Giornata piovosa e strada allagata dalle onde impetuose scaraventate dalle auto sulle vetrine dei negozi.
L'aria fredda del mattino osservava incuriosita quelle poche figure che vagabondavano sotto il diluvio in cerca della propria arca.
Semafori traballanti, scossi dalle bordate del vento.
Tuoni a ritmare grandine e resti di foglie.
Un bar accoglie caffè e degustatori incalliti, cornetti e creme calde.
Le persone sono il contorno.
Cassa affollata e resti disordinati.
Volano suoni e aromi mischiati alle imprecazioni sulla maleducazione degli autisti di mezzi idonei al trasporto di salme umane, travestite per l'occasione da uomini indaffarati.
Va in tal modo l'ora a segnare il passaggio dal cartellino timbrato al forzato sorridere del giorno.
Voglia svogliata e abulico saluto.
Quattro gatti all'ufficio postale: disillusi dalla rete amano ancora pagare il bollettino “896” allo sportello.
«Bello sentirsi giovani e pagare in contanti... Si esce dalla porta contenti.»
«Nonna, occhio al gradino, potrebbe chiederle in prestito il femore.»
«Il numero che ha preso è quello per i correntisti, non faccia il furbo, sono in coda da due ore e lei se ne viene pulito e lindo come un marmocchio.»
«Cazzo, andremo a finire male se continuiamo così.»
La pioggia smette e la strada si rifa il look con una manciata di pozze sparse.
Sfrecciano le frecce a quattro ruote motrici, tornano i kamikaze del cazzo,
quelli che imitano Mosè a ogni occasione e poi fanno il gesto dell'ombrello ai nipoti del faraone Ramses II.
Nonna esce da Postale.
Coglione scalatore di file ride soddisfatto.
Giudice seriale del governo impreca e predica.
Un gatto spelacchiato miagola alla luna.
La luna dei normali è storta.
Normale è la storia.
Entra Jack... Jack Holter: faccia rugosa e occhi rosso bitter.
Entra Jack nella scena e sguazza coi piedi sui marciapiedi bagnati.
Singing in the rain e smart phone pronti alla ripresa.
Egli era nel quadretto idilliaco descritto ma, nessuno lo aveva notato.
Cosa fa? Sorride ai passanti, canta e balla.
«Chiamate il 118.»
«Da dove cazzo spunta fuori questo?»
«Ma cosa aspetta a telefonare ai vigili?»
«Nonna aspetta, non vedi il matto?»
«Quel balordo ha preso nonna, la sta abbracciando, merda!»
«Nonna posso abbracciarti, voglio regalarti un po' d'amore»
«Come ti chiami ragazzo?»
«Jack... Jack Holter.»
«Che ne dici di accompagnarmi dal cardiologo? Devo fare la visita specialistica alla USSL sedici fra mezz'ora e sono in ritardo.»
«Dammi la mano nonna, conosco la strada. Non per nulla sono Holter, Jack Holter.»
«Cazzo! Ha rapito nonna, fate qualcosa, quello stronzo ha rapito nonna, merda, sparate...»
Piove e piove sui marciapiedi bagnati, piove dalle grondaie e dagli aghi dei pini.
Piove nei tombini e sui segnali stradali.
Piove, mentre Jack Holter e nonna vanno alla USSL, sorridendo e raccontando...

Intanto per strada qualche coglione spara.

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

Questo autore ha pubblicato 92 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Abbiamo acceso una lavatrice.

Guardo nell’oblò e vedo mescolarsi le mie mutande

con la sua maglietta.

Un asciugamano color salvia sgocciola un’acquiccia grigia

sul mio accappatoio rosa.

Gli dico:

-Perché parcheggi sempre appiccicato alla mia cinquecento?

-Quella discesa- risponde

 -non mi funziona il freno a mano.

Tiro un sospiro

- Per favore facciamo un po’ di vita separata-

-Separata? - fa lui - brutta parola…e sarebbe? -

-Sarebbe non cucinare per me tutte le sere, non pensare al mio cane,

ci penso io, ti ho affittato una camera non la mia vita.

 

Lui non mi guarda nemmeno sta aggiustando la presa del phon.

-Non siamo mica sposati- aggiungo

- Per fortuna! - Fa lui divertito, - ci mancherebbe.

Appunto, e per ora neanche amici, dico ancora di getto e con parecchio calore sul viso.

(Sposati? Ma che mi passa nella mente?)

-Esagerata- fa lui e continua a nazzicare con un cacciavite tra i denti, impassibile

tranquillo.

 

-Comunque, - mi dice dopo un po’ affacciato nel frigo, - hai ragione, si fa come vuoi tu.

-Eh? - Faccio mentre sto pensando ad altro.

-Lavatrici separate, - continua- tutto separato.

 

-Ora mi faccio due uova al tegamino…bah, c’è anche un po’ di pancetta…

La pancetta frigge, mi viene fame, gli dico:

 -aggiungi un uovo anche per me?

-Certo, nella stessa padella o… - gli tiro dietro il rotolo dello scottex.

 

Apparecchiamo così alla meglio niente tovaglia niente candele.

Mangiamo con lo sciacquettio della lavatrice, lui ridacchia dentro, si vede.

 

 

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Tea  

Questo autore ha pubblicato 16 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Atmosfere surreali, palazzi dalle guglie color pastello e stretti vicoli, un porticciolo su cui si affacciavano giochi di luce. Artisti e musicanti in strada ad affollare la mente nel suo continuo distrarsi. Un intrigo d'isole e mondi che non bastavano a dissetare una ragazza sognante. Quello che manca in noi, a volte, lo si cerca negli altri e quando essi non possono concedere molto, lo sguardo si volge altrove... lontano da noi. Infine si scopre che la felicità è più vicina di quanto si pensi. Questa era la Danimarca.

Questa era Copenaghen per Cristhine.

Andare via la soluzione immaginata. Attuata: uno zaino e poche cose. A cosa servirebbe portarsi dietro ricordi che non ci appartengono? Aeroporto Kastrup: 10 km a sud della città. Volo per l'Inghilterra della Scandinavian Air Lines. Poche ore dal sogno.

Alcuni mesi dopo...

Realtà ben diversa, un piccolo lavoro in un pub, trovato nella città di Norton, e l'università.

Il tempo trascorreva fra la ricerca d'una piccola stanza in cui riporre la propria vita e la quotidianità dell'esistenza. Poi finalmente un rifugio, una stanza dove vivere. Un mondo a cui appartenere o che appartiene.

Annuncio sul giornale: una piccola camera in una casa di provincia.

Una coppia d'anziani coniugi senza figli. Gente, accogliente e riservata.

Un giorno qualsiasi, d'una vita qualsiasi. Norton University. Contea dell'Essex nell'Inghilterra del sud est. Biblioteca della Central School of Sciences, un banco vuoto fra le fila e un giornale dimenticato su una sedia. Una foto di Copenaghen come segna libro. Silenzio nella sala. Dov'è Cristhine?

La vedevano sempre immersa negli studi, avulsa dal contesto, proiettata in un immaginifico mondo che della scienza aveva poco e che per lei rappresentava il senso della scoperta.

Quel modo d'essere a cui mai aveva rinunciato.

Scoprire se stessi per capire un ruolo che con fatica si accetta e che spesso si specchia nelle azioni degli altri.

Scrisse uno sconosciuto poeta.

“Letto,

calde coperte.

Sogni,

sogni,

ancora sogni.

Quando il tepore avvolge la vita si scioglie in dolci sensazioni,

perdendo molto del suo freddo alito quotidiano.”

Emozioni nuove correvano nella mente. Un giorno piovoso, come tanti. La dolce campagna Inglese a far da contorno.

Soffiava da nord impetuoso vento. Strano vento.

Tende si sollevavano fra batuffoli di aggrovigliate polveri.

L'aria stantia contrasta con la bufera che imperversava fuori.

Respiro s'affannava nel rincorrersi, facendo fatica a rilasciare lunghi sospiri.

Lenti tocchi del pendolo, in sequenza ritmata a fendere il silenzio.

Sibilava nelle stanze l'alito freddo della notte, mischiato al rumore tenue d'una tempesta oramai dormiente. Passi seguivano, nel fermarsi dei battiti.

Luce nascosta sale... sale creando ombre tremule e indefinite nella forma; un candelabro sorreggeva tre candele che nel loro flebile illuminare davano ai quadri, appesi alle pareti, una prospettiva distorta nell'inclinazione.

La visione in fondo non aveva nulla di strano.

Immaginiamo un temporale, la luce che va via e una signora con un vecchio candelabro che sale su per una rampa di scale.

Banale vero, cosa vi aspettavate? Le situazioni sono sempre banali, poi la vita le rende speciali.

Una mano sfiorò la spalla. Un volto chiuso tra dorati stucchi si voltò a osservare. Tormento salì in gola, strozzando la parola. Una sedia a dondolo muoveva gli archi di legno, in un cigolio assordante.

Passi... ancora passi, s'alternavano all'andare delle lancette.

Sudore dalla fronte, goccia a goccia, fino a bagnare il pavimento. Una esplosione di note... mentre telefoni vomitavano squilli.

Acqua nera dai gocciolatoi, sangue dalle pareti e figure ridenti nel nulla assoluto.

S'accesero, in successione, le luci d'un lampadario, per poi zittirsi e lasciare il posto all'oscurità. S'aprirono finestre, vetri lucenti trafissero la pelle. Scie d'ematiche emozioni strisciarono in terra. Urla oltrepassarono gli squarci dello spirito. Antichi mobili danzarono in lugubri movimenti. Nel preludio della fine, libri si sfogliarono da soli. Pagine di fuoco volarono, in un ardente rogo si tuffo il desiderio dell'aldilà.

«Chi sono io, dove trasporto me stessa e dov'è la fine di questo tunnel?»

“Fiamme.

Cenere salì nell'acre sentire dell'umido prato,

lignee illusioni sfumarono.

D'improvviso... fulmini trafissero la mente.

Mentre una sedia ancora dondolava.”

Libri aspettavano d'essere letti. I vetri si specchiavano nella luce della luna.

Il Surreale terrore divenne calma. Quiete. Ancora silenzio.

Silenzio...

Un bicchiere d'acqua pose fine al delirio. Cristhine ora dormiva.

«Che brutto sogno, ho sempre avuto paura dei temporali.»

La luce è tornata e nel piano inferiore un'anziana signora legge seduta accanto al camino mentre un uomo provvede a sistemare alcuni ceppi sul fuoco.

«Mi piace questa dolce visione, devo ammetterlo e voi che ne dite?

M'è venuta voglia di leggere anche a me... finisco di scrivere questa storia e poi mi tuffo fra i miei libri.»

Vento leggero sussurrò la sua voce sui capelli di Cristhine.

Il candelabro osservava muto. Candele consunte e sbavate d'erosa cera vegliavano il sonno.

Notte.

Notte allagata da ricordi sfuggenti.

Si mosse, stanco di sé, un cuscino, voltandosi nel cercare pace. Tutto taceva, nella consuetudine delle cose. Poi... un raggio d'argento s'infilò tra le ruote d'un trenino giocattolo, abbandonato sul comò. Lenzuola iniziarono a ondeggiare, mani apparsero tra di esse, venendo fuori dall'essenza spaventosa dell'uomo.

Grida disperate: mani afferrarono gambe, braccia cercarono di sfuggire.

Grida, grida e ancora grida.

Poi il nulla silenzioso e angosciante.

Lenzuola pulite adornavano cuscini in pizzo, una seggiola accanto al letto, un comò sulla parete laterale, appoggiato a un vecchio armadio.

Tende ben stirate e un aspetto d'ordine e pulizia che lasciavano trasparire l'attesa: l'attesa d'un ospite.

Rintocchi nel vuoto. Un gatto sul davanzale d'una finestra.

Tre giri di chiave chiusero la porta della stanza in cime alle scale.

Un'anziana signora ora scende verso la grande sala.

Leggermente claudicante, eppure dall'aspetto tranquillo nell'incedere.

«Roger ricordati di far riparare la finestra della stanza di sopra, entrano degli spifferi, non vorrei contrariare i nostri futuri ospiti, tutto deve essere a posto. Sai quanto ci tengo a queste cose. Dall'aspetto dipende tutto; come sempre dico apparenza e cortesia sono d'obbligo per noi».

«Va bene miss Stone: provvedo immediatamente».

«Roger ricordati di dar da mangiare a Bettsy, quella gatta diviene molto nervosa se non trova la sua ciotola piena... dovrò decidermi a prendere un altra bestiola».

«Ma sì, almeno avremo un po' più di compagnia, ci ritroviamo sempre soli in questo angolo sperduto di campagna».

«Roger, un'ultima cosa, domani mattina metti la solita inserzione sul Norton News. Speriamo che qualcuno risponda all'annuncio, non riusciamo mai ad affittarla quella dannata stanza».



La prossima edizione del Norton News sarà presto in stampa. Mi raccomando controllate bene le lenzuola del vostro letto prima di dormire

stanotte, potrebbero essere sgualcite...

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

Questo autore ha pubblicato 92 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.


Ora, se venissero a dirmi che in queste fiamme calde come lingue ci fosse l’uscita da quel posto che chiamano inferno, ti dico, mi ci farei accarezzare, laverei lì il mio corpo, come un felino, un randagio, in questo fuoco, senza paura di bruciarmi e anche se  vedo l’acqua a pochi passi e quella schiuma chiama, non mi basta sciacquarmi di sale, troppo facile, ho bisogno di entrare in questo fuoco, sotto queste stelle, per uscire.
Tu mettici le mani, fidati di me. 

Ha lasciato tutto, le sue camicie, non mi avrebbe mai lasciata qui. 

Sarebbe il caso di smetterla di fare parole per ogni bicchiere di vino e passare  a domani.

Anche se non ho fatto il passo tra le fiamme quel giorno, non è di certo  perchè mi mancasse il coraggio, ma la forza di alzarmi. Era  lì che mi aveva lasciata ed era lì che  dovevo aspettare, dovevo restare. Ero posata come una cosa qualunque, ero una cosa da appoggiare e  le cose non si muovono da sole.

Davanti al faló che avevo fatto di quella piccola cosa che ero, da sola.  

L’inferno era sempre lo stesso, le stesse cose,  le stesse  parole, gli stessi pensieri, sapevo dove sbagliavo, ma tutto il mio corpo si muoveva nella direzione opposta. 

Fuori da me, almeno il mare.



1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Lehel  

Questo autore ha pubblicato 17 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Morii ancor prima di nascere
fui sostanza ancor prima d'esserlo
fui essenza ancor prima del pensiero.
Pensai di me nella mia creazione
e stanco del viaggio
divenni mortale per poter sempre rinascere.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

Questo autore ha pubblicato 92 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Profumavano quei giorni. Profumavano di buono, di sogni, di vita.

Profumavano, ancor di più, di futuro.
Ed era favoloso svegliarsi al mattino pieno d’energia, con la mente proiettata sui libri, certo, ma anche sulla musica.
L’Università e il pianoforte, il dovere ed il piacere: una contraddizione? No, solo la gioia di non avere un minuto libero.
Gli esami da preparare, gli spettacoli da programmare, gli amici da frequentare, le ragazze da scoprire.

Scrivevo, scrivevo moltissimo, scrivevo gli appunti alle lezioni, scrivevo testi di canzoni e la relativa musica.
Scrivevo rigorosamente con tratto-pen verdi, non so per quale motivo: scrivevo con una calligrafia decisamente minuta, su quaderni, agende, fogli volanti, che poi tenevo in un ordine talmente rigoroso da rasentare la maniacalità.

La scaletta dello spettacolo imminente sempre a portata di mano; le prove con gli altri componenti della “band” tre volte la settimana fino alle due di notte. La mattina era dura andare a lezione, ma l’incoscienza dei vent’anni superava ogni asperità.
La mia Ibiza bianca (come pure le auto degli altri) sovraccarica di strumenti, di casse acustiche, di spartiti, leggii e quant’altro… e via andare, con cadenza bisettimanale, anche fuori provincia, a suonare nei locali, nelle feste di piazza, nelle manifestazioni più disparate.

E c’era Silvia che profumava, profumava di primavera e d’estate, d’amore e d’avventura, di giorni spesi a fare programmi per il futuro e disfarli un attimo dopo, di baci timidi e spavaldi, di terra rossa e di spiagge dorate.

Oggi non gioco più a tennis, ho la pancia, la tastiera è appesa al chiodo e Silvia chissà che fine ha fatto. Scrivo ancora, ma forse scrivo per dimenticare… o, chissà, per ricordare… o magari per ricominciare?
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Andrea Guidi  

Questo autore ha pubblicato 32 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Rosanna era brutta davvero.

La faccia da cavallo, i capelli crespi e scuri pettinati

all’indietro, le gambe storte.

Raramente usciva con noi

perché aveva lezioni di violino e di canto.

 

Lo saltavo meglio io il muretto della scuola,

bionda e agile come un grillo

atterravo sulla ghiaia con un volteggio.

Lei non imparò mai.

Tutti i trucchi dei maschi, come quello del salto,

me li aveva insegnati il mio amico: Renato.

Tante volte lui aveva provato a baciarmi 

non c’era mai riuscito; passavo i pomeriggi d’estate

ad aspettarlo sullo scalino della bottega di mia madre, 

quando arrivava si partiva con le fionde in pietraia.

Lo amavo.

 

Un giorno, per scherzo, gli chiesi:

 - Ma dimmi un po’ chi vorresti come fidanzata? Me o Rosanna? -

 

Fui perfida lo ammetto perché Rosanna era brutta, l’ho già detto,

e quella volta ci aveva seguito in campagna ed era caduta in un fosso: pessima figura!

L’avevamo presa anche in giro.

 

- Si dai, diccelo diccelo! -fece lei all’istante

 e rideva e batteva le mani, divertita.

-Che coraggio! - pensai.

- Ve lo dico domani - rispose Renato cogliendomi di sorpresa,

poi m’afferrò per un braccio e mi dette un bacio

sull’angolo della bocca.

L’indomani l’aspettai fino a sera ma, inutile dirlo, lui non venne…

 

 

 

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Tea  

Questo autore ha pubblicato 16 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Mi rivedo piccoletto seduto accanto al camino con il mio tavolino di legno pieno di scarabocchi intento a colorare le navi da guerra sui quadernetti che si vendevano allora... sono rimasto ancora lì e coloro quello che posso finché la mamma non mi chiama per la merenda. Un bel cesto di pesche settembrine dolcissime e il mio cane che aspetta il suo bocconcino. Fuori il rumore dei furgoni che in fila attendono d'entrare nella cantina per scaricare l'uva. L'odore del mosto sale e penetra l'anima. Un refolo leggero di brezza arriva dal mare e la vita appare lunga e infinita nel suo divenire.
Poi tutto svanisce e rimane il ricordo indelebile d'un tempo in cui l'amore era vero e l'ultimo cicaleccio del giorno dipingeva striature d'arancio nel mio cuore.

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

Questo autore ha pubblicato 92 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Una volta, dopo l’amore, mi disse che le ragazze brune

gli facevano ribrezzo.

“Brrrr” diceva arricciando con le dita il folto pelo biondo del suo pube

e rabbrividiva con disgusto.

Diceva pure che non se lo sapeva spiegare

neanche lui il perché. Era come la paura

dei ragni o dei topi.

 

Beh, i miei peli non erano poi così tanto chiari

 ma era estate e tutto quello che spuntava lo radevo a zero.

I capelli invece li schiarivo da tempo con l’acqua

ossigenata.

 A volte basta poco a rovinare una storia.

Quel discorso fu come “ora conto fino a tre e tu ti sveglierai”

 

Si, forse è voler vedere il pelo nell’uovo (tanto per

rimanere in tema) ma non me ne pento per niente.

Qualche giorno dopo comprai l’henné nero 

e uscii definitivamente dalla sua vita.   

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Tea  

Questo autore ha pubblicato 16 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Immerso nei miei pensieri camminavo lungo le vie di Shiraz.
Il corpo conosceva la propria dimensione, l'anima no.
I sogni erano quello che rimaneva all'uomo ed egli altro non faceva che sognare.
Le notti erano mille e i racconti illuminavano le porte dell'Oriente, come le visioni fanciulle della vita.
Tra un passo e una visione vecchi disegni appesi a un muro attirarono la mia attenzione.

“D'improvviso il tempo divenne ieri e rapì tutto di me nel mio Eden dei desideri”

Se del sogno ci si nutre, io ero sazio e nel mio stato etereo i sensi rassicurarono le paure dell'oblio.
Quei disegni raffiguravano il giardino incantato in cui ero nato nello spirito e cresciuto nelle sensazioni. Sentivo tornare quel bambino scomparso da tempo: curioso e pittore d'anime.
Nel mio personale Eden le aurore erano meraviglia d'incanto: colori e amori nascevano in simbiosi e le immagini si plasmavano alla vita, una personalissima vita.
Non amavo il Sole, seppur figlio suo, e i suoi raggi erano soliti sciogliere il mio cuore mettendo a nudo tutta la sua fragilità.
Il dolore che essi mi procuravano rese, col passar del tempo, flebile la mia capacità innata di vedere e prevedere le cose future. Magari avrei voluto emulare antichi aruspici e leggere nelle viscere divinazioni e premonizioni, ma non era questo il mio percorso. Dovevo accettare il mio destino senza cercare di capirlo. Anche i sogni si concedono al corpo e da esso non si staccano mai nell'impercettibile e angusto agire che governa l'umano discernere le realtà.
Restai sospeso nel dubbio d'esistere in vita e forse nemmeno in sogno.
Decisi allora d'appendere ogni lembo del capire sull'albero dei momenti bruciati nel passato, attesi un refolo di vento amico, io che ero nato in un giorno di tempesta, e lasciai trasportare corpo e anima, nell'illusione d'esistenza, su di un vecchio tappeto magico, verso Oriente. Giunsi finalmente a Shiraz senza essere mai andato via da quel luogo e compresi finalmente ciò che ero e ciò che sarebbe stato.

“Quando aurora sorge il mio Oriente nasce”

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

Questo autore ha pubblicato 92 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
Per maggiori informazioni sui cookie e per gestire le preferenze sui cookie (di prima e/o terza parte) si invitano gli utenti a visitare anche la piattaforma www.youronlinechoices.com. Si ricorda però che la disabilitazione dei cookie di navigazione o quelli funzionali può causare il malfunzionamento del Sito e/o limitare il servizio.