Reprobi Angelus- Ultimum capitulum

 

Nonna mi raccontava che la pioggia sono le lacrime degli angeli.

Avevano da poco lasciato il Palazzo sull’Acqua, ammutolite e incredule. Lobella desiderava solo le braccia di Eadweard, del buon vino e le chiacchiere tra amici

al crepitio del fuoco. Benedetta 
fluttuava. Nessuna delle due fino a quel momento si era accorta che la ragazzina era rimasta indietro. <<Benedetta, mio Dio…

mia figlia…>>. ‘Mamma calmati, a sinistra dietro di voi sulla 
panchina’. <<Perché hai quel libro…>>. ‘Ascoltate: la prima, la Stanza della Tristezza cola tanta

fuliggine dai muri quanto sono cupi i pensieri di chi cercherà di attraversarla… non ce la farà mai. Quell’uomo ha il cuore in frantumi’. Benedetta sentì come il

calore di una luce accanto a lei <Dai 
a me il libro, tu e Lobella tornate alla locanda. Vi raggiungeremo lì io e Samael. E… vi voglio bene. Andate…>.

‘Benedetta…’. <<Amica mia, non farlo…>>.

Benedetta era già oltre la Casa Bianca, oltre lo sguardo smarrito delle compagne. Oltre quanto di più inconcreto potessero concepire. Il tomo le indolenziva le

braccia ad ogni passo, come se le 
pagine aumentassero. Quando entrò le pareti sudavano catrame. Samael ne era immerso fino al costato. Agli occhi di Benedetta

appariva come un cigno ferito. Era inginocchiato, e piangeva 
caligine. <Angioletto, su alzati… mi devi delle spiegazioni> Benedetta cercò di scuoterlo.

“Più di qualcuna… visto che sei qui. Risponderò alle tue domande. Tuo figlio aveva solo bisogno di sostegno finanziario, l’appoggio della sua splendida madre

farà il resto. Ora mi chiederai come 
facessi a perorare lui e ad essere alla locanda a vegliare su di te…”. Una digressione a questo punto è d’obbligo. Prima

inzupperò il croissant nel caffè, cercando di 
guardare oltre la penna.  

“Quando trovai Lucifero, non voleva sentire ragioni. Il suo disegno era ormai avviato, e io non ero che un ostacolo da rimuovere. Il mio ardimento non bastò. E

mi uccise”. 
<Senti questa, ora mi dirai… Mio Dio…>. “Quando vengo ferito o se vengo ucciso di me ne nascono altri due. Il vecchio della locanda ospitò me e

Adamantina, ci aiutò ad avere una vita 
normale. Ma una sera lo scoprì, e fu troppo per lui. Mi cacciò, continuando però ad occuparsi di lei”. Benedetta si stupì di

avergli preso la mano <Ripensa a quei giorni felici, e varchiamo 
questa porta>.

Sorvolerò sulle successive stanze… Avidità, Onnipotenza e Vanagloria, Insaziabilità e Gelosia. E Immobilismo. Comportamenti non perpetrati dalla creatura il

cui indice asciutto pareva 
ora indicare l’uscio dirimpetto a un grosso quadro ottocentesco. <Tu con lui. Sei espressivo… non preoccuparti, nel tomo si dice che

l’ottava stanza 
è l’Ingordigia: hai mai visto Anche gli angeli mangiano fagioli? …non badarci, quando sono impaurita dico cose sciocche>. Benedetta iniziava a

provare una forte dolenza alla schiena, come se 
potesse sentire la sofferenza di Samael per la lacerazione. <La nona stanza, l’Iracondia>. Un enorme portone ne

impediva il passaggio. “Entrerò da solo. Ciò che vedrò potrebbe metterti in 
pericolo”. <Demoni, spiritelli e folletti non saranno peggio di ciò che abbiamo

attraversato fino ad 
ora>. “…in pericolo da me”. Questa volta tacque. Pensò al figlio, e tacque.

Samael appoggiò la mano all’antico portone che si spalancò. Varcò la soglia. Quel che accadde cominciò a scriversi nel tomo. Un varco si spalancò nel

pavimento, così profondo che appoggiando 
l’orecchio Samael al suo interno poteva sentire non una voce umana gridare dal dolore, ma le urla dei dannati.

Si sentì stringere dentro. Avrebbe voluto fare qualcosa, ma lo trascinò via il pianto di 
un bambino appena nato. Giaceva a terra da solo sulla soglia. Così lo prese

e lo strinse a sé, ma 
l’essere vampirico tornò alla sua vera forma… se una luce calda non avesse distolto il Tiyanak, la testa di Samael avrebbe misurato la

profondità della voragine. Benedetta non poteva credere che 
esistesse tanta malvagità, ma stando all’inchiostro lui era vivo. <Ti voglio bene angioletto>.

Mancava davvero poco. Un’ultima stanza. Nel libro era chiamata Locus. La Stanza dove tutto cessa di esistere, e dove esiste ogni cosa. Dove la paura diviene

inquietudine, e la follia indossa le vesti 
del senno. Quando lo raggiunse, la pioggia dai suoi occhi pareva volesse ingannarlo… sembrava  solo acqua ed invece

era ricordo. Adamantina gli stava morendo tra le braccia. Avrebbe voluto 
chiamarlo, dirgli Samael non è reale. Ma sembrava così tanto che lo fosse. 

“L’ho lasciata andare / nell’avvoltolare ingiallito / di una foglia. / L’ho lasciata andare / in equilibrio su una lacrima, / inafferrabile come un bacio / che dalla

bocca scivola /
sulle pagine 
 sfogliate dal vento”. <Samael…>. “Non temere se piove… piove sempre quando qualcuno ti manca. E’ ora di andare”.

 

Samael chiuse gli occhi… il cippo era al suo posto, e lo scavo fatto. Accarezzò i cenci della veste  vermiglia, e si sdraiò accanto a lei. E sentì il calore di una luce

accanto a loro. 
<<Aspetta Morte, lascia che abbracci questo mio figlio>>.

 

Un uomo sotto un cappello plumbeo come il cielo su una Volga nera a fari spenti nella sera percorreva la statale poco trafficata. Alla locanda Della Cannella,

nell’angolo rischiarato dalla finestra <Ciao Adamantina, mi chiamo 
Benedetta. Io so chi sei… me l’ha detto un angelo> sorrise <Il suo cuore deve trovare la

strada… 
Un giorno, ne sono sicura, farà ritorno a casa>.

 

Riposi al suo posto il tomo. Il caffè era diventato freddo, come l’aria che arrivava dalla statale deserta oltre la landa. Aveva iniziato a piovere sui bucaneve alla

finestra. 
Sullo scrittoio pochi versi con l’incertezza dell’autunno, macchiati di miele che non mi ero accorto di avere scritto. Guardai la sedia nell’angolo, e poi

ancora la pioggia. E forse pensai che in notti 
come questa Dio diventa poeta.

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Cincischiando come una cinghialessa in cinta di cinque mesi nei pressi di un chiostro di un convento cistercense del cinquecento, acquistai una costosa cintura in coccodrillo del Congo da un cialtrone cinese con le ciabatte in ciniglia con il logo di Cip e Ciop, ma, distratto da un cartellone di un Circo del Circeo, inciampai in un cespuglio di cirmolo del Chapas procurandomi una contusione alla cistifellea che curai con un cataplasma catramato a base di curcuma, cipolle e Chupa Chups, consigliatomi da un curandero abusivo del Cile conosciuto in un carcere colombiano in un giorno di canicola.
Così conciato, per tirarmi su mi sparai due chupitos e una striscia di
coca e pasta d'acciughe in polvere consigliatami da mio cognato "Er Caligola" così chiamato per la faccia da cavallo, ma ciò mi cagionò un crescendo di capogiri ed una cospicua catalessi che mi spinse a cantare a squarciagola
"Ciribiribin che bel bambin.....che  bel faccin "...  nonché a inviare compulsivamente foto di selfie al cugino dell'autore del pulcino Pio.
Mi risvegliai al canto cantilenante di una cinciallegra e, affamato come un caimano della Cambogia con il colesterolo alto, mi gratificai con
una crapulesca colazione a base di ciambelle al cumino dei caraibi, crocchette di crusca , Krapfen alla crema chantilly, crepes al cioccolato e carrube e una colossale caraffa di caffelatte corretto al coriandolo, ascoltando compulsivamente in cuffia i brani di una corale di Cracovia specializzata in canti in lingua coreana colta comparata.
Caspita !!
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Errata corrige

 

Avevo appena rimesso a letto il più piccolo dei miei figli che uscendo dalla stanza dopo aver tergiversato alla sua domanda, sapevo non sarei tornato supino

accanto a mia moglie. 
<<Papà… gli angeli sono tutti buoni?>>. Ora dormiva. Era stato solo un incubo, ma avevo dovuto  asciugargli sulla fronte e dalla nuca il

sudore. Un fazzoletto di lino finissimo sul comodino aveva 
fatto al caso mio. Sorrisi, un amico poeta romano l’avrebbe chiamato sudario. Raggiunsi lo scrittoio

dopo essere passato dalla cucina dove un vasetto di miele restato aperto copriva quasi l’odore del caffè. Qualcuno l’aveva preferito a un croissant. Ottimo, pensai,

anche questo farà al caso mio. 
Accanto allo scrittoio da anni mi fa da tavolino una pila di libri, ma quella notte nel tomo che funge da base dovevo cercare

qualcosa.  Dunque, angeli caduti… Samael… buono e nel contempo 
crudele, patrono dell’Impero Romano. Sorrisi di nuovo, ripensando ancora al poeta vivaista.

Nella sua serra mi disse una volta di coltivare la lobelia… bene, uno dei personaggi lo chiamerò Lobella. E’ nato pressappoco così Reprobi Angelus, davanti alla

finestra che
invitava l’aria pungente a schiaffeggiarmi il viso mentre un profumo di cannella e zenzero mi consegnava ad un rapido oblio davanti a questa landa

pallida e desolata. Quasi a spolverare i miei pensieri. 
Ma come sempre c’è dell’altro, che ovviamente non vi svelerò. Non subito. Scrivere il finale di una

storia è importante quanto scriverne l'inizio: se l'incipit ha la funzione di attirare subito il lettore, il finale ha la complicata missione di non fargli dimenticare

l'intero svolgimento, anzi, di farglielo 
amare almeno un po’. Così scelsi un finale circolare, tipico peraltro dei racconti noir. Ma una volta pubblicato mi accorsi

nel terzo capitolo, o come direbbe la ragazzina che conosce il latino 
Capitulum tertium, di un refuso…

Avevo fatto in tempo solo a chiudere la finestra in modo da non sentire troppo freddo, che la marmellata che era come se sapesse di miele mi si mise di traverso e

per poco non mi strozzò. 
“Ma non è stato un refuso”. Avevo i brividi. Si sedette all’angolo davanti alla finestra. Trasalii. <Chi sei!? Tu…>.

“Non lo farai. Non cercherai di ingannare il lettore. Sei modesto. La 
modestia  non ti fa neppure chiamare romanzo quello che stai scrivendo. Ma non l’hai

fatto… 
ingannarlo intendo. Almeno non consapevolmente”. <Tu… chi sei tu!?>. “Se avessi continuato a leggere nel tomo, sapresti che quando vengo ferito o se

vengo ucciso di me ne nascono altri 
due”. <…così saresti potuto essere sia alla locanda che dal figlio di Benedetta nonostante l’ala recisa. Tutto fila>. “Già,

Benedetta. Svelerai al lettore l’importanza di Benedetta? E ti risponderò 
a una domanda che stai per porti… non puoi farmi tornare da Adamantina”.

<Tu rinasci…>. 
“Sì amico mio, ma senza cuore. Hai fatto in modo che lo donassi a lei. Non potrei amarla…”. <Troverò un modo, sono pur sempre io l’autore.

Aspetta, come è possibile che io stia qui a parlare 
con te che non esisti se non nella mia penna…>. “Mi piace osservarti, sai? L’altra sera ti guardavo con l’altro

tuo figlio. Tu allo scrittoio, lui che suonava la tromba. Mi avete ricordato quella canzone 
dove Adelmo suona la chitarra seduto davanti al fuoco con Guccini…”.

Un soffio caldo pervase la stanza. La sua voce provata, quasi confortevole nell’ombra  “…ma quanti ratti mordono il nostro cammino”.

E si diradò come la nebbia che ora avvolgeva la landa ondeggiando appena, come un fazzoletto. Sui bucaneve alla finestra.

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Ho conosciuto una cubista cubana che cantava Cuccuruccuccu Paloma in una cantina di Catania con un coro di contadini curdi che calzavano cavigliere del Catakai comprate da un commerciante di carabattole di Caltanissetta, giunto con un camper customizzato color cacca di camaleonte e trainato da un cavallo del Caucaso vinto ad un concorso di cioccolatini indetto dalla Coop durante l'ultimo carnevale.
Conquistato da codesta creatura, la scritturai per una serie di concerti al San Carlo di Napoli, con l'accompagnamento di cinque studenti del Conservatorio Santa Cecilia appena usciti da  un corso di controfagotto e di clarinetto e con un cospicuo curriculum di concertini presso la  casa circondariale di Regina Coeli, con la conduzione di Carlo Conti e la sponsorizzazione del Callifugo Ciccarelli e dei confetti Chupa Chups.
Così, per concludere la giornata, mi catapultai dal noto chef Carlo Cracco che mi conquistò con una serie di chicche di alta cucina a base di:
cuori di carciofo alla curcuma e cumino, coratella al cardo mariano con riduzione di Cabernet del Carso, carne cruda caramellata con concentrato di ceci di Cecina in crosta di cacio, ciliege del Cilento al Cognac e coriandolo con cremina di cioccolato colombiano chiarificato e una caraffa di Champagne Cristal Gran Cuvèe del Centenario in un contenitore di ceramica firmato da Le Corbusier.
Purtroppo pagai il conto con una caterva di cambiali per quasi cinque anni e dovetti pure cedere la mia collezione di chiodi della croce di Cristo comprata ad un'asta di Christie, con la certificazione addirittura di Carlo e Camilla d'Inghilterra nonché un caldo cappotto di Cachemire appartenuto nientemeno che a Cocò Chanel...... e che cavoli !!
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La palingenesi demoplutocratica
della progressione diaframmatica
utilitaristica, si estrapola da un
contesto musical-postsessantottino
sfociante in una semplificazione
anagrammatico sillogistica,
assimilabile inequivocabilmente
alla stesura cantautorale del
"trottolino amoroso" di sanremiana
memoria.
L'accezione gastrogravitazionale
compulsiva, si diversifica così
da una farraginosità opalescente,
precipitando in una pulsione
omofobica post gay-pride
contestualizzata alla degradazione
androgenetica del malleolo
sinistro di Balotelli.
Ma tant'è ; la radicalizzazione
fitoplasmatica è madre di
una allitterazione sinergico
maxillofacciale, caratterizzata oltretutto, da una implosione stearica fagocitante in progressione
geometrico spiraliforme di tipo 2 !

Minchia ! !
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Caput quattuor

Lascia che abbracci, Morte, questo mio figlio

 

In un tailleur corvino, occhiaie in tinta con i pensieri, Lobella in compagnia del suo chignon attendeva pensierosa l’amica. Color delle candele. I brividi

crescevano semplici e discreti lungo il 
suo stelo esile. Cominciava a sentirsi come i bucaneve tra le dita affusolate della strega d’inverno. Ne percepiva i sospiri.

<Sto per andare a palazzo con Eva Kant?>. Benedetta… non l’aveva vista 
arrivare. <Perdonami, quando sono nervosa dico cose sciocche… Possiamo andare>.

<<E tu che ci fai qui!?>> visibilmente inquieta Lobella, alla figlia in tuta ginnica scura. Con due occhioni sagaci, da sotto la cuffia ‘‘Vengo con voi…’’.

<<Niente affatto!>>.  <Aspetta amica 
mia…>. <<No Benedetta, non voglio corra pericoli…>>. <Lo capisco, ma è l’unica che conosce il latino. E ho come

l’impressione che avremo bisogno di lei>. ‘‘Dai mamma, mettiamo fine insieme a 
questa storia’’. <<Però mi darai ascolto. Promettilo…>>. ‘‘Etiam, ora

incamminiamoci’’. 
Una fitta coltre di nebbia stava colando sul Parco Lazienki. Il Palazzo sull’Acqua era là. All’ingresso una Volga nera sembrava osservarle.

Benedetta trasalì. ‘‘Entriamo… stiamo vicine’’, 
cercando di farsi coraggio. I lampadari di cristallo, l’oro alle pareti… ma un  grosso tomo le catturò

l’attenzione. Cominciò a strofinarsi la cuffia come a cercare nella memoria ‘‘Reprobi angelus in locus tristitiae. Ora guarderò le incisioni in acquaforte.

Il diavolo è nei dettagli…’’.  

‘…ma anche nell’ultimo gradino delle scale. Quello che non esiste’. Una voce provata, quasi confortevole dall’ombra. E poi da sotto un cappello plumbeo

‘Questa è la prima, brava ragazzina, 
la stanza della tristezza. Non è posto per voi’. <<Io non credo al diavolo…>> Lobella come avvinta da quel tono, lo stesso

che nelle ultime notti le aveva tolto il respiro prima di addormentarsi. 
‘Peccato. Perché lui crede in te’. <<Ma tu…>> non doveva chiederlo, ma voleva sapere

<<…sei un 
angelo caduto?>>. ‘No!’ la voce ora si era indurita. I muscoli tesi lasciavano percepire non rabbia, sofferenza. Dallo squarcio nella camicia una sola

magnifica ala nera ‘Ero un angelo. Gli angeli neri 
spazzolano le nuvole per donare la carezza della pioggia ai raccolti’. ‘‘Quanti sono gli angeli?’’ la ragazzina

fino a quel momento ammutolita. ‘Quanti lui lascia che vivano’. <<Dio…>> Lobella 
indietreggiò, le era sfuggito. ‘Dio. Dio guarda le cose da dietro la pochette

sulla giacca dei 
potenti… Lui e Mefistofele erano come fratelli, e il mondo conosceva solo la pace. Ma Mefistofele aveva un figlio. Per Lucifero l’umanità erano

tessere di un domino da incoraggiare, per poi veder 
cadere. Dio lo cacciò, e l’amico di sempre pur riconoscendo la giusta causa, consumato dal dolore decise di

far conoscere al mondo la crudeltà delle guerre’. <<E tu? >> ancora Lobella, spinta dalla 
curiosità. ‘Fui mandato nel mondo per parlare a Lucifero.

Si nascondeva fuori Varsavia. Incontrai 
un uomo che di quel paesino conosceva il decoro, e i segreti. Ospitava nella sua locanda una giovane donna. I suoi capelli

erano i fili con cui la notte tesse il cielo. I tuoi me li ricordano Lobella. 
Ci innamorammo. Adamantina fu l’occasione per Mefistofele di esigere da Dio una

punizione 
esemplare, al pari di quella inferta al figlio. E Dio lasciò che mi recidesse un’ala. A Lucifero non bastava…’  cadde in ginocchio  ‘…e la uccise’.

<Voglio aiutarti…> Benedetta, commossa. 
‘L’hai già fatto, lasciando che tuo marito trovasse come lenire il suo dolore. Zelo porterà da Adamantina il cippo di

frassino. Ora dovete andare. Se riuscirò ad attraversare le dieci stanze di 
questo palazzo, mi sarà dato di vederla un’ultima volta’.

<<Cosa ti aspetta?>>. ‘Lobella, signore… andate.  Adesso!’.  


Le ore si erano posate lente come fa la neve. Con l’ala a brandelli ma le anime ricongiunte, Samael chiuse un attimo gli occhi… il cippo era al suo posto, e lo

scavo fatto. Accarezzò i cenci della veste
 vermiglia, e si sdraiò accanto a lei. Si guardò l’avambraccio. Il fedele ratto capì che il momento era  giunto. Due

lacrime gli scendevano lungo il braccio. ‘Amico mio…’.  
 Iniziò a rosicchiargli il petto, e il cuore di un angelo fece ritorno a casa.  


Un profumo di cannella e zenzero accarezzò il vetro anteriore dell’autoarticolato amaranto che percorreva la statale oramai da una buona mezz'ora, costretto alla

deviazione da un incidente nel 
quale al ragazzotto alla guida parve fosse coinvolta sola una Volga nera. Forse un prete e una suora, spauriti ma fortunatamente

illesi. Procedeva quasi a passo d’uomo da un po’ cercando di 
immaginare il volto del padre appena gli avrebbe mostrato il nuovo trattore Fiat che stava per

regalargli, quando sul bordo della strada gli sembrò di scorgere una figura vermiglia, e frenò bruscamente. Il tir aveva appena smesso di ancheggiare, che si sentì

ringraziare “Vado solo poco 
più avanti... c’è una locanda. Mi chiamo Adamantina, e tu? “.  <Edgard> in uno spiffero di voce. Scesero entrambi. All’omone

giulivo di centottanta chili caffè macchiato caldo e croissant parvero 
tutto ciò che potesse desiderare. Si sedettero all’angolo rischiarato dalla finestra.

“Non capisco, il mio Samael aveva detto che si 
sarebbe fatto trovare al tavolo dirimpetto alla finestra. Arriverà…”. Sorrise. Un topino intanto le era salito sulla

mano… asciugò quelle due stesse lacrime con un fazzoletto candido da cui si poteva 
sentire il miele.

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Una sera ci ritrovammo io, Tito Stagno, Daniele Piombi,Tiziano Ferro, Alessandra Acciai e Franca Rame con una pettinatura biondo platino, cioè praticamente una ferramenta,  a vedere in TV,  guarda caso, il film "Iron man".
Ne segui` un'accanita discussione sul ruolo dei metalli nella storia dell'umanità dove ebbi la meglio perché  ero molto "ferrato" in materia in quanto mio zio era il re del tondino ed inoltre avevo fatto una tesi sul romanzo " Il padrone delle ferriere" e sui binari dei treni delle ferrovie Nord ed inoltre perché  avevo una salute di ferro, abitavo vicino ad uno stagno e , a volte, mi veniva un sonno di piombo !
Eh sì, non è  tutto oro quello che luccica, tranne l'argento della parrucca di mia nonna Urania dall'insolito color Wolfranio!
Comunque la discussione degenero` tanto che il vicino di casa mi telefonò lamentandosi duramente e così mi agitai alquanto  dicendomi; stai "cadmio" ....ma non ci riuscii e allora risposi seccato; dai, non fare l"indio", non farmi girare il "berillio" altrimenti ti "cobalto " tutto e ti gonfio come un "palladio", brutto "stronzio" che non sei altro!
Non capisci un "nichel" e, se insisti, ti faccio "rubidio"e ti riduco come un "polonio"......brutta faccia da "tungsteno"!!
Uffa......che "bario" !!
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Capitulum tertium

Samael forse vi guarda dormire

 

I giorni che seguirono furono confusi, indistinti. Un continuo andirivieni di auto e genti alla locanda Della Cannella per commemorare

quella vecchia macchietta che del paese conosceva 
il decoro. E i segreti.

Benedetta, rovinata nella più scorata malinconia per il lutto e la passività del marito, desiderava solo muoversi di nuovo liberamente.

Si sentiva egoista. Il marito passava le giornate in bottega ad 
evadere gli ordini. Diceva di essere gravato dal lavoro. E le notti nel capanno

retrostante la locanda 
a far chissà che. <Andrà meglio Benedetta, qualunque cosa ora tu faccia non lo farà stare meglio…

Se abbandonassimo tutti l’idea di credere nel diavolo, forse le brave persone smetterebbero di morire>. Lobella guardava nel cappuccino

sperando di ritrovarci forse il sorriso dell’amica. 
E cercando di togliersi dalla testa quei pensieri sulla presunta somiglianza tra il forestiero

l’impenetrabile uomo del dipinto.  <A proposito del forestiero… Ho incontrato tuo marito dal fornaio e mi ha raccontato che quell’uomo

gli ha commissionato un cippo di frassino senza epitaffio 
per questo venerdì… ma non ti ha detto di essere un rappresentante di melata?>.

<<Credo di sì, non 
ricordo… Scusami cara>>. Benedetta sparì dietro la porta della cucina. Dopo una lunga telefonata col figlio da

Edimburgo, che solitamente le metteva il sorriso, ritornò al bancone quanto mai 
angustiata. Ciò che le aveva detto, le parole le sentiva

scorrere dentro il sangue come veleno… 
le vedeva quasi.  <<Lobella, cara… vieni con me. Perdonami Eadweard… vi ho interrotti. Te la

riporto fra pochi istanti>>. Le due donne accompagnate dallo sguardo attonito del marito di Lobella scomparvero. <<Lobella, ho sentito

mio figlio…>>. <Sta bene? Come va l’insegnamento?>. 
<<E’ questo il punto. Da qualche giorno pensava di tornare, era quasi rassegnato

a rinunciare al suo 
sogno. Pochi minuti fa mi ha detto che ora è entusiasta: appena ieri un uomo si è proposto di sovvenzionare il suo corso

sulla cura delle creature magiche… un uomo con un ratto tatuato 
sull’avambraccio, un certo Samael Propinquus… Solo ieri. Ieri.

Lobella… ma se ieri sera il 
forestiero ha cenato qui alla  locanda, e adesso sta seduto in quel lato con un caffè!?! >>.

<Amica mia, Benedetta… ho paura. Per mio marito e mia figlia. E’ strano, ma per me non riesco ad averne. Mi sembra di conoscere

quest’uomo. Di conoscerlo bene. Lo sento dentro di me, come se ci 
fosse sempre stato… Dobbiamo andare al Palazzo sull’Acqua.

Quel quadro, io… devo vederlo>. 
‘Benedetta… Ciao Lobella. Devo dirvelo, è incredibile… fantastico, tesoro. Quel forestiero…

è venuto in bottega. Devo fargli un cippo in tutta fretta’. <<Lo so, caro… digli che non riesci>>. ‘Che farfugli, moglie. Mi avrebbe pagato

600 zloty! Prima non voleva l’epitaffio, ora ha aggiunto 
altri 66 zloty perché vi intagli, sentite che scritta insolita… Il destino / fila lo

stame / della vita, / 
inflessibile’. Il rumore prodotto dai cuori di Benedetta e Lobella era molto simile a quello dei topi che scavano in

soffitta, cercando di farsi strada dove non dovrebbero. 
Decisero che l’indomani la locanda avrebbe rispettato il giorno di chiusura dopo

tanti anni, e 
avrebbero dipanato il mistero. Si sarebbero avventurare alla volta del Palazzo.

Quella notte Eadweard si sentiva come ogni notte il custode del proprio angelo, la sua donna. Lobella fingeva di dormire al fianco del suo

angelo, ma qualcuno era come se conversasse con la 
sua anima… come se vegliasse su di lei.

Quella tiritera nella testa…  

Il destino / inflessibile / recide / lo stame /.

Quell’ansia.

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L'assetto cultural letterario
della Bassa Baviera dopo
l'«Oktober Fest» si esplicita
in una metempsicosi
teologico animistica di tipo
anseatico magdeburghese
confrontandosi con la
cesura nazionalsocialistica
della componente austroungarica
ascrivibile al ramo dinastico
della principessa Sissi.
In conclusione, lo spossessamento
territoriale asburgico teutonico
ben rappresenta i prodromi
oligarchico verticistici del
futuro Merkel-pensiero
europacentrico.
Oh Kaiser !  per mille crauti !!
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Capitulum secundum

Samael Propinquus e il Palazzo sull’Acqua

 

In una postura innaturale la testa incanutita tra le braccia pesava sulla ruota del vecchio trattore. Dopo mesi di silenzio non era più tempo di congetture, c’era la

semina dello 
zenzero. Ma oggi il portalettere si era spinto fin là. Il manicomio statale lo informava di avere in degenza tale Edgar… come poteva essere il suo

ragazzo. Avevano avuto divergenze 
sul lavoro dei campi, ma era un bravo figliolo. Giudizioso e instancabile. Sempre via con quel grosso camion. Solo un po’

cocciuto… gli avrebbe comprato uno di quei trattori nuovi. 
Un FiatAgri forse…
 

Al di là del Parco Lazienki una Volga nera a fari spenti nella sera percorreva la statale poco trafficata. Alla guida sotto il cappello plumbeo come il cielo, un

uomo. All’estremità del 
braccio fuori dal finestrino l’indice asciutto pareva indicare il Palazzo sull’Acqua all’interno del parco, e canticchiava. Intorno al

chilometro 13 rallentò bruscamente “Avresti dovuto 
lasciare che ti pettinassi per il ballo… L’oro alle pareti e i lampadari di cristallo, sarebbe stato tutto per noi…

Regge il fio dei giorni / per la tela tra le dita. / Pone sulla rocca il pennacchio, / filatrice della vita. / Uno due e tre Moire / Cloto non la puoi sentire”.

Quando la porta si aprì, alla locanda Della Cannella la proprietaria accolse il forestiero invitandolo a sedersi accanto al caminetto e a rifocillarsi con una zuppa

calda. A pochi passi 
da lei sulla sedia rivolta al focolare  un anziano si destò come da un incubo. Gli occhi sgomenti. Iniziò a balbettare <<Avvolgendo al fuso il

filo / dispensa la morte. / Per la tela tra le dita, / 
fissatrice della sorte…>>. 

Nel mentre infilò l’uscio un artigiano ‘Non vedevo l’ora di rientrare…’ e un tenero bacio sulla fronte alla bionda locandiera che annuì.

<<…uno due e tre Parche / Lachesi non la puoi capire>>. ‘Smettila vecchio, spaventi i clienti con la tua Filastrocca delle Ombre torbide’. Lei cercò di calmarlo,

e insieme lo accompagnarono a letto. 
La donna tornò subito per scusarsi con l’ospite, offrendogli la cena. Lui chiese una camera per qualche notte, e salì.

Il mattino seguente l’anziano non si vide. L’artigiano era uscito di buon ora, 
e il pernottante chiese un caffè macchiato caldo e un croissant alla marmellata.

La locandiera badando a non farsi notare lo guardava negli occhi… non ci vedeva l’anima. E’ solo un detto pensò, e sorrise. Quel giorno per l’ora di pranzo

arrivarono un guardiano del 
Palazzo sull’Acqua con la moglie, una romanziera. Clienti di vecchia data. Lei chiese del suocero alla locandiera, e la donna rispose

che nella nottata aveva avuto un febbrone. In serata si aggiunse 
alla compagnia anche l’artigiano, e davanti alle caldarroste e al buon vino le chiacchiere

riscaldavano l’aria Della Cannella al crepitio del fuoco. Da sotto il cappello l’uomo osservava la romanziera. Gli occhi scuri come due ombre gli ricordavano

qualcuno del passato, e gli 
cagionavano uno strano interesse quei capelli lunghi e scuri. La donna si accorse di lui, e gli si avvicinò per invitarlo a unirsi alla

combriccola. <Venga a bere con noi, io mi chiamo Lobella. 
E lei, qual è il suo nome?>. Esitò. Il dito asciutto girava intorno al tovagliolo “Samael. No, grazie.

Domani ho molto da fare”. E andando via arrotolò le maniche della camicia palesemente ansioso. Lobella avrebbe giurato di aver capito domani abbiamo molto

da fare, e che il ratto tatuato 
sull’avambraccio si fosse mosso… ma pensò certamente di aver frainteso per via della stanchezza per il viaggio. Mentre si diceva

poi che nessuno si tatuerebbe un topo… dalla porta ecco entrare la 
figlia adolescente col fidanzato. Le due si misero così ad ancheggiare in una danza che più che

a un 
ballo somigliava al colmare d’affetto una troppo prolungata assenza. Spensierate e gaie iniziarono a raccontarsi degli ultimi mesi, finchè il padre non

reclamò un caldo 
abbraccio. Il giovane sedette con gli uomini a bere. La ragazza invece si intrattenne a lungo con la locandiera. Non si vedevano da tempo, e

Benedetta voleva sapere tutto degli studi e dell’amore. 
Lobella cercò di non disturbarle, ma qualcosa la induceva a porsi domande sull’insolito comportamento

dell’unico altro cliente della locanda. Non era semplice curiosità la sua, ma che 
altro allora!? <Benedetta… tesoro, scusate. Benedetta, che puoi dirmi dell’uomo

che alloggia qui? 
Come si è registrato? Da dove viene?> pareva scossa. <Che ne pensate? …credo di averlo già visto, non so dove. Parlandogli mi ha dato come

l’impressione che desse importanza unicamente 
al tovagliolo che cercava di nascondere>. Benedetta sobbalzò ‘‘Sento parlare di nuovo di un tovagliolo, come la

volta del camionista… Un forestiero allora me ne rovinò uno. Lo prese la 
Policja, ma lo fotografai col telefono per farmelo ripagare se fosse mai tornato. Ecco.

Guardate’’. 
La figlia di Lobella <Io so cos’è, è latino… PICTA significa quadro>. A Lobella sovvenne qualcosa. Impietrì. <Ricordate quando andammo tutti

insieme a visitare Parco Lazienki… stavano 
ristrutturando il Palazzo sull’Acqua, e avevano spostato le opere nella Casa Bianca. Lì vedemmo un quadro

ottocentesco…>. <Calmati mamma, mi spaventi…>. ‘‘Lobella, amica mia…’’ cercò di 
sfiorarle il braccio, Benedetta, per tranquillizzarla. Gli occhi sgranati tra

i capelli scuri <…l’avambraccio. Nel quadro l’angelo di Lucifero sembrava 
ridere dei ratti che gli rosicavano le carni…>. ‘‘Lobella, cara…’’ la locandiera

visibilmente preoccupata. <E dimmi, che nome ti ha dato quando 
è arrivato…>. ‘‘Vediamo. Samael… aspetta, Samael Propinquus. Pare greco…’’.

<So anche questo…> la ragazza tentennando <…anche questo è latino, vuol dire… vicino…>. Un urlo inumano fece correre le tre donne e i commensali al piano

rialzato dove vi era la stanza 
dell’anziano ammalato ‘Padre…’. ‘‘E’ tornata la febbre?’’ chiese angustiata Benedetta. <<Taglia con le forbici / quando giunge il

momento / di arrestare la vita. / La tela si scinge al vento. 
/Uno due e tre Esperidi / Atropo decide quando morire>>.

Un colpo di tosse. E spirò.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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