di lavoro, deportazioni e carestie.

Non basterebbero gli stessi milioni di lavacri

per purificare tali crimini storici tra i più efferati…

E intanto un bambino fuori nel cortile

bestemmia Cristo con un dito nel naso.

Leggo dei sessanta milioni di caduti nella Seconda

Guerra Mondiale, e intanto il sole volge all’occaso.

Della collettivizzazione forzata cinese, di Mao Zedong

e la Repubblica Popolare cinese… col naso all’insù

mi sopraggiunge un inaspettato magone che mi coglie

divisando le scie lassù siano le lacrime di Dio.

Dalla guerra sporca mi distolgono ciurmaglie

di ragazzotti che orinano nelle bottiglie vuote di birra.

Forse vi trovate solo col naso dentro un aleatorio

impromptu, o soltanto meramente mi sbaglio.

Forse una vitella è più di una costoletta, e forse

non è tutto latte vaccino… o puramente caglio. 

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Ore 7,30 è ancora presto ma la città inizia già a brulicare.
L’odioso rumore del camion della spazzatura e la luce dei suoi lampeggianti irrompono nel silenzio della minuscola cucina in disordine. Lei è già alla finestra, la stalker. Inizia presto la sua missione contro l’umanità con la tazzina del caffè in mano, la camicia da notte logora e macchiata che strascica sul pavimento unto . E’ l’ora del dottor Fabrizi, esce dal portone a passo spedito e lei lo segue fin dove può. Di lui conosce le abitudini, sa che esce ogni mattina alla stessa ora, di fretta e si aggiusta la cravatta mentre cammina. Pochi istanti prima che svolti l’angolo per prendere l’auto parcheggiata e lei osserva com’è vestito; oggi ha la giacca scura ;il colletto della camicia bianca si adagia morbidamente alla pelle abbronzata. Dopo qualche istante lo vede in macchina fermo al semaforo, sul sedile del passeggero la valigetta e i soliti fogli sparsi. Non sa, il dottor Fabrizi, che il paraurti della sua macchina è ammaccato perché lei, la stalker, in un gesto di folle ira, l’ha colpito con un martello, volutamente e ripetutamente. Questo perché dopo infinti pedinamenti, un giorno tentò un approccio chiedendogli un’informazione. Fabrizi abituato all’eleganza e bellezza delle sue donne non riuscì a trattenere una smorfia di disapprovazione per l’odore nauseabondo che usciva da quella bocca , una piccola fessura screpolata malamente pennellata da un rossetto esagerato. Da allora la stalker, passando davanti al portone, sputa sul suo campanello, altre volte scrive sui cartelloni pubblicitari insulti anagrammando il suo nome e cognome. Si chiama Ernesta, è un’ombra malvagia; chi la conosce la evita. Soffre di cuore, è in lista da anni per un trapianto.
Ore 8,00 ormai la frenetica attività online è già in atto. Ernesta controlla tutti i profili WhatsApp, per verificare chi si è già connesso e da che ora. Ha una rubrica immensa di contatti costruita negli anni, per lo più all’insaputa dei diretti interessati. Controlla se qualcuno ha modificato la propria immagine del profilo, ingrandisce le foto, le scruta, le giudica e le passa nel dettaglio. Poi sui social, stesso parsimonioso controllo.
Ore 8,20 altra postazione dalla finestra del bagno , è l’ora delle mamme che portano i figli a scuola. Odia quei mocciosi che frignano e odia le loro madri che li hanno messi al mondo. Ah… se fossero figli suoi ! Quattro sberle e un calcio per metterli a tacere, l’educazione prima di tutto ! Dalla finestra fuma, fuma, guarda il balcone di sotto dove immancabilmente lancia le sue cicche. Uno sguardo arcigno ai panni stesi della signora Anna, detesta quelle vezzose mutandine che ha appeso e le lenzuola azzurre che sventolano leggiadre ,vorrebbe sputarci ma sono troppo lontane e torna alla ricerca frenetica nelle fitte maglie della rete.
Ore 11,00 esce senza una meta, mimetizzandosi tra la gente. Un’apparente vecchina, pelle smorta e rugosa, sorriso spento, capelli arruffati color paglia. Anche oggi è in cerca di una preda. Le prede sono le persone da abbindolare. Le piace impersonare il ruolo della professoressa in pensione. Sull’autobus, nei luoghi affollati della città attacca bottone qua e là spacciandosi per una bella persona dedita alla cultura e al volontariato. Dalle persone buone, succhia l’energia che le serve per vivere. Si avvicina ai giovani, agli uomini eleganti e alle belle donne che detesta e maledice …ma che le servono. Ruba l’allegria e vitalità che trasforma nella malvagità che la tiene in vita.
Ore 13,00 seduta su una panchina, circondata dai piccioni, consuma il panino che ha per pranzo. L’odio è una schiuma che monta nel suo cervello. Ha il desiderio di far del male, non può resistere, deve cercare una preda da sminuzzare con i suoi artigli. Si guarda attorno, la smorfia della cattiveria si trasforma in un urlo di dolore, si accascia con rimasugli di salsiccia e bava che colano dai denti. Sirene, ambulanza… Ernesta è già in un letto di ospedale.
Sempre ore 13,00 altra parte della città…Annalisa, 20 anni, casco slacciato viene sbalzata dal suo motorino sull’asfalto. Sirene, ambulanza, ospedale. Un medico che trastulla i lembi bianchi del camice dice a mamma e papà che per la loro piccola donna non c’è più niente da fare.
Ore 13,00 stesso ospedale, Claudia, 32 anni, tre figli, un marito amorevole che le tiene la mano e osserva quei fili e tubicini che la tengono in vita… ancora per quanto ? Per poco, lo sa, glielo hanno già detto.
Ore 15,00 tre donne, stesso ospedale, diverso destino.
Annalisa, labbra di pesca, occhi da cerbiatto, voce argentina… quella voce è spenta. C’è poco tempo, il bisturi sta già squarciando la pelle. I suoi genitori hanno acconsentito alla donazione degli organi.
Claudia, il suo nome nella lista d’attesa dei trapianti di cuore viene dopo quello di Ernesta. Sente il calore della mano del suo compagno farsi sempre più tiepido. Ha già varcato il tunnel gelido che la allontana dalla vita, trascinata da una scia inarrestabile si sente risucchiare dal buio, non ci sono appigli, non può frenarsi. …Non può succedere adesso, non è pronta! Vorrebbe gridare “ Vi amo !!! “ ma non c’è suono che esca dalle sue labbra già rigide. Il tunnel nero si chiude alle sue spalle.
Ernesta è sul letto della sala operatoria ,il corpo sembra un fantoccio inerme. Ma l’odore del sangue risveglia l’odio. Alcuni istanti di interminabile silenzio l’hanno tenuta sospesa nel limbo e poi un ticchettio nuovo. Sotto le palpebre l’istinto della carogna ride. Il destino è dalla sua parte, la sua missione nel male potrà ricominciare. Ma questo ticchettio è da addomesticare, educare alla menzogna, alla cattiveria fino a corromperlo irrimediabilmente.
E’ notte.
Attorno a due letti dell’ospedale dei familiari si stringono in un comune dolore. E’ un dolore denso come la nebbia sui campi d’inverno. La carogna, sola nel suo letto, ride. Anche questa volta sopravvive a tutto. Un’eco di lacrime le giunge come un buon augurio, sopravvivere schiacciando l’amore altrui è la sua rivincita. Tornerà, tornerà alle sue luride finestre a sputare sugli altri come solo e sempre sa fare.
Ore 2.00.
Il dottor Fabrizi rientra a casa, è stata una giornata faticosa, il trapianto è andato bene, dovrebbe essere fiero del suo lavoro, ma si sente disorientato, stranito, deluso e non sa perché, si affloscia nella poltrona e non riesce a dormire.
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Profilo Autore: neveamarzo  

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Ci sono cose che nemmeno immagini ma che succedono. Ci sono cose che vorresti che non accadessero mai, ma accadono. Ci sono cose tremende che vorresti cancellare, ma non puoi farlo. Ci sono momenti in cui hai la morte dentro e mentre il cuore ti si gonfia di lacrime...non puoi fare nulla per impedire il divenire degli eventi. È allora che ti senti piccolo e avverti quel terribile, atroce, miserabile senso di impotenza. I mostri non sono solo quelli che si vedono nei film d'orrore. I mostri più temuti sono quelle creature orrende che ti nascono dentro e ti mangiano, ti consumano, ti annientano. Questi mostri perfidi, meschini si chiamano "cancro." C'è chi riesce a combatterli e c'è chi invece non può farlo; perchè talvolta il cancro è talmente subdolo e malvagio che non hai sufficienti armi per sconfiggerlo. Così ti arrendi all'evidenza e non puoi fare altro che rassegnarti: impotente vedi la vita allontanarsi dal corpo di un tuo caro o dal tuo. Questa terribile e disumana bestia dal volto orribile si impadronisce del corpo che lo ospita e lo trasforma in un essere dalle sembianze disumane: col passare del tempo lo rende sempre più simile a se stesso. Non è un segno dello zodiaco e nè tanto meno un piccolo animaletto che somiglia tanto ad un granchio. Non si limita a pizzicarti e poi va via, lasciandoti solo un piccolo segno. Il cancro, quello temuto da molti e col quale nessuno mai vorrebbe entrare a stretto contatto è quella sanguisuga che ti toglie le energie e ti succhia la vita. In quanto modi si potrebbe definirlo! Se solo bastasse cambiargli nome per trasformarlo in qualcosa di più mite! Se definendolo brutto, cattivo, odioso, miserabile servisse a qualcosa! Se si potesse allontanarlo offendendolo o riempiendolo di sputi! Lui, la sanguisuga se ne frega di chi ha davanti! Non guarda dove mette i piedi, non dice "permesso" prima di entrare. Lui il mostro apre la porta e poi la richiude alle tue spalle sbattendola. Una volta entrato dentro di te si comporta come quello schifoso, maledetto, disgustoso e maledetto mostro che è: un lurido, repellente, nauseabondo e disgustoso cancro...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Ti osservo da un po’.
Seduto su quello sgabello al bancone del bar dell’Hotel.
Bevi svogliatamente un martini.
Passi un dito sul bicchiere e poi te lo succhi.
Guardi il liquido ondeggiante ,come a voler scrutare nel destino.
Boccia di cristallo colma di sogni infranti.
I tuoi.
Mi lecco le labbra.
Pregustandoti.
Tu.
Su quel trespolo.
Hai tutta l’aria di un uccellino.
Da far cadere tra le mie grinfie.
Mi avvicino.
Noncurante.
Ordino quello che bevi tu.
Non ti guardo.
Il mio fascino ti fa volgere il capo.
Conscia.
Ti sento.
Con gli occhi mi spogli.
So già cosa ti frulla in testa “donna sola, sembra facile da conquistare”.
Vorresti ti scaldassi il letto questa notte.
Con tutta calma bevo il mio martini.
Poi...
Ne ordino un altro.
Neanche un ciglio verso te.
Ormai sei mio.
Gorgheggi un salve.
Omiodio che scontato!
Però la preda è succulenta.
Ti lascio balbettare qualcosa di presentazione.
Commesso viaggiatore.
Senza tanti preamboli mi inviti ad unirmi a te.
Una cena.
Senza secondi fini.
Dici.
Per non lasciarmi mangiare da solo.
Mangiare...
Sì...
È quello che farò.
Sarai un dessert squisito.
Torno a leccarmi le labbra.
Mostrandoti la punta della lingua.
Tanto da farti desiderare di averla nella tua bocca.
Come la ciliegina del tuo martini, che succhi avidamente.
Non ho molto tempo.
La notte sta per finire fra una facezia e l’altra.
E io...
Ho fame.
Spavaldamente.
Inaspettatamente.
Ti invito a salire da me.
Ceneremo poi.
Magari ordinando in camera.
Dolcetto prelibato non sai cosa ti attende. La stanza è buia ma io ci vedo benissimo.
Il sangue pulsa nelle tempie.
Non resisto più.
Con un balzo sono sopra di te.
La tua gola mi sta chiamando.
Le tue urla raccapriccianti, fanno accorrere i dipendenti dell’hotel.
La porta si apre e...
Tu.
Mio canarino.
Sei lì a terra.
Esangue.
Io sono già al bar Aspetto.
Affilando i canini
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Profilo Autore: Maria Cristina Manfrè  

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Mi chiamo sasha, Sasha Gabry F.,
ho avuto un’infanzia serena e un’adolescenza così così per via del divorzio dei miei genitori.
Cresciuto un altro po’, avevo finalmente trovato l’indirizzo di studi che più si accostava ai miei interessi e mi ero messo sotto a studiare per dare più esami possibile e finire presto l’università: tutto ciò era il preludio per organizzare una vita mia.
Una notte di metà settembre ero in un locale, Les Brasseurs,  con un gruppo di amici e stavamo valutando l’opportunità di prendere un appartamento in affitto in modo da risparmiare qualche soldo: quando si sta bene, si sa, il tempo scorre veloce ed era passata l’una, quando uno di questi amici, che reputavo tra i migliori, mi chiese di accompagnarlo a casa, con il motorino.
Inizialmente non volevo, perché per me la serata non era ancora finita e gli altri amici mi chiedevano di restare, ma Nils era talmente insistente che indossai giubbotto e casco e montai sul cinquantino per portarlo a destinazione.
La strada da percorrere non era neanche troppa e si procedeva senza fretta quando, ad un certo punto, qualcosa che non riuscii a identificare ci si parò davanti, restando quasi impietrito; per non investirlo sterzai bruscamente e questa manovra ci fece cadere malamente per terra.
Il mio amico ebbe la meglio e di lì a poco si rialzò sulle sue gambe, recuperò il casco che puntualmente non aveva allacciato ed era finito sul ciglio della strada e… forse per il trauma cranico o lo spavento, invece di soccorrermi riprese a piedi la strada di casa e mi lasciò da solo, con la faccia sull’asfalto.
Avevo dolori ovunque e vidi il sangue colarmi da qualche parte... Poi, buio totale.
Di quello che successe dopo me lo raccontarono mia madre e i miei fratelli maggiori.
Fui messo in coma farmacologico e poi operato un paio di volte al cuore per via dell’impatto avuto con la strada, e prima ancora con la parte anteriore del motorino, dove il mio corpo, appesantito da quello dell’amico, urtò violentemente. In parole povere mi si spaccò il cuore.
Ai ragazzi della mia età il cuore può spaccarsi per problemi d’amore; beh… io volevo fare di più!
Tra la fine di settembre e i primi di ottobre i medici, vedendo dei miglioramenti, provarono a farmi respirare da solo, senza macchinari, ma mi sa che hanno osato troppo; forse il cuore era ancora  debole o era troppo massacrato perché delle mani umane potessero saperlo rimettere a posto; sicché la notte del 3 ottobre 2012, da che vedevo la televisione nella camera d’ospedale, a che mi sono ritrovato in un’altra dimensione e ooops… eccomi qua!
Certo, inizialmente ero incazzatissimo, perché avevo tutta una vita davanti… ma ormai, mi sono abituato a questo modo di vivere e per fortuna, anche nell’aldilà danno in dotazione il pc; da cui mi connetto e comunico con la Terra.
La cosa positiva dell’aldiqua è che non invecchierò mai; resterò sempre bello e muscoloso e qui, gli angeli boni sono richiesti!!! Una cosa, tra le tante, che mi diverte un botto è che stare quassù è come volare perennemente, avendo l’opportunità di gustare il mondo da altre prospettive.
E poi, di fico, è che vi vedo! posso entrare nelle vostre vite e sapere parecchie cosucce ma sono discreto… mi faccio gli affari miei e per vostra fortuna passo la maggior parte del tempo - infinito/eterno -  a scrivere, scrivere, scrivere… senza che l’orologio mi assilli e soprattutto senza crescere di un giorno, alla faccia vostra!!!
Ebbene sì, avete capito che amo scrivere, specialmente poesie… che qualche volta parlano di questo mo(n)do, diversamente etereo, di vivere in altra dimensione.

Sono nato in Olanda nel 1989 - Fisicamente (si fa per dire!) residente in un parco stupendo di Ginevra dal 2012 - Trasferito successivamente in un punto X del creato, in compagnia di milioni e milioni di simili… e non potete capire che casino ci sia!!!

Vi aspetto… senza mettervi fretta

Ps:
non sono bravo in narrativa, quindi vi chiedo scusa se ho errato!
Anzi, correggetemi, voi che siete migliori!!!
Perdonatemi se questa presentazione ha un sapore decisamente spiritoso!
- non potevo proprio farne a meno!
- e vi assicuro che è l’età giovanile a rendermi così scanzonato e contrario ai luoghi comuni!
Mi fermo qui perché ogni frase pensata, in questo senso, non fa altro che farmi ridere… ahahah…

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Profilo Autore: sasha  

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