Ai miei tempi, (sono nata negli anni cinquanta)noi bambini giocavamo con giocattoli improvvisati. Chi non ricorda il gioco della campana, (io la chiamavo "settimana"), acchiapparello, nascondino. Quanto eravamo belli quando giocavamo alle belle statuine! Partiva un'allegra filastrocca: "siam le belle statuine, uno, due e tre." Al termine ognuno rimaneva in una posizione diversa e poi veniva premiata la statuina più bella. Altro che selfie, oserei dire! Spesso aiutati dalla fantasia esploravamo posti incantati. Un ponte levatoio ci separava da un castello misterioso in cui, a seconda delle proprie paure, c'era chi ci incontrava mostri, chi fate, chi gnomi e chi folletti. Io sognavo (a dire il vero non ho mai smesso di farlo), di possedere una bacchetta magica. Non volevo la solita lampada di Aladino: quella che esaudisce solo tre desideri. Io volevo la bacchetta magica, perchè è solo con quella che ti senti davvero invincibile: puoi usarla quando vuoi e poi non devi neanche perdere tempo a ricaricarla. Ai miei tempi eravamo sempre in movimento, perennemente sporchi, sudati e felici. La maestra, l'insegnante, i professori godevano di grande rispetto da parte degli alunni e se malauguratamente uno di noi faceva 'o cattivo, gli insegnanti chiamavano i genitori e llà erano mazzate. Ma non finiva lì perchè i nostri cari mamma e papà, una volta giunti a casa ci davano pure il resto. A gennaio del 1977 nacque il primo televisore a colori e quella fu per tutti una grande conquista. 'A signora d'ô piano 'e sotto, tutta eccitata ci teneva a mostrare a tutti il suo apparecchio: "Signò venite...'a televisiona mia tene 'e culure troppo belle, venite a vedè...guardate!" E poi c'erano le botteguccie dove si vendevano 'e bbarchetelle 'e liquirizia e tante altre leccornie. Con cinque lire ti riempivi le mani, le tasche e gli occhi. Noi ragazzi le "accocchiavamo" in un foglio di carta bianco e le dividevamo. A volte c'è n'era una dispari e per quella facevamo il tocco. "Amblimblò e la lince e la lancia, quanti fiori ci sono in Francia..."C'era una botteguccia all'angolo che vendeva 'nu poco 'e tutto. Noi la chiamavamo 'a puteca d'â sprucida" perchè la padrona quando ci vedeva arrivare faceva 'a faccia tutta storta e addeventata brutta brutta. Nuje 'nu poco 'a sucutaveme però! Spesso, un po' per gioco e un po' perchè nun teneveme 'e sorde, andavamo nella "puteca" a fregarci le gomme e le caramelle colorate. Mentre uno di noi distraeva 'a nonna, ll'ate se regnevene 'e ssacche d'ê ggonne e d'ê cazune 'e caramelle. Spesso 'a sprucida" non se ne accorgeva, ma quanno ce 'ncucciava 'ncoppa 'o fatto, erano castighe 'e Ddio. "Fujmmo, 'a sprucida se n'è addunata", gridava "o luongo (così denominato, perchè essendo il più alto fra noi e avendo una visuale più allargata, aveva l'ingrato compito di fare il palo.)Correvamo a gambe levate, mentre 'a povera vicchiarella usciva dalla bottega con un piede nudo e brandendo fra le mani una pantofola. Lungo la strada echeggiava la sua voce roca: "v'aggia acchiappà" diceva e intanto si sistemava lo scialle zoppicando. Qualche bottegaio sorridendo restutiva alla poveretta la ciabatta che ella stessa nella foga aveva lanciato sul marciapiede difronte e aggiungeva: "songhe guagliune, che ce vulite fa: giocano!"- "'A prossima volta 'e struppeo e po' ve faccio vedè si 'nun ô ffaccio!" - Giocano? Pure j' voglio pazzià, ll'aggia accidere cu chesti mmane, fosse ll'urdema cosa ca faccio...", rispondeva la nonna trafelata, mostrando mani rugose e callose che a tutto somigliavano tranne che ad armi da combattimento. Però io (sarà per i sensi di colpa che provavo...)'na resatella sotto 'e baffe 'a scurgevo. Mi pareva di vedere chella meza resata astretta mmiezo 'e diente. In fondo ci speravo che ci perdonasse. Poi c'era rispetto per i genitori. Ricordo mia mamma che mi chiamava dalla finestra: "Si nun saglie mo mmò te faccio nova nova" - e ancora: "Fa ambresso e quanno trase... jesce 'a parte 'e dinto e ttirete 'a porta." (Fai presto e quando entri...esci dentro e tirati la porta.) Mah! Un linguaggio un po' contraddittorio, a tratti incomprensibile, ma efficace: j' 'nu poco me mettevo paura! Poi ci furono gli scioperi e le manifestazioni del sessantotto. J' me 'nfezzavo mmiezo a tutti i cortei. Lottavo per il lavoro, il diritto alla casa, il diritto allo studio e il diritto ad avere diritti. Neanche io capivo bene per cosa mi battevo, ma di una cosa ero certa: era giusto farlo. Poi divenni femminista e nemica acerrima dei maschi. Mi univo ai cortei e gridavo con tutto il fiato che avevo in gola: "tremate, tremate le streghe sono tornate", - "l'utero è mio è me lo gestisco io." Il sessantotto è stato un periodo di rinascita. Ora è diventato apparentemente tutto più semplice dal punto di vista tecnologico. Abbiamo la televisione, il tablet, lo smartphone e tante altre cose belle. Ora si trascorre gran parte del tempo a chattare con amici virtuali. (Di positivo c'è che su facebook ho incontrato anche belle persone con le quali ho stretto amicizia nel mondo reale.)I rapporti umani si sono molto snelliti. Siamo in un oscuro periodo storico. La disoccupazione ha raggiunto livelli massimi e ci capita di vedere tanto, ma non possiamo permetterci molto e questo è abbastanza frustrante. Insomma, come diciamo dalle mie parti: "steveme meglio quanno steveme peggio." Oggigiorno pare che hai tutto, ma è un tutto non per tutti: è un tutto solo per alcuni. Dieci mangiano e ll'ate guardene. Bei tempi quando giocavamo a nascondino e i tuoi compagni ti aiutavano dicendo: "trentuno salvi tutti!" Ti sentivi un superman o una supergirl. Che bello sarebbe se si potessero davvero salvare tutti come si faceva un tempo! Ora è un po' come passare davanti ad un negozio di dolci e sentire quel profumo invitante che ti esorta ad entrare. Improvvisamente ti prende una voglia matta di farti un'abbuffata di dolci, ma poi ti accorgi che non puoi e allora ti limiti a sentirne solo l'odore...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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“Piove sulle labbra stolte.

Fuma una sigaretta appoggiata alla balaustra,

fuma se stessa in attesa che qualcuno la fumi”.

Il campo dei miracoli mostrava segni di folla.

Folle s'affollavano nella loro follia.

Il gatto e la volpe scavavano una fossa

dopo essere fuggiti da Collodi.

Un sacchetto di monete avrebbe dovuto

saldare i conti con l'assicuratore.

Ma la favola era sbagliata,

il tempo era sbagliato

l'ironia era morta.

Un vociare da lontano portava dove il cielo si piega

e il campo si trasformava lentamente in piazza.

La piazza compì il miracolo e nel cerchio del sacro

divenne finto simulacro.

Una gita di liceali s'abbandonava alle foto classiche

e una chitarra elettrica suonava dalla via.

Tutto voleva creare confusione e nella calca

s'intravedeva il calco del bronzo fuggito da Riace.

Alcune ragazze innamorate passarono la notte accanto a lui.

L'intelligenza artificiale artificiosamente pensava al buio.

La presunzione della presa in giro presumendo che gli altri non presumessero

s'era travestita con l'abito del ramo vita.

Nel tentativo di tentare, spesso s'affacciava al balcone facendo proclami di giustizia.

La giustizia incarcerata da tempo intanto piangeva nelle galere veneziane.

Un piccione viaggiatore recava messaggi in codice non codificati e i destinatari

s'arrogavano il diritto di sentirsi di superiore natura rispetto alla massa dei massificati.

Un telefono d'una dimenticata cabina telefonica segnava l'ora con tre squilli e mandava

contemporaneamente fax con elogi e congratulazioni pensando di passare inosservata

a chi l'osservava con attenzione.

Un temporale correva a grandi passi sulla piazza mentre un'astronave aliena con a bordo

il Gran Furbone dei Marziani distribuiva dotti epiteti a tutti.

L'acquazzone si trasferì di luogo trasformandosi in acqua a zone differenziate.

Furgoni con pompe sommerse provvidero alla disinfezione dalle pulci bagnate.

Il mondo sembrava una grande scacchiera dove il re mangiava tutti i pedoni e, dopo

aver sodomizzato un fante, usciva insieme alla regina che lo aveva tradito con il cavallo.

Intanto il circo Barnum aveva contattato l'ufficio dei riassicuratori non assicurati che

per consuetudine truffavano i truccatori dei dadi truccati.

Dal ristorante al Duomo un odore di brodo di colombo usciva a piedi non avendo più le ali.

Il tenente della serie televisiva indagava di nascosto sulla capacità cognitiva degli sconosciuti.

L'aperitivo dell'amico Sheridan era sbiadito dall'imbecillità della gang del limone meccanico.

Un noto regista registrava sulla torre il remake delle comiche di Stan e Oliver.

Sotto il popolo rideva a crepapelle non trattenendo i liquidi corporei.

L'enorme quantità d'umido unita alla tempesta fece inclinare gli animi e le riprese della fiction

furono interrotte bruscamente.

Dal pianeta rosso si preparava l'invasione della terra e gli infami erano pronti con le loro soffiate.

Il sindaco dei sindacati autonomi smise la tuta da operaio e vestì il camice bianco di professore

ad honorem dell'università normale.

Il peggio venne e le astronavi dei Marrani invasero tutti i bar della zona impadronendosi del potere.

I difensori che da sempre si spacciavano per difensori cercarono di difendersi.

Nulla fu possibile contro le preponderanti forze messe in campo dagli invasori invasati.

I prigionieri furono moltissimi e dopo aver subito il lavaggio del cervello furono cosparsi

con il borotalco proveniente dal Bosforo.

Un manipolo di uomini però ancora resisteva asserragliato nel serraglio della serratura della pazzia.

Al centro di igiene mentale, abolito oramai da tempo, il medico di turno provvide a provvedere alla fornitura di cervelli superiori per fini inferiori con obiettivi infimi.

Ecco che ognuno aveva stabilito il proprio ruolo non sapendo esattamente cosa fare.

Nel mezzo della generale confusione s'erse dal pulpito la voce della pura imbecillità

che, con un gran discorso, convinse tutti a lasciar perdere le proprie attività e a seguirla

nel mondo delle miniere di polpette fritte al petrolio che si trovava nell'animo degli eletti non eletti ma reietti.

Dante, dal suo soggiorno infernale, percorse pochi chilometri e deviò per evitare la strada della torre

ben sapendo che il vecchio palazzo non era gradito in quei luoghi.

Arrivò con non poca fatica alla fonte della vita eterna e, con l'ausilio d'un dirigibile non dirigibile a comando, sparse sul campo dei miracoli l'aura di Virgilio.

Una mail inviata per errore al capo dei pirati scatenò l'inferno, causando le ire del Sommo Poeta

che s'arrogava il copyright sul regno dei morti.

Un clan combinò un clan clan sul pulmino dei beati ignoranti della santa ignoranza devota ma ignota. Nel frattempo dal mare s'avvicinava minaccioso, a bordo della sua pentola a pressione, capitan Bifidus, un vecchio serpente di mare che non mostrava certo segni di pentimento.

Nel caos iniziale della creazione le forze dei cavalieri Jedi si concentrarono tutte sul centro della piazza, creando un campo magnetico che dotò i pensieri di naturale magnetismo negativo.

Il gran gran Kan Kublai Ndo Vai non volle fare una figura da cani e si presentò vestito

da classico Verme in verde facendo lo spaccone e proferendo frasi improferibili.




Strana storia questa cari lettori disattenti, però il Kan disse veramente così “Vi prenderò tutti in giro

perché la mia intelligenza superiore è talmente superiore che non farete in tempo a pensare che v'avrò fregato pure il portafoglio di tasca senza che ve rendiate conto. Io sono così ironico e presuntuoso che faccio ridere solo me stesso. Vi chiamerò tutti maestri e gran poeti così mentre vi rimirate allo specchio vi fregherò pure tutta l'argenteria di casa e a nulla serviranno le polizze contro furto e incendio...” Mi fermo qua, avendo ovviamente edulcorato con parole semplici quelle vere pronunciate dal tal individuo.




Il tempo va così dove i miracoli si fanno ogni giorno e la narrata vicenda vuol dimostrare che, nella folla che s'accalca ogni giorno nella calca, emerge sempre la figura del gran “intelligentone” che tutto sa, vede, prevede e presume di sapere.

Quanti di questi individui popolano i popoli della terra e del cielo.

Come stelle e pianeti girano fra le forze gravitazionali: essi fan girare le sfere in terra agli uomini di buona volontà che per buona volontà lasciano che essi girino nella loro pazza ruota.

Lasciamo allora che la giostra finisca il giro e che l'uomo prenda in giro ciò che non gira secondo dettati canoni.

La serietà della chiusa non chiude ma apre la porta al teatro delle gran magie dove troverete tutto quello che vi serve e anche quello che non serve.




Caro Uomo che di te pensi in alto, scendi dal palco dell'imbecillità e beccati in faccia

pomodori in quantità... che altro non aspettano gli spettatori di qualità.




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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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E venne il panettiere con il giornale del mattino.

Il monte dei saggi era in disuso.

E venne recando il Verbo nuovo.

E l'uomo era il Verbo.

Un verbo pazzo.

E l'uomo era pazzo.

E fu cosa giusta.

Il barista sul fiume Giordano telefonò a Giosuè

chiedendo un nuovo miracolo per l'arca della pace

e così fu.

Ma il verbo fu costretto a rivedere la storia e la storia reclamò un nuovo Battesimo di rinascita.

I sacerdoti non sapendo cosa fare si riunirono in una riunione fiume sulle acque del fiume.

Tutto fu inutile le tempestose onde non si placarono e, dopo una nottata passata a discutere, decisero di interpellare il mago Omelma per compiere il prodigio.

Ma il sedicente che d'età era un sedicenne inesperto e truffatore

declinò l'invito e partì in tournée con il gruppo rock degli “Enola Gay”.

La sorte poi volle che l'aereo precipitasse mentre sorvolava il Giappone,

nessuna salvezza, nemmeno per i preziosi strumenti d'oro dei musicanti.

Cosa fare, tutto pareva andare verso un nero futuro.

Si ripiegò allora su una veggente di Vigevano che risiedeva sulle rive del mar Morto.

In gran pompa si trasferirono palle e palloni di vetro, s'apprestò il palco e fu montato il tendone.

La macchina pubblicitaria prese il via e una 128 spider fu attrezzata con un megafono da 650 watt che, unito alla cilindrata 1600 del mezzo, provocava dovunque andasse un frastuono infernale.

L'inferno poteva attendere e dalla combinazione elettrolitica di liquidi esogeni alla realtà s'udiva questo refrain: “cittadini, amici, compaesani, sani di mente e di corpo, sanificanti industriali e ambulanti non deambulanti, oggi sulle rive del fiume Giordano la veggente di Vigevano vi svelerà

il futuro prossimo remoto. Accorrete numerosi (In caso di pioggia la cerimonia si svolgerà al palasport del Sinedrio)”.

La notizia arrivò alle orecchie di Giordano Bruno attraverso un tostapane mentre preparava due toasts al formaggio.

Nella foga d'ascoltare queste dolorose notizie sull'arca dell'alleanza s'avvicinò troppo all'elettrodomestico e finì per ustionarsi un poco, quel tanto che lo costrinse a desistere dall'intento di smascherare la falsa veggente. La cosa fece esultare di gioia i difensori delle sacre sacralità acquisite.

Nel frattempo una perturbazione, dal mediterraneo, si spingeva minacciosa verso est e il servizio meteo del club aeronautico dei Saggi Luminari Illuminati ma non Illuministi avvisò gli alti dirigenti invitandoli a cancellare l'evento in programma, anche il palasport chiuso non era sicuro.

I venti spiravano alla velocità di 350 km orari.

Allora intervenne il Verbo e, affermando che il Verbo era il Verbo altrimenti che ci stava a fare un Verbo, predispose acciocché Eolo fosse internato in una taverna nelle solfatare di Napoli, vicino ai campi Flegrei.

E venne Elios portando la luce eterna.

Qualcuno che aveva male interpretato la cosa pensò che in cartellone, al posto dello show della maga, avessero messo un concerto di Elio e le storie Intese, noto gruppo pop della Palestina.

Grossa delusione si palesò quando con frettolosa macchinazione il gran Consiglio dei consigli fece preparare una Duna turbodiesel, con un piccolo megafono, per affrontare i deserti circostanti e avvisare i popoli che per quell'anno erano sospese tutte le rappresentazioni.

Che amara delusione per tutti.

Era tradizione che questa forma tonda di governo quadrato offrisse degli svaghi al popolo inquadrato per squadrare la situazione e inquadrare quelli che non erano ancora stati inquadrati bene.

Il regista e pittore di vetri Tinto Strass Swarovsky s'offrì d'organizzare dei corsi di decoro dal vivo su corpi nudi vetrificati per l'occasione.

Questa iniziativa non dispiacque alle autorità: in fondo all'arte non si può dir di no.

La fila per i provini era interminabile e molti facevano a cazzotti per rubare il posto agli altri.

La faccenda andò avanti per diverse ore: alla fine le comparse furono scritturate e portate sul luogo dove sarebbero state immolate all'arte.

Lo spettacolo fu un successone, tanto che il regista fu scritturato per tre anni di fila.

Non sembrava vero d'aver risolto un grave problema di sicurezza sociale con così poco.

In fondo non servivano maghi o imbonitori pagati appositamente per turbare il popolo, bastava uno stuzzichino piccante per stimolare la massa.

Quando la regione sembrava oramai in mano alla totale apatica volontà del governatorato dei grandi Saggi, ecco che di nuovo il Verbo apparve sul monte Sinai.

Però, dopo aver notato che nessuno lo aveva notato scendere dalla mongolfiera, il Verbo decise di ingaggiare un gruppo folk country per attirare la gente.

La sagra fu allestita in men che non si dica e, tra casupole di legno con il vin brulè e Bretzel a volontà, apparve il palco illuminato a giorno senza illuminati.

Dopo un prologo di avanspettacolo, finalmente il gruppo germanico-greco dei Merkelos cominciò a suonare e in un tripudio generale, tra fuochi d'artificio, tutti furono d'accordo nel creare una nuova entità geopolitica per contrastare il potere del Sinedrio.

Si creò così la C.E.E. (Comunità Eccentrica Esotica).

Al progetto vi aderirono molti paesi e tutto fu spostato al Colosseo per la grande inaugurazione.

I leoni però, avvisati dell'iniziativa, attuarono uno sciopero delle prestazioni socio divoratrici degli schiavi, riuscendo a far cancellare l'evento.

Ma la nuova entità era oramai un'entità e nessuno poteva pensare di distruggerla.

La regione senza ragione fu abolita, il Sinedrio, incarcerato, fu poi liberato e trasferito al neonato Parlamento dei Parlamentari che non Parlano.

L' ethos senza phatos ebbe il sopravvento e s'estese a tutto il bacino fin sotto il tallone d'Achille, rappresentato da sparuti spariti abitanti d'una piccola regione detta Italicas, che era considerata una palla al piede da tagliare al più presto.

Ma torniamo alla vera storia.

Il Verbo avendo visto che in fondo si poteva fare a meno di Lui, decise di ritirarsi sul monte Olampo in una villetta offertagli da suo fratello Zeus.

Il Verbo non era più Uomo e non più pazzo.

Le rive del fiume Giordano rimasero intatte fino alla fine dei giorni.

I giorni non videro più la rinascita dell'uomo.

Alla Rinascente di Betlemme un nuovo reparto accolse i prodotti dell'ignavia che divennero oggetti cult in men che non si dica.

Un'esposizione infinità di parrucche per l'anima fu poi allestita nell'Atelier

delle vite perdute dove rinomati e innominati parrucconi eseguivano tagli

démodé per uomini alla moda.

La coscienza, con decreto del Parlamento, fu definitivamente abolita,

con conseguente diaspora totale delle idee che furono costrette a imbarcarsi

per la costellazione di Alfa Centauri.

La vita sociale procedeva come un meccanismo perfetto.

Il tram tramvava che era una meraviglia.

Il pochi bus rimasti erano tutti alimentati rigorosamente con carburante al carbonio c12.

I ristoranti potevano funzionare dalle 12 alle 13 e dalle 20 alle 21.

Alle 21 la rete di Stato iniziava le trasmissioni con un unico programma in un unico canale incanalato nel canale del direttorio non diretto ma corretto.

Un presentatore sorridente e una valletta robotizzati e umanizzati conducevano il quiz in onda, basato sulla non cultura generale.

Alle 22 fine delle trasmissioni.

Una sirena dava il segnale del sonno e oltre a suonare emanava un sonnifero soporifero con sogni incorporati positivi.

Il presidente del parlamento era anch'egli virtuale, eletto virtualmente dalla commissione dei virtuosi virtuali.

La moneta era stata sostituita da una promessa verbale di pagherò che bisognava recitare a ogni commissione effettuata.

Il garante del garante non garantiva alcuna garanzia e i diritti del popolo erano garantiti dal consorzio di garanzia eletto direttamente del sacro consiglio del Sinedrio.

Il sinedrio dunque aveva ripreso il potere e s'era moltiplicato alle nozze di Cana in forma di pesci palla auto gonfianti e auto giudicanti.

Il miracolo era avvenuto nuovamente.

In principio era il Verbo è il Verbo era Dio

e Dio divenne Uomo e l'Uomo cacciò Dio dal resort Paradiso,

sequestrando le chiavi dell'ingresso al serpente custode.

Qualcuno chiese: “Allora si Pente?”

In perfetto Inglese rispose la bestiola: “Yes Ser”.

E l'uomo si fece Uomo nominandosi Pazzo.

Ma la solitudine costrinse l'Uomo a fare una Pazzia.

Creò un altro Uomo e lo chiamo Ignoto 1.

Essi s'unirono copulando in segreto.

E vennero i figli della stirpe dell'uomo ed essi mangiarono l'Uomo Padrone

Padre e Madre moltiplicandosi e copulando a loro volta.

E le stirpi mangiarono le ataviche discendenze e copularono e mangiarono.

Le stirpi s'accorsero d'essere una sola.

Nacque allora la Babele della stirpe che divenne moltitudine e nella moltitudine il Verbo risorse ed esso era presso se stesso e se stesso era Pazzo nuovamente.

Dalla Torre delle lingue moltiplicate il Verbo proclamò alla moltitudine la sua Pazzia.

Un solo multiplo della moltitudine osò ribellarsi alla Pazzia.

Re Salomone, discendente degli eretici erotici, discese al contrario le acque tormentate del fiume Giordano, come un salmone affumicato, pregando il grande re Saul di inviargli David per sconfiggere il Sinedrio dei Virtuosi virtuali.

Non ebbe risposta ed egli affranto divenne imperturbabile e immarcescibile copulone dei copuloni copulando con la regina di Saba, che faceva la commessa in un negozio di televisori usati in attesa d'essere chiamata a miglior incarico dall'incaricato agli incarichi.

Intanto il suono della sirena avvisò anche Ulisse che, avendo sbagliato storia, si convertì proclamandosi asceta col nome di Giuseppe, ma, per un errore giudiziario, fu venduto come schiavo al mercato dei falsi d'autore, che si teneva ogni terza domenica del mese nella piazza di Gerusalemme.

Ulisse, disperato, scrisse l'ultima lettera, dopo la sirena, all'amata sirena che lo aveva sedotto prima di oltrepassare Scilla e Cariddi; poi con un Avogado avvelenato, consigliato dal suo avvocato di sfiducia, s'avvelenò.




“E no!”

Tuonò, dall'alto del monte Olampone, nella sua villetta, l'antico Verbo.

“Basta, lo scherzo è bello finché dura poco, ma che stiamo a pazzià.

Me so fatto un mazzo accosì per arrivà dove so arrivato e mo me volete buttà de sotto e no, io non ci sto! E tu che stai a scrivé, statte accuorto

che si te pjo te sgarrupo tutte le penne e poi te faccio magna puro la tastiera der pc. Ma ndo cavolo è ito mi fratello? Ah Zeuse... ah Zeuseeeeeee!”




“Ecchime Verbé, che voi, che stai a strilla accussì?

“Ci Ho da fare na cosetta damme un po' de strali e de furmini de quelli boni che vojo fa no struminio de sti quattro zozzoni che m' hanno rotto li maroni.

Lo scrittore poi non te dico lo voio menà con le mani mie stesse”.




“E no, lo dico io caro Verbo, devi tacere sono io che scrivo e lasciamelo fare in pace, ciao core!”




Allora fu nuovamente il Verbo e il verbo fu presso di Lui e Dio fu presso il Verbo e il Verbo fu Dio.




“Nessuno espierà le colpe dell'uomo finché saranno giudicate dall'Uomo che è giudice di se stesso. Non esiste colpa se non vi è chi la commette. E quando il Verbo si farà carne e sangue l'Uomo berrà l'Uomo ingannando la sua stessa salvezza”




- Mo chiudo il pc e me ne vado in vacanza hai visto mai dovesse incazzarse sul serio... in fondo stavamo solo a scherzà.

















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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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Quando piangevo mia nonna mi abbracciava e diceva: “Andrà tutto bene”. Ricordo il suo caldo abbraccio, è ancora sulla mia pelle.

Sono impegnato dieci ore al giorno e quando sono sul lavoro non vedo l’ora di rincasare, quando sono a casa, dopo i soliti lavoretti, mi guardo attorno e nell’aria respiro solo solitudine intrisa a ricordi.

Vivo solo, lontano dalla mia città in un piccolo paese, infatti la solitudine si dilata esce dalle finestre della mia casa ed invade il paese.

Ho lei che mi tiene compagnia una meticcia che ho chiamato Priscilla, l’ho presa al canile, penso sia esaurita come me. Mi dorme accanto,  una parte del suo corpo deve essere a contatto con il mio, forse la lascio sola troppe ore al giorno. Almeno di notte è sicura di avermi vicino e che non l’abbandono.

Fino a tre anni fa c’era una donna accanto a me. L’amavo. Pensavo di non riuscire a dimenticarla, ma il tempo piano-piano ha sbiadito il suo ricordo e come pagamento si è preso il mio sonno. Dormo pochissimo e male. Nonostante questo, lavoro tanto e le energie non mi mancano. L’unico problema sono i “mostri” che mi aggrediscono di notte. Vorrei riuscire a reinventarmi la mia vita, ma non ci riesco, allora la lascio scorrere come una voglia sul fiume in balia della corrente.

Eppure la mia vita è partita alla grande. Ero uno studente brillante. Mi sono laureato e ho intrapreso una professione creativa e appagante che mi ha portato in giro per il mondo. Ero fotografo per un’importante azienda.

Ricordo quel periodo della mia vita come un sogno lontano, quel ragazzo in giro per il mondo forse non sono più io.

Quando mi sono sposato pensavo al mio futuro come ad un puzzle, dove i pezzi, con un po’ di impegno, sarebbero andati tutti a posto fino a formare un bel disegno.

La vita ti mette di fronte ostacoli inimmaginabili, ora li ho superati tutti, ma il prezzo è stato altissimo.

L’azienda per mi aveva assunto ha diminuito il personale e io ho perso il lavoro. Non mi sono perso d’animo, ma ho trovato lavoretti saltuari e mal pagati. Per la mia vita coniugale, oltre alle tensioni già esistenti, questo mio vagabondare alla ricerca di sicurezza, ha agito come una bomba in un giardino di fiori.

Ho trascorso una stagione estiva lontano da casa in una località sul mare passando tra i bar sulle spiagge cercando di vendere qualcosa. Dormivo nelle stazioni, mi lavavo nei loro bagni e ogni dieci giorni portavo gli indumenti da lavare a mia moglie.

Mentre la lavatrice faceva il suo dovere, noi ci urlavamo in faccia tutta la nostra rabbia e  frustrazioni.

In quel periodo morì mio padre ed io non lo venni a sapere. Mia madre e mio fratello, avendo difficoltà a reperirmi, me lo dissero a funerale avvenuto. Non li ho mai perdonati.

Trovai di meglio, ma dovetti spostarmi di città. “Vai tu, tra un mese ti raggiungo” disse mia moglie.

Non la rividi più, se non per le pratiche della separazione.

Dall’ora ho cambiato altre tre case.

Rifornisco di prodotti alimentari una zona molto grande, quasi due province. Ho il furgone dell’azienda e vedo molta gente. Pensavo di conoscere piccoli imprenditori, persone corrette e capaci, ma spesso incontro personaggi alle soglie della legalità che come stile di vita hanno quello di fregare il prossimo e devo dannarmi per farmi pagare. Ne ho viste di tutti i colori. Sono poche le aziende dove vado volentieri.

“Ho appena lavato il pavimento, ma passi pure … con tutte le cose buone che ci porta …” mi disse mentre strizzava il mocio.  “Mi spiace, sono arrivato troppo presto” dissi con la braccia occupate da scatole di cartone.

Alzò il viso e mi sorrise. Uno sguardo così dolce! Un punto rosa in quella giornata fotocopia di tante altre.

“Possiamo darci del tu” dissi tutto in un fiato.

“Figurati passa, poi lo rilavo … se ne ho voglia. Il titolare non c’è, lascia a me la merce. Paga poi lui.”

Consegnai la merce. Pensai che sarei andato sempre a quell’ora per poterla rivedere.

La volta successiva arrivai un po’ dopo e la trovai in cima ad una scala girata di spalle. Guardai il suo bel corpo e pensai che erano anni che non abbracciavo una donna. Era la prima volta dopo la separazione che avevo un pensiero simile.

Lei mi vide riflesso nella specchio accanto a lei e sorrideva. “Ciao, ho finito,metti sul banco, arrivo”

“Se mi lasci il tuo numero so a che ora passare, cioè per non intralciare le pulizie …” Sorrise, ma questa volta in modo malizioso.

Scese dalla scala poi prese carta e penna .“Ecco il mio numero, mi chiamo Lisa, ma se vuoi i soldi devi passare quando c’è il titolare!”. “Io Flavio”. In un attimo mise tutto a posto. Non me ne andai e la guardavo mentre sistemava le scatole sullo scaffale  e avrei voluto dirle qualcosa di bello, ma rimasi in silenzio. Lei mi guardò seria: “ Che hai?”  “Niente, ti guardavo” Allora sorrise, “Vuoi un caffè? Provo a fartelo?” Ne avevo già bevuti chissà quanti, ma risposi di sì e mi avvicinai al banco.

“Faccio uno strappo alla regola” disse facendo il caffè. “Non vorrei crearti dei problemi” risposi io preoccupato. “Ma va, chi se ne frega! E dove la trova una che pulisce meglio di me!” Ridemmo assieme e pensai che la sua risata fosse contagiosa. “Lavori solo qua?” Osai chiederle. “No, anche in altri posti, dove trovo” “Deve essere pesante” “No, il lavoro non mi spaventa, ho sempre fatto di tutto. Chi si ferma è perduto”. “Già” dissi.

Non persi tempo e iniziai a scriverle messaggi al telefono. Iniziai con domande sceme. Poi passai a vignette altrettanto sceme.

Raramente rispondeva. Non la vidi per moltissimo tempo.

I “mostri” alla notte continuano ad arrivare, quando ero ragazzo pensavo alla casa come ad un rifugio di quiete e sicurezza e non mi potevo immaginare altro, invece loro infestano la mia casa e mi ricordano le scelte sbagliate, l’amore che non c’è più e la corsa del tempo, sempre uguale, senza emozioni, senza slanci.

Più corro più non vedo meta, più penso più cado e striscio.

Fortunatamente lavoro molte ore al giorno, così la giornata passa e non torna mai più.

“Deve fare questi esami, è una prassi dell’azienda. Non si preoccupi le diamo un giorno così ha tempo per farli, è già tutto prenotato”. “Che bello un giorno di ferie da passare in ospedale!” Pensai ironico.

Ero seduto in attesa del prelievo, la vidi mentre stava pulendo i vetri davanti a me.

“Ciao” le dissi mentre era girata. Lei si voltò, mi sorrise e inaspettatamente disse “Ciao, pensavo di non vederti più! Come stai?”

“Solita vita” risposi. “Stai male?” “No, soliti esami di routine”.  “Tu che fai di bello?” “ Io?, Vedi ho fatto carriera ora lavoro qua …” disse ridendo. Era sempre di buon umore.

“Ti ho scritto qualche volta, ma non mi hai risposto …” “ Ho letto, scusa, ma dovevo sistemare una questione”, abbassò lo sguardo, percepii un velo di tristezza, non dissi nulla.

“Ora lavori solo qua?”  “ Sì, sono assunta partime a tempo indeterminato, meglio di niente”.

“Flavio, ti stanno chiamando!” “Ricordi il mio nome!”  “Certo che ricordo, le persone gentili non le dimentico”

Entrai per il prelievo, all’uscita lei non c’era più.

Ripenso ai miei viaggi, a quando, senza fiato, ero davanti al Taj Mahal « Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo », scrisse Tagore.  Un mausoleo per la moglie tanto amata, il tempio dell’amore.

Perché, nonostante tutto, ho paura di non innamorarmi più. Non posso fare questi discorsi con i colleghi, intenti a collezionare donne solo per una notte, corpi morbidi dispensatrici solo di piacere fisico.

“Ciao, non ti ho più vista all’uscita. Volevo salutarti”, le scrissi appena fuori dall’ospedale. “Grazie, avevo da fare, spero tutto bene per i tuoi esami”.

Ogni tanto le mandavo qualche vignetta divertente e lei mi rispondeva con un emoticon sorridente.

Questa volta mi rispondeva sempre.

Una sera le mandai una vignetta romantica, la risposta non tardò ad arrivare.

“Che bella! Non ti facevo così romantico” “Vedi che sorpresa?” risposi io. “Sono abituata a uomini diciamo più legati al concreto”  Non sapevo cosa scrivere allora scherzai: “Non ti ho ancora chiesto se vuoi venire a vedere la mia collezione di farfalle …” “Che triste uccidere e chiudere in teche le povere farfalle, preferisco un uomo che mi dica: “Vieni a casa mia ti amerò per tutta la notte e assieme conteremo le stelle.. tutte”

Come dirle che mi sarebbe piaciuto scriverlo, ma non osavo …

Non riuscivo ad incontrarla e passavo la sera a chattare con lei.

“Che bello un uomo che mi ascolta!”, mi diceva. “ Sono complicato, mi appaga molto l’intesa cerebrale con una donna” “Sei vero o finto?” mi scriveva divertita!

“Le raccontai un po’ della mia vita e del fatto che non vedevo più mia mamma e mio fratello”

Rimase molto colpita “Perdonali , non ti hanno avvisato della morte di tuo padre perché eri irreperibile”

Non riuscii a dominare la mia rabbia e lei non ne parlò più.

Non ho avuto molte donne, non sono bellissimo, ma la mia indole così sensibile non mi permette di avere relazioni in cui non mi batta forte il cuore, senza sentimento, senza complicità.

Le relazioni sterili che appagano solo i sensi, mi raffredderebbero l’anima  e dopo mi sentirei ancora più solo.

Con lei parlavo molto, in chat al telefono. In casa mia ora c’era il cane e la sua voce, le sue confidenze che facevano da scudo ai “mostri” sempre in agguato.

“Ti esprimi molto bene, sai due lingue straniere. Che studi hai fatto?” Mi chiese all’improvviso una sera.

“Sono laureato in lettere” “Immaginavo … in Italia bisogna studiare per amore della conoscenza, poi bisogna prepararsi a fare tutt’altro, oppure un lavoro bisogna inventarselo”.

Non le ho parlato dei progetti, dei sogni, delle scelte sbagliate. Ora la mia vita è questa e lei, sempre così allegra e positiva, annullava il prima e il dopo .

“Verranno tempi migliori” disse

“Andrà tutto bene” diceva mia nonna.

“Questa sera mio padre mi lascia l’auto, ti vengo a trovare” mi scrisse una sera.

Non ero preparato, non ero pronto ad un momento così emozionante.

Le emozioni forti se non si provano per tanto tempo poi si temono. Troppa bellezza fa paura, troppa luce acceca. “Vieni pure ti aspetto”

Arrivò bella e sorridente come al solito. Entrò in fretta. Si diresse verso il divano, si tolse le scarpe e si coricò.

Io chiusi la porta e rimasi a guardarla.

Lei mi guardò e sorrise “Devi farmi un regalo” Mi avvicinai al divano e mi sedetti accanto a lei.

“Quale?”  “Devi fare pace con la tua famiglia, loro ti amano”

Abbassai lo sguardo e non risposi.

“Posso darti un bacio?”

“Sono stanca ho lavorato molto … fai quello che vuoi …”

“Andrà bene!” diceva mia nonna, mi abbracciava e diceva “Andrà tutto bene!”







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Profilo Autore: Barbara  

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Il primo bacio fu all'alba d'un autunno

di cobalto. Dichiarò alla stampa Tek Willer detto Aquila della Botte.

Le foglie stanche di cadere si suicidarono sui rami

con un bastoncino per le orecchie.

Il solco del solco morì nel solco e Flash Gordon passando sotto un albero

cercò di distogliere la natura dall'intento.

Intanto pioveva a sacco e non avendo ombrello

colui che passava, passò in un bar

dove era acceso solo un lume.

Al bancone s'aggiunse un disabilitato 899

figlio dell'amico Antenore di Troia.

Ulisse invitato non invitato

andò in fiamme per la rabbia e si scolò nel PeloPeloso un apericavolo

alla zucca.

Si venne a sapere da una locandina appesa alla toilette che

al teatro Verdi si rappresentava “Il tempo del gambero”.

I pescatori di cozze, avuto via sms la notizia, lasciarono la laguna

e manifestarono con i pescherecci in piazza delle erbe.

Kit Kat Carso pard di Tek Willer

aveva lasciato le Alpi e s'era trasferito in una Dacia

parcheggiata in divieto di sosta; ma questo non gli aveva impedito d'unirsi al vecchio amico.

Gli operatori asociali, notata la calca, fecero irruzione nella sala e ordinarono a tutti gli astanti di astenersi dall'astenersi.

Il conto fu pagato da un benefattore sconosciuto tramite una bonifica totale del locale.

Le mosche avevano compreso tutto e, dopo aver indossato

una muta da sub, sottoscrissero esse pure l'accordo sul clima.

Il climatizzatore improvvisamente si ruppe e la festa si spostò

in un caffè senza porte per consentire di purificare l'aria.

Suonava in quel locale un certo Pedro Occhi, di origine Messicana, alcune canzoni stonate intonate con il colore delle pareti.

Anche Kit Kat e Tek s'unirono al party messo in scena all'ora di cena.

Al teatro, nel frattempo, erano finiti i gamberi e i proprietari

avevano fatto fuori le scorte di patatine salmonate.

Arrivò Omero e volle scrivere un articolo su Oggi che sarebbe stato pubblicato all'indomani della terza guerra Punica.

Il sindaco Enrico Azzannato, avvisato dal comandante della pulizia urbana

il colonnello Custom, offeso per non essere stato invitato come Ulisse, emise

un'ordinanza in cui vietava la pazzia in pubblico.

Erano leciti solo gli illeciti commessi in domo propria.

Lo ius deretani fu convertito in cous cous tramite motu proprio.

La città era oramai assediata e il capo dei Ciocioni Incalliti,

Penna Rigata al sugo, si preparava ad attaccare le mura.

La salvezza però sarebbe arrivata dal Mar dei Tini.

Un contrabbandiere di bandiere infatti sarebbe riuscito a introdurre oltre la cinta un ritrovato chimico che decuplicava i nomi dei popolani.

Fu così che gli astanti del party spaventarono le tribù dei Ciocioni

che levarono l'assedio e si assediarono da soli per passare il tempo.

Era tempo di finire la storia e la storia finì.

I due compari: Kit Kat e Tek, soddisfatti comprarono un allevamento

di polli aviatori aviarici e si misero a esportare poesie scritte con il rosso delle uova.





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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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Di errori, di peccati  ne commettiamo tanti nella nostra vita ! L’importante è non perseverare, correggersi. Personalmente cominciai a sbagliare da molto giovane, scientemente, pensando di essere sulla strada giusta. Conobbi quella che sarebbe stata mia moglie che era ancora bambina e me ne innamorai come può fare solo un ragazzino. Era la terza di tre sorelle di buona famiglia. Per buona famiglia intendo di famiglia seria, affidabile. Il padre era, purtroppo, malato di una malattia invalidante viveva una vita tranquilla, delegando alla moglie quasi tutte le incombenze. Delega che la donna acquisì volentieri e da quel giorno, in quella casa, cominciò a vigere il matriarcato. Austera in volto, dall’aspetto severo, crebbe le figlie con somma oculatezza. Le bastava uno sguardo per ottenere ciò che pensava fosse giusto fare, con una semplice occhiata. La mia famiglia, decapitata dalla scomparsa di mio padre, al contrario, contava  tre figli maschi, il maggiore, secchione e ormai medico, il minore, viziato da sempre, anche quando era nel grembo materno. Infine, tra questi due vasi di ferro, ci sono io, fumantino, abituato a cavarmela da solo, difficile da gestire perché ero io la mia legge. In fondo, però, ero un buon ragazzo e, sebbene mia madre mi tenesse costantemente sotto la lente d’ingrandimento, vedevo dai suoi sguardi che era orgogliosa di me, di come mi proponevo agli altri, del voler essere il paladino di una famiglia molto unita. Avevo solo un cruccio, allora. Il piccolino di casa mi stava appiccicato, emulandomi. Non ero certo io a dover essere emulato. Bene. Ero innamorato davvero e com’ero, come sono fatto io, dissi a quella ragazzina che per me sarebbe stato per sempre e tirai avanti. I rapporti con la famiglia della mia ragazza latitavano, si limitavano alle sorelle che erano molto affettuose con me. A volte mi invitavano a casa con altri amici e quasi sempre la madre rimaneva nel soggiorno a sferruzzare. Ho sempre creduto che non avesse molta simpatia per me da quando, nel piccolo paese si era sparsa la notizia della simpatia che c’era tra la figlia e me. Era diventata un incubo e quando la vedevo, correvo a nascondermi, perché mi intimoriva. Taceva e tanto bastava. Poi, quella fatidica estate, mentre ci bagnavamo in un mare meraviglioso, strettamente avvinghiati, la mia ragazza mi guardò negli occhi e…mi disse che quel giorno sarei rimasto a pranzo a casa sua ! Finì l’armonia, gli arti che si trattenevano frementi si disarticolarono e cominciai a sentire freddo che non addebitai all’eccessiva permanenza nell’acqua. Ma non potevo uscire da quello splendido mare perché lei mi fissava, voleva una risposta. Come potevo, di fronte a due occhi meravigliosi, gli occhi dell’amore, rispondere negativamente. Così alle 13, insieme alle tre sorelle mi recai al patibolo…volevo dire verso la loro casa. Constatai che vicino a loro c’era una chiesetta. Non fosse altro che per un’estrema unzione veloce. Quando arrivammo la tavola era imbandita e i suoceri al loro posto. Il mio timido saluto quasi non si udì nemmeno ma dovetti mettercela tutta per trattenere il battito dei denti. Mia suocera, di poche parole come sempre, mi intimò di sedermi. Mi avevano riservato il posto di capotavola. Però ! Decisi di mettere in mostra tutte le mie doti di intrattenitore per non fare scena muta, ma fu un vero fallimento. La prima volta che mi accadeva. Oltretutto mi sembrava di somigliare ad un vero frescone. Ci pensarono le sorelle a tenere la discussione mentre io, sconfitto, tacqui. Alla fine del pranzo, alzandosi, la padrona di casa si degnò di guardarmi. Poi, come una stilettata, partì quella che a me sembrò una vera e propria intimazione nazista. “Avverti tua madre che domani sera siete tutti, tutta la famiglia, qui da noi a cena”. Non aspettò nemmeno la mia risposta, tanto er un ordine. La felicità di tutta quella situazione la ritrovai sul volto della mia ragazza, mentre io avvertivo qualcosa che mi stringeva il collo, un cappio ?  La notizia fu accolta meravigliosamente a casa mia, specie dal fratellino che iniziò una cantilena monotona e ossessiva. “Sei fidanzato, si fidanzato”. Si beccò una sberla e non proseguì più al mio “de che?” L’indomani mi resi irreperibile per tutta la giornata perché casa mia si era trasformata in una sartoria ed io sarei stato il pezzo più conteso. Ma io non amo l’eleganza affettata. Vesto sobriamente. I miei, invece, erano tirati a lucido. Ma prima che mi vestissi, mia madre volle che la raggiungessi in camera da letto. Infatti per tutti noi, questa stanza gode di una sacralità particolare. Mi fece sedere sul bordo del letto e cominciò a parlare :

  • Tu sai cosa andiamo a fare stasera ? Sai che a casa nostra nessuno si è mai tirato fuori dalle sue responsabilità ? Sai che se illudi quella ragazzina e non porti rispetto alla sua famiglia
Vuol dire che sei un poco di buono ?  Se così sarà non potrai stare più con la nostra famiglia. Amare è per sempre ed io lo so che tu ami…le ami proprio tutte ste benedette ragazze ! Ora stop, si fa sul serio.

  • E poi dicono che è facile farsi una famiglia quando, per farlo, bisogna beccarsi simili romanzine. Così, parati  di tutto punto ci avviammo. Non perché fossi in compagnia dei miei , però, diminuiva la mia…ansia (si, chiamiamola ansia) per quell’incontro decisivo per il mio futuro sentimentale. E se mia suocera si fosse opposta ? Meglio non pensarci e affidarsi alla dolcezza della mia dolce mammina. E poi dovevo tenere alto il mio nome, la mia immagine non fosse altro per il fratellino che mi si era appiccicato addosso nel frattempo ! Ci aspettavano tutti davanti la porta di casa. Tutta la famiglia. Mia madre mi mise in mano un mazzo di rose specificando che erano per la suocera. Il suocero mi guardava simpaticamente e rideva…delle mie traversie. Non sapevo che pesci prendere allora, mentre le due consuocere si abbracciavano e si baciavano, colsi l’occasione, presi la rincorsa e le appoggiai i fiori sulle braccia e mi introdussi nella casa fra gente amica: le tre sorelle, trascinandomi dietro, ovviamente, il fratellino. Ci fecero accomodare in sala da pranzo dove troneggiava una tavola addobbata come le mille e una notte con annessa argenteria. Mi fecero sedere accanto al mio amore da un lato ,mentre dall’altro “infuriava”  il mio fratellino. Infuriava perché, appena seduto, cominciò una delle sue solite cantilene. “Nino è fidanzato, Nino è fidanzato”. Niente di che. Solo che il tutto si svolgeva sotto l’occhio e l’orecchio vigili di mia suocera. Venne servita la cena. Le schiave, per l’occasione, erano le sorelle che si alternavano in un andirivieni incessante con la cucina. Bastava che la suocera girasse gli occhi a destra ed una di loro si vedeva assegnare un compito che svolgeva senza mai irritarsi. Poco di cui essere felici, perché pensavo che tra poco sarebbe capitato pure a me ! La cena non fu una cena ma una favola solida. Si diceva in paese che erano maestre in cucina. Altro che maestre,  io gli avrei dato la laurea! Alla fine appagati da tali  meraviglie, restammo a tavola più che altro abbioccati e stanchi. Toccò a mia madre rinverdire i dialoghi, aprì la borsa e mi guardò. Severa anche lei !
  • Benedetto figliolo, mi hai pregato di conservarti il regalino che vuoi fare alla tua fidanzatina per suggellare questo momento che sarà PER SEMPRE (e scandì bene queste parole quasi per dargli più efficacia) e ora lo dimentichi nella mia borsa?
  • Cominciai seriamente a pensare che il vino avesse fatto male a mia madre. Non avevo preso nessun regalino, ero in bolletta nera e perenne, come avrei potuto ? Eppure mia madre mi mise in mano un astuccio che io porsi alla neo fidanzatina, che lo aprì subito e, dallo stupore dipinto sul suo viso, capii che aveva gradito molto, al punto che mi convinse a darci un’occhiata. Quella sera rimasi parzialmente accecato perché nell’astuccio c’era un anello con una pietra che mandava un luccichio infernale. Fui pure sorpreso dal battimani che ne seguì. Sorridevano tutti, perfino mia suocera ! Di quegli attimi ricordo solo gli occhi di mia madre, occhi che erano un monito e un incoraggiamento. Poi tornò il silenzio ed in quel momento pensai che non avrei potuto vivere così, con quel timore costante. Cercai di tirare fuori il meglio da me. Mi avevano illuso che fossi simpatico ed era venuto il momento di dimostrarlo. Mi alzai in piedi col bicchiere in mano, a mo di brindisi, guardai mia
  • Per quanto riguarda la dote….
Calò il gelo nella stanza. Solo mio fratello maggiore mi redarguì subito visto che mia madre stava per svenire ! Ed io che pensavo di fare un grande discorso, una Catilinaria…versione semiseria. Allora alzai le spalle e continuai :

  • Ecco, volevo dire, niente a pretendere ! Soldi ce ne vorrebbero tanti per invogliarmi a prendere vostra figlia. Ma io so sacrificarmi. Vorrà dire che apriremo una “libretta”.
“La libretta” era  il sistema di pagamento inventato a Sud dalla povertà. La gente piu bisognosa, all’epoca, ed erano tanti, andava a far la spesa dal negoziante e poi “segnava” il costo sulla stessa e a fine mese, se avesse potuto avrebbe pagato.

  • Mi spiego subito. – dissi – Io verrò a mangiare da voi fino a quando il suddetto debito si appianerà. Non prevedo tempi veloci ma prevedo succulenti pranzetti.  Sono un debole, a me le donne mi prendono facilmente per la gola !
Ci fu una risata generale, divertita. Non si trattenne neanche mia suocera. Fu il primo segno di disgelo tra noi,Un segno che negli anni si trasformò in stima ed amicizia profonda. Ci accompagnarono alla porta con la raccomandazione che andassi a pranzo da loro l’indomani. Però quella sensazione di un cappio al collo mi perseguitava. Appena fuori dal portone di casa salutai ma madre e fratelli perché volevo andare a fare un giro. Era una serata calma e calda, le stelle facevano da cornice ad un mare incantato. Tutto sembrava parlasse d’amore e per l’aria c’era un canto di sirene e tritoni.

  • Dove vai ? – chiese mia madre in genere scevra da controlli sulla mia vita notturna – Mica vorrai andare nei tuoi locali preferiti, il blue ’70 o il Rebus con annesse francesine in dotazione.  No, non credo che ci vorrai andare, nonostante il luccichio che c’è nei tuoi occhi ! Ora non puoi più.
Compresi che stavo scrivendo la pagina finale del morto impiccato ! Il cappio aveva avuto la sua vittoria. Quanto è tortuosa la strada della felicità ! La mia iniziò al chiuso della mia stanzetta
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Profilo Autore: Bronson  

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C'erano una volta tante persone distratte, sbadate, stressate. Un bel giorno l'omino dell'arcobaleno, rinchiuse tutti i colori in un grosso sacco e cominciò a darsela a gambe. Vedendo l'omino scappare, gli umani si domandavano come potesse un così piccolo ometto trasportare un carico tanto grosso. Sicuri di poterlo raggiungere gli umani cominciarono ad inseguirlo e intanto gli domandavano: "perchè ci hai rubato il rosso, il verde, l'azzurro e il giallo perchè?". Improvvisamente l'omino iniziò a correre più veloce del vento e mentre fuggiva, dal grosso sacco usciva ora un po' di verde, poi uno sprazzo d'azzurro e poi tanti, ma tanti altri colori ancora. Uomini e donne litigando fra loro, cercavano invano di afferrare chi un pezzetto di giallo, chi un pizzico di arancione: ma il colore si scioglieva fra le mani e poi "puff" pian piano svaniva. Così gli uomini furono costretti a vivere in un mondo in bianco e nero. Annoiati cercarono di trovare nei grigi e nei bianchi tutte le sfumature possibili. Col tempo però finirono con l'apprezzare il bianco dei gigli, il pallore della luna e si accorsero che il cuore batteva forte, pur non essendo rosso. Tutti cominciarono ad apprezzare la notte, la luce delle stelle, le sfumature argentate del mare, il grigio dei capelli canuti. Fu così che le giornate apparirono d'incanto meno cupe e intanto che gli uomini cercavano di dare colore ai colori, pian pianino ognuno si abituò ai toni smorzati. Non si badava più al colore della pelle e nessuno aveva più paura della sua ombra. Siccome era un po' buio e non tutti avevano un'ottima vista, a volte qualcuno inciampava e perciò ognuno doveva badare all'altro. Alcuni lo facevano per essere aiutati a loro volta, ma in linea di massima, gli uomini cominciarono piacevolmente ad aiutarsi fra loro. La solidarietà cominciò a fare capolino e gli orgogliosi e i superbi, misero da parte la loro alterigia e cominciarono ad avere compassione l'uno dell'altro. Sempre a causa della scarsa luce, non più attratti dai vivaci colori dei pasti, tutti gli uomini dovettero cominciare a fidarsi del gusto, poi per non inciampare iniziarono a fidarsi del loro istinto. Così accadde che tutti divennero attenti verso il prossimo e ritornò finanche il rispetto. Un bel giorno l'omino, (che altri non era che la coscienza), improvvisamente ricomparve. Nessuno lo rincorse, ma quando egli aprì il sacco e da esso uscirono il blu, il giallo, il rosso e via via tutti i colori, ognuno guardò il cielo, la terra e tutto il circondario con altri occhi. Fu una rinascita del verde, un risveglio della speranza, un trionfo dello spirito. Fra giubili e gioie generali ognuno fu felice di aver ritrovato i colori, gli odori, i sapori e gli occhi di dentro: quelli dell'anima. Fu così che tutti gli uomini del mondo vissero felici e contenti.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Nel mondo delle chiacchiere e degli sberleffi il non senso valeva più del senso. Ognuno si esprimeva in maniera assai personale. Si andava in giro nudi oppure troppo coperti. Non v'era alcuna censura nella terra fantastica di: "non siamo cio' che dovremmo essere, ma ci esprimiamo come vogliamo..." Si leggeva, si giocava e soprattutto ci si amava. Ognuno in piena libertà sceglieva il lavoro che più gli si confaceva e ciò di si cui aveva bisogno lo si trovava in giro. Inoltre, si poteva conversare con gli animali e qualcuno se gli andava si esprimeva al contrario. Gli uccelli cinguettavano, parlavano e gli umani avevano la facoltà di miagolare, abbaiare, nitrire: solo pochi ruggivano e belavano. Era tutto semplice e comprensibile. Qualcuno ma non tutti, leggeva il pensiero, (anche se non ce n'era bisogno perchè vi era una tale empatia nel popolo che comprendere i bisogni e i desideri degli altri era un hobby.) Le persone avevano la liberta' di scegliere quando e come ridere, urlare o amare. Tutto era di tutti e nessuno era meno di un altro e tutti erano di tutti e per tutti. Il mondo che vorrei, pensavo e intanto mi allontanavo da una realtà che non mi piaceva. Naufraga, alla ricerca di un suolo incontaminato e vergine, mi riscopro funambola e sotto trovo un vuoto: un incolmabile nulla esistenziale. Quel niente che vorrei sopprimere. Un giusto compromesso fra passato e futuro. Rifletto su quello che mi abbrutisce. Ricerco anche un piccolo inutile e sbeffeggiante neo che possa spiegarmi cosa effettivamente provo e voglio. Ora nulla è lasciato al caso e tutto pare che vada per il suo verso. Eppure mi sento imprigionata in inutili gabbie, ma non sono molto convinta che sbarre e catene mi rendano un essere pensante e libero. Improvvisamente comincio a volermi bene e a piacermi. Anelo a ciò che mi migliora e cerco il brutto da valorizzare. Mi accorgo che nulla può essere più ridicolo di un sole con le tendine o di una luna colorata di giallo. Allora si, inneggio all'imperfezione e le rendo lode. Osanno i miei difetti. Aiuto lo storpio a privarsi della propria immobilità. Brucio fiocchi, merletti e luoghi comuni, che in comune hanno solo le solite cose, poi mescolo oblio, confusione e rinasco dalle ceneri, come un'araba fenice dal fulgido piumaggio. Sento un forte odore spandersi nell'aria. Sono i miei sogni che prendono volto e si materializzano. Non credo in chi afferma che il senso non abbia senso senza un senso. Più ci penso e più comprendo che per vivere bene non bisogna necessariamente fare cose sensate. Agendo senza un comune senso, scuoto il mio sesto senso assopito. Lo desto dal torpore e assieme ad esso entro nel mondo delle chiacchiere e degli sberleffi. Lì ci trovo il mio non senso, che mi pare molto più sensato del comune buonsenso...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Come ogni mattina mentre preparo il caffè, il vecchio capraio attraversava il lungo viale davanti casa mia,preceduto dal suo piccolo gregge,dieci capre e quattro capretti, Bartolomeo Scibetta cosi si chiamava il pastore, era arrivato al  borgo  molti anni prima , ma nessuno ricordava veramente quando, un uomo spigoloso , dall’età indecifrabile.
Aveva scelto di abitare fuori dal paese in un vecchio casale abbandonato che aveva in parte riadattato per le sue modeste necessità.
Un locale abbastanza grande che fungeva da cucina e sala da pranzo, con un grande camino, una cameretta con un lettuccio malandato illuminato da una candela minima quanto basta per non inciampare.

Aveva acquistato due capre che allevava con cura e che avrebbero dovuto soggiornare in una specie di piccola stalla accanto alla porta d’ingresso, ma poiché le porte non si chiudevano mai, spesso frequentavano la cucina soggiorno in cerca di compagnia e di calore.
Quando avevano fame brucavano liberamente nei dintorni senza allontanarsi troppo.


Lui col latte che ricavava faceva formaggi che gli procuravano le altre cose di cui abbisognava. Un poco di pane, un poco di vino, raramente un pezzo di carne. Le verdure e la frutta le raccoglieva nei dintorni o in una specie di piccolo orto  che coltivava con cura al ritmo delle stagioni.

Non si sapeva da dove venisse , ma certamente da molto lontano. Parlava una lingua poco comprensibile fatta di frasi confuse e di accenti pittoreschi. Non aveva amici in paese ma quei pochi che frequentava lo trattavano con rispetto . Non faceva domande e non dava risposte ai più curiosi.

Io mi allontanavo spesso dal paese per lunghe passeggiate e spesso capitavo accanto a casa sua. Talora mi fermavo e mi sedevo su un grosso tronco che fungeva da panca, per riposarmi un po’.

Era nata una specie si simpatia reciproca e quando mi vedeva si avvicinava e mi parlava (forse perché non facevo domande). Mi raccontava degli anni passati , di luoghi lontani a me sconosciuti e non identificabili.
Di montagne, ma molto diverse da queste, intrise sempre di un alone di mistero e di pericolo incombente. I suoi discorsi erano slegati, frammenti isolati che, interrotti originavano altri discorsi,e questi  senza concludersi scivolavano in frasi misteriose.

Talora intramezzava le frasi con qualcosa che doveva assomigliare a proverbi , e venivano sempre pronunciati (e per quello li riconoscevo) con un tono che voleva evidenziare  la saggezza che essi contenevano.
Non parlava mai della famiglia. Spesso mi sono trovato a fantasticare su chi fosse e da dove arrivasse, forse era stato un ladro?
O un perseguitato politico,come quegli anarchici  insurrezionalisti  di cui ogni tanto si sentiva parlare,mah  chissà cosa mai si nasconde dietro quell’uomo semplice e un po’ ruvido.

Il gregge ormai era aumentato ,e il formaggio prodotto da Bartolomeo era molto apprezzato, molti bambini al passaggio del gregge in paese correvano ad accarezzare i piccoli capretti,e a fare domande al vecchio saggio pastore,le signore del borgo mi portavano spesso ottime torte a base di ricotta ,proprio quella del vecchio pastore, è usanza infatti regalare alle figure più importanti del borgo dolci ,liquori casalinghi , e altro ancora, per ringraziare o per ingraziarsi il prete, o il maresciallo,e il medico cioè, io.


Pieve solinga viveva giorno per giorno le mille vite dei suoi abitanti, nessuno sa chi sia  stato il primo ad arrivare li, forse per caso, e a dar vita a quel borgo così bizzarro, quel luogo al quale si arriva perché chiamati, quel posto dove si va a cercare una risposta, quando ormai stanchi, arrabbiati, e delusi sentiamo distintamente, e prepotentemente di dover andare.

Ricordo ancora quell’afoso pomeriggio di fine agosto, percorrevo il sentiero che da casa mia portava verso il piccolo ma fitto boschetto su in cima al monte Ombroso,la cima più alta di Pieve Solinga, circa milleduecento metri. Camminavo preso da mille pensieri, quando all’improvviso mi arrivarono all’orecchio grida di donna, una voce strozzata dal pianto, e riconobbi Linda.

Nessuno rispondeva alle sue sconnesse parole, nessuno  gridava oltre lei, nessuno camminava al suo fianco,o forse chissà qualcuno c’era, ma invisibile ad altri occhi se non ai suoi.

Povera piccola invisibile Linda, sola, sempre sola, preda ormai dei suoi fantasmi .

Cosa ci porta in questo luogo ? Cosa ci spinge in questo borgo sperduto e quasi sconosciuto a dare voce al pozzo nero e profondo che dentro grida? Spesso, anche io si proprio io, il dottore, ho gridato  nel vuoto dei boschi di Pieve, e spesso ho avuto risposte .

Non mi sono avvicinato a Linda, forse per pudore, forse per lasciarle il tempo di sfogare a modo suo la rabbia che la divorava, una rabbia di cui tempo fa mi aveva accennato, quando timorosa e triste era entrata nel mio studio  per una prescrizione medica, qualcosa contro la depressione, contro l’abulia che la paralizzava .

Avrebbe voluto lasciare Osvaldo alle sue donne, ma c’era qualcosa di grande e forte che comunque la teneva li , avrebbe solo dovuto lasciare il marito e iniziare la sua vita li a Pieve Solinga. Forse quel pomeriggio sarebbe stato risolutivo, forse il coraggio si stava impadronendo di quella fragile donna. Pieve ci soffia dentro le risposte, ci parla, e noi ascoltiamo, voci, immagini e tutto ci scorre dentro ci rigenera, e quando la voce si placa sappiamo, conosciamo.

Lentamente e senza far rumore mi sono allontanato e ho lasciato Linda sicuro della sua nuova consapevolezza .

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Profilo Autore: Marina Lolli  

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Vieni a teatro con me stasera?

"Replica di un amore"

è il titolo dell'opera

il copione dice

che la bellezza è un gioco

che una carezza non ha voce

e la fortuna dura poco

 

due gli attori principali

un palcoscenico

e storie all'apparenza

sempre uguali

 

va in scena la tua vita

ogni ora, ogni minuto

con quello che hai vissuto

e tutto quello

che hai perduto

 

un posto in prima fila

da ignaro spettatore

e ti ritrovi tutto a un tratto

protagonista e primo attore

 

la tua maschera stampata

come fosse un'altra vita

e per la replica ...

non è prevista alcuna data.
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Profilo Autore: Sandrino Aquilani*   Socio sostenitore del Club Poetico dal 07-08-2017

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