Questa è la favola di Orcomatto, un orco strano, che nella palude non viveva, perché, come della notte, paura gli incuteva.
Era un orco vegetariano e spesso lo... vedevi rosicchiare un sedano, che teneva nella mano, saltellando per le vie della città e cantando: trallalì, trallalà.
Un amico, con lui, viveva, era un gatto, scappato alla strega ed insieme dormivano sopra un giaciglio, nelle stalle, quando si faceva sera.
Orcomatto, un orco verde, non era e si era innamorato di una fatina, che magie non faceva, ma a scuola, ai bambini, dolci fiabe, leggeva.
Di nascosto, la stava ad ascoltare, per poi commuoversi a tal punto che, dalla gioia, una lacrima gli scendeva, scaldandogli la guancia, tanto che baci inviava, anche se la fatina non lo vedeva.
Le favole non sapeva raccontare, ma tutte le aveva imparate ed al gatto le andava a mimare, mentre rideva.
Era diventato il più bel gioco che lo intratteneva.
Ed un giorno, intanto che lo faceva, la fatina Siri, di questo omone, s'intenerì e, in lui, vide il bambino dagli immensi occhi blu.
La fatina si mise a pensare, forse la strega un sortilegio aveva fatto a quel povero orco, che non poteva essere altri che il principe buono, di cui nulla si era più saputo e, con il tempo, fu dimenticato!
Questo pensiero le si accentuò e le ricerche incominciò, interrogò i suoi libri di storia, per capire chi fosse Orcomatto.
La gente a quell'orco strano si era abituata e non faceva più caso, era buono, gentile ed a tutti sorrideva.
Era il Principe della città e non lo sapeva.
Al calar di una sera arrivò la brutta megera ed il suo gatto, rivoleva, pertanto una sfida iniziò, tra orco e fata, contro la strega, che prese ad inveire e maledire, ma la fatina, che bene si era preparata, protesse l'amico orco dalla magia e fu così che il sortilegio svanì, facendolo mutare in Principe, in men che non si dica.
La strega che vide svanire i propri poteri, corse via, rincorsa dal ritrovato Principe che la voleva prendere a calci nel sedere, fintanto che, da quel momento, non si fece mai più vedere.
E quelli che videro tutta la scenetta andarono, in tutta fretta, ad informare il Re e la Regina, del grato ritorno del loro figlio, Claus, il Principe sparito.
Per la felicità, una grande festa fu organizzata, per la gente della città.
Vennero invitati grandi e piccini e, certamente, la bella fatina che, senza volere, si ritrovò Principessa a divenire, a seguito del grande amore sbocciato tra lei e l'orco, il bel Principe dagli occhi azzurri, testé diventato.
Il matrimonio fu celebrato e Orcomatto fu dimenticato.
La fatina, con il passare del tempo, divenne Regina, diventando poi madre di una bella e bionda bambina che, a sua volta, divenne fatina, col suo gatto acciambellato sul suo cuscino che la guardava e, ogni tanto, ronfava
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Profilo Autore: Horion Enky  

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Oh, finalmente mi portano a spasso!

… E’ bello fare due passi al sole, dopo essere stata per lungo tempo, ad ammuffire su scaffali polverosi, o cassetti bui e freddi. Rischiavo di perdere il mio bel colorito!

Ciao, mi presento. Sono Pa Gina, beh insomma, sono un foglio pur sempre di carta, ma a me piace di più chiamarmi così. Sono stata appena comprata e sto godendo di questo bel caldo, arrotolata tra le mani di una bella signora di mezza età: è bellissimo dopo il freddo del cassettone di quella cartoleria… Ero in buona compagnia, per carità, accanto alle altre come me; alcune erano… un po’ pallide, io ho un bell’incarnato rosa: qualcuno preferisce le colorate… Buongustai!...

Ora andrò, sicuramente, su una scrivania, che è sempre meglio di dove stavo: luogo monotono, tutte ammassate l’una sull’altra. Quelle “bianche”, poi, di una tristezza da paura, un po’ rassegnate al loro pallore. Mamma mia, e che sarà mai la loro vita, vista così! Ora, invece io, mi riprenderò un po’ della mia bella cera, mi rifarò dei giorni trascorsi senza nulla fare: anzi, sono già tutta eccitata al pensiero di essere impegnata in una qualche idea: bella senz’altro!...

Non so a cosa servirò ma, di solito, non fanno altro che sobbarcarmi il peso delle… parole!... E’ anche quello, il mio lavoro; veramente è un lavoro che fanno di più le “pallide”. E’ un bel peso: sostenere discorsi, appunti e, a volte, conti. Beh… per dirla tutta, una volta succedeva di più. Oggi, invece, veniamo un po’ sostituite dalla tecnologia; già, si scrive sul word,   gli sms, ci sono le chat, il pc. Nessuno scrive più lettere, però! Sapete quelle d’amore, per esempio, su carta colorata, come me, magari accompagnate da qualche petalo di rosa. Che tempi! Altri tempi: romantici, pieni di sognatori!... Comunque, penso, non finirò mai di esistere. Perché?!... Ma come?... E i libri, allora, i giornali?! Lo so, molto fa sempre lei, la tecnologia! Ma in certe cose non mi possono sostituire, anche la nuova generazione fa uso di noi: metti, ad esempio, un fax, una fotocopia… O m’illudo?! Ahimè, ma certo che sarà così, prima o poi, forse. Eh, ma a scuola, allora, non si scriverà sempre sui fogli? Quindi io sarò sempre il quaderno del bambino, o un block-notes, o una bella agenda.

E la lista della spesa della mamma? E le poesie?... E poi i romanzi, i racconti, i libri di scuola?! Certo le nuove tecniche un po’ mi vengono incontro, perché non si spreca tanta carta. Nonostante ciò, non oso pensare ad un mondo senza pagine; ma potrà essere così, un giorno?...

Allora i cassetti saranno vuoti?

Io amo il profumo dei cassetti, anche se, a volte, odio il loro buio e il freddo. Adoro essere… vestita di parole, specialmente di poesia; faccio la vanitosa quando mi fasciano in una bella copertina e poi mi mettono, in bella mostra, in una grande vetrina o su una libreria. Mi sento importante quando devo custodire scritti, e poi tramandarli. Gongolo quando abbraccio una bella ricetta di un libro di cucina, oppure una raccolta di ricette scritte, magari, a mano oppure stampate su fogli colorati. Amo stare su uno scaffale, tra gli odori di cucina e l’amore per la tavola. E che dire di un messaggino del ragazzino, a scuola, alla sua prima fiamma!...

Nooo, questo no, vero?... Sì, avete ragione le manda il suo bel sms! Beh, non voglio pensare a cosa sarà di me!...

… Voglio, piuttosto, godermi l’idea di cosa mai sarò, ora. Cosa mi faranno fare, o essere, questa volta? …

… Oh, ecco la mia nuova dimora!

Bella, bella… La mia… padrona sembra essere una che ci sa fare, una in gamba: si, si, proprio così.

Vedo in giro un po’ delle mie compagne: hanno un aspetto delizioso. Sembra abbiano preso la forma di colorate roselline; sono… in forma, luccicanti e persino profumate, dico davvero! Vedo già una scrivania che, a dire il vero, ha più l’aspetto di un banco di lavoro!...

Forbici, colla, perline, nastri, brillantini e le mie cugine carte crespe: una bella squadra, non v’è dubbio alcuno…

Avrò di nuovo buona compagnia, questo è sicuro.

Ma eccola, la signora si avvicina.

… Come, come?... Dice che deve fare degli schizzi… e poi cosa?... Mi dovrà tagliare?... Ma perché non vado bene tutta intera? Beh, questo è il rischio del mio mestiere, specialmente quelle come me, più colorite e gioiose: a volte devo rinunciare ad una "parte" di me, per una giusta causa. Questa volta, stando a quanto ho capito, avrò la forma di una nuvoletta rosa, sarò tutta abbellita di perline e punti luce, ed avrò un bel fiocco color glicine tutt’intorno: annuncerò la nascita di una bimba!... Wuao!!

Sentimi un po’, bella la mia padroncina: questa situazione ha un neo che non mi convince! Non potrei essere una bella nuvolona tonda, così non taglieresti che giusto un po’ di angoli? Mi smusseresti quel tanto che basta, senza sprecarmi. Perché sprecare tanta carta, quando le foreste piangono i loro alberi?...

Ehi… mi senti?... Macchè, gli umani non ascoltano mai. Non ho capito se non sentono davvero, o fanno finta per convenienza!...

Vorrei sperare che cambi idea, infilarmi nel fondo del cassetto e non farmi trovare, ed aspettare quel momento. Ma quando mai!... Loro ficcano le mani dappertutto: inutile… mi troverebbe!...A trovare i modi per distruggere e sprecare, loro, sono proprio bravi! Soccombo, dicendomi che sono la più debole, d’altra parte, questa volta devo prendere una "forma", mi tocca sottostare!...

Beh, anima, mia piccola ”PA”! Infondo, avrò l’onore di essere la prima pagina scritta di una nuova vita. Anche se recherò solo il suo nome, e qualche frase di benvenuta, sarò la prima pagina, colorata di rosa, di un nuovo meraviglioso libro che inizia a sfogliarsi: la vita di Jole… ^.^
 
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Profilo Autore: Giò*   Sostenitore del Club Poetico dal 22-08-2015

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C'era una volta, ma fu solo quella volta, una divinità, tutta curve e rettifili, che faceva impazzire gli dei dell'Olimpico.
Al suo passaggio, provocava un forte eccitamento, tant’è che tutti i maschi l'avevano soprannominata "Segovia".
Anche Joe Capitolino, re degli dei, provava sturbo alla vista di lei e, da uomo di tendenza e noto sciupa femmine qual era, le faceva una corte spietata, 24 ore su 24. Addirittura, per paura di perderla, eliminava, a colpi di la lupara bianca, tutti quelli che le si avvicinavano.
Egli le stava così ampresso che un giorno la mise incinta, al solo sfiorarla.
A seguito di quello struscio, nacque loro una figlia che chiamarono Desideria Copuletta, in memoria di quel rapporto tanto desiderato, ma mai consumato.
Com'era usanza a quei tempi, la piccola fu battezzata nel Vesuvio e fu tenuta a battesimo da San Giuseppe Vesuviano e da sua moglie Santa Maria di Capuavetere. In onore della neonata, si organizzarono feste, solluccheri e sollazzi vari.
Si organizzò persino una grande caccia al Cam O Rist, un americano di origine cinese,  nelle campagne di Boscoreale e si allestì un banchetto a Casal di Principe a base di Cicciano di S. Agnello, Gragnano condito con Scafati di San Marzano, Bacoli vivi, Nocera secca, Afragola di stagione e sfogliatelle di S. Giorgio a Cremano.
Appena adolescente, la piccola venne affidata alla Sibilla di Secondigliano, nota per la sua naturale tendenza alla verginità, dovuta più alla bruttezza che al reale desiderio di castità, affinché la introducesse a Cuma e la iniziasse ai sottorifugi del Kamasutra e ai segreti della divinazione.
A Cuma, Copuletta crebbe a pizza e maccheroni e si dimostrò molto più interessata alle arti occulte che non alla pratica della castità.
La notizia della sua bravura si sparse in un arcobaleno, dappertutto, sulle arie di una famosa canzone napoletana dal titolo: Cumaggiafà!
Devoti e pellegrini venivano, continuamente, da ogni parte del mondo,  per sperimentare le sue doti di guaritrice ed ella, col tocco delle sue mani, riusciva a risvegliare in loro persino le passioni più addormentate.
Fu la pillola blu dell'antichità.
Avvenne così che una volta, un tal Lumucone di Caianello, afflitto da mosciatio penis, una malattia contratta durante un viaggio nei paesi tropicali della vicina Calabria, arrivò a Cuma, alla testa di tutto il suo esercito, per essere guarito.
Egli promise alla sacerdotessa che, in caso di ritorno alla normalità, si sarebbe sottoposto a trenta giorni di sacre lavande, con acqua e bicarbonato e che l'avrebbe ricolmata d'oro, d'argento e d'orologi Rolex.
Anzi, si spinse molto più in là e le fece un'offerta che Copuletta non avrebbe potuto rifiutare: l'avrebbe sposata.
Era la prima volta che qualcuno avrebbe voluto sposarla!
Considerata l'età avanzata e il suo nutrito curriculum di esperienze, Copuletta pensò bene di approfittare dell'occasione e di appendere le mutande al chiodo, come andava di moda a quei tempi.
Guarire il Lumucone, fu per lei più un passatempo che un gioco da ragazzi e così, alla fine, arrivò anche per lei il momento di tirare la patata in barca e di sposarsi.
Chiese ed ottenne la dispensa capitolina e, onde evitare ripensamenti da parte del Caianellide, in quattro e quattrocchi, si celebrarono le nozze con Pompa Magna, che era la sacerdotessa anziana di Cuma.
Alla cerimonia, parteciparono tutte le famiglie più in vista di Napoli e dei dintorni, che nessuno aveva mai visto.
Per l'occasione, s'invitarono cosche, amici degli amici, mozzarellari, pescivendoli, dei dell'Olimpico, Ras, Aiato più in là e persino Ali Babà e i 40 ladroni.
Fu la più grande rimpatriata, a Napoli, della sacra corona unita dell'Olimpico e della gente di rispetto.
Mangiarono e bevvero tutti come scrofegni, che vuol dire figli di porco, e alla fine venne portata a tavola una torta alta, fino al settimo cielo.
Si seppe, successivamente, ch'era a base di cacao, quando tutti corsero in cerca di latrine e di vespasiani.
Alla fine, gli sposi poterono ritirarsi per consumare gli avanzi della loro prima notte di matrimonio. E mentre loro consumavano, dormendo e ronfando a tutta callara, gli amici approntavano serenate e sparavano mortaretti, almeno così sembrava da lontano. Erano invece gas di scarico dovuti all'attrippata dopo la cerimonia.
Il mattino seguente, a gran voce, gli amici chiesero di vedere la prova del nove dell'avvenuta consumazione del matrimonio.
La coppia, che non aveva nulla da dimostrare, decise di ricorrere ad un escargot, ovverosia a un francesismo. Furbescamente, il Lumucone si affacciò al balcone tenendo in mano un lenzuolo bianco bruciacchiato, con un buco in mezzo, e disse: "è stata una notte talmente infuocata che s'è persino incenerita la macchia"!
A quelle parole esplosero tutti in un lungo a caloroso rutto di gioia e, da quel momento, chiamarono il Lumucone con l'appellativo di Pen Flambé.
Poi vissero felici e contenti e, a noi, non raccontarono più niente.

 

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Profilo Autore: Salvatore Linguanti  

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A volte dai miei pensieri rapita, fuoriescono parole dallo scrigno del mio profondo. Svolazzano leggere, nell'aria, a me davanti. Mi avvolgono fluttuanti e prive di materia, come i sogni. Cosí fatte di sostanza evanescente ch'esce dal cuore, impalpabile ma incorruttibile. Inarrestabile valanga di emozioni e sensazioni... Si formano pian piano periodi sconnessi, poi si alleano, più o meno musicali, come un canto fatato. Ed è allora che in punta di piedi per non farle scappare, con una penna in mano, le imbriglio ed imbrattando un foglio nasce una poesia...
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Profilo Autore: Maria Rosa Schiano  

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RELAZIONE

 

A 32 °” da ammasso 12 , abbiamo avvistato un pianeta ricco di liquidi e vegetazione.

È caratterizzato da zone emerse e grandi settori di zone liquide, da un primo esame della

presenza di esseri pensanti, abbiamo constatato la notevole evoluzione tecnologica di

un animale chiamato uomo. Dal punto di vista della evoluzione intellettuale è praticamente

ancora a livello di un altro animale da cui probabilmente discende, chiamato scimmia.

Infatti questo essere apparentemente evoluto, pratica ancora il pricìpio della sopraffazione

sul più debole e l'accaparramento di risorse a danno di altri. Per raggiungere questi scopi

si è dotato di strumenti micidiali che provocano milioni di vittime ed innumerevoli

devastazioni del suo stesso abitat. Le condizioni di abitabilità di questo pianeta sono

praticamente compromesse.

L'animale uomo, conscio dei suoi limiti, nel corso dei millenni (millennio – tempo

impiegato per mille rotazioni intorno alla sua stella chiamato sole) , si è affidato ad

entità superiori (più o meno credibili) chiamati Dei, ne conseguì la nascita di religioni

diverse fra loro a seconda del luogo dove sono nate e di conseguenza in conflitto fra loro.

Questo conflitto degenera spesso i lotte sanguinose Chiamate “guerre di religione”.

Si ritiene che da quando questo essere è apparso sul pianeta, abbiano fatto più vittime

dette guerre che quelle fatte per qualunque altro motivo.

Con i sofisticati mezzi di comunicazione di cui si è dotato, diffonde,(salvo casi

sporadici), sistematicamente falsità, stupidità e violenza , atteggiamenti che vengono

inconsciamente assimilati dai suoi simili, con le conseguenze che ne derivano.

Nella sua folle corsa verso l'autodistruzione, l'animale uomo sta trascinando con sé

tutte le altre forme animali che non sono responsabili della catastrofe. E questo è

estremamente ingiusto. Egli sta tentando di espandersi verso altri pianeti, il che sarebbe

deleterio per l'equilibrio dell'intera galassia.

Per tutto ciò, riteniamo opportuno che detto animale, venga sottoposto in toto al

trattamento di recupero K24 nella speranza di un rinsavimento, prima che sia troppo tardi.

 

FINE RELAZIONE

contatori M G 23559

 

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Profilo Autore: Vittorio  

Questo autore ha pubblicato 35 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Il sig. Dentalio stava stravaccato sulla sua poltrona in polpastrelli di topo, con un bel bicchierone di sangue canino in mano, quando entrò in cucina la moglie Dentalina per preparare la cena a base di piastrine e globuli bianchi. Con la fronte corrugata, il sig. Dentalio pensava alla fame che aveva patito quel mese: fu scarsa la raccolta di sangue, pertanto il suo datore di lavoro non gli aveva dato neppure una lira.
Dentalio guadagnava 200 lire per ogni 10 provette da 100 cl che consegnava al suo datore, nell’arco dei giorni componenti un mese solare. Qualora, arrivati all’ultimo giorno del mese, la raccolta non avesse raggiunto quel minimo quantitativo, Dentalio non avrebbe ricevuto denaro e il pagamento sarebbe slittato al primo mese di raggiungimento dell’obbiettivo minimo. Il problema più grosso era che il sig. Dentalio aveva confezionato sì 10 provette, ma nell’arco di 60 giorni. Il lato più macabro di questa storia è che il suo datore di lavoro avrebbe dovuto pagarlo l’indomani, ma per quale motivo? Niente, saltò anche questo mese, come il precedente. Forse Dentalio avrebbe ricevuto qualche lira al termine del prossimo periodo, se fosse riuscito a non farsi trovare stecchito, consumato dalla fame e con qualche bella provettona tra le mani …
“E’ pronta la frittata di globuli con crema di piastre, tato!” Lo chiamò entusiasta Dentalina, consapevole di aver fatto anche troppo per ingolosire quello stupidone di suo marito. “Evvai grand…” Dentalio stava per ultimare la lode, quando vide la porta principale della sua baracca scaraventarsi al suolo, con una botta incredibile …
Fasciato da capo a piedi con un rotolo di carta igienica, come al suo solito a gambe divaricate, la mummia si bloccò davanti al varco appena creatosi. “Brutto stronzo, non mi dai più una cazzo di provetta da 2 mesi, ti senti intelligente?” Disse quello strano essere. Dentalio si spaventò all’istante, tremava come un ghiacciolo. “Nnnoooo …” Rispose e volò un piatto in direzione dell’intruso, lo schivò per un pelo. “Ah, tenti di uccidermi! Vedrai la tua fine stasera, muahahahha …!” Uscirono vermi da quelle fasce, vermi che infestarono rapidamente tutta la dimora. Dentalio si ritirò di corsa a letto, molto provato. Dentalina rimase invece a lavare i piatti, come se niente fosse successo. “Fifone, fifone, hai paura di un mammalucco ancora in fasce!” Lo schernì la donna. “Bene, io ho già detto tutto. Sogni sereni a tutti voi! Bye bye!” Così dicendo, la mummia svanì, nelle tenebre della notte.
Con i lombrichi sulle gambe, Dentalina salì le scale, per coricarsi sulla piazza del letto a fianco del marito. Si abbandonò subito tra le coperte calde e sognò di fare l’amore con il partner, atto fisico che forse avrebbe potuto tranquillizzare lui. Mentre l’inconscio prendeva il sopravvento, quelle brutte bestiacce marroni strisciavano tra le lenzuola, fino a quando un rumore sospetto provenne dalla finestra che dava sull’esterno ... Un sobbalzo e Dentalio si trovò a sedere sul letto, respirando compulsivamente, senza tregua, troppo velocemente per un vecchiaccio come lui. Poté così vedere tutti quegli schifosi mostriciattoli dirigersi verso la finestra, dove stava affacciato un drago giallo, osceno e dagli occhi verdi. La bestia li inghiottì uno ad uno per poi sputare, con tutta la forza che aveva in gola, altrettante bisce lunghe mezzo metro ciascuna. Le serpi iniziarono ad aggrovigliare il letto dei due innamorati. Dentalio era paonazzo e vibrava come un Trudy di quelli con la cordicina, mentre Dentalina non si sarebbe destata nemmeno se qualcuno le avesse mollato un peto in faccia. Il padrone di casa la scosse violentemente, urlandole nell’orecchio: niente da fare, sembrava in coma …
Il drago ruppe la vetrata che lo divideva dall’interno della casa e si allungò per scrivere sul muro, col sangue: “Fai schifo … Non riesci nemmeno a fare un po’ di prelievi fatti bene, ora sarai tu il prelevato … La Mummia”. Dentalio passò da uno stato di terrore acuto ad una vera e propria ira, così si mise in piedi sul materasso senza toccare a terra, caricò le gambe e saltò la coltre di serpenti creatosi attorno a quelle doghe. Andò in cucina correndo per prendere un pezzo di legno resistente e tornò subito in camera. Con un balzo esagerato, si ritrovò in piedi sopra alle lenzuola, così iniziò a picchiare ovunque con quell’arma, preso da un istinto omicida irrefrenabile; peccato che indirizzò per sbaglio un colpo atroce sulla schiena di Dentalina …
Ella si rivoltò a terra dalla sua parte e fu lentamente consumata dagli esseri viscidi. Dentalio, preso dallo sconforto, perse i sensi e cadde, con il corpo duro come un mattone, sbattendo la testa contro lo spigolo del letto. Per fortuna, si riprese dopo venti minuti, tutto lacero, con qualche brutta ferita sul viso. Guardò la moglie, cercando di soffocare un urlo straziante: Dentalina posava a terra con le labbra divorate, gli occhi spalancati a morto e le vesti strappate a brandelli. Appena realizzò, Dentalio si chinò sul suo corpo, sulle spalle il peso struggente delle serpi maledette. Iniziò a piangere per qualche lungo minuto: aveva perso la donna che più lo faceva vincere nella sua vita, come avrebbe potuto stare in questo mondo senza di lei? L’unica soddisfazione possibile sarebbe stata la vendetta, andando a prendere la mummia, ovunque essa si fosse rifugiata.
Casualmente, Dentalio mise la mano sotto al letto e sentì qualcosa di duro al suo tatto: fece per tirar fuori l’oggetto, era una padella di plastica. Decise di colpire le 10 serpi che gli stritolavano il corpo, stordendole. Corse rapido verso l’uscita della camera, chiuse la porta con 4-5 giri di chiave e accelerò verso l’uscita al pianoterra, con una certa dose di adrenalina nel sangue. Prese il suo giubbotto dall’attaccapanni e si improvvisò velocista, girovagando per tutto il quartiere. La prima a destra, la seconda a sinistra, sempre dritto ed eccoci a casa della bastarda! Scavalcò il muretto e calpestò senza fare rumore il giardino pieno di fiori appassiti.
Carico di frenesia, Dentalio si affacciò alla finestra dall’esterno, senza destare sospetti: la mummia guardava una partita di calcio alla televisione, come entrare a disturbarla? Il grande uomo fece un giro di perlustrazione del giardino e, nella zona anteriore, vide un utensile conficcato in un’aiuola per la punta. L’arnese era attaccato con un filo alla presa della corrente e la punta in ferro era sepolta nella terra … Quello stupido usava il trapano per solcare la terra, bravo deficiente! Il nostro amico sfilò l’attrezzo dal suolo e lo puntò sullo stipite della porta, azionandolo …
Vzzzz, e la porta si bucava; Dentalio continuò a forare, fino a quando si avvicinò l’acerrimo nemico alla serratura … Aveva attirato la sua attenzione, ci era riuscito alla grande, peccato che Dentalio iniziò a sentire qualcosa di morbido dall’altra parte della punta, qualcosa di molto assimilabile ad un cervello … La porta si spalancò e si presentò un immagine terribile: la mano fasciata della Mummia era sospesa sulla maniglia, mentre la sua testa andava in frantumi. La punta penetrava sempre più nelle sue cavità cerebrali e Dentalio restava incastrato nella porta con il braccio sinistro. Il trapano era perfettamente funzionante e il suo componente più devastante continuava a roteare a velocità stratosferiche. Con il suo movimento, l’eroe staccò la porta dai cardini e avanzò dritto verso la sala d’ingresso …
“Pensavi di farla franca, lurido pezzente?” urlò violento Dentalio, spegnendo il Black & Decker. Restò immobile, a gambe divaricate, a contemplare la poltiglia di carta confusa sul pavimento, il suo nuovo datore di lavoro, insomma. Le sue mani erano ormai deboli e lasciarono cadere l’arma del delitto sulla “nuova Mummia”: non parlava più ormai, non chiedeva più nemmeno una provetta di sangue, quella sottospecie d’uomo!
Il grande Dentalio sorrise soddisfatto, con l’ingombro degli stipiti che lo trascinava gobbo verso la cucina. Sogghignando come un cretino, aprì tutte le credenze e divorò ogni provetta a portata di mano, finché il peso della porta non lo seppellì in quella orribile mangiatoia …
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Profilo Autore: Diego Crozzolin  

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Allora potrò conoscerlo finalmente vedere i suoi occhi, potrò amarlo non solo di parole ma potrò baciarlo con passione e vivere la canzone di Mina “ancora”.
Nel giro di pochi giorni fu a Parigi con una luce dentro gli occhi e con una felicità che quasi non toccava per terra, non vedeva l’ora di scrivere a Tommy per dirle che era lì nella sua città e che finalmente potevano amarsi. Le scrisse la sera in albergo dopo aver fatto un bagno caldo  “amore sono qui a Parigi per te amami” dimmi dove ci si può vedere e ci sarò.
La mattina dopo nessuna risposta, lei aspettava con ansia, ma niente, per giorni interi nessuna traccia si era dissolto nel nulla, Tommy non c’era più forse era stato solo un sogno il suo, ma l’aveva sentito sulla pelle quel brivido d’amore. Niente di niente la donna era triste sconvolta, persa tra le strade di Parigi, passeggiava per distrarsi, era confusa dov’è Tommy?
Guardava tutti i passanti  con la speranza di incontrare i suoi occhi, la delusione era dentro lei stava morendo di dolore di crepacuore per un amore che nemmeno conosceva, che non aveva mai visto. Non sapeva cosa fare Parigi era bellissima ma passava inosservata  Notre Dame, Monmartre, le chance elisee non le suscitavano niente, nessuna emozione, il suo cuore era vuoto, era stremata, stanca, amareggiata. I giorni passavano nessuna traccia della sua stella, quella che l’avrebbe dovuta guidare per sempre, era sparita,  forse mai esistita. Era avvilita dispiaciuta tanto che non poteva nemmeno raccontare, nessuno l’avrebbe creduta. Lasciò Parigi il giorno dopo rassegnata che il suo Tommy non esisteva, piangeva e  la sua bellezza svaniva giorno per giorno dietro a un amore fatto di parole che adesso si erano perse chissà dove. Tutto così assurdo eppure aveva sentito quel bacio come fosse vero, l’amore che le aveva donato l’aveva fatta vivere, aveva acceso la smania in lei, non era possibile. La confusione era incontrollabile. Era solo un sogno si chiedeva. Domande senza risposta si susseguivamo ma  a lei mancava il suo Tommy le sue dolci parole, l’amore che le donava ogni giorno le mancava disperatamente, era triste, senza sorriso e i suoi occhi spenti come non mai.

 
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Profilo Autore: Tiziana Rosella  

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Non c’era svago per lei se non quello di aspettare le parole, quelle che poi l’amavano così tanto con passione e desiderio infinito. Non poteva fare a meno di tutto ciò ma  un giorno nessuna parola scritta  ci fù, allora la donna cadde in una tristezza infinita, la mente sbarellava e diceva. “Ho perso la mia stella”.
Preferisco morire.
Solo il giorno dopo tornò il sorriso sulle sue labbra quando lesse “eccomi amore sono qui per te”.
Il tempo passava e la donna sempre più attratta dalla sua stella di nome Tommy  aveva un desiderio pazzesco di vedere i suoi occhi, di essere sfiorata e amata veramente, di sentirsi donna e coronare quel sogno bellissimo.
La donna scrisse: “vorrei vedere i tuoi occhi e abbracciarti dolcemente” ma lui rispose che non era possibile che il sogno era bello anche così e che l’avrebbe amata per sempre.
Una lacrima scese sugli occhi di lei ma non disse nulla. La donna chiese di dove sei Tommy?  Qual è la tua città? La mia città è Parigi rispose. La città dell’amore la città che fa per noi.
Intanto arrivò l’autunno e  poi l’inverno, la neve aveva imbiancato la città,  lei non sentiva freddo c’era il suo Tommy pronto a scaldarla con le sue parole d’amore. Arrivò anche la primavera e la donna era stanca, il mondo fuori era solo un ricordo il sole non la scaldava più, aveva dimenticato anche il colore del cielo perché non si fermava più a guardarlo.
Solo il suo Tommy, la sua stella, ma dentro il suo cuore un po’ di nostalgia l’affiorava  per quel cielo e quel sole che la baciava tanto,
Un giorno la trasferirono per un lavoro importante a Parigi, sarebbe dovuta rimanere una settimana, la donna si illuminò e pensò! E’  la città di Tommy.
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Profilo Autore: Tiziana Rosella  

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Si era fatto tardi la donna doveva andar via il suo orario stava per finire, le dispiaceva spegnere quel computer che  stava dando luce al suo viso. Quella sua stella la salutò donandole un bacio e dandole appuntamento per la mattina dopo. Il cuor suo era contento, sentì quel bacio come se si posasse sulle sue labbra, sensazione bellissima che a lei sembrò vera.
A malincuore andò via con il sapore di quel bacio che la seguiva per tutto il percorso, finalmente a casa si guardò allo specchio, aveva una luce negli occhi che non vedeva da tempo, i suoi occhi brillavano, era felice non vedeva l’ora di leggere ancora le parole della sua dolce stella.
La notte fu lunga, il pensiero sempre lo stesso, dolce e curioso di qualcosa che non aveva mai provato, si sentiva felice per quelle parole scritte e per quel bacio che aveva sentito vero su lei. Una cosa da non credere. Dormì poco quella notte , al mattino era un po’ stanca ma si alzò con l’energia addosso e con un desiderio soltanto.
Ecco di nuovo alla scrivania davanti al computer e la sua stella che le scriveva, giorno dopo giorno, parole sempre più belle, parole che la rendevano forte, sicura, si sentiva importante, mai nessuno gli aveva scritto parole d’amore che colpivano il cuore. Mai nessuno gli aveva dedicato quelle canzoni che la lasciavano senza fiato, soprattutto un pomeriggio che lui la sua dolce stella le aveva detto di ascoltare una canzone di Mina “Ancora” e con quella canzone l’aveva amata come non mai.
La donna era stordita d’amore, non aveva mai pensato che dietro un computer si potesse nascondere un amore così grande. Aveva quasi voglia di romperlo per vedere i suoi occhi, ma che andava  a pensare? Tutto così strano, strano ma le sensazioni erano vere, anche se lei non toccava o sfiorava nessuno.
Passarono i mesi e di parole scritte tante da riempire il cuore, la donna era sempre incollata al computer, il mondo era lontano da lei, il suo mondo stava lì, la sua stella era li dietro
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Profilo Autore: Tiziana Rosella  

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Era un giorno d’agosto, un giorno qualunque, la calura si faceva sentire anche in quella stanza, una donna era dietro la scrivania immersa tra carte di ogni tipo, faceva fatica a concentrarsi, la fronte grondava di sudore, il suo bel viso era rosso color di una mela.
Ma non era tanto il caldo a disturbarla ma i pensieri tristi che si susseguivano, una solitudine infinita l’assaliva e ogni tanto una lacrima scendeva bagnando il suo viso già umido di sudore. Distrutta tra caldo e pensieri passava da un sito all’altro, il computer le faceva compagnia, in un baleno la mente si illuminò voleva distrarsi, cercare un qualcosa che potesse allontanare quei pensieri maledetti, allora cominciò a svirgolare e dopo un po’ si aprì una chat amicizia, lei che non sapeva di cosa si trattasse e nemmeno come entrare, fece per cliccare e si aprì una finestra. C’era una scritta che lei lesse in un attimo.
C’era scritto “una stella è qui per te e ti guiderà per sempre”.
Lei rimase perplessa, il cuore iniziò a battere di un battere che non voleva fermarsi.
Chi sarà pensò.
Allora la scritta continuò.
Ciao come stai?
E li scoppiò a piangere tanto che non riusciva a fermarsi, a poco a poco si calmò, allora iniziò a rispondere a quella scritta  a lei sconosciuta.
Si sfogò scrivendo tutti i suoi pensieri tristi, le sue delusioni  che le bloccavano il respiro ma che pian piano svanivano come le nuvole nel cielo. Iniziò a sentirsi meglio, fresca come una rosa, le parole   uscivano spontanee anche dall’altra parte del computer entravano dolcemente su lei. Parole su parole, scritte velocemente piovute dal cielo in quel giorno d’agosto.

(racconto di fantasia su quello che succede virtualmente e come le persone si lasciano prendere da queste cose 1 parte)

 
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