E come sempre, mi siedo e provo a scrivere i miei pensieri.
È un giorno particolare, vorrei dire e dirti tante cose, ma non mi è facile trovare le parole, quelle giuste.
Parole che non leggerai e che non ti arriveranno mai.
Perché tu non vedi i miei pianti. Non senti quando ti chiamo.
Non puoi! Anche se ci illudiamo del contrario.
Sei partito tanti anni fa, per un lungo viaggio. Tu, che non hai viaggiato mai! Provo, ogni tanto a immaginarti in un posto, che non conosco. Ma la fantasia non basta. Non basta neanche stavolta! E mi rendo conto che non so cosa dirti.
È strano per me che uso le parole scritte, meglio di quelle parlate. Ma c'è differenza. Ed è che non sei qui... davanti.
E alla fine, a cosa servirebbe? A sentirmi meglio?
Dovrei, poi, trovare il modo di nascondere la mia ipocrisia.
Preferisco smettere e lasciare andare i pensieri.
Preferisco non scrivere ciò che avrei dovuto dirti... prima!
Ciao Papà.
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Profilo Autore: Loris Marcato  

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C’è un non so che;

un trascinar sconnesso l’onde di conchiglie al bagnasciuga,

frantumandosi con grazia,

sfregandomi il cuore tra le tenebre.

C’è un non so che;

un subitaneo movimento del corpo tuo:

il tuo pallore nel buio crea dolci contrasti

che le pupille stentano a consumare,

impossibile negazione di te.

C’è un non so che

nel morir così giovane tra il consumato del mondo,

un’attrazione estrema a cui pochi resistono:

una digressione eterna dalla vita che ognuno conduce,

la follia nel credere di saper volare.

C’è un non so che,

e quel non so che

risplende tra gli sbuffi di un treno, ronzii di un aereo, ha un eco dentro di me:

quel languore che tende all’infinito, quel bisogno di stendere le braccia verso un eterno lontano lontano,

quella fermezza nel stringere un palmo dapprima sconosciuto, ora amore, ora casa e poi dolore.

Trame di storie da cucire,

parole da scrivere.

C’è un non so che,

che mi spinge a vivere.

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Profilo Autore: lorenzo  

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Il r.i.s. toro muore
al ris torante a cielo aperto.
Spaghetti allo scoglio e linguine ai granchi.

«Guarda che hai preso un granchio»

I pescatori tornano dalla notte di caccia al polpo.
Uno di loro è sempre in pole position e frega i mitili ai militi.
Cozze e polpi come menù
e onestamente non si può di più.
Un cero come luce sul tavolo,
pizzi di carta
tovaglioli di plastica, forchette
ecoltelli di carruba biodegradati.

«Bella la sinalefe nel precedente verso»

«Mi hai preso per un verso, molla la presa, mi fai male»

E io c'ero nella mattanza della paranza
e barche spiegavano alle vele come aprirsi.
Ma erano tutte ignoranti e poi non s'alzava nemmeno vento.
Un pescatore lungi e mirante, dall'alto dei suoi centodieci centimetri,
guardava lontano con un bi 'n culo.
Sognava una rete a strascico piena e ribollente di vittime ittiche.
La guardia costiera s'accostò alle imbarcazioni e fece una retata.
I pescatori di brodo avevano usato la dinamite.
Davanti al tenente di vascello si giustificarono dicendo
che la Dina, moglie d'uno di loro, era una tipa mite.

«Sì, sì è veramente una Dina mite, tanto Dina mite»

Il maltolto al mare fu funeralizzato sulle banchine del porto
con una salva di cinquanta cannonate: si realizzò calando una fune.
Le salme vennero sepolte in mare.
La pasticceria Sal & Me offrì dei cannoni al pistacchio.

«Cacchio, pistaaaaaaaa, che mi perdo la cerimonia... Ma tu c'eri? O eri dalla Monia a dire il salmo d'addio»

Talune cozze, sfuggite alla funzione finale, furono mangiate e taluni si
beccarono la Salmo e la Nella, due di poco conto che si davano alla prostitudine.
Brutta la solitudine dovuta alla quarantena, a cui dovettero sottoporsi tutti i coinvolti.
Con volti sconvolti si dimisero in blocco, dal blocco sei del policlinico sinfonico, appena il dirigente sanitario concesse l'amnistia suonando una suonata famosa.

«Mi stia bene... E non vada più da quelle due tipe, fanno ammalare di botto»

Un botto segnò il mezzogiorno e la fame si fece sentire.
I pescatori infuriati si tuffarono in mare alla ricerca di mitili e polpi.
La guardia costiera, prevenuta, aveva provveduto, con largo anticipo,
a sguinzagliare i famosi tori da pesca, famelici guardiani della guardia costiera.
I pescatori furono presi nella morsa dai tori da pesca che si scatenarono con morsi alle terga che sapevano di profumo di pesca.

In premio, per l'azione coraggiosa, i tori furono encomiati con una pesca allo sciroppo.
S'alzò un vento di scirocco da Shiraz e vino del loculo si bevve a fiumi e a mari.
L'eco sistema era salvo.
La guardia costiera era ormeggiata a costa.
I pescatori di brodo erano in gattabuia...

«Sola se ne va una gatta per la città,
si spengono le luci di quell'ultimo caffè...
E Modugno, dal cielo trapunto di stelle, canta ancora
e la sua voce risuona nel silenzio della notte buia»

Dalla gattabuia scendono lacrime.
L'orizzonte sul mare non riesce a orizzontarsi nel verso voluto
e le nuvole del tramonto si perdono nei moti e i promontori...

«Nooooooooooooooo, i tori nooooo, per pietà!»iù.

Un cero come luce sul tavolo,
pizzi di carta
tovaglioli di plastica, forchette
ecoltelli di carruba biodegradati.

«Bella la sinalefe nel precedente verso»

«Mi hai preso per un verso, molla la presa, mi fai male»

E io c'ero nella mattanza della paranza
e barche spiegavano alle vele come aprirsi.
Ma erano tutte ignoranti e poi non s'alzava nemmeno vento.
Un pescatore lungi e mirante, dall'alto dei suoi centodieci centimetri,
guardava lontano con un bi 'n culo.
Sognava una rete a strascico piena e ribollente di vittime ittiche.
La guardia costiera s'accostò alle imbarcazioni e fece una retata.
I pescatori di brodo avevano usato la dinamite.
Davanti al tenente di vascello si giustificarono dicendo
che la Dina, moglie d'uno di loro, era una tipa mite.

«Sì, sì è veramente una Dina mite, tanto Dina mite»

Il maltolto al mare fu funeralizzato sulle banchine del porto
con una salva di cinquanta cannonate: si realizzò calando una fune.
Le salme vennero sepolte in mare.
La pasticceria Sal & Me offrì dei cannoni al pistacchio.

«Cacchio, pistaaaaaaaa, che mi perdo la cerimonia... Ma tu c'eri? O eri dalla Monia a dire il salmo d'addio»

Talune cozze, sfuggite alla funzione finale, furono mangiate e taluni si
beccarono la Salmo e la Nella, due di poco conto che si davano alla prostitudine.
Brutta la solitudine dovuta alla quarantena, a cui dovettero sottoporsi tutti i coinvolti.
Con volti sconvolti si dimisero in blocco, dal blocco sei del policlinico sinfonico, appena il dirigente sanitario concesse l'amnistia suonando una suonata famosa.

«Mi stia bene... E non vada più da quelle due tipe, fanno ammalare di botto»

Un botto segnò il mezzogiorno e la fame si fece sentire.
I pescatori infuriati si tuffarono in mare alla ricerca di mitili e polpi.
La guardia costiera, prevenuta, aveva provveduto, con largo anticipo,
a sguinzagliare i famosi tori da pesca, famelici guardiani della guardia costiera.
I pescatori furono presi nella morsa dai tori da pesca che si scatenarono con morsi alle terga che sapevano di profumo di pesca.

In premio, per l'azione coraggiosa, i tori furono encomiati con una pesca allo sciroppo.
S'alzò un vento di scirocco da Shiraz e vino del loculo si bevve a fiumi e a mari.
L'eco sistema era salvo.
La guardia costiera era ormeggiata a costa.
I pescatori di brodo erano in gattabuia...

«Sola se ne va una gatta per la città,
si spengono le luci di quell'ultimo caffè...
E Modugno, dal cielo trapunto di stelle, canta ancora
e la sua voce risuona nel silenzio della notte buia»

Dalla gattabuia scendono lacrime.
L'orizzonte sul mare non riesce a orizzontarsi nel verso voluto
e le nuvole del tramonto si perdono nei moti e i promontori...

«Nooooooooooooooo, i tori nooooo, per pietà!»
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Palco
Risa,
poi si piange...
Miserie della condizione incutono e riducono.
Simpatico teatrino di farse e comparse.
Cambi canale sperando in una commedia di Goldoni.
Ti ritrovi con i festival dei fiori estinti.
Ecco il copione da recitare,
lo leggo, rifletto me stesso nello specchio del camerino.
Son attore seduto in platea.
Dal loggione improperi sui protagonisti,
anche gli spettatori son antagonisti.
Cicoria e verdura fresca,
ortaggi e nascosti disagi.
Urla un tale dal palco reale.

“Guardate le movenze di quella bionda niente male”

E Socrate beve ancora la cicuta...

Platone piange anche lui il maestro
e s'accascia sulla poltrona accanto a un tipo assonnato.

«Sul decoro del soffitto
s'intravede penzolar dal capestro un manichino
vecchio e consunto.
Un'essenza d'un corpo in affitto per andati applausi.»

La maschera offre fish & chips
e l'odore di pesce lesso inonda il luogo.
Cambia scena e finisce l'atto.

Entra il gobbo da Notre Dame e tutti ascoltano i suggerimenti.
Il palco osceno non va in scena senza suggeritore.

Vita in tre atti e nasci, vivi, muori.

Applausi filosofici e cor compunto.
Tutti sofisti degli stucchi
magari maghi con cento trucchi.
La magia finisce sempre prima della notte.

«La notte ognuno posa la maschera sul letto.
Solo piange l'animo i suoi nomi, i suoi giorni...
Poi il giorno consola
e la virtù non è più sola.
Veste l'abito il teatro
va in scena la finzione
oltre la speranza d'umana perdizione
e noi come attori seduti in platea mettiamo in scena la vita degli altri... La nostra applaude seduta
e quando cala il sipario e le luci si spengono sei tu solo davanti a te a raccogliere i miei avanzi.»
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Dal balcone di questa palazzina, oggi, sento più caldo del solito. La via è deserta, il bar di fronte ha i tavoli vuoti. Oggi è ferragosto e sono solo. Una solitudine cercata, voluta, ma oggi faccio fatica a non pensare, a non ricordare, a non fare un bilancio della mia vita.

“Mamma dove sono le scarpe?” Cercale! All’improvviso sulla mia guancia il solito bruciore. Era uno schiaffo dato con la solita cattiveria da mio padre. “Sei il solito disordinato cercale sbrigati vai via da qua!”.  E il viso di mia madre con quegli occhi che dicevano tutto. Mi abbracciava, “Ecco le scarpe, dai vai a scuola”.

Mia sorella Sara era incinta,  mia sorella Luisa era in America, mia sorella Carmen si era sposata giovanissima ed aveva due figli, mio fratello studiava pedagogia all’università.

In casa con me c’erano mia mamma, mio papà, Sara, io e mio fratello. L’appartamento, ora che sono solo, mi sembra grande, ma allora era piccolo per cinque persone.

Io ero il più piccolo, studiavo, ero alle scuole superiori. A scuola facevo finta di niente, non dicevo che a casa mia era un “casino”.Non potevo dire che mio pare era alcolizzato, mia madre una “Santa”, mia sorella diciottenne era rimasta incinta. Facevo finta che andasse tutto bene.

Mi piacevano le ragazze mi consolavo con loro. Passavo da una fidanzata all’altra.

“Hanno telefonato i carabinieri, accompagnami in stazione!”  “Mamma cos’è successo?”  “Tuo padre, andiamo”. In auto non dissi una parola, mia madre aveva lo sguardo fisso, i suoi occhi non erano quelli di sempre.

Arrivati in stazione ci scortarono al binario tre. Un gruppo di persone attorno ad una panchina. Scorsi mio padre con la testa reclinata all’indietro con la bocca aperta. Mia madre non pianse, non parlò per giorni.

Io e mio fratello pensammo a tutto, il funerale riuscimmo a pagarlo grazie ad una colletta fatta dai colleghi di mio papà.

Nacque mia nipote . Io e mio fratello per studiare dovevamo chiuderci in una stanza e a turno facevamo i baby sitter. Mia sorella Sara lavorava presso una famiglia come collaboratrice domestica, mia mamma faceva lavoretti di cucito per i vicini da casa.

Da questo balcone vedo le palazzine tutte uguali, ai margini della città, con i piccoli giardinetti davanti e la strada il cui asfalto ha buchi qua e là. Un tempo erano più curate, ora versano in uno stato di semi abbandono.  Queste palazzine le hanno costruite per noi, per noi profughi dell’ex Jugoslavia. Non ero ancora nato quando i miei arrivarono qua, ma dai racconti di mia madre ho nelle mie ossa tutto il dolore.

“Dove abiti?” , in fondo al rione Castello. “Ah! Al villaggio profughi!, lì è pieno di drogati”.

Io rimango qua, questo gruppo di palazzine è l’altra parte di me. Io ho il cervello i muscoli e questo villaggio ha il mio cuore e le mie vene. Quando me ne andrò sarò morto.

Mio fratello si fidanzò, si innamorò e lasciò gli studi per sposarsi. Trovò un lavoro e se ne andò. Altro dolore per mia madre, che con tanti sacrifici sperava di avere il figlio laureato e magari insegnante.

“Mamma, non fare così! Lui è felice, lascialo fare!” In realtà anch’io pensavo fosse scemo e mi stava antipatica mia cognata.

Ogni tanto pensavo come potessi fare felice mia madre. “Non l’abbandonerò mai” ,pensavo.

Mia sorella Sara allevò la sua bambina da sola e con il nostro aiuto, perché il suo ragazzino di allora andò a vivere in Germania e lei non ebbe più sue notizie.

Quando mia sorella andava a lavorare spesso stavo con mia nipote, lei era carina, ma non mi sentivo portato per stare con i bambini. Forse perché ero giovane  e avrei voluto fare altro. Fu in quel periodo che decisi che io non avrei mai avuto figli.

In casa mia spesso c’erano anche i figli di mia sorella Carmen che faceva l’infermiera e aveva un marito, che mi ricordava tanto mio padre.

Con tutti quei bambini facevo fatica a concentrarmi nello studio, speravo di trovare un lavoro dopo il diploma e trascorrere la mia vita senza “mocciosi” tra i piedi.

Sara si fidanzò con uno che all’apparenza sembrava un bravo ragazzo e andò a vivere con lui.

“Vado io a pagarti le bollette, tranquilla. Dammi i contanti,  mi diceva, poi se li teneva e non so cosa facesse e che problemi avesse”. Ci confidò una sera mia sorella. Mia madre, che ne aveva passate già tante, chiese a me di aiutarla. Io allora ero già diplomato e lavoravo in un centro di vacanza come inserviente, con i soldi guadagnati avrei voluto aiutare mia madre o farmi una vacanza, invece li diedi a mia sorella per pagare gli arretrati di luce, gas ecc.

Forse fu in quel periodo che decisi che non mi sarei mai sposato, non avrei mai convissuto con una donna.

Continuavo a passare da una ragazza all’altra. Stare con una ragazza mi faceva stare bene, non pensavo ai problemi della mia vita tutta in salita. Parlavo volentieri con loro e le ascoltavo.

Avevo il terrore di innamorarmi, forse per quello dopo un po’ di tempo facevo in modo che la relazione si interrompesse. Sembra una contraddizione? Avevo paura delle responsabilità, dello vivere assieme, delle difficoltà che la vita ti dona quasi quotidianamente. Non mi fidavo di me stesso. Oggi mi va bene tutto, ma domani? Con dei figli piccoli cosa avrei fatto? Un figlio è una cosa seria. Sarei stato un buon padre? Pensavo di no. Non volevo rischiare, non volevo far soffrire una donna, un figlio.

Ogni tanto pensavo che io non avrei potuto innamorarmi, per amare bisogna avere la mente sgombra. Da ragazzo pensavo solo a tirarmi fuori dal pantano della mia esistenza.

Mi andava bene così. Il primo periodo con una donna è un incanto, ognuno dona il meglio di sé. Anche mia madre sarà stata felice i primi tempi con mio padre. Forse il matrimonio non ha ragione di esistere.

“Luigi, domani parteciperò alle selezioni per 20 posti in ferrovia” “In bocca al lupo, speriamo bene”, mi disse il barista che mi aveva visto crescere. Penso di aver detto più cose a lui che a mio padre. Il bar davanti a casa mia era un altro luogo dove mi sentivo bene, ero circondato da ragazzi di famiglie problematiche , spesso violenti, alcuni spacciavano. Mi chiamavano  “Il bravo ragazzo”, mio fratello non frequentava il bar altrimenti lo sarebbe stato anche lui.

Un giorno eravamo seduti davanti alla tv sul retro del bar, dove Luigi a volte ci faceva stare. Abbiamo iniziato a guardare un film romantico, nessuno voleva vederlo. Io dissi” E’ un bel film, io ho letto il libro!”

“Ti piacciono ste cose? Tu sei strano sai”, mi disse Rudy  “Sai cosa sei tu? Un uomo con l’animo da femmina!”

A Rudy piacevano i film d’azione, dovevano esserci sparatorie e morti. Era una ragazzo energico e sportivo. Giocava  a calcio. Lasciò la scuola dopo la terza media, andò un po’ a lavorare come carpentiere. Poi incontrò “La belva”. L’eroina ti devastava lentamente. Ho visto Rudy, dimagrire, rubare, spacciare. E’ arrivato anche a picchiare il padre per procurarsi il denaro.

Io sono la testimonianza del fatto che non sia vero che le “cattive compagnie” ti possano coinvolgere. Loro non erano cattivi erano solo fragili. La vita è dura e per un adolescente e un giovane ragazzo ancora di più. Noi eravamo ai margini in tutti sensi. Ai margini della città ed eravamo “quelli del villaggio profughi”, per forza degli spacciatori, ladri o drogati.

Da sempre ho pensato che la droga potesse solo aumentare i miei problemi e mi faceva paura. Ho visto Rudy morire. E’ morto solo su di una panchina, come mio padre.

Se non avevo una ragazza con cui stare, spesso leggevo o ascoltavo musica. I libri mi hanno aiutato, mi calavo nelle storie che leggevo e volavo via dalla mia casa, dal ghetto in cui vivevo, dal mondo.

Se in tutti i posti degradati ci fossero donatori di  libri, donatori di abbracci, donatori di sorrisi,insegnanti pazienti, palestre gratuite, forse i ragazzi più fragili non si drogherebbero, chissà…

Vinsi il concorso in ferrovia, finalmente uno stipendio tutti i mesi. In casa eravamo rimasti io e mia madre avevo 33 anni. Anche al bar eravamo rimasti pochi, alcuni avevano cambiato città, alcuni sposati, alcuni sotto terra.

Con i primi stipendi volli fare una regalo a mia mamma. “Mamma cosa vorresti?” Una cucina nuova, guarda questa come è ridotta! Era come se vedessi la mia cucina nei particolari per la prima volta. Era come se i mobili di casa mia mi proteggessero. Hanno visto tutto in questa piccola cucina: quando a pranzo c’eravamo tutti e dovevamo fare i turni per sederci attorno al tavolo, quando dovevamo stare attenti a non mangiare troppo perché non bastava per tutti a quando mio padre urlava e ci picchiava per un nonnulla… testimoni silenziosi.

Mi spiaceva cambiarli, ma non dissi niente e la cucina nuova arrivò. Vedere mia madre contenta mi faceva stare bene. Chissà se mia madre nella sua vita è stata mai veramente felice.

Abbandonare la propria terra caricando poche cose, è come strappare un pezzo dell’anima di una persona. Chissà se il pezzo rimasto ha potuto donarle ancora un po’ di gioia.

Quando oggi guardo le immagini alla tv di altri profughi, sento tutto il loro dolore, quelle donne di colore con stretti tra le  braccia i loro bambini hanno gli occhi di mia madre. Faccio fatica a guardare.

Nella storia dell’uomo c’è sempre qualcuno che scappa e c’è sempre qualcuno che ha paura di chi arriva.

“Non ti sposi? “ chiese un giorno mia madre. “Eppure le ragazze non ti mancano, ma sono sempre diverse!”

“Non ho ancora trovato quella giusta”, le dissi.

Quando mia madre morì avevo 38 anni. Al funerale rividi dopo tanto tempo mia sorella Luisa che viveva in America e i miei nipoti ormai due ragazzi. Sara era impiegata presso la caserma dei vigili del fuoco e finalmente aveva trovato una brava persona, Carmen si era separata, mio fratello era impiegato al teatro comunale della mia città e aveva due figli. Tutto si aggiusta, pensavo. Quanta fatica e dolore per “aggiustare”, mia madre ne sapeva qualcosa.  Ma ora se ci potesse vedere tutti qua con i nipoti sarebbe contenta … tutto si aggiusta.

La mia relazione più lunga è durata due anni, anche lei si faceva, l’ho scoperto dopo.

Un  ferragosto, ero solo. La solitudine anche se cercata prende un’altra forma a Natale e a Ferragosto. Scartando l’ipotesi di andare da uno dei miei fratelli. Presi l’agenda e guardai i numeri di telefono, trovai il suo, quello della ragazza con la quale ho trascorso più tempo e la chiamai. Lei abitava in un’altra città.

Ci siamo incontrati, lei era strana. Ci appartammo in auto e quando si spogliò vidi che aveva una cicatrice sul basso ventre. Lei scoppiò a piangere. Mi disse che si accorse di essere incinta dopo un mese dalla nostra separazione.

Non riuscivo a mettere in ordine i miei pensieri, non mi uscirono le parole nella giusta successione, farfugliai qualcosa. Lei proseguì: “ Non potevo tenerla, non me l’hanno fatta vedere. Era una bambina è stata data in adozione.”

Mi arrabbiai talmente tanto che non feci nulla di quello che potrebbe fare  uno veramente arrabbiato. Ero abituato fin da piccolo a fagocitare rabbia e dolore e a farli implodere dentro di me.

Dissi solo ” Perché non me l’hai detto?”   C’eravamo lasciati  e … “ E cosa?  Gridai?”  “ Mi buco, cioè mi bucavo”

Tante volte ho pensato e immaginato quella bambina. Chissà dov’è, chissà se è felice. Chissà cosa avrei fatto se me lo avesse detto? Mi sarei sposato, avrei avuto moglie e figlia,  una moglie con dei problemi …

Chissà se tutto si sarebbe sistemato?

Da questo balcone vedo la via deserta. Oggi c’è facebook,  farei presto a contattare qualcuno ma rimango qua, solo, a pensare.

Arriva il furgone dell’SDA. Si ferma nella mia via. Scende una donna, si guarda in giro. Mi vede sul balcone.

“Scusi, sa dirmi dove abita Luigi D.?” È Il proprietario del bar, apre verso le 19. “Posso lasciare il pacco a lei?” “Certo, venga su!”  Ok, tanto ho finito il giro.

Strano vedere una donna che svolge questa professione, ma oggi  sono inserite in settori dove un tempo era difficile trovarle, poi un tempo non esisteva SDA e Amazon.

Tanto che penso questo, mi appare davanti alla porta, ha circa la mia età, è carina e sorridente.

“Vuole qualcosa da bere? “ Grazie, oggi fa così caldo! Penso subito a portarla a letto. Poi mi pento e ringrazio il destino che ha voluto che oggi non rimanessi solo. Rimango a parlare con lei, noto i suoi occhi lucidi. Io le donne le amo a modo mio, tutte. Le ho sempre rispettate.

“Oggi è l’ultimo giorno, domani vado in ferie. Lei niente ferie?  “Sono in ferie! “ , ho risposto guardandola mentre stava bevendo. “Non va via? ” Come dirle che in ferie da solo è triste, come spiegarle la mia scelta di vita. Avrei voluto raccontarle tante cose, anche che spesso mi penso vecchio e solo in una casa di riposo circondato da infermieri scocciati.

Sorrido e dico in un fiato: “No, aspettavo una bella donna come lei”  Abbassa lo sguardo e ride con me.

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Profilo Autore: Barbara  

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Fame.
La strada del buio porta a valle.
E nebbia avvolge il carro e ruote girano nel fango.
Piove a sprazzi dalle nuvole e misti sono i sapori e gli odori.
Ho fame, apro gli stipiti della madia.
Un dipinto sulle scale scende con la tela imbrattata.
L'ultimo mio pasto
Ho fame e il temporale bagna l'ingresso al castello.
Aspetto ospiti che non verranno.
Chiamo la domestica sorda e faccio cenno al maggiordomo cieco.
Suonano alla porta e cade la statua sul tetto.
Ho fame: “Aprite!”
Non ci sono più i servitori d'una volta.
Mi siedo nel salone delle feste e il tavolo segna dodici alla sedia.
Sono solo e ho fame.
Apro una bottiglia di vino.
Passa un topo e ci faccio lo spuntino
Spolpo le zampette e succhio poi la coda con risucchio di acqua.
Il resto lo mangio al sangue con due olivette.
Un brodo che non è brodo nella padella vuota.
Prego accomodatevi la cena è tra mezzora, mettetevi a vostro disagio.
Ho fame e la compagnia di nessuno mi stufa; lo stuzzichino mi ha stuzzicato la fame.
Mangerò qualche larva del legno, mi procuro uno bastoncino e passerò il tempo alla ricerca di
qualche tenera prelibatezza fresca.

Il castello è illuminato dai candelabri e il tempo peggiora di ora in ora, in paese nessuno vuol sentire nominare il luogo: Gavrilu.
Peggio per loro, intanto ho finito le larve ma ho ancora fame.
Trovata geniale: un coltello nel culo del maggiordomo.
Parte tenera e molle: amo la carne arrosto.
Beh, non è stato difficile.
Non si trova un coltello decentemente affilato in questo castello. Ecco finalmente, giusto per tagliare quello che devo tagliare.
Ho fame e mangio, ma non sono cannibale, ho solo fame.
Quanto pesa questo maggiordomo, ma quanto cazzo mangiava?
Lo metto sul tavolo di marmo della cantina.
Comincio dai piedi. Allora direi di strappargli le unghie... Le metto con l'acqua a lessare...
Un bel taglio longitudinale lungo la gamba sinistra e trovo la safena.
“Plic”, “slurp, slurp.”
Buono questo sangue. “Burp” Sono pieno, meglio assaggiare i muscoli.
Incido con tagli scelti la pelle e la sfilo via facilmente: sono un esperto. Metto la pelle delle gambe
nella pentola con le unghie, poi si vedrà. Domani brodino.
Naturalmente ho provveduto prima a depilare il corpo. Mi seziono i polpacci da fare arrosto.
Conserverò i tendi da spolpare in seguito.
Le parti intime non mi attirano: taglio e butto via e, siccome sono schizzinoso, non mi interesso nemmeno delle interiora. Budella, stomaco, fegato, tutti buoni per il cane che con il suo continuo miagolare mi ha rotto i timpani.
Il resto lo impacchetto con la carta d'alluminio e lo metto in frigo: dovrei avere, nascosto da qualche parte, un libro di ricette, domani se ne riparla.
Ha un bel culetto questo maggiordomo: lo mangio domenica.
Però questa pioggia e questa aria frizzante mi hanno messo fame.
Esco a fare una passeggiata verso il paese, mi tengo in forma e cerco qualche cosa particolarmente golosa.
Ma sì, oggi ho sentito suonare le campane a morto.
Si va al cimitero.
Dunque vediamo: qua abbiamo il morto fresco, non mi va. Uhm, si questo è morto
qualche anno fa.
Un bel piatto ceneroso e muffico ci sta, bei tempi quando andavo in cerca di funghi nel bosco.
Bene, bene, questo tipo ha un aspetto tra il consunto e la muffica, ci sono pure le costolette da succhiare.
Intanto porto la bara al sicuro dove smanducare tranquillo.
Accidenti, mi fanno male le spalle. Quanto pesa, sto diventando vecchio.
Che buoni questi lembi di pelle attaccati alle ossa della mano: che buon sapore.
“Volete assaggiare?”
Beh, sapete che vi dico, me lo gusto un po' per volta. Oh, ci sono pure i vermetti per contorno!
Accidenti che mangiata, basta per oggi, me ne torno al castello.
Un attimo, non guardate per favore sono timido. Ah, che pisciata...

Nel quadrante del cielo le nuvole facevano a gara nell'inseguirsi. Un vento tempestoso accarezzava le cime degli alberi e le vie di campagna che portavano al castello non si distinguevano più.
L'acqua scorreva in rigagnoli che parevano canali e i tuoni illuminavano a lampi i campi.
Forse erano i lampi che illuminavano i campi e che qualcuno da loro ci scampi.
Un cipresso pareva nei rami depresso e i rumori della pioggia, che batteva sugli occhi, spaventavano persino gli spaventapasseri.

Perché parli al passato, sono stanco e poi il temporale mi mette paura. Mia madre aveva ragione quando mi diceva che non ero degno di discendere i discendenti. Vado a dormire è quasi l'alba.

“James, maledetto imbecille dove ti sei cacciato? Apri questa porta, non vedi che sono fradicio”
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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D'accordo ti racconterò la storia della mia vita, come tu desideri. Siedi qui accanto a me, ecco il caffè è pronto e la mia vita ha inizio..
Il suono della sveglia come ogni mattina frantuma in mille pezzi i miei sogni, un suono stridulo, lacerante, utile per carità assolutamente si, perché altrimenti non lascerei mai il letto alle cinque, quando ancora fuori e’ buio. L’ acqua fredda che scende a spruzzi dal rubinetto contribuisce al mio risveglio, ormai lo scaldabagno e’ andato, come tante altre cose in questa casa, fredda e buia.
Preparo il caffè, mi vesto in fretta e sempre in fretta raggiungo la fermata dell’ autobus, siamo una piccola folla infreddolita e assonnata che lenta prende posto sulla vettura, siamo una piccola folla invisibile, gente da poco, senza un fine o un progetto da perseguire, nessuna preparazione particolare, né una vita speciale.
Io l’ invisibile, spesso dimentico persino il mio nome,.. però rispondo sempre a chi mi chiama, e so sempre se ce l’ hanno con me, io sono la donna, cioè lsonna che pulisce, e pulisco scale, case, uffici, supermercati, cliniche, insomma dove trovo da lavorare.
La fatica mi ha trasformata, la stanchezza ha disegnato rughe, occhiaie e calli.
Ma ciò che mi spaventa non e’ il mio aspetto fisico, quanto il fatto che il mio lavoro mi ha resa trasparente, lavorare quando nessuno e’ presente, quando e’ ancora buio e il resto delle persone dorme ancora, questo mi rende impercettibile, incorporea .
Io non esisto.
E allora immagino, mentre salgo per le scale dei condomini da pulire, e lo sguardo si posa sulle targhe dorate dei campanelli o sulle porte, avvocato Mauri, dottoressa Gentile; Dottor Romani medico dentista; Studio notarile dottor Casagrande; e così via.
Immagino la cura con cui saranno stati arredati quegli appartamenti, ed io divento la dottoressa, o il notaio,.. mentre le mie mani sempre più rosse e doloranti sciacquano strizzano e lavano.
E’ strano, quasi inverosimile essere cosi sola, non ho madre marito o figli, né fratelli non ho nessuno, a raccontarlo non ci si crede, eppure da anni solo l’ unica compagnia di me stessa.
La mia casa è un buco buio, poche cose assolutamente utili, un letto, una piccola cucina, e il bagno, ah dimenticavo il televisore, scarto della vicina di casa trovato in un angolo davanti al portone, eppure funziona, buon per me .
Questa mattina, nel supermercato dove faccio le pulizie mi hanno richiesto l’ indirizzo e mail, mi e’ venuto da ridere, e chi ce l’ ha? Mi hanno detto che per il contratto e le eventuali informazioni serviva un indirizzo di posta elettronica, e se da una parte ero imbarazzata dall’ altra una sensazione di meraviglia mi aveva presa, eh si perché qualcuno mi stava parlando, e inoltre voleva mie informazioni, data di nascita, indirizzo, numero di telefono e di telefonino.
Ho continuato a lavorare ma tutto era cambiato, la testa era piena di strani pensieri quasi una specie di solletico proprio vicino alle orecchie, un ronzio che lentamente si trasformava e dava vita a ragionamenti, a domande e risposte, ero turbata e avevo quasi paura che quel lavorio mentale fosse visibile a tutti, che tutti potessero vedere che ora anche nella mia scatola cranica viveva un cervello.
Al termine del mio orario di lavoro avevo ben chiaro cosa volevo fare, e per prima cosa sono passata alla vetrinetta dei telefonini, quelli di ultima generazione, e ne ho scelto uno ecco ora potevo iniziare a vivere, li c’ era il mondo e io ne avrei fatto parte, ora non mi restava che entrare .
Appena attivata la linea del mio preziosissimo cellulare ho cercato su internet i vari social network e mi sono registrata, e da quel momento sono diventata la giovane e affascinante dottoressa in psicologia Anna Rosa Lamanna, e anche il professor Giulio Lulli insegnante di storia e letteratura italiana, che emozione immensa rinascere, poter esprimere il mio sapere, potermi calare ora nell’ uomo e poi nella donna, e rispondere alle prime richieste di amicizia, io l’ invisibile, finalmente esisto.
Qui dove poco è vero e reale, io inizio a materializzarmi, ecco le prime fotografie, si eccomi qui al mare, ecco io sono quella li tra le onde, e poi in montagna mentre scio, occhiali da sole cappello giacca a vento, certo non si vede bene il volto, ma che importa? E poi quante belle frasi scrivo, quanti consigli, beh sono una studiosa dell’ anima quindi, che dire poi delle altre immagini, eccomi tra i miei studenti, sono io qui di spalle mentre scrivo sulla lavagna “ amo et semper amavi”. Quanti mi scrivono, tanti colleghi di scuole lontane, tante ragazze, e donne, e io mi sento vivo, o dovrei dire viva? Che importa il sesso che importa esistere attraverso questo inganno, io finalmente sono. Esprimo il mio sapere, sì perché nonostante tutto io sò, ho studiato, nonostante il mio misero lavoro io avrei potuto e posso essere come una di quelle cellule totipotenti, io posso essere tutto. Voglio dare alle persone quello di cui in fondo si nutrono, voglio accontentare il desiderio di tanti portando loro le mie maschere, mostrando i miei mille volti cosi come io mi beo dei loro mille falsi sguardi, consapevole, come loro che tutto e’ finzione, che siamo ciò che gli altri vogliono farci essere, cosi potranno dire ho conosciuto il professor tal de tali o la cantante di quel gruppo rock, o che ne so anche il Papa. Domani mi aspetta il solito centro commerciale di periferia, lo stesso pavimento da tirare a lucido, e’ ora di salutare i nuovi amici, i professori, i dottori, e tutti quelli che mi hanno voluto tra le loro importanti amicizie, convinti di aver aggiunto lustro alla propria lista nella loro pagina di questa importantissima vetrina virtual sociale. Beh si è fatto tardi a domani amici, mangiafuoco va a dormire .
La sveglia martella feroce dal comodino, anche questa mattina, come ormai da anni, eppure la luce che colpisce i miei occhi e’ diversa, persino il mio cervello non e’ lo stesso di sempre, nella mia testa non c’ e il solito sordo silenzio, ma si affollano idee immagini, pensieri che hanno albergato i miei sogni notturni, nessuno di loro mi ha abbandonato al risveglio, e me li porto dietro al lavoro, li accarezzo, li accudisco e loro crescono, mentre io spolvero, spazzo, lavo e la fatica oggi non esiste, la stanchezza che mi schianta sul letto una volta a casa, oggi e’ un ricordo lontano.
Eccomi, arrivo non vi agitate ora vi libero, mi spoglio dei miei stupidi panni, lavo via il sudore che mi ricorda chi sono e posso tornare a vivere, basta un click ..
“ Ciao, come stai?", “ Finalmente ti trovo” ecco il sangue scorre, il cuore batte, ecco il primo saluto.
“ Ciao cara, oggi ho avuto una giornata pesante, i miei studenti si preparano agli esami e io li aiuto, tu invece? com’ e andata la tua giornata?” “ mah niente di che, in ufficio c’ e stato un controllo qualità, ma sai le solite cose all’ acqua di rose, non vedevo l’ ora di tornare a casa e collegarmi, mmhh tu mi hai stregata professore”.
Mi meraviglia questa facilità con cui ci si avvicina agli altri, a degli sconosciuti. 
Sono sbigottita, quasi incredula, io che fino a due giorni fa non avevo nessuno, io l’ invisibile, l’ inavvertibile e inavvertita presenza mi sono materializzata solo schiacciando un pulsante, se solo lo avessi saputo prima, se avessi capito tempo fa che il mondo mi aspettava, questo mondo parallelo, l’ unico che mi vede, avrei speso tutti i miei risparmi per questo piccolo gioiello, un minuscolo stupido telefono, il cuore pulsante che mi da la vita. 
Com’è facile entrare nella vita degli altri, quanti pur avendo persone reali accanto, si isolano nelle proprie case seduti lì davanti ad un monitor, quanti sorridono e ridono alle frasi che degli sconosciuti scrivono magari rivolgendosi a loro con un’ intimità che si dovrebbe dare solo a chi si conosce da molto tempo e nella realtà vera.
Ogni volta che chiudo il pc, penso a chi potrei impersonare domani, oppure a quanti nuovi amici potrei proporre la mia presenza, potrei essere la massaia sola e annoiata che cerca dolci parole da probabili ammiratori, oppure il prete che cerca amicizia sul social network perche vuole capire meglio i giovani, certo in questi ultimi tempi sono tanti i preti che tranquillamente usano facebook o twitter quindi perché no .. domani sarò il simpatico don Mario .
La mia vita è cambiata, per chi mi frequenta ogni giorno nel mondo reale, sono sempre la solita giovane donna, grigia e silenziosa, il mondo fuori dal computer mi ha sempre rigettato, ma ora posso prendermi la rivincita, ora sono io che dirigo il gioco. Io sono il mare di cellule che si moltiplica, sono un diamante sfaccettato che riflette migliaia d’ immagini diverse, io posso penetrare ovunque, mi basta un click.
“ Buon giorno, come va? Gradisci un caffè?”, i saluti che ricevo nei vari profili mi sollevano il morale, e io rispondo a tutti e creo situazioni, tante le più particolari. “ Ciao, come va?” “ Io sono in spiaggia, come ti ho scritto ieri, sono a Malta ma già domani dovrò spostarmi, ho un volo alle 11 per New York, ho un lavoro importante al Metropolitan Museum of art, devo curare una mostra molto importante, ma ora ti lascio mi chiamano al cell, ciao a prestoo”.
E’ così facile, e poi che male faccio?
Per chi mi aggiunge alle amicizie, io sono un buon acquisto, sono l’ artista impegnato, sono la persona importante che in molti anelano avere tra le amicizie per poi vantarsene con gli amici reali, io amo renderli felici, e più mi faccio grande ai loro occhi più li rendo felici.
Posso essere tutto e questo rende appaga anche me, ora riesco ad affrontare le mie giornate sporche della sporcizia altrui, riesco ad andare oltre la fatica, adesso mi vedo persino bella quando accidentalmente incontro i miei occhi in uno specchio, perché in fondo non vedo me stessa ma ognuno dei tanti che io sono. Sarà così se non sarà mai altro, sarò il mondo finché il mondo non mi riconoscerà.

La luce dei lampioni si riflette sul bianco muro irreale che la nebbia fitta come sempre in inverno, innalza proprio qui davanti al portone sgangherato di casa mia, e come ogni giorno io mi lascio avvolgere e digerire da questa quieta barriera luminosa, cosi, umida e infreddolita, mi avvio ciondolante verso la mia giornata di faticosa apatia. 
Lenti e silenziosi i miei compagni di sventura si aggiungono alla piccola processione 
e rassegnati ci incamminiamo verso le luci tenui del bus, e una volta saliti ci accomodiamo sui freddi sedili e li ognuno termina il suo sonno privo di sogni .
La faticosa giornata ha inizio, indosso frettolosamente il camice a righe ancora un po’ umido dell’ acqua sporca del giorno prima, i calzini colorati e gli zoccoli, prendo il carrello già pronto all’ uso, stracci, spray, scopa e spazzolone. Si aprono le danze,
strofino alacremente, lucido, e spolvero, e ogni movimento ogni sforzo da vita a nuove idee che presto, non appena sarò tornata a casa renderò reale nel mio mondo virtuale.
In quel mondo ricco, rilassato, dove mi basta pigiare pochi tasti per entrare nelle vite altrui, mi basta dire poche parole, giuste, ed ecco che.. quell’ architetto tanto presuntuoso e saccente si rivolge a me con tono interessato, come se d’ un tratto avesse scovato l’ altra metà di se, le mie parole studiate ad arte lo hanno incantato, avvolto, accarezzato, e da questo istante in poi so che non potrà più fare a meno di me .
Io studio, cerco e ricerco, io mi preparo come per un esame, io sono tutto e tutti,
sono affettuosa, amorevole, sono intelligente, galante, un cavaliere, un gentiluomo,
medico, scrittore infermiere, parrucchiera e maestra d’ asilo, sempre pronta per nuove avventure, sempre pronta a soddisfare discutere giocare ..solleticare.
Sciocchi, cosi soli, cosi pronti a credere .

Nei tranquilli giorni di fine settimana, quando finalmente posso riposare, me ne sto li davanti al piccolo schermo del mio cellulare, e come un bravo medico curo con la massima dedizione le mie piccole ignare marionette.

Le blandisco, le incuriosisco, che siano uomini o donne, in un modo o in un altro riesco a coinvolgerli in discussioni interessanti, e se voglio so come stuzzicare il loro ego, complimentandomi per il loro lavoro, o per un particolare commento, “ davvero notevole”, ..e loro gongolano imbambolati ..o meglio rincretiniti.
Osservo con meraviglia e interesse i profili che i miei amici virtuali hanno creato, quanti di loro hanno migliaia di amicizie in bella mostra, amicizie che aumentano quasi esponenzialmente, in maniera assurda .
Queste persone fagocitano voracemente chiunque, basta che i requisiti di questi nuovi affezionati corrispondano ai desideri di chi li aggiunge, che si tratti di requisiti fisici, che so una donna bellissima, o particolari doti o capacità come ad esempio saper suonare o dipingere .
Per non parlare degli effimeri, i superficiali, quelli cioè che accumulano amici in base all’ importanza che riscontrano negli amici degli amici, certo a volte questo gioco mi disgusta, ..ma sono troppo sola per farmi bloccare dalla nausea, dal disgusto .
E così non appena posso entro in questo mondo falso, dove tutti o quasi si sbattono per colpire più di altri, per apparire più di tutti, e brillare come una stella. Si agitano, si sforzano, postano immagini, scrivono commenti, danno giudizi, per risplendere come il sole a mezzanotte, per oscurare il mondo.
A volte, quando finalmente chiudo ogni contatto, sono distrutta, ti tolgono l’ anima questi “ amici”.
Tra loro c’ e chi si dichiara innamorato perso, e chiede un appuntamento, magari anche solo un caffè..
E’ dura inventare scuse plausibili, “ sai il mio lavoro non mi permette distrazioni, specie ora che stiamo concludendo un grosso affare con i clienti americani, eh si ti avevo detto che io mi occupo di sperimentazione con i droni, e tra poco inizieremo anche in Australia”…
E dura e’ anche cercare foto, mie, sia come uomo, anziano, giovane, affascinante sportivo, o solo maschio
O immagini di donne, una bonazza mozzafiato, o una casalinga sempre in tiro, magari la signora bene che fa la volontaria in ospedale con tanto di messa in piega perfetta e anelloni d’ oro alle dita .E’ difficile trovare immagini simili cosi da creare un vero profilo, ma io ho tempo ..tanto tempo.
Il caffè si è freddato, e la mia vita è tutta qui, solo tracce, piccole tracce di irrealtà.
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Profilo Autore: Marina Lolli  

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Che grande sollievo le prime volte che ti baciavo quando mi facevi sentire fuori da tutti i problemi,non solo,mi facevi sentire più forte .
Però mentre mi davi queste false emozioni tu mi incatenavi e come con gli altri mi incastravi nelle tue trappole da falsa amica.
Le serate non erano belle se tu non c'eri e se alcune sere non avevamo alternative tu risolvevi tutto.
Ma piano piano con il passare del breve tempo diventavi parte del mio corpo e per questo oggi se sto male e perché ho deciso di togliermi le tue catene e tu mi hai fatto pagare questo prezzo con la sofferenza.
Sei vista come terapeutica e infermiera curatrice della gioventù ma alla fine ti prendi gioco perché sei la ricreatività delle persone.
MI spiace dire che sei passata e non ti penso più percentuale adesso hai tolto a me la personalità e dovrò ricominciare dall'inizio,ti adoro per i ricordi ma ti disprezzerò per come mi hai lasciato.
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Profilo Autore: Dado Salcarini  

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Il dolore degli altri lo guardi attraverso un vetro: ti sfiora ma non ti tocca. L'altrui patimento ai nostri occhi appare appena appena sfocato: è un po' come se lo vedessi attraverso spesse lenti. Ne senti l'eco e pensi sempre che sia lontano anni luce da te. Non ci pensi al tuo dolore, fino a quando non ti tocca personalmente. Quando il tuo dolore rompe il vetro dell'oblio in cui era assopito, ti succede di risvegliarti nel bel mezzo della notte con la fronte sudata e una fitta allo stomaco. È allora che entri a stretto contatto con la tua sofferenza. È come se distrattamente urtassi una teca di cristallo e da essa fuoriuscisse un fiume in piena sfuggito agli argini. Vorresti soffocarlo con un cuscino il tuo dolore...ma non puoi: riesci a malapena ad attutirlo. Lo zittisci ma lui ritorna. In alcuni momenti ti pare di averlo ammutolito: non lo senti...ma poi in maniera subdola e silenziosa, lui ritorna più prepotente e violento che mai. E tu dai schiaffi mentre vorresti ricevere carezze. Urli, scalpiti e prendi a calci la tua rabbia. Tante le parole di circostanza, tante le carezze, copioso e talvolta sincero il pianto di chi ti avvicina e condivide le tue lacrime. Ma dopo un po', passata la bufera rimani sola. Nessuno vuole sentirti più urlare. Il dolore fa troppo male e nessuno vuole il tuo dolore. Così tu rimani lì fra alberi sradicati, rami secchi e foglie ingiallite a fissare la pioggia: la senti, ti bagni...ma sei senza ombrello. Soffri tanto e vorresti parlare ancora della tua sofferenza, ma non puoi più farlo. È come se il dolore avesse una scadenza e dopo un po' tu dovessi necessariamente sbarazzartene. La vita nonostante tutto continua, devi andare avanti...ma tu hai solo tanta voglia di voltarti indietro. È allora che cominci a ridere: accenni brevi risate che sanno di pianto. Improvvisamente ti senti sbagliata e fuori luogo. Ti par d'essere una voce bianca fra voci scure, una nota stonata in un coro di note affiatate, un tamburo fra fiati e flauti. Fingi di piangere lacrime di felicità, mentre vorresti piangere lacrime di dolore. Non tutti riescono a distinguere il pianto. Così ti ritrovi a piangere lacrime truccate di gioia: trasparenti. Perchè le lacrime si somigliano fra loro, sembrano tutte uguali: quelle di gioia...hanno lo stesso colore di quelle del pianto...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Un cactus si innamorò di un palloncino. E quell'amore era ricambiato, il problema sorgeva quando si scambiavano tenerezze: le spine del cactus bucavano il palloncino, che, per quanto desiderasse rimanere, soffriva al punto da non riuscire a restare. Il cactus, pur di non perdere il suo amato, afferrò una pinza e, con dolore e pazienza, rimosse tutte le spine che ricoprivano il suo rugoso corpo. A quel punto il problema era un altro: egli non era più un cactus, ma di un cactus si era innamorato il palloncino.
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Profilo Autore: Nicola Matteucci  

Questo autore ha pubblicato 342 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
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