Eccoci qui, oggi sbarcati nella pre- isola dei famosi!

Dopo aver preso un elicottero con il proprio fidanzato ed essere finite in Honduras, ondeggiamo come pescioline nella marea cristallina, avvinghiate a lui come una scimmia urlatrice a prova di timpano, ti funziona l’udito?

Ed ecco a pochi passi l’isola, grande fratello due, diretta 24 su 24, colazione, pranzo, dopo cena, dopo falò, i fiammiferi non li ho, troviamo Rocco Siffredi, inviato e telecronista.

Abbiamo giusto un languorino nella pancia, i capelli spettinati come una medusa, mini costume integrale pasta Barilla, ma siamo perfetti, come cotone naturale.

Proviamo a pescare due pesci, se ci va male chiederemo un tonno, sempre pesce è.

L'importante è sfamarsi.

Costruiamo poi una capanna con foglie, rami, teli, sperando che non arrivi il tornado.

Basta un bel vento per spogliarci dal costume, mica dovremmo inseguire nell' uragano il nostro bikini!

Facciamogli ciao ciao con la mano, intanto abbiamo la nostra dolce metà che ci scalda e ci fa da termosifone.

Tutto parte da quel bacio fugace, da quella carezza e diamine a chi dice che in carenza di fame, si sclera e cade l’ormone.

L' ormone è come la vitamina c, c’è sempre come il sole, se poi c’è pioggia abbiamo Rocco che ci istruisce nell' orale, poi la pratica sta sempre a noi.

Se proprio sto sole caldo, ci cuoce la testa come due aragoste, al massimo faremmo l’amore anche con le scimmie, basta che ci portino una banana o una mela da mangiare.
Passeremo poi le notti, abbracciati a tre nel capanno, guardando le stelle, pensando che cavolo abbiamo fumato per essere così folli!

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Passione infinita  

Questo autore ha pubblicato 109 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
D'accordo ti racconterò la storia della mia vita, come tu desideri. Siedi qui accanto a me, ecco il caffè è pronto e la mia vita ha inizio..
Il suono della sveglia come ogni mattina frantuma in mille pezzi i miei sogni, un suono stridulo, lacerante, utile per carità assolutamente si, perché altrimenti non lascerei mai il letto alle cinque, quando ancora fuori e’ buio. L’ acqua fredda che scende a spruzzi dal rubinetto contribuisce al mio risveglio, ormai lo scaldabagno e’ andato, come tante altre cose in questa casa, fredda e buia.
Preparo il caffè, mi vesto in fretta e sempre in fretta raggiungo la fermata dell’ autobus, siamo una piccola folla infreddolita e assonnata che lenta prende posto sulla vettura, siamo una piccola folla invisibile, gente da poco, senza un fine o un progetto da perseguire, nessuna preparazione particolare, né una vita speciale.
Io l’ invisibile, spesso dimentico persino il mio nome,.. però rispondo sempre a chi mi chiama, e so sempre se ce l’ hanno con me, io sono la donna, cioè lsonna che pulisce, e pulisco scale, case, uffici, supermercati, cliniche, insomma dove trovo da lavorare.
La fatica mi ha trasformata, la stanchezza ha disegnato rughe, occhiaie e calli.
Ma ciò che mi spaventa non e’ il mio aspetto fisico, quanto il fatto che il mio lavoro mi ha resa trasparente, lavorare quando nessuno e’ presente, quando e’ ancora buio e il resto delle persone dorme ancora, questo mi rende impercettibile, incorporea .
Io non esisto.
E allora immagino, mentre salgo per le scale dei condomini da pulire, e lo sguardo si posa sulle targhe dorate dei campanelli o sulle porte, avvocato Mauri, dottoressa Gentile; Dottor Romani medico dentista; Studio notarile dottor Casagrande; e così via.
Immagino la cura con cui saranno stati arredati quegli appartamenti, ed io divento la dottoressa, o il notaio,.. mentre le mie mani sempre più rosse e doloranti sciacquano strizzano e lavano.
E’ strano, quasi inverosimile essere cosi sola, non ho madre marito o figli, né fratelli non ho nessuno, a raccontarlo non ci si crede, eppure da anni solo l’ unica compagnia di me stessa.
La mia casa è un buco buio, poche cose assolutamente utili, un letto, una piccola cucina, e il bagno, ah dimenticavo il televisore, scarto della vicina di casa trovato in un angolo davanti al portone, eppure funziona, buon per me .
Questa mattina, nel supermercato dove faccio le pulizie mi hanno richiesto l’ indirizzo e mail, mi e’ venuto da ridere, e chi ce l’ ha? Mi hanno detto che per il contratto e le eventuali informazioni serviva un indirizzo di posta elettronica, e se da una parte ero imbarazzata dall’ altra una sensazione di meraviglia mi aveva presa, eh si perché qualcuno mi stava parlando, e inoltre voleva mie informazioni, data di nascita, indirizzo, numero di telefono e di telefonino.
Ho continuato a lavorare ma tutto era cambiato, la testa era piena di strani pensieri quasi una specie di solletico proprio vicino alle orecchie, un ronzio che lentamente si trasformava e dava vita a ragionamenti, a domande e risposte, ero turbata e avevo quasi paura che quel lavorio mentale fosse visibile a tutti, che tutti potessero vedere che ora anche nella mia scatola cranica viveva un cervello.
Al termine del mio orario di lavoro avevo ben chiaro cosa volevo fare, e per prima cosa sono passata alla vetrinetta dei telefonini, quelli di ultima generazione, e ne ho scelto uno ecco ora potevo iniziare a vivere, li c’ era il mondo e io ne avrei fatto parte, ora non mi restava che entrare .
Appena attivata la linea del mio preziosissimo cellulare ho cercato su internet i vari social network e mi sono registrata, e da quel momento sono diventata la giovane e affascinante dottoressa in psicologia Anna Rosa Lamanna, e anche il professor Giulio Lulli insegnante di storia e letteratura italiana, che emozione immensa rinascere, poter esprimere il mio sapere, potermi calare ora nell’ uomo e poi nella donna, e rispondere alle prime richieste di amicizia, io l’ invisibile, finalmente esisto.
Qui dove poco è vero e reale, io inizio a materializzarmi, ecco le prime fotografie, si eccomi qui al mare, ecco io sono quella li tra le onde, e poi in montagna mentre scio, occhiali da sole cappello giacca a vento, certo non si vede bene il volto, ma che importa? E poi quante belle frasi scrivo, quanti consigli, beh sono una studiosa dell’ anima quindi, che dire poi delle altre immagini, eccomi tra i miei studenti, sono io qui di spalle mentre scrivo sulla lavagna “ amo et semper amavi”. Quanti mi scrivono, tanti colleghi di scuole lontane, tante ragazze, e donne, e io mi sento vivo, o dovrei dire viva? Che importa il sesso che importa esistere attraverso questo inganno, io finalmente sono. Esprimo il mio sapere, sì perché nonostante tutto io sò, ho studiato, nonostante il mio misero lavoro io avrei potuto e posso essere come una di quelle cellule totipotenti, io posso essere tutto. Voglio dare alle persone quello di cui in fondo si nutrono, voglio accontentare il desiderio di tanti portando loro le mie maschere, mostrando i miei mille volti cosi come io mi beo dei loro mille falsi sguardi, consapevole, come loro che tutto e’ finzione, che siamo ciò che gli altri vogliono farci essere, cosi potranno dire ho conosciuto il professor tal de tali o la cantante di quel gruppo rock, o che ne so anche il Papa. Domani mi aspetta il solito centro commerciale di periferia, lo stesso pavimento da tirare a lucido, e’ ora di salutare i nuovi amici, i professori, i dottori, e tutti quelli che mi hanno voluto tra le loro importanti amicizie, convinti di aver aggiunto lustro alla propria lista nella loro pagina di questa importantissima vetrina virtual sociale. Beh si è fatto tardi a domani amici, mangiafuoco va a dormire .
La sveglia martella feroce dal comodino, anche questa mattina, come ormai da anni, eppure la luce che colpisce i miei occhi e’ diversa, persino il mio cervello non e’ lo stesso di sempre, nella mia testa non c’ e il solito sordo silenzio, ma si affollano idee immagini, pensieri che hanno albergato i miei sogni notturni, nessuno di loro mi ha abbandonato al risveglio, e me li porto dietro al lavoro, li accarezzo, li accudisco e loro crescono, mentre io spolvero, spazzo, lavo e la fatica oggi non esiste, la stanchezza che mi schianta sul letto una volta a casa, oggi e’ un ricordo lontano.
Eccomi, arrivo non vi agitate ora vi libero, mi spoglio dei miei stupidi panni, lavo via il sudore che mi ricorda chi sono e posso tornare a vivere, basta un click ..
“ Ciao, come stai?", “ Finalmente ti trovo” ecco il sangue scorre, il cuore batte, ecco il primo saluto.
“ Ciao cara, oggi ho avuto una giornata pesante, i miei studenti si preparano agli esami e io li aiuto, tu invece? com’ e andata la tua giornata?” “ mah niente di che, in ufficio c’ e stato un controllo qualità, ma sai le solite cose all’ acqua di rose, non vedevo l’ ora di tornare a casa e collegarmi, mmhh tu mi hai stregata professore”.
Mi meraviglia questa facilità con cui ci si avvicina agli altri, a degli sconosciuti. 
Sono sbigottita, quasi incredula, io che fino a due giorni fa non avevo nessuno, io l’ invisibile, l’ inavvertibile e inavvertita presenza mi sono materializzata solo schiacciando un pulsante, se solo lo avessi saputo prima, se avessi capito tempo fa che il mondo mi aspettava, questo mondo parallelo, l’ unico che mi vede, avrei speso tutti i miei risparmi per questo piccolo gioiello, un minuscolo stupido telefono, il cuore pulsante che mi da la vita. 
Com’è facile entrare nella vita degli altri, quanti pur avendo persone reali accanto, si isolano nelle proprie case seduti lì davanti ad un monitor, quanti sorridono e ridono alle frasi che degli sconosciuti scrivono magari rivolgendosi a loro con un’ intimità che si dovrebbe dare solo a chi si conosce da molto tempo e nella realtà vera.
Ogni volta che chiudo il pc, penso a chi potrei impersonare domani, oppure a quanti nuovi amici potrei proporre la mia presenza, potrei essere la massaia sola e annoiata che cerca dolci parole da probabili ammiratori, oppure il prete che cerca amicizia sul social network perche vuole capire meglio i giovani, certo in questi ultimi tempi sono tanti i preti che tranquillamente usano facebook o twitter quindi perché no .. domani sarò il simpatico don Mario .
La mia vita è cambiata, per chi mi frequenta ogni giorno nel mondo reale, sono sempre la solita giovane donna, grigia e silenziosa, il mondo fuori dal computer mi ha sempre rigettato, ma ora posso prendermi la rivincita, ora sono io che dirigo il gioco. Io sono il mare di cellule che si moltiplica, sono un diamante sfaccettato che riflette migliaia d’ immagini diverse, io posso penetrare ovunque, mi basta un click.
“ Buon giorno, come va? Gradisci un caffè?”, i saluti che ricevo nei vari profili mi sollevano il morale, e io rispondo a tutti e creo situazioni, tante le più particolari. “ Ciao, come va?” “ Io sono in spiaggia, come ti ho scritto ieri, sono a Malta ma già domani dovrò spostarmi, ho un volo alle 11 per New York, ho un lavoro importante al Metropolitan Museum of art, devo curare una mostra molto importante, ma ora ti lascio mi chiamano al cell, ciao a prestoo”.
E’ così facile, e poi che male faccio?
Per chi mi aggiunge alle amicizie, io sono un buon acquisto, sono l’ artista impegnato, sono la persona importante che in molti anelano avere tra le amicizie per poi vantarsene con gli amici reali, io amo renderli felici, e più mi faccio grande ai loro occhi più li rendo felici.
Posso essere tutto e questo rende appaga anche me, ora riesco ad affrontare le mie giornate sporche della sporcizia altrui, riesco ad andare oltre la fatica, adesso mi vedo persino bella quando accidentalmente incontro i miei occhi in uno specchio, perché in fondo non vedo me stessa ma ognuno dei tanti che io sono. Sarà così se non sarà mai altro, sarò il mondo finché il mondo non mi riconoscerà.

La luce dei lampioni si riflette sul bianco muro irreale che la nebbia fitta come sempre in inverno, innalza proprio qui davanti al portone sgangherato di casa mia, e come ogni giorno io mi lascio avvolgere e digerire da questa quieta barriera luminosa, cosi, umida e infreddolita, mi avvio ciondolante verso la mia giornata di faticosa apatia. 
Lenti e silenziosi i miei compagni di sventura si aggiungono alla piccola processione 
e rassegnati ci incamminiamo verso le luci tenui del bus, e una volta saliti ci accomodiamo sui freddi sedili e li ognuno termina il suo sonno privo di sogni .
La faticosa giornata ha inizio, indosso frettolosamente il camice a righe ancora un po’ umido dell’ acqua sporca del giorno prima, i calzini colorati e gli zoccoli, prendo il carrello già pronto all’ uso, stracci, spray, scopa e spazzolone. Si aprono le danze,
strofino alacremente, lucido, e spolvero, e ogni movimento ogni sforzo da vita a nuove idee che presto, non appena sarò tornata a casa renderò reale nel mio mondo virtuale.
In quel mondo ricco, rilassato, dove mi basta pigiare pochi tasti per entrare nelle vite altrui, mi basta dire poche parole, giuste, ed ecco che.. quell’ architetto tanto presuntuoso e saccente si rivolge a me con tono interessato, come se d’ un tratto avesse scovato l’ altra metà di se, le mie parole studiate ad arte lo hanno incantato, avvolto, accarezzato, e da questo istante in poi so che non potrà più fare a meno di me .
Io studio, cerco e ricerco, io mi preparo come per un esame, io sono tutto e tutti,
sono affettuosa, amorevole, sono intelligente, galante, un cavaliere, un gentiluomo,
medico, scrittore infermiere, parrucchiera e maestra d’ asilo, sempre pronta per nuove avventure, sempre pronta a soddisfare discutere giocare ..solleticare.
Sciocchi, cosi soli, cosi pronti a credere .

Nei tranquilli giorni di fine settimana, quando finalmente posso riposare, me ne sto li davanti al piccolo schermo del mio cellulare, e come un bravo medico curo con la massima dedizione le mie piccole ignare marionette.

Le blandisco, le incuriosisco, che siano uomini o donne, in un modo o in un altro riesco a coinvolgerli in discussioni interessanti, e se voglio so come stuzzicare il loro ego, complimentandomi per il loro lavoro, o per un particolare commento, “ davvero notevole”, ..e loro gongolano imbambolati ..o meglio rincretiniti.
Osservo con meraviglia e interesse i profili che i miei amici virtuali hanno creato, quanti di loro hanno migliaia di amicizie in bella mostra, amicizie che aumentano quasi esponenzialmente, in maniera assurda .
Queste persone fagocitano voracemente chiunque, basta che i requisiti di questi nuovi affezionati corrispondano ai desideri di chi li aggiunge, che si tratti di requisiti fisici, che so una donna bellissima, o particolari doti o capacità come ad esempio saper suonare o dipingere .
Per non parlare degli effimeri, i superficiali, quelli cioè che accumulano amici in base all’ importanza che riscontrano negli amici degli amici, certo a volte questo gioco mi disgusta, ..ma sono troppo sola per farmi bloccare dalla nausea, dal disgusto .
E così non appena posso entro in questo mondo falso, dove tutti o quasi si sbattono per colpire più di altri, per apparire più di tutti, e brillare come una stella. Si agitano, si sforzano, postano immagini, scrivono commenti, danno giudizi, per risplendere come il sole a mezzanotte, per oscurare il mondo.
A volte, quando finalmente chiudo ogni contatto, sono distrutta, ti tolgono l’ anima questi “ amici”.
Tra loro c’ e chi si dichiara innamorato perso, e chiede un appuntamento, magari anche solo un caffè..
E’ dura inventare scuse plausibili, “ sai il mio lavoro non mi permette distrazioni, specie ora che stiamo concludendo un grosso affare con i clienti americani, eh si ti avevo detto che io mi occupo di sperimentazione con i droni, e tra poco inizieremo anche in Australia”…
E dura e’ anche cercare foto, mie, sia come uomo, anziano, giovane, affascinante sportivo, o solo maschio
O immagini di donne, una bonazza mozzafiato, o una casalinga sempre in tiro, magari la signora bene che fa la volontaria in ospedale con tanto di messa in piega perfetta e anelloni d’ oro alle dita .E’ difficile trovare immagini simili cosi da creare un vero profilo, ma io ho tempo ..tanto tempo.
Il caffè si è freddato, e la mia vita è tutta qui, solo tracce, piccole tracce di irrealtà.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Marina Lolli  

Questo autore ha pubblicato 89 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Che grande sollievo le prime volte che ti baciavo quando mi facevi sentire fuori da tutti i problemi,non solo,mi facevi sentire più forte .
Però mentre mi davi queste false emozioni tu mi incatenavi e come con gli altri mi incastravi nelle tue trappole da falsa amica.
Le serate non erano belle se tu non c'eri e se alcune sere non avevamo alternative tu risolvevi tutto.
Ma piano piano con il passare del breve tempo diventavi parte del mio corpo e per questo oggi se sto male e perché ho deciso di togliermi le tue catene e tu mi hai fatto pagare questo prezzo con la sofferenza.
Sei vista come terapeutica e infermiera curatrice della gioventù ma alla fine ti prendi gioco perché sei la ricreatività delle persone.
MI spiace dire che sei passata e non ti penso più percentuale adesso hai tolto a me la personalità e dovrò ricominciare dall'inizio,ti adoro per i ricordi ma ti disprezzerò per come mi hai lasciato.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Dado Salcarini  

Questo autore ha pubblicato 7 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Il dolore degli altri lo guardi attraverso un vetro: ti sfiora ma non ti tocca. L'altrui patimento ai nostri occhi appare appena appena sfocato: è un po' come se lo vedessi attraverso spesse lenti. Ne senti l'eco e pensi sempre che sia lontano anni luce da te. Non ci pensi al tuo dolore, fino a quando non ti tocca personalmente. Quando il tuo dolore rompe il vetro dell'oblio in cui era assopito, ti succede di risvegliarti nel bel mezzo della notte con la fronte sudata e una fitta allo stomaco. È allora che entri a stretto contatto con la tua sofferenza. È come se distrattamente urtassi una teca di cristallo e da essa fuoriuscisse un fiume in piena sfuggito agli argini. Vorresti soffocarlo con un cuscino il tuo dolore...ma non puoi: riesci a malapena ad attutirlo. Lo zittisci ma lui ritorna. In alcuni momenti ti pare di averlo ammutolito: non lo senti...ma poi in maniera subdola e silenziosa, lui ritorna più prepotente e violento che mai. E tu dai schiaffi mentre vorresti ricevere carezze. Urli, scalpiti e prendi a calci la tua rabbia. Tante le parole di circostanza, tante le carezze, copioso e talvolta sincero il pianto di chi ti avvicina e condivide le tue lacrime. Ma dopo un po', passata la bufera rimani sola. Nessuno vuole sentirti più urlare. Il dolore fa troppo male e nessuno vuole il tuo dolore. Così tu rimani lì fra alberi sradicati, rami secchi e foglie ingiallite a fissare la pioggia: la senti, ti bagni...ma sei senza ombrello. Soffri tanto e vorresti parlare ancora della tua sofferenza, ma non puoi più farlo. È come se il dolore avesse una scadenza e dopo un po' tu dovessi necessariamente sbarazzartene. La vita nonostante tutto continua, devi andare avanti...ma tu hai solo tanta voglia di voltarti indietro. È allora che cominci a ridere: accenni brevi risate che sanno di pianto. Improvvisamente ti senti sbagliata e fuori luogo. Ti par d'essere una voce bianca fra voci scure, una nota stonata in un coro di note affiatate, un tamburo fra fiati e flauti. Fingi di piangere lacrime di felicità, mentre vorresti piangere lacrime di dolore. Non tutti riescono a distinguere il pianto. Così ti ritrovi a piangere lacrime truccate di gioia: trasparenti. Perchè le lacrime si somigliano fra loro, sembrano tutte uguali: quelle di gioia...hanno lo stesso colore di quelle del pianto...
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

Questo autore ha pubblicato 108 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Un cactus si innamorò di un palloncino. E quell'amore era ricambiato, il problema sorgeva quando si scambiavano tenerezze: le spine del cactus bucavano il palloncino, che, per quanto desiderasse rimanere, soffriva al punto da non riuscire a restare. Il cactus, pur di non perdere il suo amato, afferrò una pinza e, con dolore e pazienza, rimosse tutte le spine che ricoprivano il suo rugoso corpo. A quel punto il problema era un altro: egli non era più un cactus, ma di un cactus si era innamorato il palloncino.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Nicola Matteucci  

Questo autore ha pubblicato 331 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Come un aedo giunto alla sua ultima festa

 

Lettore casuale

e borghese come quella stessa società 

che lo obbliga a condurre una vita

asociale e scompiacente,

che lo rigetta dal giorno in cui egli seppe

leggere e fu poeta, e da allora appartenne

alla razza da sempre maledetta col malvezzo

di quaranta sigarette al dì e birra a pinte…

Insinuandoti nelle sue carme

che colgono l’essenza profonda della realtà,

impastamento caustico quanto castigato

e in grado di lenire le attese,

discopri in MastroPoeta il veggente in grado

di rivelare questa realtà sconosciuta.

Che non gli si lesini la giusta levatura fintanto

che le membra sue non si saranno arrese!

 

Ora che sta per morire quell’ostinato vecchio stanco

 

Lettore casuale

e riluttante ad accoglierlo parimenti

ai salotti monzesi che allorquando

innescarono il suo aberrare altresì la rogna,

renitenti alla maledizione del poeta

risoluto nell’opinare il convincimento

di una compiuta sregolatezza dei sensi

per giungere all’ignoto, dalla fogna

delle vostre esistenze lo consegnaste

alla malinconia delle campagne canavesane.

E al chiaroscuro delle sue carme

che combinano ciò che vive a ciò che sogna,

finanche l’apatia dello stoico

e la meglio  espressione delle angosce umane,

sarai in condizione di lievitare in sagacia.

MastroPoeta è il guaritore dell’altrui carogna…

 

Mamma dormiva, stanca di ago e filo nella sera

 

Lettore casuale

e restio col poeta maledetto… maledetto

per aver tentato di guarire il mondo

in mancanza di aver saputo guarirsi lui stesso.

Davanti a quella che è la formatura

delle sue carme,

davanti al poeta e lui medesimo davanti

all’ultimo laudanum, l’ultimo troppo spesso

oserei dire che nel suo lasso di tempo

errabondo lasciata dapprima la frescura

delle palmizie caraibiche alla volta delle notti

d’Ibiza si crucciò di obliare in fastelli

la propria egloga.

Dopo aver presa terra sulla playa iberica,

si consumò l’introspezione di MastroPoeta che 

stette in alloggio a pigione nei liguri budelli.

 

 

Alle labbra della notte

 

Lettore casuale

ed egualmente al poeta asservito

a sublimità e bassezze dell’uomo,

colgo il rifuggire con biasimo la realtà 

attuale agognando rifugio nell’elusione

dalla normalità nel donarsi alla mestizia,

complice di un aspetto allampanato,

e che diviene sintomo di una sensibilità

superiore capace di infornare tali carme.

Di dare adito alla stesura di lirismi e a una

sequela di eventi dal fetore del tuo

routinario: con MastroPoeta non c’è scelta.

Dinanzi a un tale studioso di problemi estetici

… si dovrebbe prendere ammaestramento

dal trace  che abbisognava oltre che di

ardimento e schinieri, di preporre sica e pelta…

 

Ho scelto di non avere scelta

 

Lettore casuale

e similmente al mese di Giunone,

pari ai piovaschi chivassesi,

callido nell’ addentrarti come creatura

giovinetta nel torso, nelle carme…

percepisci lo stato d’animo di

MastroPoeta paragonabile a un sentimento

di noia, per tua congettura.

Ardore che assume la forma di un vero

e proprio tedio esistenziale per una fanciulla.

Questa situazione di conflitto e ambivalenza

emotiva è sentita dal poeta affine al donchisciotte. 

Ma il punto di partenza da cui muovono tanti

suoi atteggiamenti è la sua coscienza di uomo,

di elemento con il proprio trasporto.

Estraneo al mondo in cui vive… con le sue lotte.

Tale coscienza di diversità, portata a cottura

nel modo in cui si fa col pane, guerreggia

col vergine impulso che approda alla cupa accidia.

Ed esercita il ruolo di scolta.

Colei ne diviene consorte ed in un

lasso piccino dà alla luce il frutto

che somministra al sommo un tono di euforia.

O sovente approda a un atteggiamento di rivolta.

 

 

Corri da lei e amala, ma non amarla troppo

 

Lettore casuale

e rognoso quanto l’animo di quest’uomo

che nel focolare domestico pone questi

tre destini in buriana… tra vergogna

e l’oblio dell’ altrui disperata condizione.

Il sogno di nuovi paradisi che ripaghino ciò da cui

MastroPoeta è stato esiliato, elisio di nicotina

e alcool che permetta di abbandonarsi alla menzogna

di nuove sensazioni di colori, musiche e profumi insiti

nella sua calotta cranica passibile di inattivazione

dopo mesi di amorevolezza, cure e manna.

Oppure il vagheggiamento di andare lontano, partire

verso ciò che è diverso e insolito che trova radici

profonde nella percezione di volontaria prigionia.

Radici letali in egual maniera a quelle di belladonna.

 

Un nodo in fondo alla gola, come lo è a volte un ricordo

 

Lettore casuale

e letale quanto nel teschio a MastroPoeta

il rovello per il mancato appagamento

per la triade prole, come barranco

dall’ ipofisi al coccige.

Tormento ancestrale in un mondo interiore

così complesso da causare il concepimento,

nell’anima sua da un qualche calanco,

di insania subitanea.

In surroga ai congiunti detiene le sue giornate

la smania di portare a caramellizzazione

pane integrale e uva passa.

Studia addizione, idratazione e imbibizione

nell’impastamento… legge e rilegge

di fermentazione durante la lievitazione, e

la degradazione dell’amido insieme alla bardassa

che fuori dalla finestra

folleggia con la meretrice.

Si roda nella formatura dell’alimento,

si affina nell’ infornatura

e apprende dell’ inattivazione;

esamina l’imbrunimento della crosta

e beneficia del caratteristico odore di cotto.

E ottiene l’ irrigidimento durante la cottura.

 

 

Un acquazzone improvviso annuncia di nuovo il sereno

 

Lettore casuale

e dottrinato come risulta oramai

erudito MastroPoeta nella reazione

di Maillard e nel raffredddamento,

divisa con lo sguardo del versificatore

il paesaggio di campagna di là dal suo

poggiolo come uno dei più piacenti e

tranquilli del mondo; il luogo che puoi

vedere dall’alto di una collina, come

dall’alto scruta ogni carme un’ editore.

La distesa viride che ti rilassa, senza farti

pensare a nulla; il verde delle colline intorno

alla valle, le enormi distese dei campi

coltivati, il fiumiciattolo che scorre, il radioso

sole che risplende, il riposante canto degli

uccellini, la lene brezza, ti lasciano ritrovare

la pace dei sensi… come sul palato la sapidità

del pane con l’uvetta nel verrone afoso.

 

Gli otto interludi dei primi cinque atti del poeta col pane con l’uva

 

Lettore casuale

e invido rimatore qui nel contado si sente

solo il rumore della natura, e sentirlo dalla

sedia a dondolo per MastroPoeta è una

sensazione bellissima e commovente,

per un istante sembra di volare.

Quel cielo magnificamente blu non ti fa

smettere di osservare quelle nuvole dalla

forma strana, cominci ad associarle a cose.

Oggetti che conosci e… sorridi accidentalmente.

Pare di vedere nell’aria grossi frisbee di frittelle

che ti riportano alla mente le passeggiate

fatte alla festa del paese, quando felice affondavi

il volto nello zucchero e ne uscivi tutto appiccicoso.

Il paesaggio è talmente gradevole da somigliare

alla saporosità dell’uva passa che tanto piaceva

al padre defunto, o a un carme ancora da scrivere.

Ma l’amenità  sovrana è l’aria che respiri, i profumi

che attraverso le narici inebriano il corpo: l’odore

della terra, dell’erba, del fieno… e se resti a guardare

e a dondolarti puoi avere la fortuna di giungere

al tramonto, quando la natura sembra che si congeda

dalla luce del giorno per andare a dormire.

A glossa di questa sinossi ridondante

giungerà poi il crepuscolo che vedrà il verseggiatore

un po’ meno bilioso, quasi per nulla acrimonioso.

E con le luci dell’alba tutto ricomincia…

Il miracolo della vita, con il risveglio di ogni suo abitante.

 

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: MastroPoeta  

Questo autore ha pubblicato 269 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Regolarmente la regina regola la regìa all’asticciola nella  meridiana

 

Di regola regolo la pendola

sicchè col regolare pendolare

penda a favor mio la regìa sulla

quale si regge ogni mia regola basilare.

Mi chiamo Regolo come la stella

della costellazione del leone, sire

che regna nella sua reggia e il regno

pende da quel regnante senza nulla dire.

Mentre regolarmente la regina alla regola

del regolo regola la règia regìa ancestrale,

in attesa che l’ombra dello gnomone

segni l’ora del suo regalo regale. 

 

Qualcheduno rammenta Regolo che di regola regolava regolarmente la pendola?

 

Quei mattacchioni del mattatoio

ammattiscono di risate un martedì

mattina al mese quando per la fiera

di San Matteo scende in paese

la famiglia matriarcale De Mattei.

La matrigna sottobraccio

al mattatore del settore del mattone,

la matrona blatera

col matusa e Matilde

con Mattia, i figli: in tutto sei.

Prendono posto sul matroneo a poche

spanne dalla maestra di matematica

che ha già iniziato a matteggiare,

seduta accanto a quel mattoide

del maitre della pizzeria “Scacco

Matto, pizza al metro e vino in botte.”

Ma al mattatoio questo martedì saranno

autori e non solo fautori nel mattare la

mattanza dei tori: niente più tauromachia,

toreri né tori sui torrioni; non appena avrò

regolato di buon mattino la pendola e sarà

giunto con l’arietta mattutina il metronotte.

 

Ristorante “la Pendola” da Regolo, regolarmente aperto con prezzi regolari

 

Venivo in questo ristoro ai tempi che Berta filava,

quando ancora si chiamava “Dove le capre non

cozzano” per via delle carceri antistanti andate in vacca.

Il proprietario amava avere il mestolo in mano, ma

aveva anche le pigne in testa e il cervello come le

acciughe: il cuoco dismessa la giacca e con una pacca,

dopo aver aspettato la lepre al balzello, stanco di andar

per mare senza biscotto, intraprese un periodo sabbatico

sicuro di andar per via battuta avendo la pentola al fuoco.

Andato vitello e tornato bue, il Signor Leone uscì piedi

avanti andando a sentir cantare i grilli, e con il gatto nella

madia liquidò il locale facendo buon viso a cattivo giuoco.

Così, volendo tenere la borsa stretta, lo acquistai a buon

mercato e, convinto di essere di buccia dura col bernoccolo

per il settore, attaccai il campanello al collo dei gatti.

Pur non ritenendo di avere una ciabatta del Macchiavelli,

ma con gli occhi di Argo e andando a raso riassunsi

la stessa brigata e lo stesso cuoco, una specie di castigamatti.

 

 

In cucina con Regino alla regia nessuno scopa il mare

 

Il giorno seguente l’apertura de “la Pendola” fui

tenuto a rimbrottare Sisifo, sbarbato decisamente

privo di faccia foderata di lamiera ma venuto

come l’asino alla lira a farsi assumere umilmente.

Con venti coperti a mezzodì e altrettanti a cena

abbiam la paglia in becco, anche grazie ai nostri

avventori abituali: il leguleio, segaligno e arrochito,

con un mozzorecchi col naso e il mento rostri

al solito tavolo, col suo scilinguagnolo sciolto

ad andar per rane; e al tavolo retrostante l’archivista.

La bella Isabella, esercente di ninnoli e minuterie che

dopo aver provato il dente del lupo, fa al piazzista

solo ordini regolari durante il pranzo; con indosso

sempre qualcosa col colore del suo nome e borgogna.

Come la lobbia del primo cittadino che chiede sempre

un calice di Borgogna e sogna gli occhi terra d’ombra

di Fedora da cui vuol esser servito, la nostra  cameriera.

Gran lavoratrice dalla bellezza dell’asino, ma facile

ad andare in oca, fidanzata con un ragazzotto solito

a perdere i muli e cercare i capestri; un nobile.

Spesso immischiato in imprese sulla strada per Patrasso.

E infine, con un borsalino ceruleo, in fondo siede l’artiere.

Costui ha bottega a “la Pendola”: sta scrivendo del ponte

de La Lobbia, l’unico qui a far la zuppa nel paniere.

 

Gocce di pianto di Fedora per il copulare impenitente di Teodoro con Isabella

 

Non appena seppi che quell’arpia della madre

di Sisifo aveva buttato l’osso a Regino durante

una notte in capanna d’assi affinchè da pollo,

credendosi figlio della gallina bianca, battesse

due chiodi a una calda, capitai tra capo e collo.

Chef de cuisine capì subito il mio intento di

benedirlo con la granata; mesto, riposto il

mestolo, mi assicurò di bruciare il paglione.

Chiamò il giovane lavapentole e, senza scopo,

iniziò a battere il cane al posto del padrone.

Non volendo battere la grancassa, decisi di bere

d’ogni acqua all’arrivo delle gocce di pianto

di Fedora decisa a buttar via l’acqua sporca

con il bimbo dentro a causa del vezzo del moroso.

Tal Teodoro era solito, con quel scampaforca

del mozzorecchi, correre la cavallina per poi

cercare di cavalcare la tigre, cercando l’asino

nel retrobottega di Isabella ed essendoci sopra.

Consigliai alla dettagliante  non solo di non

comprare la gatta nel sacco, ma al di sopra

di tutto di non consolarsi con l’aglietto per

non cadere a brani; solo per cavar sangue dalle rape.

Di tutto questo era al corrente l’artiere che adorava

citare testi e pentole: chiudeva a sette chiavi ciò che

gli sussurrava il sindaco, ma nel manico ciurlava

alle confidenze dell’archivista, contando

i bocconi agli interessati; ma col leguleio…

Con lui cercava di raddrizzare le gambe ai cani.

Il mio preferito di questo regolato guazzabuglio era

il prestinaio, regolarmente il più regolare dei ruffiani.

 

 

Messere Primo

 

Fu eletto Primo primo cittadino per l’attitudine

a separare il grano dal loglio nell’educaziome

dei minuzzoli, come da consumato sindacalista.

Vinse facile contro Raniero che pensava di dar

da bere alle rane, Cassiano incline a cambiar

casacca ed Erberto suo cugino, noto arrivista,

separato e popolare per dar l’erba trastulla e

incapace di dividere il grano dalla zizzania.

Da quando diede la birra ai tre, cominciò a dare

il calcio dell’asino e smise di dirla in rima.

Addirittura si impegnò a dar nel naso al Raniero

tornato alla sua drogheria, per anni suo compare

dandogli la baia; diede persino lo sbruffo

all’Erberto per fargli dar le mele se non avesse

pagato la mazzetta per un piatto di lenticchie.

Una sera fece venire a “la Pendola” Cassiano per far

dir dal meschino a nuora perché suocera intenda:

si lamentò col chef de rang per due forfecchie

nel piatto, deciso ad insegnare ai gatti a rampicare.

Quel giorno a pranzo Primo prima domandò all’oste

se ha buon vino, per poi dar i confetti di papa Sisto.

Aveva deciso di ottenere sovvenzioni da un

maggiorente della zona in cambio di un trasmutamento:

che un  ristorante diventi un metrò non si è mai visto!

 

 

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: MastroPoeta  

Questo autore ha pubblicato 269 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Andrea, nel corso della sua carriera lavorativa, aveva sempre fatto il conducente di autobus.

“Turistici!” sottolineava, per dare enfasi ad una professione che gli permetteva di girare l’Italia in lungo ed in largo. E di divertirsi anche. Questo all’inizio della sua carriera perché poi, con l’esperienza, arrivarono proposte di viaggiare anche in Europa: Francia, Germania, Spagna, fino ad arrivare ai paesi scandinavi, viaggi che effettuava sopratutto in estate perché in quel periodo il clima, in quei luoghi, era più fresco. Un lavoro, il suo, che univa l’utile al dilettevole come Andrea amava rispondere a chi gli chiedeva qualcosa di più sulla sua professione. Due figli piccoli ed una moglie da mantenere non erano uno scherzo ma lo stipendio che Andrea percepiva era più che sufficiente per mantenere la famiglia. Riusciva anche a risparmiare qualcosa per ovviare all’affitto ed esaudire il sogno di comprarsi una casetta tutta sua dove ritirarsi per godere, finalmente, della meritata pensione e raccontare ai figli i fatti che gli erano accaduti nel corso della sua carriera. E fatti, Andrea, ne avrebbe avuti molti da raccontare, anche strani, come di quel giorno, a Roma…

Roma era una meta abituale per Andrea. Ci andava, per lo più, con gli studenti ed anche quel giorno di fine maggio un liceo del suo paese aveva scelto la città eterna come meta per la gita scolastica di fine anno. Era partito di buon’ora perché la comitiva, composta da una quarantina di ragazzi, più tre professori, intendeva arrivare nel primo pomeriggio a Roma per prendere possesso delle camere dell’albergo e anche per fare una visita ad un santuario che il docente di religione aveva declamato come un luogo mistico di grande importanza, sopratutto per la presenza di un frate che, a detta di molti, pareva fosse in odore di santità.

“ È un santo!” amava dire ai suoi studenti .

“ Ha poteri taumaturgici e dicono che abbia il dono dell’ubiquità” aveva concluso.

Alle parole del professore i ragazzi avevano risposto con spallucce e dandosi di gomito, ignari dell’esperienza che di lì a poco avrebbero vissuto assieme ad Andrea ed al suo autobus.

Assolte le formalità per il possesso delle camere i ragazzi si apprestarono nuovamente a salire in pullman per recarsi al santuario che distava una quarantina di chilometri dall’albergo. Quando Andrea arrivò già le ombre cominciavano ad allungarsi e una leggera brezza piegava le cime degli alberi che facevano corona al luogo di culto. Il parcheggio era un po' in discesa e stretto e terminava a ridosso di un muro abbastanza alto costruito per contenere un terrapieno. La manovra di retromarcia, di Andrea, non passò inosservata agli studenti che lo gratificarono con un applauso. Nel frattempo si era avvicinato al pullman un frate che, a dispetto della lunga barba, doveva essere molto giovane. I ragazzi, quando scesero dall’autobus, lo guardarono con curiosità e non fecero a meno di elargirgli un sorriso che il religioso accolse come un segno di saluto al quale rispose con quello francescano: Pace e Bene. Strinse calorosamente la mano ai professori, quindi invitò tutti ad entrare nel santuario.

“Dai vieni anche tu” disse rivolto ad Andrea.

“Padre Luigi sarà contento di parlare anche con te.” Andrea ringraziò motivando la rinuncia al fatto che preferiva riposare un po'.

“Come vuoi” concluse il frate dandogli un buffetto sulla guancia.

Padre Luigi era il frate in odore di santità di cui tanto si era prodigato nel racconto il professore di religione. Si vociferava che avesse “ereditato” le stigmate alle mani da Padre Pio da Pietrelcina subito dopo la sua morte. I miracoli che gli venivano attribuiti erano molteplici. Aveva fondato anche un ordine religioso e ricevere i ragazzi era una sua prerogativa dettata dal desiderio di vedere avviato qualcuno di questi alla “carriera” religiosa.

Andrea non tardò molto ad appisolarsi sdraiato sui sedili in fondo al pullman. Le ore passate alla guida lo avevano particolarmente stremato.

Lo svegliarono i passi e il vocio concitato dei ragazzi che stavano salendo nel mezzo. Notò subito la loro eccitazione nelle parole che si scambiavano e nei gesti delle mani che disegnavano nell’aria qualcosa di grandioso che Andrea subito non percepì cosa fosse. Gli venne in aiuto il professore di religione nel dirgli che quei gesti alludevano alla figura di Padre Luigi.

“Piccolo di statura ma grande nello spirito”disse” i ragazzi hanno vissuto un’esperienza indimenticabile, difficile da cancellare come non cancelleranno dalla memoria le parole che Padre Luigi ha rivolto a loro. Peccato non sia venuto anche tu.” aggiunse poi rivolto all’autista.

Lo sbadiglio di Andrea spiegò il motivo per cui non era potuto andare.

“Sarà per la prossima volta.” disse prima di mettersi alla guida e mettere in moto il pullman.

Ma di accendersi il mezzo pareva non ne avesse la benché minima voglia. La chiave di avviamento che Andrea girava nervosamente non produceva alcun rumore; nessun colpo di tosse usciva da quel bestione lungo dodici metri.

“Ma come è possibile!” gridò, flagellando, con i pugni, il volante” le batterie sono nuove, non capisco”. Poi guardando i manometri dell’aria si accorse che le lancette erano prossime al segno zero, il che significava che il mezzo era completamente bloccato e qualsiasi tentativo di spingerlo sarebbe risultato inutile. Sarebbe come stato smuovere una montagna con la sola forza delle braccia. Cosa praticamente impossibile e questa constatazione la condivise anche con i tre professori che si erano avvicinati per chiedergli lumi.

Il frate, che aveva accompagnato i ragazzi al pullman, non vedendolo partire, tamburellò, con le nocche delle dita, la porta di vetro. Andrea la aprì e mise al corrente, il religioso, di quanto stava accadendo.

“Nessun problema!” disse serafico”chiamo i miei confratelli ed a spinta vedrai che lo facciamo ripartire”.

“ Impossibile!” rispose Andrea scendendo dal mezzo e spiegando, con nozioni tecniche, la tipologia del guasto che praticamente inficiava qualsiasi tentativo di spinta in quanto non essendoci aria nei serbatoi i freni erano completamente bloccati con la conseguenza che più che spingerlo il pullman poteva essere solo trascinato, quindi: ko completo!

“E poi non vedi che il parcheggio è in salita?” rimarcò Andrea costringendo il frate a guardare la posizione di com’era messo l’autobus.

Nel frattempo si erano avvicinati altri confratelli per chiedere spiegazioni della mancata partenza e quando furono a conoscenza dei motivi non esitarono a fiondarsi dietro al pullman, nel vano tentativo di spingerlo, non prima di essersi arrotolati le maniche del saio. Andrea li guardò sorridendo ma quando vide il bestione di dodici metri muoversi sulle ruote impallidì. Le parole che gli uscirono dalla bocca si spensero come un fiammifero investito da una folata di vento. Spinto da qualcosa di arcano salì nel mezzo, rotolò letteralmente sul sedile e non seppe mai se prima innestò la marcia o la frizione oppure il momento di quando rilasciò quest’ultima. Seppe solo, ma alcuni attimi dopo, che una forza sovrannaturale aveva rimosso il pullman che ora borbottava allegro e beffardo nel bel mezzo del piazzale con le lancette dell’aria che scoppiavano di salute. Anche i frati, che si erano precipitati a spingerlo, manifestarono il loro stupore per quanto era accaduto, stupore che piano piano si andava dissolvendo alla luce di quanti fatti strani potevano succedere in quel luogo di culto e con un frate in odore di santità.

All’orizzonte intanto il sole stava per tramontare dipingendo di rosso il cielo, come di rosso stava dipingendosi il viso di Andrea che lentamente si stava riprendendo ed ora guardava con eccitazione quanto era accaduto.

E fu in quel momento che lo vide: imponente, vestito di un saio che sembrava troppo grande per la sua statura. Camminava lentamente, sembrava quasi non toccasse terra, le mani raccolte nel grembo celate da un paio di guanti neri. Andrea lo vide fermarsi, deglutì con difficoltà quando notò che lo guardava con un sorriso che mai e poi mai avrebbe dimenticato. Cadde letteralmente in ginocchio sull’asfalto del piazzale e alzando leggermente lo sguardo si accorse che Padre Luigi lo stava benedicendo. Riuscì solo a biascicare un timido grazie prima che un alito di vento, assieme a copiose lacrime, mitigasse il rossore dal suo viso.

I nomi di questo racconto sono di fantasia mentre i luoghi ed i fatti corrispondono a verità..

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Antonio Girardi  

Questo autore ha pubblicato 68 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Gaia ha sei anni da neanche un mese, zaino rosa sulle minute spalle, si appresta ad entrare a scuola. Lo zaino è ancora vuoto eppure è così pesante che sembra riempito di pietre che incollano i piedi al pavimento. Gli occhioni asciutti scrutano il lungo corridoio della scuola, ieri non sembrava così lungo. La maestra, sulla porta dell’aula , l’aspetta con un sorriso appena accennato, la classe è silenziosa, non giunge alcun rumore. Ecco, finalmente ha raggiunto la classe e la maestra la prende per mano… che buon profumo ha, sa di mamma. Gli sguardi dei compagni la imbarazzano, abbassa il viso per non incrociarli.
Passano le ore, Gaia è in una bolla di sapone, quello che le succede è incomprensibile, ma non piange con gli occhi perché piange dentro . Anche il papà piange dentro, lo ha capito mentre dormivano abbracciati, sentiva nel suo respiro quel dolore che a condividerlo non si dimezza, ma raddoppia.
Passano i giorni, la nonna ha preparato gli gnocchi che le piacciono tanto, ma ci ha messo il formaggio…la mamma non lo avrebbe fatto, lei sapeva che odia l’odore del parmigiano. Non ha fame, ne assaggia uno e scopre che è buono, è ancora capace di mangiare. Credeva non sarebbe più successo e invece infila la forchetta nel cibo e si nutre quel poco che basta. A scuola Mattia fa lo sciocco, è buffo, le viene da ridere. Accenna un sorriso, breve, si spegne subito dalle sue labbra, ma ha scoperto che sa ancora ridere. All’uscita da scuola, ci sono mamme ovunque, la sua non c’è, è in cielo, dicono volata, ma come , quando … e soprattutto perché ? Perché in cielo non ci è andata quella di qualcun altro, quella di Mattia che forse non avrebbe sempre così voglia di far ridere tutti. Gaia ha paura del buio, non sa allacciarsi le scarpe e non ama il parmigiano, la mamma lo sapeva bene.
Il papà inizia a fare cose che prima non aveva mai fatto, si occupa di lei , ma è maldestro, goffo non sa le cose più elementari. Qualche giorno fa, ad esempio, le ha lavato i capelli, ma le sue mani non erano morbide e avvolgenti e l’ha strofinata sulla testa con forza eccessiva ( mica aveva i pidocchi !!! ), non le ha messo il balsamo e non è riuscito a farle la treccia. La sera ,sul divano , stanno in silenzio a guardare la televisione, la cucina è spenta e vuota, non c’è la mamma che lava i piatti, che rassetta la casa e controlla la cartella.
Passano i mesi, dalla casa spariscono le cose della mamma: la sua borsa sull’attaccapanni, il rossetto in bagno, le scarpe all’ingresso, le riviste di moda, le collane nel cassetto del comodino. Resta una foto in salotto , scattata a Gardaland l’anno prima tutti e tre insieme; si vede che la mamma non si è divertita altrimenti non se ne sarebbe andata, avrebbe voluto tornarci ancora. Gaia si sente abbandonata, toglie la foto dalla cornice e la strappa. Il papà se ne accorge , ma fa finta di niente, anche lui ha bisogno di dimenticare. Gaia non parla mai della mamma e tutti stanno attenti a non nominarla in sua presenza.
Passano i mesi, è domenica e il papà propone alla bambina di andare a Gardaland ; lei entusiasta sale in piedi al divano e urla di gioia. Quando sono in macchina il papà le dice che passano a prendere un’amica, si chiama Raffaella. Eccola, è una giovane donna, bella e profumata, saluta il papà e lo bacia sulla guancia. Durante il tragitto Raffaelle parla torcendosi una ciocca di quella sua bella chioma dorata , lei certo sa come si asciugano i capelli , pensa sorridendo la bambina. Durante il tragitto la scruta con attenzione, ha una voce dolce, veste bene, chissà, magari sa fare anche la mamma. L’allegria che regna in macchina è una gioia da tempo dimenticata, Gaia socchiude gli occhi e vi si abbandona. Il paesaggio che scorre dal finestrino è una sequenza di immagini veloci mentre il ricordo della mamma che si affaccia timido tra i pensieri è una foto sfocata, una voce lontana difficile da evocare, un profumo confuso tra la nebbia di novembre…
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: neveamarzo  

Questo autore ha pubblicato 19 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

VAJONT 1963

IL RACCONTO.

Fu tempo d'una gita.

Gita d'un Italia comune: classica, colma o vuota; familiare o edonistica.

Verso Cortina fermammo la fame a Longarone.

Distratto giorno, disimpegnato il fare.

Lassù s'intravede la diga.

Si sale e s'osserva.

Auto messa sul ciglio e gambe ignare del percorso ed eccomi scendere sulla frana: passo dopo passo sin dove s'appoggia al sanguinolento cemento di sbarramento.

Risalita affannosa, silente e incosciente.

Un viaggio prevede una meta e la meta un ricordo, il ricordo uno scritto.

Il tempo fece quello che t'aspetti da esso: passò.

Poi... i passi tornarono lenti e grevi.

Il sentire si fece cupo, il colore d'autunno che sfumava e connotava la vita non fu più sui monti: si trasferì nell'anima.

Parlarono allora i frammenti di roccia, sussurrò il silenzio dentro.

Il monte si destò guardandomi dall'alto.

Infine la diga parve volere il mio tributo alla sua fame.

Fu allora che quel luogo reclamò una parte di me.

Ciò che era fatuo divenne chiaro e chiara e limpida la visione dell'oscurità dell'uomo.

Ogni singolo ciottolo viveva, raccontando di sé agli altri; descrivendo vicende e desideri,

sogni e paure. Infine parlò la morte con gli occhi dell'uomo, perché spesso si nasconde nell'agire e nel pensare.

Ora sapevo che quella carezza non data s'era sparsa con il vento della distruzione, valicando la sua essenza, trasformandosi in alito di vita.

L'ignara rabbia dell'inconsapevolezza s'era poggiata lontano, viveva e pulsava e in forma divina parlava agli uomini.

Quel giorno parlò a me lasciandomi un refolo di speranza tra la tempesta dell'idiozia.

Mi raccontò di genti normali, d'uomini e donne normali e di bambini pronti per la vita.

Mi chiese di portar lontano la sua mano là dove sotto il fango dormiva Longarone.

Là dove un nome recava in sé il suo destino.

Vajont.

LE SENSAZIONI DELL'ANIMA.

NOTTE

“Scende sera,

d'un ottobre estivo.

Scende nel silenzio dei monti

ignara della natura,

cieca di fronte alle genti”

L'ECLISSI

“Guardano stelle

del Piave la valle.

Dorme il Toc,

abbracciando la notte.

Luce s'assopisce,

che viva più si mostrerà.

Destino ignaro aspetta

lasciando il fare quotidiano

tra finte normalità.

Alta si staglia

della diga l'ombra,

tra monti adagiati

a unire ciò che non può.

Fulgido esempio

di malefico ingegno,

mero lo scopo

senza alcun giustificato contegno.

Poi si desta il monte

verso il basso

e s'accomoda il mondo alle vestigia

d'un dio pagano.

Tu uomo sei causa,

se sol avessi compreso della natura il nome.

Marcio vuol dire,

marcio come il tuo agire,

marcio come il tuo putrido cuore.

Allora,

via Erto,

via Casso,

sotto l'onda infame,

sin giù dove Longarone vive.

Allora morte e vento s'alzano

in canti d'inferno.

E poi silenzio,

pianto.

Pianto e suono d'umana pietà

a sollevare fango dagli uomini.

Questa la valle,

questo il mattino”

LA RABBIA

Rabbia inondò il cuore e allora scrissi,

scrissi dell'uomo.

Un uomo che credette d'esser in gioco

non sapendo di vivere in un gioco

legato miseramente al suo giogo.

Tira uomo,

tira pure il carro dell'idiozia

che finirai per esser schiavo della tua pazzia.

L'UOMO.

Venne un uomo chiamato uomo e di sé aveva la convinzione d'esser uomo.

Venne in nome del profitto,

lasciando in terra resti d'un falso re invitto.

Era nuova nelle valli compariva,

mentre giustizia lentamente moriva.

LA MASCHERA

Son io che di maschera dipinto

regolo vite dall'onda sospinto.

Son io padrone di miseri destini

nell'ora in cui ossa raccolgo in tini.

Non giudicarmi nel giudizio

non temo di cader dal precipizio.

Tronfio del mio agire

vedrai dove l'amore può finire.

Son conosciuto e rispettato le mie schiere apron tutte le porte,

non temere sarai attore del mio tripudio di morte.

IL TEMPO

Oziava il tempo e nell'esser tempo ripose la giara

e voltò la clessidra.

Spense dell'esser vivo d'un colpo il sospiro

e gocce di sangue nell'argilla mossero il tiro.

Nulla constò l'osservare dal grezzo cemento

il piedistallo d'un tremore fisso nel monumento.

Notte d'ombre immani privarono di sorrisi le genti

e non furono tombe ad accoglier i poveri redenti.

Il profondo sapere non trovò ascolto,

del dire,

il vero non fu accolto.

PIANGI

Piangi mia terra nel tuo fango ribelle

nel tumulo tuo di silenzio

che nessuno volle ascoltare.

Piangi nei lamenti miei sparsi nel tuono.

Piangi senza che alcuno chieda a te perdono.

Io ti cerco nelle notti di paura,

negli sguardi oltre le mie mura,

negli occhi di chi non sa

nei volti scomparsi oltre la realtà.

Piangi.

Piangi ancora che del lacrimar tuo

mi nutro nel baratro del dubbio,

nel catino delle speranze,

nelle urla delle umane mattanze.

Vorrei smettere il pianto,

vorrei trovare la forza di gridare il mio rimpianto,

vorrei svegliar il mio sonno nell'aurora

vorrei poterti chiamare Madre ancora.

SILENZIO

E fu silenzio.

E fu scuro d'un tratto,

mentre di me cercavo un perduto ritratto.

E fu sentiero d'uomini persi

di colori e profumi dispersi.

Volli esser solo polvere.

Volli esser solo vento.

Volli esser solo acqua.

Volli essere tutto quello che ero

eppur mi spensi e divenni lacrima d'un cero.

VAJONT.

Sorse dallo scurire

ciò che si celava triste nel tragico brunire.

Suoni e grida inondarono la valle.

Voltai lo sguardo all'azzurro

dall'inferno si mosse un lacerante sussurro.

Presi dell'uomo la mano

cercai altre

e l'ardire mio fu vano.

Lentamente m'accasciai sul rivolo di corpi

vidi verità distrutte da cuori storpi,

vidi una piana viva

colma di morti a cui nulla più serviva.

Vidi alzare in cielo le mie braccia

e dentro di me urlai: “Che nessuno mai taccia”

Questo fu il Vajont... il mio Vajont.

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

Questo autore ha pubblicato 107 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
Per maggiori informazioni sui cookie e per gestire le preferenze sui cookie (di prima e/o terza parte) si invitano gli utenti a visitare anche la piattaforma www.youronlinechoices.com. Si ricorda però che la disabilitazione dei cookie di navigazione o quelli funzionali può causare il malfunzionamento del Sito e/o limitare il servizio.