L'incoerenza cattredratica polifenolica pregna di tatticismi tardo longobardi, avulsi altresì, da un contesto risorgimentale preborbonico, si connota di risentimenti politicamente andreottiani, compenetrandosi surrettiziamente in una sorta di revanscismo preelettorale decisamente difforme da una  configurazione etilica  alto valtellinese non priva, ahimè, di caratterizzazioni sanremesi di pessimo sentimentalismo ungarettiano nonché criptomarxista e gattopardesco.
Dunque, ben venga questa forma di sincretismo precolombiano imbastardito da una forma di cerchiobottimo peloso, comunque gradito ad un certo provincialismo periferico acriticamente compromesso con la più becera commiserazione interstiziale, ovviamente connivente col più squallido campanilismo omofobico.
E così, purtroppo, non essendoci più le mezze stagioni e la rondine che fa primavera, senza l'altezza che è mezza bellezza e il mondo che è fatto a scale, c'è chi scende e c è chi sale, meglio un uovo oggi che una gallina che l'indomani al mercato mio padre  con due soldi comprò non essendoci ancora il bancomat... ahi ahi ahi..che disdetta, siamo fritti...!!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Ciao sono Pampurio, un povero pescatore di peoci col papà pavese, mamma peruviana e una prozia della Patagonia con il pollice verde per le peonie ed i papaveri e una particolare propensione per i peperoni alla paprica.
Purtroppo, pescando nei pressi del porto di Posillipo, dando una pedata ad un pacchetto di patatine Pai sul pontile mi procurai la perforazione del pollice del piede destro perché dentro il pacchetto c'era una palla di piombo con pericolose protuberanze a punta, così finii al Pronto soccorso dove mi fecero una puntura col piramidone  e del permanganato di potassio che mi gonfiò parecchio la pancia e, purtroppo, anche le palle ed il pisello.!!
Ero preoccupato per la cosa ma mi tranquillizzarono dicendo che tutto era previsto dal protocollo e che mi sarebbe passato con una
serie di pediluvi alla papaya e della polpa di piranha pretrattata alla polvere pirica e ai peli di puzzola della Pennsylvania presi durante il periodo dell'accoppiamento.
Pallido come un pupazzo di Popeye caduto in una pozzanghera, mi proposi allora di prenotare  un periodo di relax presso la pensione "Da Peppino" dove, secondo un passaparola, praticavano una particolare preparazione atletica
al gioco della palla prigioniera che, per una pippa come me, avrebbe procurato una progressione di performances da primato rinforzandomi poderosamente i piedi ,i polpacci e i pettorali !
Pimpante come un pregiudicato evaso da un penitenziario, preso da un poderoso appetito, mi precipitai nella pizzeria "da Pascalone" dove mi pappai una prelibata pizza peperoni, pancetta, pinoli, prugne e pomodoro pachino senza olio di palma, seguita poi da un pasticcio di pesche alla panna e pistilli di primule di Pozzuoli. Così pasciuto mi spaparanzai sulla mia poltrona di piume di pellicano e dopo la lettura di un paio di poesie di Prevert, mi prese una pesantezza di piombo alle palpebre e mi addormentai
placidamente sognando piacevoli momenti con procaci peripatetiche parecchio porcelline in un postribolo sui monti Peloritani ....
.... che pacchia, però .!!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Abbarbicato su un baobab come un bradipo del Burundi, borbottai a voce bassa brevi brani di Berthold Brecht al suono di una bossa nova brasiliana in si bemolle, brandendo col braccio destro una bottiglia di Bourbon preso da un becero bottegaio del Bronx e ruotando il bacino come una ballerina sbilenca dei bassifondi di Bogotà che aveva  studiato danza al Bolscioi per un biennio.
Ripresomi dalla sbornia e baldanzoso come un cane bovaro bernese dopo un buon bagno e una sbobba a base di bovino del basso biellese, mi abbandonai in un bad and breakfast insieme ad una baldracca berlinese con la bocca da batrace del Borneo e una voglia di barbabietola su un lato B da brividi!
Poi, soddisfatto ogni mio bisogno,
preso da debordante bulimia, entrai in una brasserie e mi abbuffai abbondantemente  di bocconcini alla bottarga, bruschette di bresaola al burro biologico, braciole di bufalo al basilico di Bordighera, creme brule' e brutti e buoni di Bassano, il tutto innaffiato da un buonissimo Blanc de Blanc barricato di Borgogna col sottofondo delle Mille bolle blu di un vecchio jukebox....
baci ed abbracci !
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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  Ormai erano passati sei mesi da quella brutta storia, 
  dovevo dimenticare, si dimenticare tutto, quella maledetta esperienza
  mi stava distruggendo non riuscivo più a dormire e avevo smesso
  pure di fare il detective non trovavo più l’ entusiasmo di una volta,
  per poter tirare avanti trovai lavoro in una agenzia immobiliare,
  ma non era certamente adatto a me soprattutto per il morale che mi ritrovavo.
  Fu così che presi una decisione, dovevo andare via per un po‘,
  dimenticare tutto e ricominciare, decisi così di ritornarmene per qualche tempo
  al mio paese d’ origine saranno passati minimo vent’ anni che non ci andavo
  e questa era l’ occasione giusta, ritirai quei pochissimi risparmi rimediati,
  la poca liquidazione e a malincuore vendetti la mia auto ad un amico
  che già da un po gli girava attorno. due settimane dopo ero su un treno
  in direzione sud, la Calabria... non avevo mai viaggiato su un treno in vita mia
  e devo dire che non era molto comodo trovai posto in uno scompartimento strapieno
  ci si stava stretti e scomodi e dovetti mettere la valigia nel corridoio,
  l’ unica cosa positiva una bellissima ragazza seduta di fronte a me,
  occhi neri e capelli ricci e neri, cominciammo con guardi e sorrisi,
  poi lei si alzò e mi fece cenno di uscire, non esitai nemmeno un secondo 
  < Ciao io mi chiamo Maria > < Molto piacere io Raffaele, Raf per gli amici >
  erano mesi che non parlavo più così con una donna per me fu come rinascere
  < Dove sei diretta Maria se posso sapere... > < Al paese, si trova vicino Catanzaro
  sto andando per un funerale... mio fratello > < Mi dispiace moltissimo,
  forse ho sbagliato a chiederti > < No tranquillo non preoccuparti...
  Sei sposato? > disse lei forse per cambiare discorso,
  a quella domanda mi trovai molto imbarazzato non sapevo cosa rispondere
  si ero stato sposato,  ma poi... tutto finito male. < Sono vedovo Maria,
  non eravamo proprio sposati, convivevamo da molti anni ed è finita in maniera tragica,
  scusami ma non farmi  andare avanti sto facendo questo viaggio
  per riuscire a dimenticare...>  < Scusami tu Raf...se ti ha turbato la mia domanda non sapevo... >
  Mi guardava in maniera tenera quasi volesse coccolarmi in quel momento < Tu, sei sposata Maria? > 
  < Si sono sposata, ma è meglio che non ti dica, il mio non è un bel matrimonio, non lo è mai stato
   dai suoi occhi scese qualche lacrima, io le presi le mani stringendole forte
  < No Maria dimmi almeno ti puoi sfogare, cosa c’è che non va! >                         
  < Non posso Raf, non posso parlare, fermiamoci qui credimi è meglio, parliamo d’ altro
  e poi non ci conosciamo nemmeno > < Va bene come vuoi rispetto le tue decisioni >
  < Perdonami Raf, ma ci siamo appena conosciuti e per di più su di un treno capisci... >
  le feci cenno di sì, lei si avvicinò mi baciò sulle labbra < Grazie > e rientrò nello scompartimento.                  
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Profilo Autore: conca raffaello   Sostenitore del Club Poetico dal 30-04-2019

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Guardandosi allo specchio si rese perfettamente conto del perchè ci stesse mettendo così tanto, in fondo le piccole righe che gli contornavano gli occhi non mentivano più di quanto non facessero tutti i suoi documenti. Non era più abituato, anzi, non ricordava più neppure come si  facesse. Ogni piccola e stupida decisione portava via minuti e minuti di tempo e sforzo mentale, e qualunque opzione scelta lasciava dietro di se dei dubbi che lo tormentavano.

Aveva optato per una camicia bianca, una giacca blu notte e dei pantaloni rosso mattone, dopo solo un’ora di riflessione.

Adesso doveva interrogarsi di nuovo, e decidere cosa farne dei suoi capelli. Un altro segno del tempo che è passato, dall’ultimo appuntamento erano diminuiti quei capelli castani, quasi rossicci. Se lo ricordava bene quell’ultimo appuntamento, aveva un’acconciatura da punk rocker, ma con una quantità esagerata di gel e lacca, sembravano fatti di pietra e riflettevano la luce, due cose che lei non mancò di notare, e sulle quali hanno riso su molte volte nel corso degli anni. Decise saggiamente di non replicare, e li pettinò semplicemente verso sinistra.

Mentre pensava a quale profumo mettersi, si rese conto che una cosa, nel tempo, non era cambiata. Quella sensazione di terrore che gli attanagliava il cuore, lo rendeva pesante e talmente caldo da sciogliergli il petto. Terrore dato dal voler fare una buona impressione, dal non mandare tutto a puttane, un po’ perchè lei gli piace, un po’ perchè con le donne è sempre stato pessimo. Aveva un talento naturale nel dire la cosa sbagliata, ad agire come un idiota, a prendere sempre la decisione peggiore. Ne aveva perse tante per colpa della prima impressione, nonostante fosse opinione generale che fosse un bel ragazzo. Con lei, però, non ci era riuscito, nonostante ci avesse provato in tutti i modi a farla scappare come le altre, con lei non c’era riuscito. Ogni suo comportamento goffo, ogni sua impacciataggine, ogni suo argomento fuori luogo, lei rimase lì, avvolta fino al naso nel suo maglione di lana grigo, per chissà quale strano motivo. Ci era rimasta per molto tempo, finchè, come una sigaretta abbandonata sul ciglio di un posacenere, si era spento tutto.

Le loro mattine erano fatte di cuscinate e battaglie di solletico, ma quando quella sigaretta si spense divennero molto diverse, dove nel più totale silenzio uno dei due si alzava e trovava l’altro che aveva già fatto colazione e guardava chissà cosa al cellulare. Entrambi, quando si dissero che non potevano immaginare la proria vita senza l’altro, erano sinceri, ci credevano con ogni fibra del loro essere. Le pagine strappate dei calendari, a poco a poco, non gli fecero dimenticare quella frase, fecero molto di peggio: Gli fecero dimenticare il motivo per la quale era stata pronunciata. Da lì il passo fu breve, diventarono da prima due coinquilini, poi due sconosciuti.

Si ricordò che doveva scegliere il profumo.

Decise di mettersi il profumo che aveva da quando era ragazzo, molto poco convinto che sortisse qualche effetto, ma considerandolo una specie di porta fortuna. Era ormai quasi arrivata l’ora di uscire, non voleva correre il rischio di arrivare in ritardo. Il film cominciava alle 17:30 e aveva deciso di andare in anticipo per prendere i biglietti.

Piove, ma la temperatura di Luglio fa decisamente il suo dovere, la camicia a maniche lunghe e la giacca diventano sempre più pesanti per colpa dell’umidità e del sudore. Ma non diede mai la colpa al caldo, avrebbe sudato anche a petto nudo. Nonostante la paura di fare cazzate ci fosse sempre stata, non aveva mai sudato così tanto. Probabilmente non era pronto a sentirsi di nuovo in quel modo, di aspettare una persona davanti ad un cinema, cercando di fare una buona impressione, scrutando la folla con la speranza di scorgerla, ma anche quella di non vederla, per il puro istinto di rimandare qualunque cosa ci provochi ansia.

Non potè fare a meno di chiedersi se le donne percepissero i primi appuntamenti allo stesso modo, se avessero paura anche loro di fare cavolate, dato che, a suo modo di vedere, in quella strampalata partita a scacchi che è un appuntamento sono le donne a muovere, sono loro che ti giudicano adatto o meno. Inevitabilmente si ritrovò a pensare di nuovo a lei, che per 6 anni era stata accanto a lui dopo che lui aveva provocato i soliti disastri, aveva addirittura centrato la macchina davanti alla sua uscendo dal parcheggio.

Sorrise amaramente, non era molto educato pensare a tutto questo poco prima di un nuovo appuntamento, ma non potè farne a meno. Si chiese come avessero fatto ad abituarsi talmente tanto l’uno all’altra da non riconoscersi, quando aveva smesso di chiederle come fosse andata la sua giornata, in quale momento lei le aveva stancamente fatto domande sullo sport soltanto per sentirlo parlare.

La scorse in mezzo alle persone che arrivavano, doveva essere uscita di casa quando non pioveva ancora, dato che indossava un vestito leggerissimo, giallo, senza spalline. La pioggia se l’era presa con i suoi capelli, che aderivano alla sua testa e alla sua nuca. Anche lei lo vide, e cominciò ad avvicinarsi.

Mentre si avvicinava il sentimento che lo logorava da tutto il giorno diventava man mano più opprimente, il cuore voleva soltanto uscire e sfogarsi con un sacco da pugile, tanto martellava forte. Non era sicuro che sarebbe anche solo riuscito a salutarla.

E mentre era in balia totale dei suoi pensieri lei si avvicinava, e ad ogni passo lei cambiava. Un passo verso di lui ed aveva i capelli asciutti. Un’altro passo e si erano allungati. Ancora più vicina, le piccole rughe intorno agli occhi erano sparite. Più vicina, adesso portava un berretto ed aveva le orecchie rosse per il freddo. Era quasi arrivata, ed indossava un maglione grigio.

Quando fu davanti a lui, e lo guardò con quei suoi dolcissimi occhioni scuri, con un sorriso imbarazzato che non le vedeva addosso da molto tempo, riuscì a trovare il fiato per salutarla:

“Ciao sconosciuta”.

Perchè in fondo, quando una sigaretta si spegne, prima che muoia, la sua brace è sufficiente per accenderne una nuova, e continuare a fumare, ricominciando da zero.

 

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Profilo Autore: RoRos  

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Passeggiando in un parco di pioppi a Potenza, pensai di proporre al più presto al padre putativo della mia partner, un programma di preparazione al gioco della pelota, per potenziare i pettorali in vista di una partita di palla prigioniera nel palasport di Posillipo, in primavera, durante il periodo pasquale.
ma, porca putrella !, il povero paparino inciampò in un paletto di protezione del parterre per cui si fratturò  il perone e il pollice della mano sinistra.
lo portai prontamente al pronto soccorso con la mia Panda col portapacchi in plastica e due peluches a forma di pitone sul posteriore ma, purtroppo, rimasi in panne proprio nei pressi del Policlinico e così lo  caricai sulle spalle e lo lasciai nella portineria.
tornando sui miei passi, incontrai il mio parrucchiere, un tipo piuttosto palestrato pieno di piercing che mi offrì un paio di Pernod al Porky Bar e poi mi portò in un postribolo nei pressi del porto dove passammo piacevolissimi momenti con due peripatetiche peruviane con le poppe  come poponi.
Pienamente appagati entrammo nella pizzeria "Il pappagallo petulante" e ci rimpinzammo la pancia con un paio di pizze ai peperoni, piselli, paprika e pezzi di parmigiano, caraffe di  birra Poretti e, per finire, due panne  cotte e caffè corretti al Porto.
Prostrato, dalla particolare giornata, mi spaparanzai sulla mia poltrona in pelo di puma, mi  coprii  col mio plaid color pelle di pollo e mi assopii piano piano al triste suono della Patetica di Tchaikovsky........pace e bene....
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
***
Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall'afa.
«Hai fame?» domandò Peppe.
Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sottolio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
«I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
«Quando avranno fame…» replicò Peppe.
Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
«Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
«Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
«Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
«Deve essere grosso, Peppe!»
«Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!».

***

Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all’ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com’era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
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Profilo Autore: Aurelio Zucchi  

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Col passare degli anni, non ti volti più a guardare indietro per capire quanta strada hai percorso, ma preferisci guardare avanti per capire quanto strada ti rimane ancora da percorrere. Spesso inciampi, fai fatica a rialzarti: con lo scorrere del tempo, rialzarsi diventa sempre più faticoso! Le ferite bruciano di più, gli occhi bruciano di più: tutto è più cocente. Il passo è malfermo; simile a quello di un bambino che si accinge a muovere i suoi primi passetti: l'unica differenza è che il bimbo col tempo acquisce sempre maggiore forza, mentre tu invece con gli anni che passano, ti sempre più debole. Così lasci che gli altri ti passino avanti: preferisci rimanere indietro: correre non ti interessa più. Se prima ambivi a gloriosi trofei, ora vuoi solo carezze. Se prima desideravi medaglie da appuntare sul tuo petto tronfio, ora vuoi solo abbracci. Col passare degli anni ti accorgi che non hai più tempo per rincorrere tanti sogni e così sempre più spesso, ti abbandoni ai ricordi. Perdoni in fretta: il tempo è troppo prezioso per sprecarlo in inezie. Un buon boccone masticato troppo in fretta finisce subito: assaporare la vita a piccoli morsi da maggiore soddisfazione. Oggi c'è la tendenza a cercare sempre cose nuove: quelle vecchie vengono messe in un angolo a giacere. Vecchie tradizioni, vecchi valori, pupazzi inanimati, scarpe rotte, bambole di pezza...appartengono ad un passato che viene accantonato: non serve più. La fretta ci impone di cercare cose nuove. Perfino la bambola che piaceva tanto alle bambine; quella che diceva "mamma", è ormai superata. E il fucile col quale si giocava a guardie e ladri, per assaltare la diligenza? Anche quello è superato. E tu ti senti come un vecchio baule con dentro vecchie cose. Il nuovo ha un profumo di nuovo, ma poi quando anch'esso diventa vecchio...giù nel baule. Quando invecchi riprendi le tue vecchie cose e ti ricordi delle domeniche trascorse in sala da pranzo: quella con il divano buono ricoperto con una coperta fatta a mano. Quel soffice e comodo divano, dove quando riposavi, sentivi l'odore della mamma e il calore della nonna. E poi...l'odore acre della pipa del nonno che si spandeva nell'ambiente; (già saturo del buon cibo della domenica), che faceva pendant col suo gilet marrone. Quante cose infilate in un vecchio e scricchiolante baule. Ed ora? Mentre gli altri corrono, ti fermi in riva al mare ad ascoltare il chiacchiericcio delle onde e con quei suoni componi piccole sinfonie. Ora lasci che il sole ti scaldi e se un raggio ti abbaglia gli occhi, tu non lo scacci via infastidito; ma chiudi appena appena gli occhi e lasci che ti baci le ciglia. Un fiore, una pietra colorata, una conchiglia; rispetto a prima, tutto ti pare più bello: col tempo tutto acquisisce maggiore pregio e valore. Col passare degli anni; l'erba ti pare più verde, il sole più giallo, il dolore più forte, l'amore più grande e tu...tu ti senti piu saggio e... più vecchio.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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 Dal diario di un vagabondo errante :gli amanti

 In questi appartamenti nuovi le pareti sono di carta velina e io che sono sensibile ai rumori percepisco tutto. Alle otto il signor Iannuzzi esce per andare al lavoro, lo sento chiudere la porta. Da dentro la moglie dà quattro mandate a chiave sussurrandogli assonnata “ Buon lavoro, caro “. Lui chiama l’ascensore, porte che si aprono, porte che si chiudono, l’ascensore che scende e l’odore del suo scadente dopobarba che si diffonde nel pianerottolo e penetra nel mio soggiorno. Dopo venti minuti l’ascensore sale, due colpi non troppo decisi alla porta , le ciabatte della moglie del dottor Iannuzzi trascinate nel corridoio poi quattro mandate delle chiavi nella porta. Risatina, silenzio. Risatine, e ripetuti “ Shhh !… piano. No, dai.. si…mmm “ rumori inequivocabili scanditi dal cigolio del letto, poi silenzio e poi trambusto dalla cucina ,infine lui se ne va. Così due  mattine alla settimana : lunedì e giovedì. Ogni quindici giorni la signora Iannuzzi va a trovare sua madre e sta via per il fine settimana. E’ il turno del dottore di concedersi la sua pausa erotica.  Questa volta sono proprio curioso e quando sento la porta dell’ascensore che si apre sono già sul pianerottolo per scoprire i gusti del mio vicino. Ma c’è qualcosa che non torna. Dall’ascensore esce l’amante della moglie, bussa due volte, quattro mandate, la porta si apre , la voce di Iannuzzi che dice “Entra! “ e l’uomo  che viene inghiottito all’interno come un’ombra fugace. Seguono i  soliti rumori e i cigolii inequivocabili.  Quando si salutano mi precipito alla porta, guardo dallo spioncino per “spionciare” mi vien da dire.   E’ lui , non mi sono sbagliato: l’amante degli Iannuzzi.      “ O santo Cielo! “ esclamo tra me e me. Questa poi non me l’aspettavo . Dopo poco mi suonano alla porta  è il dottor Iannuzzi che con la scusa che ha finito lo zucchero mi scivola in cucina e si siede comodo. Sorride, gli faccio un caffè. Mi dice “ In questi appartamenti con le pareti di carta velina si sente tutto ! “ “  Già ! “ bofonchio io.  E lui che fa ? Sorridendo sotto il baffo che si liscia, mi allunga un bigliettino con un numero di telefono. “ Dal suo appartamento è da molto che non si sente nulla…Si chiama Martin , lo chiami, vedrà non resterà deluso ! “
Il viso mi va a fuoco, maledette pareti di carta velina e accidenti alla mia curiosità.

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Profilo Autore: neveamarzo  

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Ascoltavo i suoni che in una notte come questa cambiano melodia nel candore che attutisce i passi sul poggiolo, mentre vedevo il tuo dolore allungarsi come una foglia bagnata. Calpestata. E farsi sottile. Quasi piccino. Come il fiocco di neve che stavo per accompagnare con la mano nel fiato caldo di un respiro.
Appena avrò terminato di masticare tabacco e di soffiare nello studiolo il freddo dal poggiolo, non appena smetterai di sentirti un libro dal quale si cancellano le parole e resta solo l’odore di vecchia carta ingiallita che ti riempie i polmoni, partiremo. Prendimi il braccio, e cerca di sopportare il peso delle tue nuvole. E scrivi, assecondando quel debole per le parole. Consegna alle pagine di quel libro i tuoi segreti, nella sua filigrana scorre il tuo stesso sangue. 
In un turbine di minuti cristalli danzeremo con gli abiti irrorati di gocce, e da una soffice nebula ci ritroveremo nell’angolo rischiarato di quella parte del giorno che non ti appare più famigliare. Io resterò come un vocabolo immobile sulla carta, tra l’inchiostro.
E al mio risveglio, sulla sedia davanti alla finestra aperta starnutirò per un fiocco di neve che mi solletica il naso e indiscreto si infila nel tiretto che odora di soffitta. Come quel sogno che da tutta la vita porto con me a sinistra sotto la giacca. Mi guardi dal bianco e nero di una fotografia che dovrebbe stare nel cassetto di qualcun altro, tu…
Tu che sei il brillio fermo di una lampara nell’inconsapevolezza della nebbia.

-una di quelle vecchie foto... che la trovi e ricordi, e pensi sia “la luce che è venuta fuori

 da una  tenebra caduta” (Alda Merini)

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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