Una noiosa sera d'inverno eravamo io, il Polpa (120 kg di grasso puro),
Cap.Uncino, così  chiamato perché  era nel Guinness dei primati per aver realizzato  in trenta minuti un maglioncino all'uncinetto completamente bendato ed in apnea subacquea e Hugo Capp, un Hair Stylist tedesco famoso per la sua tecnica brevettata di eliminazione delle doppie punte del pelo dei procioni di Tasmania nonché di un suo  ritrovato per l'eliminazione  della forfora delle puzzole del nord Europa in carenza di vitamina K.
Tra una chiacchiera e una sigaretta
ci sparando nel gargarozzo  una bottiglia di  Amaro Cora, mezzo litro di  Rosso Antico, due caraffe di spuma nera, un litro di Tamarindo Erba e una rara confezione di Amaro Dom Bairo,  tutta roba procurata dal Polpa e proveniente dal magazzino di un suo cugino che aveva chiuso un bar vent'anni prima !
Continuammo la serata scannandoci a Monopoli fino a che riuscii ad acquistare  il Viale dei giardini, il Parco delle vittoria,  il Largo Colombo e perfino il Vicolo Stretto evitando la prigione  senza passare dal via ......e vaiii!
Basta con i giochi di società !
Con la mente un po' annebbiata, per rilassarci, ci spaparanzammo sul divano per vedere una videocassetta hard trovata in un vecchio inserto di "Mani di fata", che trattava  delle abitudini sessuali del formichiere nano del Burkina Faso dopo il pasto serale nella savana. Una vera chicca !!
Fu allora che, per via dei beveroni,
ebbi un'idea geniale  rispolverando un vecchio impianto di Karaoke vinto alla " Fiera del maiale di cinta  senese" nel '96.
Così, tra i fumi dell'alcol e altri fumi,
incominciammo in coro a cantare a squarciagola alcune hits degli anni passati, del tipo; Papaveri e papere,
Vecchio scarpone, Mamma, I Watussi , Quel mazzolin dei fiori,
Dadaumpa, Tuca tuca  per finire poi in bellezza con Funiculi' Funicula' e l'immancabile  Romagna mia !!
Questo exploit procurò  in tutti  noi un certo languorino e allora decisi di imbastire qualcosa da mettere sotto i denti; così,  dopo una mezz'oretta  di scongelamento portai in tavola  una compilation di piatti da leccarsi le dita ! Coda alla vaccinara,  sarde in saor, polpettine di soia in salsa guacamole, finferli al formaggio di fossa della Val di Fassa, code di lucertola alla catalana con riduzione di timo del Piave (senza mormorio), palle  di toro al Barolo schiumato e, per finire, in sequenza mixata,
torta Sacher,  tiramisù, pastiera napoletana, baba' al rum , baci di dama allo sciroppo d'acero e bomboloni alla Nutella con salsa di ribes nero.
E, per finire in bellezza, date le evidenti difficoltà  digestive  non ci restò  che ingurgitare un buon litrozzo di limonata calda e un chilo di bicarbonato di sodio citrato !!
Finimmo la serata con un devastante rutto corale che provoco' nel condominio un sisma della quinta scala Mercalli e uno tsunami nella fontana della piazza antistante che mise in allerta la Protezione Civile e poi, come disse Eduardo de Filippo;
.....adda passa' a nuttata!
Buona notte !!!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Venendo dalla Valtellina con una vecchia Volvo verde valeriana con vetrofanie di Versace e Valentino, in un autogrill del varesotto incontrai una vetrinista di nome Wanda che avevo conosciuto su un volo Venezia-Varadero venti mesi prima.
Per festeggiare ci scolammo una bottiglia di Verduzzo e una di Vermentino con vari vol-au-vent al vitello tonnato e un vassoio di vongole veraci del Venezuela e poi, ubriachi come due volovelisti dopo un volo su Vienna, ci abbandonammo a vari giochini amorosi per una ventina di minuti, col sottofondo di una romantica sinfonia di Vivaldi e varie canzoni della Vanoni.
Mi congedai con l'augurio di vederci di nuovo e proseguii il viaggio cantando a squarciagola
"Viva la mamma", "Volare" e "Vado a vivere in campagna" fino a che mi vennero le vene varicose alle corde vocali, un ernia al basso ventre e una recrudescenza di verme non più solitario ma accompagnato dal virus della varicella !
Mi ricoverarono alla clinica privata Vacondio di Vercelli, dove però c'era in atto uno sciopero dei medici e l'unico rimasto era un veterinario di passaggio che mi curò velocemente con una pomata di virgulti di verbena e iniezioni di un veleno di vipera verrucosa depotenziato con varechina, praticando nel contempo venti sedute di un rito voodoo particolare importato dal Vietnam per cui ripresi il mio vigore già dal venerdì successivo ma, purtroppo, dovetti scucire al dottore un bel vaglia di ventimila euro più un vestito di vigogna color vinaccia e una borsa di Vuitton per la sua vistosa  e vanitosa moglie... ma vaffa...
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Purtroppo la tua festa non la festeggi più insieme a me, ma festeggerai comunque nella Casa del Padre. Non posso più regalarti una torta ma ti dono il mio cuore che ti lancio lassù nel Cielo. Tu in questo mese sei morta, quindi a dir la verità non dovrei festeggiare la tua morte, ti festeggio perché ti sei guadagnata il Paradiso. Te lo sei guadagnato con i tuoi dolori e sofferenze che hai dovuto patire durante il periodo della tua malattia, e che sei riuscita a tollerare pazientemente. E con la tua voglia di vivere che avevi allungavi così il tuo breve viaggio qui sulla terra. Ora sei diventata una stella luminosa che brilla per me lassù nel Cielo. E ti posso vedere ogni qualvolta è sereno. Ora tu non dimori più in questa casa ma dimori nella casa del mio cuore.

Arrivederci mamma!

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Profilo Autore: Alberto Berrone  

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Nel tempo in cui non esisteva nemmeno il tempo si svolse questa storia che ora narreremo.

Quando gli universi nacquero, dal nulla del nulla, in uno di essi, fra miliardi di pianeti, si formò quello di Oblivion.

In questo pianeta, tutto ciò che era, viveva solo in funzione della non esistenza reale. Esso si trovava nell'universo dei sensi opposti.

Tanto tempo fa, o meglio tanto non tempo che fu e che sarà, su Oblivion, un uomo, che non aveva nome, viaggiava per le terre alla ricerca del monte Ignotus e delle grotte Oblite, custodite al suo interno.

Questo monte si trovava nella regione del Non Ora, per arrivarci bisognava superare un villaggio chiamato Sintempus.

L'uomo, che chiameremo lo straniero viaggiatore, vagava, senza riposo di regione in regione, alla ricerca di questo villaggio e del monte Ignotus.

La leggenda del “Sonosolosevuoi”, che tutti conoscevano su Oblivion, lo portava di villaggio in villaggio sin dal tempo del non tempo della nascita di Oblivion stesso.

Arrivò un istante oggettivo nel tempo di Oblivion in cui lo straniero entrò nella valle di Sintempus, dove sorgeva l'omonimo villaggio.

Egli portava con sé tutti i suoi pensieri senza realtà e domandava, a chiunque lo incontrasse, se conoscesse la leggenda del Sonosolosevuoi.

La valle era percorsa da una stretta strada, di ciottoli di fiume, che portava dritta al villaggio di Sintempus.

Rovi spinosi e piante di mirto la costeggiavano e strani suoni riecheggiavano per tutto il sentiero, facendo quasi da compagni di viaggio.

Il respiro dell'uomo s'interrompeva spesso, strozzandosi in gola, mentre alcuni ritmati colpi di tosse precedevano il rumore dei suoi passi.
Arrotolata in un vecchio panno e legata con un laccio, una spada, pendeva dalla sua cintura, ostacolando quasi il cammino.

L'uomo aveva anche un piccolo sacco in pelle legato sempre alla cintura ma dalla parte opposta alla spada.

La testa di questo straniero era costantemente piegata verso il basso e l'aspetto caracollante dell'andatura gli dava un sentore di vecchiaia inoltrata.

L'uomo lasciava intravedere degli occhi cerulei e lo sguardo pareva orientato solo verso i ciottoli del sentiero, forse a badar dove mettere i giusti passi per non cadere in terra.

L'aria gelida, che stagnava su tutta la valle, rendeva poi ancora più difficoltoso l'incedere e il respirare.

Ogni tanto il suo capo s'alzava a controllare l'orizzonte.

A metà del sentiero, l'uomo, cominciò a intravedere la capanne del villaggio di Sintempus.

L'odore di legna bruciata, che arrivava sino all'olfatto dello straniero, e l'idea di riscaldare le proprie membra al caldo, lo indussero ad allungare il passo.

Intanto, qualcuno aveva notato quella figura barcollante avvicinarsi alle casupole.

Un tale, che batteva un ferro di cavallo sull'incudine, posata su un piedistallo di legno, lasciò andare il martello dalla mano, e si diresse verso quel viandante sconosciuto.

Quando i due furono vicini il maniscalco si rivolse a quell'uomo.
«Da dove vieni straniero? E cosa ti porta in questo villaggio?»

Le sue domande ricevettero in risposta un sorriso accennato.

Lo straniero rizzando le spalle, alzò la testa, e lasciando andare un piccolo gemito di dolore, disse.

«Perdonami amico, se ancora non rispondo alle tue domande.

Sediamo prima qui, su questi tronchi tagliati, ed esaudirò i tuoi desideri di conoscenza»

Lo straniero cominciò così a parlare del concetto del tempo, del suo scorrere e dell'esistenza d'ognuno legata a esso in funzione qualitativa.

Il maniscalco, con sguardo impaurito, domandò così:

«Cos'è il tempo, straniero? Io so d'esistere e basta. Lavoro il ferro, faccio anche il taglialegna. Io sono questo e basta, te lo ripeto. Altro non so dirti.»

Lo straniero accolse questa spiegazione sfiorando delicatamente l'elsa della spada e sbirciando in quel sacchetto che pendeva dalla sua cintura.

«Ho notato che da quando mi trovo in questa valle la luce non è mai venuta meno. Esiste qui il buio? Quando andate a dormire?» Disse lo straniero rivolgendosi al maniscalco.

«Non comprendo il significato delle tue parole. Non so cosa sia il buio e poi che vuol dire dormire? Ti ripeto ancora: io faccio ferri per gli zoccoli dei cavalli e taglio la legna del bosco»

«Questo è il villaggio di Sintempus?»

«Sì, questo è Sintempus, ma non so perché esso è, lo so e basta»

«Dimmi amico maniscalco, narrano che oltre il villaggio vi sia una strada che porta al monte Ignotus. La conosci?»

«Hai un linguaggio difficile straniero, continuo a non capire ciò che dici. So solamente che quella là in fondo è l'ultima capanna del villaggio.»

«Non sei mai andato oltre?»

«Oltre? Cos'è l'oltre?»

«Uhm, m'avevano detto di non cercare Sintempus e il monte Ignotus, comincio a capire il perché, ma io devo trovarli, non posso tornare indietro.

Troppa fatica m'è costata questa ardua ricerca e ora...»

Sorrise nuovamente al maniscalco e fece per andar via.

«Aspetta, rimani a parlare con me straniero. Non ti comprendo ma ti ascolterò ancora»

«Metti la mano nel mio sacco, maniscalco, e dimmi cosa trovi dentro»

Con fare curioso allora il maniscalco infilò la mano nella custodia, non trovandovi nulla.

«Straniero, il tuo sacco non contiene nulla, perché lo porti con te?»

«Sai cos'è il nulla?»

«Il nulla è il nulla, ma non so cosa voglia dire»

«Solo chi sa cos'è il nulla può trovare e io cerco colui che ne ha conoscenza. Lascia che io vada ora per il mio tempo, addio maniscalco»

L'uomo tornò al proprio lavoro come se nulla fosse.

La leggenda, a conoscenza dello straniero, parlava di grotte segrete celate all'interno del monte Ignotus.

Monte che si trovava dopo il villaggio.

Lo straniero prese la direzione verso nord, dove s'intravedeva la cima del monte e un'unica stradina, all'uscita del villaggio, sembrava portare alla meta.

Dopo qualche passo, inoltratosi in un bosco, il villaggio sparì dietro di lui, e il buio comparve d'improvviso.

Lo straniero prese un ramo da terra, srotolò il panno che avvolgeva la spada e lo utilizzò per realizzare una torcia col legno raccolto.

Sfregò con le mani un bastoncino sopra una pietra e accese un piccolo fuoco. Ora aveva la sua luce per illuminare il cammino.

Lasciando Sintempus, egli era entrato nel luogo del Mai...

Proseguendo lentamente per lo stretto sentiero, tracciato all'interno del bosco, dopo un lungo percorso, arrivò ai piedi del monte Ignotus.

Il suo sguardo si posò su alcune rocce che parevano uomini pietrificati: essi davano l'impressione di formare una barriera.

Si avvicinò e notò un piccolo pertugio che consentiva il passaggio.

Oltrepassò le rocce e si ritrovò davanti all'entrata delle caverne del monte Ignotus.

S'udivano suoni simili a lamenti umani: il vento, infilandosi nei tortuosi percors, i che si snodavano all'interno delle grotte, emetteva incessanti sibili.

D'improvviso, una figura scura gli si parò fronte e lo interrogò con voce rude e ferma.

«Chi sei straniero? Cosa ti porta in questa terra fatta di ruvida e scura anima?»
«Ombra, io sono colui che cerca le grotte del monte Ignotus»

«E io sono colui che combatte: vivo in questo luogo dal tempo del mai; sei giunto a destinazione straniero»

«Allora tu sei il cavaliere che io cerco, dimmi, da quanto abiti qui?»

«Del mio vivere non saprei riconoscere l'alito vitale che sostiene le membra e di esse non so spiegare l'esistenza e del tempo conosco solo il mai»

Allora lo straniero disse.

«Prova a mettere la tua mano nella mia sacca, cavaliere»

Egli lo fece e di colpo dai suoi occhi cominciarono a sgorgare lacrime copiose.

Tutta la sua vita era per incanto ricomparsa nella mente e il mai non esisteva più.

«Chi sei straniero, tu che mi hai ridato la conoscenza, la mia coscienza, il mio passato?»

«Io sono il tuo sogno, cavaliere, da tempo immemore ti cerco. Solo nel sogno tu puoi ricongiungerti con la realtà e fare in modo che reale e irreale coincidano, superando la loro incomunicabile natura»

Il cavaliere si inginocchiò in terra e continuò a piangere copiosamente.

Battaglie, amori e ogni singolo momento della vita rivissero nel suo io...

E il sogno era realtà e la realtà sogno.

Lo straniero s'avvicinò e, con dolcezza, gli porse la spada che portava sempre con sé: la spada del cavaliere.

E la spada era una insieme al cavaliere e lo straniero ora esisteva in lui nel tempo del non tempo e tutto si compiva.

Il cavaliere rimase inginocchiato a lungo e fu così che l'ultimo dialogo con la sua spada, avuto nel luogo del mai, tornò alla ritrovata memoria.

Gli apparve anche l'immagine della ninfa dell'acqua, che un tempo gli aveva donato la spada.

Il cavaliere, allora, parlò all'immagine.

«Ninfa dell'acqua, mia ninfa, finalmente posso guardarti nuovamente e da te attingere la linfa del sapere. Ora posso ammirare bellezza infinita, tu che sei fonte di me, tu che doni lumi e ragione alla mia storia. Tu che nel sonno hai cullato i miei tormenti. Dolce ninfa, finalmente non ascolto più il canto che arriva dal monte Ignotus»

La reale immagine della ninfa rispose al cavaliere...


«Mio signore, ho atteso il sorgere del nuovo tempo.
Ho atteso che arrivasse lo straniero che porta i perché.
Ho atteso che la spada dell'eterna sapienza mandasse un messaggero dal profondo dell'universo.
E ora che non attendo più, ti vedo anch'io.
Prendi nuovamente l'elsa della spada.

Torna a essere vento e fuoco, vita e morte, calma e silenzio.
L'era del sapere della spada non finirà e nessuno potrà separarci dal nostro eterno sogno.»

Nel tempo e nel luogo del mai viveva un cavaliere e questo fu il principio della nostra storia.

In anfratti bui e imperscrutabili, nascosti dal mondo che oziava intorno, viveva in perfetta armonia con la natura del proprio essere l'ultimo eroe d'una generazione d'evanescenti illusioni.
Precluso da ogni umana follia, oramai stanco e vecchio, osservava triste
i resti dell'andata gloria, veleggiando spesso in vecchi racconti e avventure passate nelle ventose notti, seduto accanto a un ancestrale fuoco.
Era profeta d'una religione intinta di rosse emozioni.
Nessuno mai seppe dell'esistenza di quelle anguste caverne, né di colui che in esse abitava.
Era simbolo d'antiche vicissitudini defunte nell'oblio del tempo non tempo, sepolte nello spirito di ognuno di noi, che non vuol più saperne d'ascoltare se stesso.

La consuetudine del ricordo aveva estraniato il cavaliere da ciò che era e per il tempo che era divenuto non tempo del mai egli aveva continuato a vivere nell'oblio della non conoscenza, avvolto nel mondo di Oblivion.

Questo, invece, l'ultimo dialogo del cavaliere con la propria spada.

«Ascolta, mio padrone, qualcuno grida il tuo nome!»

«Sarà il vento, queste caverne sono così profonde che esso sembra parlare nella notte»
«Eppure ho udito bene, era proprio il tuo nome»
«È tanto tempo che il sole non ci riscalda, forse il tuo acciaio non percepisce più il suono? Eppure un tempo sapevi udire il rumore delle battaglie»
«Chissà, saranno i nostri ricordi che invocano giustizia» Ribatté la spada.
«Ciò che rimane dello splendore nostro in vita non è altro che un lieve sospiro di vento, così evanescente che...» Rispose il cavaliere.
«No, non posso crederlo: è forse male scordare il passato? Non possiamo farci scolpire il cuore dagli eventi, il fato ci guidò, non è giusto»
«Mia eccelsa spada, non esistono cose ingiuste e neppure ciò che noi riteniamo giusto può essere denotato esattamente, perché noi non esistiamo, perché noi viviamo solo nella fantasia che la realtà crea»
«Allora tutte le terre che abbiamo conquistato? I tesori, non sono mai esistiti? Abbiamo immaginato tutto? Io sento la forza della tua mano quando mi impugna, percepisco l'odore del sangue, mi specchio lucente nelle acque d'un ruscello. Vorresti farmi credere di non essere reale?»
«No, tu esisti, ma la tua esistenza è legata alla fantasia, all'irrealtà di chi creava le nostre avventure, che poi egli stesso rendeva reali»
«Credere? Già non riesco a pensare a quello che dici, mio cavaliere: come posso credere se noi non siamo veri; come posso catalogare ciò che siamo? Se poi noi non siamo affatto?»
«Mia fedele compagna l'affermazione è giusta, ma solo nel momento in cui tu accetti la tua irrealtà»
«Forse hai ragione, immaginare d'essere veri o esistere realmente, è tutto legato a un filo così sottile che non sapremo mai se siamo vivi oppure no»
Oramai è tardi, torniamo a dormire, il freddo della notte non ci aiuterà a comprendere l'abisso che abbiamo in noi»

Con l'arrivo dello straniero, il cavaliere aveva raggiunto il tempo della risposta, s'era ricongiunto finalmente con se stesso.

Il sogno gli aveva consentito di comprendere il suo eterno dubbio.

Razionale e irrazionale erano finalmente unica vita nella vita del sogno di se stessi e, nella vita, bisogna molto sognare perché ciò accada.

«Dormi cavaliere, d'un sonno leggero e profondo, fin quando lo vorrai.
Narra un'antica leggenda che, durante le stellate notti, fuggevoli canti dimenticati s'odano nelle foreste che ricoprono i mondi di Oblivion.
Si dice che chiunque li ascolti non torni più indietro.
Chissà forse questa storia è solo un sogno.»

V'era un tempo... Un tempo in cui il sogno abbracciò la leggenda e uno straniero viaggiò attraverso il mondo di Oblivion in cerca di se stesso.






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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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C'era una volta una regina di nome Morgana. Sorrideva sempre ed era cordiale con tutti, tant'è che la gente pensò bene di lei. In realtà era una maschera che indossava per non mostrare agli altri il brutto viso da strega che aveva.

C'era un uomo di nome Arturo che si recò spesso da Morgana perché la conosceva e volle fare amicizia con lei, siccome la regina si mostrò sempre sorridente e cordiale anche con lui. Un giorno quest'uomo le confidò un segreto che lei promise di mantenere. Ma la regina non mantenne il segreto e lo confidò ai suoi amici, i quali poi divulgarono questo segreto ad altri.

Arturo venne poi a sapere della cosa e si pentì quindi di essersi confidato con la regina Morgana, che rivelatasi poi una strega.

Morale: c'è gente che ti sorride ed è cordiale con te, ma poi si rivela essere diversa da come credi che siano. Quindi è meglio non confidarsi con queste persone.

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Profilo Autore: Alberto Berrone  

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Lieta Pasqua a te
piccolo bimbo
che vivi lontano
e non hai un po'
di pane.


Il sole scaldava la pelle
e di notte era pieno di stelle
un bambino sognava...
C'è un posto lontano
dove tutto è diverso
lo hanno detto i più grandi
ci si arriva sulle onde del mare.
Un posto stupendo
dove ai bimbi
non manca mai niente.
Lui sognava guardando le stelle
un posto così
al di la del mare
ogni giorno è una festa
di giochi e giocattoli nuovi.
Questo bimbo lontano
ha un colore diverso di pelle
e i suoi piedi non hanno le scarpe
ed ha tanta fame,
lui vive in un mondo diverso
dove i sogni son tanti,
ma non sono diversi dagli altri.
Questo mondo lontano
esiste davvero
ed è come lo ha visto nei sogni.
Il sole scaldava,
la notte brillava,
bimbo dolce rimani nel sogno
il mio mondo non è meglio del tuo,
hai soltanto bisogno d'aiuto...
Una mano potrei dartela anch'io.


Lieta Pasqua bambino lontano
io non so se da te si festeggia
o t'hanno mai parlato di un uomo
che morì su una croce
per salvarci e per renderci uguali.
Buonanotte bambino
anche questo era un sogno
un bellissimo sogno...




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Profilo Autore: conca raffaello*   Sostenitore del Club Poetico dal 30-04-2019

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Quando ti ho conosciuta ho pensato dovessi essere un’onda dell’oceano, di quelle che portano a riva ciottolini vivaci e li custodiscono come fossero acquamarine.

Poi il rumore del mare ha sovrastato quello dei pensieri, è ho capito di essere nel luogo giusto.

Il mare è come una donna. Ti attrae a volte taciturna, a volte audace. Sei consapevole che avvicinarsi può essere imprudente. Ma ti aspergi, e resti in balia
dei suoi riflussi.

Abbiamo ballato insieme tutta la notte, a piedi nudi sulla sabbia.

Ti ho confessato di avere bisogno della spiaggia con una birra gelata, le gote scottate dal sole, un po’ di buona musica. E della sabbia, e di te addosso.

Mi hai guardato, e hai detto di non poter stare senza gramolata e crema solare, di desiderare la misticanza fresca e le cene infinite con le risate fino al mattino.
Di non poter fare a meno della salsuggine tra i capelli, del segno dell’abbronzatura e di me.

Quella sera in spiaggia non avevo occhi per le stelle. Cercavo di custodire con cura il tuo respiro. Abbassando la musica della risacca.

Prendemmo una casetta minuscola proprio sulla spiaggia, e da allora i nostri piedi si sfiorano nel letto. Tu racconti storie che ti presta la voce del vento,
ma i sussurri li tieni segreti per noi.

Nascosti dentro le conchiglie. E io scrivo poesie per carezzarti in quei sentieri dove solo tu puoi arrivare.

A ogni fine dell’estate, i tappeti scricchiolanti delle foglie, gli ombrelloni chiusi, la riva ventosa, trascorriamo quell’ultima notte sulla spiaggia.
A giocare con i granelli di sabbia, dopo aver fatto l’amore.

Non piacendomi i finali, torno a guardare “La Veranda di Anna” di  Karen Hollingsworth che si regge ancora a stento sopra il camino.
Sedotto dell’incantevole finestra a bovindo.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Rincasando il ragazzo si sentì oltremodo soffocare, e più allentava il nodo alla cravatta nera più il groppo in gola si faceva stretto.

Comprese realmente quando dal cortile non avvertì l’odore del tabacco, e mentre stava per lasciarsi cadere sulle ginocchia, il suo sguardo madido fu avvinto
dal cigolio dell’imposta della soffitta schiaffeggiata dal vento. Era lì che era solito rimbucarsi da bambino quando le cose non andavano per il verso giusto.

Tutto appariva diverso, più piccolo e impolverato, ma la sua cassetta dei segreti era sempre lì. L’aveva quasi scordata. Aprendola, qualcosa gli sembrò
non appartenergli. C’era una lettera scritta a macchina, che quasi gli sfuggì per un’improvvisa folata.

“Figlio, in questo modo non potrai interrompermi. E se sei qui vuol dire che alla tua prossima festa di compleanno non ci sarò ad abbuffarmi di canapè.

Ho avuto un’esistenza serena e tranquilla, anche se alla vita ho dovuto pagare lo scotto di ogni piccolo errore. L’amore di una donna eccezionale, instancabile.
E un lavoro rispettabile che ci ha permesso di tirare avanti.

Ma avrei desiderato fosse diverso, avrei voluto vivere di poesia.

E che ci fosse stata lei con me, che non ho mai davvero conosciuto. Perché gli occhi non hanno frangiflutti, e il suo sguardo è quel moto ondoso
che è andato progredendo in ogni mio attracco.

Quel punteruolo che ora senti infilato nel cuore  ti sembra un dolore insoffribile, ma poi verrà il vuoto che lascia quando lo togli.
Ma sei un bravo ragazzo, e capirai che il vuoto fa paura solo a chi vuole riempirlo a tutti i costi”.

Asciugò gli occhi, e gli sembrò di sentire una carezza con il bisbiglio del vento.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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È primavera e sono tornate le cimici!
Con 22 gradi, le signorine ti entrano dalle finestre e le trovi ovunque.
Finiscono nei letti, nei vestiti, nel bucato, ecc ecc.
Oltre il classico spray che ho visto comprare anche dai militari, ho cercato sul web, altri rimedi più naturali.
Quelli frizzanti saranno successivi.
Dicono di mettere in una ciotola, il classico aglio tagliato a fette.
L' odore dovrebbe allontanarle, al massimo allontaniamo Dracula no.
Oppure bisogna spruzzare del sapone tipo ammorbidente.
Ma poi non è che la finestra diventa una lavanderia?
Prego, dammi i vestiti, te li lavo io.
Bigliettino, non spingete!
Tra aglio e ammorbidente, qua scappa anche il lupo di cappuccetto rosso, che non mangia la nonna, ma la prega di aprire la finestra per scappare, prendiamo infine il nostro classico aspirapolvere.
Mettiamoci mascherina, tuta e guantoni e via all'opera.
Non possiamo parlare, ma possiamo muoverci stile tarzan e come su autoscontri, andargli contro e risucchiarle, controllando ogni angolo.
Con pazienza, riusciremo a mandarle vie.
Potremmo sempre vestirsi se no da tenenti e urlare: tutte in riga, via da qui!
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Profilo Autore: Passione infinita  

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Quando faccio nulla e passeggio, rammento. Rammento ad es. quando mio papà cucinava per cena gli spaghetti con le cozze. E invitava a casa nostra una sua amica.
Tutti e tre, io mio papà e la sua amica mangiavamo un bel piatto pieno di spaghetti con le cozze. Però spesso mangiavamo le cozze quelle senza il guscio. Solo qualche volta, mi ricordo, avevamo mangiato quelle col guscio che mio papà aveva prenotato al ristorante. Però gli spaghetti con le cozze erano più buoni quelli che cucinava mio padre, perché le cozze erano più saporite. Dopo aver mangiato questo lauto pasto noi tre eravamo già abbastanza sazi. Ma qualcosa, a dire il vero, stava ancora nel nostro stomaco. Allora come dessert mangiavamo una bella vaschetta di gelato. O al cioccolato o alla amarena. E così soddisfavamo pienamente il nostro stomaco.

Oppure rammento quando mia mamma cucinava delle appetitose pietanze, quali ad es. gli gnocchi alla romana, il risotto con la carne, il risotto ai frutti di mare. Invece di altre pietanze che lei preparava non me ne ricordo.

Infine rammento quando mia nonna mi preparava il budino al cioccolato. Ah che bontà! Poi cucinava tante altre prelibatezze, non solo per me ma anche per i miei genitori. Sia mio papà sia mia mamma che mia nonna erano dei bravi cuochi (specialmente mia nonna).

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Profilo Autore: Alberto Berrone  

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