Solca con fierezza, dopo aver attraversato una serie di chiuse, le acque del fiume Brenta, un battello. Venezia attende. Percorre luoghi che s'affacciano fin su gli argini a troneggiare opulenza e bellezza caratteristiche della zona. L’eccitazione dei passeggeri è palese: turisti desiderosi di visitare e fotografare le ville, raro esempio di bellezza, costruite dai dogi per mostrare opulenza e frivolezza nelle feste. Si specchiano nel Brenta avvolto nella soffusa nebbia umida che circonda colonne e lesene. Una donna dall’aspetto elegante scruta con sguardo ansioso la riva. Villa Foscari è lì, in attesa di mostrarsi con tutto il suo fascinoso aspetto. Nulla per cui farsi notare, eppure quella donna, dal fare austero e riservato, emana un’aura accattivante, che rende la sua bellezza sconvolgente. Viso bianco, pallido, accompagnato da sottili e lucenti capelli rossi. Non parla con nessuno dei passeggeri del battello. Mark, seduto accanto all'oblò, rivolto verso il fiume, la osserva da molto: il fascino emanato è tale da catturare gli occhi e renderli fissi e vaghi. Voglia di avvicinarla, ma lo trattiene il riserbo e il desiderio continua nella sua discreta ammirazione. Il rollio dei motori pian piano s’affievolisce insieme al ribollio della melma sulla sponda dell'attracco: lentamente il battello accosta a riva. La villa si presenta nella sua magnificenza specchiandosi nel fiume. E' soprannominata “La Malcontenta”. Venne commissionata da Alvise e Nicolò Foscari ad Andrea Palladio e fu finita di costruire nell’anno 1555. Un blocco unico, costruito in mattoni in perfetto stile Veneziano e impreziosita da richiami che tendono al classico del IV e V secolo d.c. Un percorso cerimoniale conduce alle scale laterali per accedere alla villa che sorge su un alto basamento. Pietre scolpite, basi e capitelli decorati col marmorino, assumono un aspetto lapideo, ricordando antichi templi. Lo stile palladiano s'esalta nel suo neoclassicismo romano. Il salone interno si lascia ammirare con mitologici e allegorici affreschi che ricordano la storia di Astrea, figlia di Giove, lasciata sulla terra. Tra le colonne le raffigurazioni delle stagioni catturano gli sguardi degli stupefatti visitatori. Mark intanto, perso dall'ammirazione per la sua dama, non s'accorge che l’affascinante donna si è allontanata scomparendo all'interno delle stanze. Si scuote dal sogno e una sensazione impercettibile lo spinge alla sua ricerca. Percorre le stanze dai soffitti arcuati e si ferma osservando quella centrale a forma di croce: d'un tratto un flebile lamento proviene da dietro una parete adiacente. Mark tende l’orecchio cercando di individuarne la provenienza; il lamento simile a un pianto si fa sempre più intenso. Poggiando le mani alla parete per udire meglio, inavvertitamente esse muovono un candelabro appeso. Questo vecchio meccanismo d'apertura, spostato dal suo asse, fa ruotare una porticina su se stessa. Mark senza volerlo si ritrova in una stanza buia. Attonito e quasi non cosciente non si rende conto dove si trova. Pian piano gli occhi si abituano all'oscurità: istintivamente, voltandosi da un lato, vede la bellissima donna del battello che gli sorride tendendogli le braccia. Finalmente sei qui, da tempo attendevo di sentire il tuo calore; fammi sentire la tua passione, il mio corpo geme in attesa di riassaporare il miele ambrato del tuo amore. Mark vieni, l’ansia sta distruggendo la mia anima e l’agonia del desiderio di te mi consuma”. Mark osserva e ascolta, ipnotizzato dalla soavità della voce, poi con un sussulto si dirige verso la donna. La bellezza è tale da farsi accogliere fra le braccia senza timori. Cerca le sue labbra affamate e si nutrono entrambi d’un bacio che li trascina verso lussuriosi nembi di passione incontrollata. “Non attendere oltre, il mio tempo è limitato, amami ora e sarò eternamente con te. E' molto che attendo, presto, sta per giungere la notte per condurmi via. Amami ora e per sempre. Un amplesso infuocato li avvinghia e s’addormentano stremati sul gran letto a baldacchino che dormiente li attende nella stanza, pronto ad accogliere le svelate nudità. Alba giunge. Voci stridule destano Mark dal sonno. Le braccia s'allungano cercando inutilmente la donna. La stanza s’illumina e un capannello di persone ridacchianti osservano le sue nudità esposte a pubblico ludibrio, mentre si ritrova in una stanza vuota dove volteggiano sospinte dal vento bianche tende alle alte finestre. Dov'è il tempo in questa avventura, dov'è la ragione e quando ciò è accaduto? Un guardiano chiama la sicurezza, qualcuno porge una giacca. Due poliziotti 'avvicinano... La scena successiva si descrive da sé. Mark riprende le sue facoltà e con un po' d'arguzia ritrovata racconta d'essere stato aggredito e rapinato da due persone che gli hanno fatto bere qualche miscuglio. Tra incertezze e dubbi, prevale la buona fede e l'inconsapevole attore viene riaccompagnato in albergo a Padova, meglio lasciar perdere beghe con ambasciate straniere. Doccia calda, colazione e tutto sembra essere a posto. Sì, ma quale posto? Siamo a Galzignano Terme, sui colli Euganei e la città è a un tiro di schioppo. Mark ancora non riesce a comprendere se quella donna fosse vera e se tutto quello che è accaduto rasenta il vero o cammina sulla pazzia. Un caffè italiano è d'obbligo, poi in auto noleggiata verso il capoluogo dei colli, alcune formalità da sbrigare in questura. Tra qualche giorno un volo da Verona per Berlino e tutto sarà dimenticato. In fondo la spregiudicatezza dell'essere giovani aiuta e vuoi mettere che soddisfazione raccontare quest'avventura italiana! Verde e storia tra passato e presente, forse è il caso di fermarsi a dare un occhiata ad Arquà Petrarca, borgo di impareggiabile bellezza e riposo del padre della letteratura italiana, Dante non avertene a male. Bei posti: un bicchiere di brodo di giuggiole in trattoria, una veloce salita verso la casa del Poeta, qualche scatto dal cellulare sulla pianura sottostante, un selfie e via verso Padova. La strada non è molto lunga, e tra curve varie, passata Battaglia Terme, Mark non fa a meno di notare sulla sua sinistra, arrampicato sul colle in salita, il castello del Catajo, vera e propria reggia talmente grande da avere moltissime stanze chiuse da secoli. “Scendi, scendi!” Diamine da dove spunta fuori questa voce. L'auto si ferma sul ciglio della strada, appoggiata sull'orlo d'un canale. La cinta di mura si stende in verticale, mentre parte del corpo del castello s'erge maestoso davanti, per poi portare l'occhio verso l'orizzonte boschivo. Un cancello aperto e un lungo viale. Ingresso e biglietto. Guida impeccabile con spiegazioni attente e descrittive. E la voce? Mark appare intontito, forse nemmeno vivo per comprendere. L'ala di destra del castello completamente chiusa. Buio, nessuna luce elettrica, mica si può pagare corrente per tutto questo maniero. Il freddo penetra nell'animo oltre a irrigidire il corpo. La vastità delle sale e la lunghezza della costruzione sono imponenti. Segue i mattoni facendo chiarore con il cellulare... Poi appare in fondo al corridoio una porta impolverata dal tempo. Mani sulla maniglia arrugginita ed essa non si muove. Ancora buio, dove sono? Si chiede in incoscienza cosciente Mark.

Amore non mi vedi sono qui, davanti a te, alza lo sguardo” Occhi che non vedevano ora vedono, pulsa il cuore, batte l'orologio del cervello rintocchi di follia. Sudore, sudore gelido si mischia a bava languida d'insana passione. Le mani strappano vestiti, le virilità appaiono chiare e la ragione si nasconde nelle pieghe della sfrenata violenza della libido. Corpi rotolano assaporandosi in varie posizioni, scrutando i limiti del limite, ansimando e gemendo negli occhi degli amanti. Perversione dei veli dell'inferno, tra sangue e banchetti di umide voluttà. L'amplesso del fu diviene ritmico movimento dell'ora... ma non v'è tempo in questa stanza e l'ora ancora deve giungere. Infine il canto d'un barbagianni segna la fine dell'enfasi. Sfatto e tremante Mark si rannicchia raggomitolandosi su se stesso nell'inconscio della sua perversa notte. Buio e alba nascono e muoiono in un attimo, in un attimo si può esser folli o follemente saggi. Si dice che le storie si ripetano e un velo di verità si trova sempre nella tradizione raccontata. Ecco allora la figura del zelante custode che nota una porta aperta che non dovrebbe essere aperta, un uomo che non dovrebbe essere lì e una nudità che non ha scopo d'essere; insomma l'essere c'entra eccome in questa storia. Questura di Padova: “Ragazzo non mi sembra che la situazione per te sia buona, questa è la seconda volta che ti becchiamo nudo in giro per palazzi, una denuncia non te la leva nessuno, non dirai d'essere ancora stato aggredito? Queste aggressioni seriali persecutorie farebbero ridere qualsiasi magistrato. Ora o dici come stanno le cose, altrimenti un provvedimento d'espulsione non te lo leva nessuno insieme a una denuncia per atti osceni”.

Dormire nudi è osceno?, chissà come dorme il sovraintendente quando fa caldo a casa sua. Appunto a casa sua, non nelle stanze vuote di palazzi storici. Ma poi dove è finita la turista che sodomizza gli uomini?

Uomini? Non diciamo cavolate, ascolta io non posso portare al magistrato di turno una simile storia, ne va della mia carriera, prendi le tue cose, entro due giorni sparisci e non farti vedere più in Italia, oltretutto sto omettendo una denuncia e questo è un reato. Ora levati dalla mia vista se no ti butto dalla finestra con le mie mani”.

Mark in fondo non è uno sciocco, nel suo italiano quasi perfetto ringrazia e firma il verbale, opportunamente edulcorato, e s'avvia a piedi all'uscita.

La via che attende alla scalinata guarda verso il giardino Botanico e nel girare a sinistra la Basilica del Santo termina lo sguardo con le sue cupole bizantino romaniche; ma Mark non è un credente molto convinto e arrivato alla svolta, prende la direzione che conduce a Prato della Valle, la piazza più grande d'Europa dopo la piazza Rossa a Mosca. Il pensiero non esiste e i neuroni cercano quell'immagine di peccato di quell'essere infernale che lo ha posseduto nel corpo e nello spirito. Certo non può sapere quello che diceva sulle donna Jacopone da Todi nelle sue laudi. Il medioevo è passato e il passato non torna e nemmeno le concezioni dettate dalle ragioni d'una sola volontà. Volontà, quella che non ha più, quella che gli è stata carpita insieme alla ratio. Queste cose non possono avere importanza, figuriamoci per Mark che è venuto in Italia per migliorare la lingua e per la sua passione per il bel Paese. Nel frattempo di questo ragionare teologico all'angolo della piazza, in direzione sud, appare un palazzo a due piani di proprietà di famiglia nobile che ospita la più famosa collezione di lanterne magiche del mondo. Tra il 1700 e l'800 rappresentavano il precinema della storia. Strumenti di rara bellezza, attraverso dei vetrini colorati, deliziavano con figure e situazioni dando la sensazione di compiere miracoli agli occhi esterrefatti degli uomini di quel tempo. Prenotare quel volo per Berlino è ora d'obbligo, non più fatua necessità. Prendere un caffè è sempre piacevole e poi servirà pur a qualcosa. Due porte adiacenti una per il ristoro, l'altra per il museo. Prima il ristoro. Accidenti ricominciamo, le gambe devono salire su per le scale rivestite di velluto rosso, dopo tre rampe abbastanza ripide s'accede alla sala grande. Decine di “lanterne magiche” esposte e mille e mille scatole di vetrini colorati e un'infinità di tele bianche per proiezioni. Un signore gentile dice che fra poco nella sala del cinema inizierà uno spettacolo con una di queste lanterne con l'uso di vetri dipinti risalenti al 1700... Lo spettacolo è molto particolare, oggi poi in via eccezionale si vedranno alcune proiezioni un po' “spinte”. Un vero e proprio filmino hard antidiluviano d'epoca. Costo solo 5 euro. Inutile dire che Mark siede in prima fila. Luci spente e via con questa proiezione. Appare una donna, sembra avere dei capelli fini di color rosso, un velo copre il corpo. La scena ha sullo sfondo i contorni d'una stanza vuota. Via ora un altro vetrino: un giovane senza vestiti appare in tutta la sua virilità, il resto vien da sé. Via uno e dentro un altro i vetrini ansimanti fanno il loro dovere. Però da un attento sguardo quel giovane pare di conoscerlo. Certo è Mark, senza ombra di dubbio è Mark. Gli occhi si strabuzzano figuriamoci a chi si riconosce in quei vetri dipinti, scherziamo? No, tant'è vero che le ore passano e nessuno va via. Ma se l'unico spettatore è lui. Appunto la lussuria e il mistero pervadono indissolubilmente l'animo di questo ragazzo, la vostra no, mi raccomando, poi non avete pagato nemmeno il biglietto e non vi si può mica dire tutto. Questa volta nessuno, a parte i vetrini, rimane nudo e nessuno ha percepito gemiti perché essi si potevano sentire solo nella mente di Mark. Una strana soddisfazione virile accompagna: sarà dolce follia o ingenua frivolezza? Chiunque avrebbe rasentato l'orlo d'un precipizio, lui no, vive lasciandosi trasportare dalla storia, lasciando che una bruma leggera salga dall'acqua della sua passione. Gli eventi per una volta non sono scritti e descritti, vivono con lui, lo seguono nell'evolversi della sua storia, si intrecciano con la sua vita e lo sospingono dove non esiste sapere. Prenotazione in agenzia per il giovedì seguente. Un giorno di tempo per comprendere, per apprendere.

C'è un'offerta per il Burchiello, è un battello che attraversa i canali e poi seguendo il fiume Brenta porta alla laguna di Venezia, le interessa? E una bella esperienza e poi si possono visitare le ville lungo gli argini, sono molto belle. Il suo volo parte dopodomani, perché non ne approfitta?”

Lo sguardo va oltre il computer: una ragazza con un viso chiaro e dei capelli rossi sorride con un'eleganza non naturale.

Domani non lavoro qui in agenzia, potremmo andare insieme, adoro il fiume e quel battello, quando posso lo prendo sempre... Sei un bel ragazzo sai. Io sono Elosie e tu come ti chiami?
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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i sei giorni del cameo


I sei giorni del cameo

Cap. I

Il borgo di San Jacopino e il libro.




Una Firenze calda e assonata s'affaccia sulle righe dei fogli.

Sfogli la tua margherita dai petali appassiti e rimani spoglio davanti al tempo. Potresti chiederti qual è il tuo tempo oppure rimanere col dubbio in eterno. Appunto è l'eternità che affama l'animo, lo nutre violentemente con le sue sanguinose mani che stritolano ogni barlume di logica.

E il caldo continua e io sono io: padrone del tutto, possessore del nulla.

Una strada, via Maragliano, sbuca in uno spiazzo dove vicende indicano

e un cartello stradale segna un senso unico.

Potrebbe anche essere il 1959, non sono sicuro.

Avevo casa allora in largo san Jacopino.

Piccola piazza circondata da molte attività: un rigattiere, uno spaccio di generi alimentari, una piccola macelleria, qualche negozio d'abbigliamento e una pizzeria con a fianco una pasticceria.

Maggio o giù di lì. No, era maggio ora che ci penso non ho dubbi.

Mi dico ho fame, direi meglio che la fame mi parla con una vociona da oltretomba, già oltretomba.

Tralascio, voi che ne dite?

Fossi matto quando la fame chiama io vado in pasticceria e che ci trovo.

Cornetto alla crema? No... si... no, in un certo senso si.

Mi spiego meglio, colazione certa e certa visita al rigattiere vicino.

Bancarella di libri usati: m'avvicinai e decisi d'acquistarne uno con una vecchia copertina di pelle rossa che attirava la mia attenzione.

Direte: bella scoperta son libri usati per forza son vecchi.

Questo era proprio vecchio.

Accidenti comincio a essere serio, quasi quasi mi spaventa un po' sta roba qua.

Sposta un attimo la mano, sì, grazie ora leggo il titolo.

“Astri del Cielo”, bello!

Il titolo stuzzicava non poco la mia passione per la geografia astronomica.

Lo avvolsi in un foglio di carta e presi a gironzolare per la città fino all'imbrunire. Non penserete mica che abbia mangiato quella pubblicazione?

Macché mi fermai in centro in un ristorante self service.

Cotoletta alla milanese e patatine fritte.

Se non fosse per il “milanese” ti darei del Kit Carson, famoso compagno di Tex Willer.

E così mi sono dato del matusa da solo. Ci manca un “lemme” per darmi austera e bianca sapienza. Non l'ho mai avuta, mi dispiace.

Stanco per la calda giornata e ansioso di dare un'occhiata a ciò che avevo comprato, presi al volo l'autobus n° 10, che portava in piazza San Jacopino.

Giunto a destinazione scesi con premura dal mezzo, saltando quasi addosso a un tale vestito di nero, con una tuba scura in testa, che sembrava venir fuori da un altro secolo.

Messo il piede sul marciapiede, voltai lo sguardo verso quella persona accorgendomi che m'osservava in maniera alquanto insistente e prima che l'autobus ripartisse feci in tempo a chiedergli scusa d'averlo spintonato.

Mi rispose con un movimento della testa e un sorriso appena accennato.

Con passo veloce quindi mi diressi verso casa.

Una volta entrato mi sdraiai sul letto e cominciai a sfogliare le pagine del mio libro. Sulla copertina era stampato: “Saggio d'Astronomia e Calendario della fasi Lunari”, anno di stesura 1859.

Firma in calce: “George Stone, ordinario della cattedra di Geografia Astronomica all'università di Firenze.

M'accorsi immediatamente che esso era in buone condizioni, tranne la pagina n°40 che aveva uno spessore maggiore rispetto alle altre: la presi fra due dita e, sotto i polpastrelli, notai una piccola rientranza, con stupore capii immediatamente che erano due fogli incollati tra di loro. Accesi una piccola candela e li riscaldai, distanziandoli così dal resto del libro. La vecchia colla indurita si sciolse, consentendomi di staccarli l'uno dall'altro senza stracciarli.

Allargando quei fogli rimasi stupito: cadde in terra un piccolo pezzo di carta ingiallita. Lo raccolsi con delicatezza a me non usuale.

Dopo aver poggiato sul comodino il libro, concentrai la mia attenzione su quel foglietto manoscritto e sotto la luce di un'abatjour cominciai a leggerlo.




“Addì 10 maggio 1859.

Io granduchessa Maria Alexdrandova nell'ora dei miei 40

che dal destino sottrarmi non posso,

dell'amore mio strappata a forti ardimenti,

consegno l'anima e questo scritto

a chi nel tempo futuro buon uso ne farà”.




Al quarto di luna volgi lo sguardo

e posa la mano sopra.

100 saranno al traguardo.

A te la lancetta svelerà l'arcano

sotto il cerchio delle cinque ore

del gioiello mondano l'effige posa,

sollievo sarà del mio dolore

e il decimo non aprirà invano”.




Cosa voleva dire, quale era il suo significato e a chi era indirizzato?

Affranto dalla mia incapacità di trovare una soluzione andai a dormire, l'indomani avrei provato a venir a capo dell'enigma.




Avete visto come sono diventato serio... meglio lasciar parlare la storia in un tono narrativo classico. Ci ritroveremo alla fine, voglio anch'io leggermi il seguito senza essere disturbato, anche perché non ho ben compreso di cosa si tratti...

Ah dimenticavo siamo a lunedì 4 maggio 1959







Cap.II

La biblioteca Nazionale




Alle sei del mattino m'alzai, vestendomi in fretta per cercare di capirci qualcosa.

Copiai su un foglio lo scritto e, dopo averlo letto con calma, senza arrivare ad alcuna conclusione, lo abbandonai sul letto decidendo di schiarirmi le idee fuori casa.

Scesi in strada, m'appoggiai a un palo e attesi il passaggio dell'autobus.

Il mezzo era vuoto. M'accomodai sulla fila di destra al sedile n°10 e, guardando verso lo specchio retrovisore posto di fianco al conducente, vidi in fondo quell'uomo con la tuba scura che avevo incontrato il giorno prima. Pensai: sarà un artista di strada, uno dei tanti che popolano le vie della città.

Arrivato a ponte Vecchio scesi all'altezza d'un'edicola e mi avviai verso piazza della Signoria, passando sul punto esatto dove fu bruciato il Savonarola. Voltai le spalle alla statua del Nettuno, posta di fronte a Palazzo Vecchio, guardai verso la Loggia dei Lanzi e, sotto la statua del Perseo, vidi nuovamente quell'uomo vestito di nero che sembrava rivolgersi a me: con degli ampi cenni mi invitava a seguirlo.

Cercai di raggiungerlo ma i suoi passi più veloci dei miei non me lo consentirono.

S'avviò versi gli Uffizi svoltando sul lungarno. Lo seguii con fatica e mi ritrovai in piazza dei Cavalleggeri, davanti alla Biblioteca Nazionale Centrale. Allungai lo sguardo e verso l'entrata, sotto l'arco della facciata, notai quello strano individuo: aveva un'espressione di sorriso e sembrava ancora rivolgersi a me.

Poi un fascio di luce lo investì facendolo scomparire nel nulla.

Anch'io ebbi un'illuminazione: dovevo entrare dentro la biblioteca e cercare,

Sì, ma cercare cosa? Notizie sul manoscritto. Nello specifico notizie sulle famiglie nobili vissute a Firenze intorno alla metà del 1800.

Feci così e, dopo varie ore di ricerca, venne fuori quello che mi interessava: la granduchessa Maria e suo marito Alessio Alexandrov avevano vissuto a Firenze tra il 1840 e il 1860. Risalii a queste date perché in quel periodo essi avevano acquistato sulle colline di Fiesole un'antica villa, divenuta poi un museo, che racchiudeva un'ampia collezione di quadri. Il tutto era riportato nella storia dei proprietari della villa.

Felice delle mie scoperte decisi di prendermi una pausa. M'avviai verso il duomo e entrai in un ristorante con vista sul campanile di Giotto, il solito.




La giornata di martedì cinque maggio 1959 stava per trascorrere definitivamente.

Passai il resto del pomeriggio dormendo, provato dalla precedente notte insonne e dagli eventi.

Chissà se quel sonno ristoratore m'avrebbe concesso dei lumi sulla risoluzione del mio enigma...







Cap. III

Le nubi




L'indomani la sveglia suonò alle sei e io m'alzai ansioso di leggere il libro che avevo preso in prestito dalla biblioteca Nazionale.

La particolarità della villa, indicata nel libro, non risiedeva tanto nella struttura architettonica, quanto nella presenza al suo interno d'un orologio a muro costruito da Guido dei Guiscardini di Monte Riggioni: mastro orologiaio vissuto nel 1800, molto famoso per le sue realizzazioni.

Dal libro si evinceva che, nel 1851, la granduchessa aveva commissionato la sua costruzione all'interno della sala maggiore della villa: luogo di importanti ricevimenti e feste.

L' orologio era così realizzato: v'erano due cerchi uno dentro l'altro. Nel primo si trovavano le ore e i minuti con le relative lancette, la scritta LUNA e un rettangolo per la data.

Nel secondo cerchio esterno v'erano i mesi in corrispondenza delle ore, indicati da una terza lancetta.

Sulla sinistra dei quadranti due file di numeri verticali segnavano i giorni, delle astine si muovevano a seconda del giorno.

A destra dell'orologio si trovava un terzo quadrante più piccolo, all'interno del quale appariva il simbolo del quarto di luna: esattamente nel giorno, mese e ora in cui esso avveniva.

Nello scritto non trovai altre indicazioni sul funzionamento del meccanismo.

Il resto trattava la storia della famiglia Alexandrov.

Vi accenno le parti salienti: essi erano arrivati a Firenze da San Pietroburgo. Imparentati con lo zar Alessandro II, il granduca Alessio svolgeva funzioni di console. La granduchessa, appassionata astrofisica e studiosa dei fenomeni dell'occulto, era molto nota nell'ambiente universitario e nei salotti culturali e mondani della città.

La vicenda più interessante riguardava però la sua scomparsa misteriosa, avvenuta il 10 maggio 1859, in circostanze mai chiarite.

Tempo dopo il granduca, affranto dal dolore, era tornato in Russia.

Finalmente iniziavo a non capirci nulla...

I dubbi si sarebbero dissolti solo nei giorni seguenti.

Così tra una miriade di supposizioni trascorse mercoledì sei maggio del 1959.










Cap. IV

Il Mappamondo.




Il giorno dopo nelle mie mani avevo questi elementi: le indicazioni di una villa con un orologio astronomico a fasi lunari. Un piccolo manoscritto, il nome d'una granduchessa e infine il libro stesso d'astronomia.

Dovevo unire tutti questi elementi...

Quel giorno sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe messo tutti i tasselli al giusto posto.

Riordinare le idee era d'obbligo. Alle dieci del mattino feci una passeggiata. Giunto all'altezza di piazza san Jacopino, presi dalla pasticceria uno strudel di mele, un bicchiere di latte e mi accomodai fuori dal locale.

Mentre facevo colazione vidi dalla altra parte della strada quel signore con l'abito scuro, incontrato all'inizio della storia, che m'osservava ancora dalla soglia della bottega del rigattiere.

Posai con foga il bicchiere sul tavolo e, inghiottito il dolce che scese giù per l'esofago come un macigno, corsi verso l'entrata del negozio.

Mi catapultai all'interno e il misterioso uomo ovviamente non c'era.

Il rigattiere mi guardò in modo un po' strano.

Mi ricomposi e chiesi se per caso avesse un vecchio mappamondo. Fu la prima cosa che mi venne in mente di chiedere.

Per mia sfortuna nella bottega ve ne era uno e altro non potei fare che acquistarlo.




“Guardi che questo mappamondo viene da un antica villa, pare che lo abbiano ritrovato nella sala delle feste un secolo fa, è un gran bell'oggetto.

Lo tratti con cura ha tanta storia con sé”.

“Va bene cercherò di tenerne conto, arrivederci”.




Questo rigattiere mi ha distratto accidenti, torniamo alla storia.




Tornai a casa e posai sul tavolo quello sgangherato oggetto.

M'accorsi che la base era rotta. Decisi allora di ripararlo.

Smontai la parte inferiore e dal suo interno scivolò via un tubo di rame.

Pensando facesse parte del meccanismo interno lo raccolsi: nel prenderlo notai che era più pesante di quello che avrebbe dovuto essere.

All'interno v'erano dei fogli arrotolati con cura. Con l'aiuto di un piccolo punteruolo li tirai fuori.

Erano tenuti insieme da un laccetto rosso.

Lo slegai e all'interno vi trovai un cameo rosa.

Presi in mano quella spilla la girai notando dietro un'iscrizione. Con l'ausilio d'una lente d'ingrandimento lessi questa frase: “Nel quarto il tutto”.

Ancora ricorreva questa frase: “il quarto”.

Presi i fogli che custodivano il cameo. Erano in realtà delle lettere.

La nebbia si diradava e la strada maestra che portava alla soluzione sembrava apparire...

Essi erano un cartiglio d'amore fra il professore Stone e la granduchessa Maria.

Dalla loro lettura appresi che i due, frequentando lo stesso circolo letterario, s'erano innamorati. In seguito poi avevano iniziato a scambiarsi una serie di lettere in cui parlavano spesso di un argomento che li univa: lo studio delle fasi lunari.

Il professore le aveva regalato quel cameo. Il resto lo capirete leggendo anche voi quello che lessi io nell'ultima lettera inviata dalla granduchessa all'amato in base alla data su essa scritta.




“Addì domenica10 maggio 1859,

4: 30 del mattino.




Amor mio non più è tempo

di gioia.

Io non ho più tempo

fra poco l'alito scuro della

morte soffierà su di noi.

Conserva con cura

il dono tuo che ti rendo

e quando cento saranno eguali

esso svelerà nel cerchio

la porta del nostro

amore, che si schiuderà nello stesso tempo dopo

premendo al fine del quarto

di luna”.




Non tutto era chiaro, mi rimanevano tre cose da metter al loro posto.

Nel frattempo la sera era giunta.

Così anche quella giornata aveva voltato pagina.

Era giovedì 7 maggio.







Cap. v

Il segreto svelato




Mi svegliai di buon ora, feci colazione e attesi l'apertura della Biblioteca Nazionale. Presi il solito autobus e scesi in centro ripercorrendo i passi dei giorni antecedenti. Una volta sul posto cercai indicazioni sui docenti universitari della facoltà di astronomia, tra il 1850 e il 1900. Trovai dopo diverse letture il nome del professor Stone.

Lessi una cosa che mi stupì: pochi giorni dopo la scomparsa della granduchessa egli era morto suicida gettandosi nell'Arno.

Uno dei tre tasselli era andato al suo posto, restavano gli ultimi due.

Finita la ricerca sul professore il mio obiettivo era trovare un libro sulle fasi lunari avvenute negli ultimi 100 anni. Riuscii nell'impresa. Anche questo tassello era andato a posto.

Per arrivare alla risoluzione dovevo trovare il modo di entrare durante le ore della notte nella ex villa degli Alexandrov.




La sera non tarda mai a venire e venne anche quel giorno.

Anche la giornata di venerdì otto maggio era passata.




Spero che anche voi abbiate ora un'idea più chiara...




Cap. VI

La villa




Arrivò l'alba e per scaramanzia feci tutti quei gesti che ero solito fare.

Presi l'autobus, scesi a Ponte Vecchio e salii su quello che portava direttamente al centro di Fiesole dove si trovava la villa.

Durante il tragitto mi rilassai guardando le verdi colline che circondavano Firenze.

Arrivato a destinazione entrai nell'androne, comprai il biglietto d'ingresso

e discorrendo gentilmente con la guida, gli raccontai della mia passione per i dipinti.

Nel giro delle stanze l'ultima a essere visitata fu proprio quella che cercavo: il salone delle feste con l'orologio costruito sulla parete che dominava l'intera sala.

La mia ansia saliva ma dovevo rimanere calmo.

Tutti uscirono e io salutai la guida.

Senza farmi notare mi nascosi dietro una siepe ben alta che oscurava una finestra aperta per il caldo.

Pensai alla fortuna, voi non so...

Mi ritrovai all'interno: sgusciai veloce in un piccolo ripostiglio attiguo all'entrata.

Ebbi ancora fortuna: quella villa non aveva sorveglianza. La fondazione che la gestiva poteva solo assoldare una guida, non v'era nemmeno un custode notturno.

Mi accostai con la testa al muro e un leggero sonno m'avvolse: avevo impostato la sveglia del mio orologio alle 4,30 del mattino.

La notte porta consiglio, a me portò il sonno.




Era trascorsa inevitabilmente la giornata di sabato 9 maggio.




Cap VII.

L'orologio




All'ora prestabilita la sveglia suonò.

Mi svegliai dal mio torpore, nonostante l'eccitazione avevo dormito.

Chissà poi perché visto che io soffrivo d'insonnia, figuriamoci poi con tutta quella tensione addosso.

Le sale erano vuote, infatti la domenica il museo è chiuso.

Entrai nel salone grande e m'avvicinai all'orologio.

Presi un tavolino, lo posizionai sotto di esso e vi salii su, aspettando che battesse le 5 del mattino.

Era domenica 10 maggio del 1959.

Quando le cinque scoccarono avvicinai una mano alla scritta “luna”.

Con la destra tirai fuori dalla tasca il cameo della granduchessa che avevo portato con me e lo posizionai sotto il cerchio delle cinque, dove si notava una piccola fessura che combaciava perfettamente con esso.

Con la mano sinistra spinsi in alto la quarta lettera della parola luna e, come d'incanto, nel muro di fianco all'orologio si spalancò una porticina.

Erano le cinque del mattino di domenica 10 maggio 1959.

Cento anni dopo la morte della granduchessa esattamente lo stesso giorno.







Cap. VIII

La Granduchessa




A quella ora, esattamente un secolo prima, e cioè alle cinque di domenica 10 maggio 1859 il quarto di luna era tramontato.

Saltai giù dal tavolo.

Entrai in quella buia stanza e pian piano la luce del giorno che filtrava dall'entrata svelò tutto.

Ambiente austero con pochissimo mobilio appariva alla vista.

Il corpo d'una dama incorniciato da un fastoso vestito aspettava da un secolo. Stranamente si potevano distinguere ancora le fattezze del viso: aveva posato sulla chioma un gran cappello rosso che lasciava intravedere bionde ciocche di capelli scender giù a coprire un impolverato vestito di seta rossa e nera.

Ella era adagiata su di un piccolo lettino: sembrava dormire in un sonno senza fine.

Accanto, sul comò v'era una piccola boccetta di vetro e un calamaio con dei fogli...

Presi la sua mano con fare leggero e rimasi immobile per non so quanto tempo...







Cap. IX

Spiegazione




Oramai sapevo.

La granduchessa aveva fatto ricavare all'interno della parete, dove v'erano i meccanismi dell'orologio, una piccolissima stanza segreta di cui solo lei ne era a conoscenza.

In quel luogo s'era data la morte con una boccetta di veleno.

D'improvviso avvertii un rumore, mi voltai di scatto.

La porticina d'ingresso, allo scoccare dell'ora successiva, cominciava a chiudersi lentamente.

Con un balzo venni fuori, ed essa si richiuse conservando per sempre il suo segreto.

Uscii da dove ero entrato, scavalcai il cancello d'ingresso e nell'aria fresca del mattino andai via, attorniato da un crogiolo di sensazioni.







Cap x

Il professor Stone.




Aspettai l'autobus delle 7, lo presi e scesi a Ponte Vecchio.

Ero troppo sconvolto e decisi di andare a piedi verso casa.

Volsi lo sguardo dal ponte con velata tristezza, nascondendo a fatica le lacrime sotto un paio di occhiali scuri.

Mi parse di scorgere sull'acqua due sfuggenti figure: un uomo e una donna che, avvolti da una leggera foschia mattutina, tenendosi per mano, passeggiavano sull'acque dell'Arno.

Non riuscivo a spiegarmi la realtà e nella foga non m'accorsi d'essermi sporto oltre la murata...




“Scorre l'acqua misteriosa e nei flutti del mattino

ora vanno le stelle a riposar.

Vieni con me dolce amore

che del tempo non son più ore

che della vita non conta dolore.

Vieni fra calde braccia

nel freddo della morte

or sì ch'io son tua sorte”.







Qualche tempo dopo...

Un furgone parcheggia sul marciapiede.

Alcune persone montano una pedana elettrica con un montacarichi.

Via vai per il pianerottolo.

Un vecchio libro, un mappamondo rotto e...

Sul campanello accanto alla porta un nome.

“Prof. Stone”







Eccomi qua, che bella storia, finalmente posso rilassarmi.

Date uno sguardo alla foto sopra il racconto.

E' una foto del mio salone di casa... come vedete la granduchessa è sempre stata con me e forse io potrei essere anche prof. Stone.

Voi che ne pensate?




Accidenti un'ultima cosa mi sfuggiva, vi siete chiesti come ha fatto la granduchessa a far arrivare le lettere a destinazione?

Se avete letto attentamente lo scoprirete.

Oppure chiedetelo a me, basta che veniate a trovarmi.

Sono su piazzale Michelangelo, guardate un po' in alto, vedete San Miniato?

Beh, chiedete all'entrata, vi indicheranno...
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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C'erano una volta tante persone distratte, sbadate, stressate. Un bel giorno l'omino dell'arcobaleno, rinchiuse tutti i colori in un grosso sacco e cominciò a darsela a gambe. Vedendo l'omino scappare, gli umani si domandavano come potesse un così piccolo ometto trasportare un carico tanto grosso. Sicuri di poterlo raggiungere gli umani cominciarono ad inseguirlo e intanto gli domandavano: "perchè ci hai rubato il rosso, il verde, l'azzurro e il giallo perchè?". Improvvisamente l'omino iniziò a correre più veloce del vento e mentre fuggiva, dal grosso sacco usciva ora un po' di verde, poi uno sprazzo d'azzurro e poi tanti, ma tanti altri colori ancora. Uomini e donne litigando fra loro, cercavano invano di afferrare chi un pezzetto di giallo, chi un pizzico di arancione: ma il colore si scioglieva fra le mani e poi "puff" pian piano svaniva. Così gli uomini furono costretti a vivere in un mondo in bianco e nero. Annoiati cercarono di trovare nei grigi e nei bianchi tutte le sfumature possibili. Col tempo però finirono con l'apprezzare il bianco dei gigli, il pallore della luna e si accorsero che il cuore batteva forte, pur non essendo rosso. Tutti cominciarono ad apprezzare la notte, la luce delle stelle, le sfumature argentate del mare, il grigio dei capelli canuti. Fu così che le giornate apparirono d'incanto meno cupe e intanto che gli uomini cercavano di dare colore ai colori, pian pianino ognuno si abituò ai toni smorzati. Non si badava più al colore della pelle e nessuno aveva più paura della sua ombra. Siccome era un po' buio e non tutti avevano un'ottima vista, a volte qualcuno inciampava e perciò ognuno doveva badare all'altro. Alcuni lo facevano per essere aiutati a loro volta, ma in linea di massima, gli uomini cominciarono piacevolmente ad aiutarsi fra loro. La solidarietà cominciò a fare capolino e gli orgogliosi e i superbi, misero da parte la loro alterigia e cominciarono ad avere compassione l'uno dell'altro. Sempre a causa della scarsa luce, non più attratti dai vivaci colori dei pasti, tutti gli uomini dovettero cominciare a fidarsi del gusto, poi per non inciampare iniziarono a fidarsi del loro istinto. Così accadde che tutti divennero attenti verso il prossimo e ritornò finanche il rispetto. Un bel giorno l'omino, (che altri non era che la coscienza), improvvisamente ricomparve. Nessuno lo rincorse, ma quando egli aprì il sacco e da esso uscirono il blu, il giallo, il rosso e via via tutti i colori, ognuno guardò il cielo, la terra e tutto il circondario con altri occhi. Fu una rinascita del verde, un risveglio della speranza, un trionfo dello spirito. Fra giubili e gioie generali ognuno fu felice di aver ritrovato i colori, gli odori, i sapori e gli occhi di dentro: quelli dell'anima. Fu così che tutti gli uomini del mondo vissero felici e contenti.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Come ogni mattina mentre preparo il caffè, il vecchio capraio attraversava il lungo viale davanti casa mia,preceduto dal suo piccolo gregge,dieci capre e quattro capretti, Bartolomeo Scibetta cosi si chiamava il pastore, era arrivato al  borgo  molti anni prima , ma nessuno ricordava veramente quando, un uomo spigoloso , dall’età indecifrabile.
Aveva scelto di abitare fuori dal paese in un vecchio casale abbandonato che aveva in parte riadattato per le sue modeste necessità.
Un locale abbastanza grande che fungeva da cucina e sala da pranzo, con un grande camino, una cameretta con un lettuccio malandato illuminato da una candela minima quanto basta per non inciampare.

Aveva acquistato due capre che allevava con cura e che avrebbero dovuto soggiornare in una specie di piccola stalla accanto alla porta d’ingresso, ma poiché le porte non si chiudevano mai, spesso frequentavano la cucina soggiorno in cerca di compagnia e di calore.
Quando avevano fame brucavano liberamente nei dintorni senza allontanarsi troppo.


Lui col latte che ricavava faceva formaggi che gli procuravano le altre cose di cui abbisognava. Un poco di pane, un poco di vino, raramente un pezzo di carne. Le verdure e la frutta le raccoglieva nei dintorni o in una specie di piccolo orto  che coltivava con cura al ritmo delle stagioni.

Non si sapeva da dove venisse , ma certamente da molto lontano. Parlava una lingua poco comprensibile fatta di frasi confuse e di accenti pittoreschi. Non aveva amici in paese ma quei pochi che frequentava lo trattavano con rispetto . Non faceva domande e non dava risposte ai più curiosi.

Io mi allontanavo spesso dal paese per lunghe passeggiate e spesso capitavo accanto a casa sua. Talora mi fermavo e mi sedevo su un grosso tronco che fungeva da panca, per riposarmi un po’.

Era nata una specie si simpatia reciproca e quando mi vedeva si avvicinava e mi parlava (forse perché non facevo domande). Mi raccontava degli anni passati , di luoghi lontani a me sconosciuti e non identificabili.
Di montagne, ma molto diverse da queste, intrise sempre di un alone di mistero e di pericolo incombente. I suoi discorsi erano slegati, frammenti isolati che, interrotti originavano altri discorsi,e questi  senza concludersi scivolavano in frasi misteriose.

Talora intramezzava le frasi con qualcosa che doveva assomigliare a proverbi , e venivano sempre pronunciati (e per quello li riconoscevo) con un tono che voleva evidenziare  la saggezza che essi contenevano.
Non parlava mai della famiglia. Spesso mi sono trovato a fantasticare su chi fosse e da dove arrivasse, forse era stato un ladro?
O un perseguitato politico,come quegli anarchici  insurrezionalisti  di cui ogni tanto si sentiva parlare,mah  chissà cosa mai si nasconde dietro quell’uomo semplice e un po’ ruvido.

Il gregge ormai era aumentato ,e il formaggio prodotto da Bartolomeo era molto apprezzato, molti bambini al passaggio del gregge in paese correvano ad accarezzare i piccoli capretti,e a fare domande al vecchio saggio pastore,le signore del borgo mi portavano spesso ottime torte a base di ricotta ,proprio quella del vecchio pastore, è usanza infatti regalare alle figure più importanti del borgo dolci ,liquori casalinghi , e altro ancora, per ringraziare o per ingraziarsi il prete, o il maresciallo,e il medico cioè, io.


Pieve solinga viveva giorno per giorno le mille vite dei suoi abitanti, nessuno sa chi sia  stato il primo ad arrivare li, forse per caso, e a dar vita a quel borgo così bizzarro, quel luogo al quale si arriva perché chiamati, quel posto dove si va a cercare una risposta, quando ormai stanchi, arrabbiati, e delusi sentiamo distintamente, e prepotentemente di dover andare.

Ricordo ancora quell’afoso pomeriggio di fine agosto, percorrevo il sentiero che da casa mia portava verso il piccolo ma fitto boschetto su in cima al monte Ombroso,la cima più alta di Pieve Solinga, circa milleduecento metri. Camminavo preso da mille pensieri, quando all’improvviso mi arrivarono all’orecchio grida di donna, una voce strozzata dal pianto, e riconobbi Linda.

Nessuno rispondeva alle sue sconnesse parole, nessuno  gridava oltre lei, nessuno camminava al suo fianco,o forse chissà qualcuno c’era, ma invisibile ad altri occhi se non ai suoi.

Povera piccola invisibile Linda, sola, sempre sola, preda ormai dei suoi fantasmi .

Cosa ci porta in questo luogo ? Cosa ci spinge in questo borgo sperduto e quasi sconosciuto a dare voce al pozzo nero e profondo che dentro grida? Spesso, anche io si proprio io, il dottore, ho gridato  nel vuoto dei boschi di Pieve, e spesso ho avuto risposte .

Non mi sono avvicinato a Linda, forse per pudore, forse per lasciarle il tempo di sfogare a modo suo la rabbia che la divorava, una rabbia di cui tempo fa mi aveva accennato, quando timorosa e triste era entrata nel mio studio  per una prescrizione medica, qualcosa contro la depressione, contro l’abulia che la paralizzava .

Avrebbe voluto lasciare Osvaldo alle sue donne, ma c’era qualcosa di grande e forte che comunque la teneva li , avrebbe solo dovuto lasciare il marito e iniziare la sua vita li a Pieve Solinga. Forse quel pomeriggio sarebbe stato risolutivo, forse il coraggio si stava impadronendo di quella fragile donna. Pieve ci soffia dentro le risposte, ci parla, e noi ascoltiamo, voci, immagini e tutto ci scorre dentro ci rigenera, e quando la voce si placa sappiamo, conosciamo.

Lentamente e senza far rumore mi sono allontanato e ho lasciato Linda sicuro della sua nuova consapevolezza .

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Profilo Autore: Marina Lolli  

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DSCN0257Pieve Solinga, un piccolo borgo montano nel quale mi trovo, residente forzato,  da  quasi dieci anni. Pieve e i suoi abitanti, circa duemila cinquecento, dei quali io sono ormai confessore  oltre che medico, infermiere e consulente familiare.

Questo luogo isolato e solitario, da qui il nome, dista dalla città più grande circa settanta chilometri, non molti a dire il vero, ma abbastanza per questa gente chiusa ed enigmatica che vive e si muove tra la nebbia e le nuvole che spesso avvolgono  l’intero paesello.

Settanta chilometri, la giusta misura, perfetta per sentirsi unici,  appartati. Settanta chilometri che si possono, volendo,  percorrere per  raggiungere il resto del mondo, dove  servirsi  e rifornirsi come in un grande magazzino, dal quale fuggire poi, veloci così come si e’ arrivati, per tornare in quel nido non sempre caldo, quasi mai tranquillo che e’ Pieve Solinga.

Borgo austero Pieve, nel quale hanno fatto naufragio personaggi a dir poco strani e misteriosi, come Augusto il vecchio violinista mezzo cieco, arrivato in un freddo giorno d’inverno, verso il calar del sole.

Magro quasi ossuto, bianchi capelli lunghi, la barba incolta, e due occhi piccoli,  stretti e rossi come brace. Augusto e’ sceso solo dalla corriera, nella mano sinistra una valigia grande, piena di chissà cosa , mentre la destra stringeva forte la custodia del suo violino. La piazza lo guardava curiosa, mentre il sole piegava gli ultimi suoi deboli raggi, tra gli alberi degli alti monti in lontananza.

Arrivavano spesso solitari ,  uno ad uno, i nuovi abitanti di Pieve, quasi come se la corriera, dopo il lungo travaglio del viaggio, li partorisse, proprio li al centro della piazza. E lentamente il  borgo li assorbiva e si nutriva di ognuno di loro, delle loro abilità, dei loro sentimenti, della loro bellezza come della bruttezza e l’aria stessa di Pieve era intrisa dell’essenza stessa dei suoi abitanti.

All’arrivo di Augusto fece seguito quello di Margherita, la piccola bibliotecaria, lunghi capelli biondi , piccoli occhiali tondi, che non riuscivano a nascondere i suoi grandi occhi azzurri. Un corpo minuto il suo, sempre troppo coperto da vesti assolutamente anonime e in ogni  caso troppo grandi per lei. Poi dalla corriera scese Sonia la giovane e bella ragazza russa, e con lei anche Osvaldo e sua moglie Linda: lui, il nuovo preside del liceo, avrebbe occupato il posto del vecchio professor Maraldi  ormai in pensione.

Ad ogni arrivo il borgo si contraeva e pareva quasi deglutisse i nuovi ospiti, trovando al suo interno il posto idoneo ad accogliere e sistemare gli ultimi forestieri. Ognuno aveva la sua casa o meglio, era questa a richiamarlo a se, uno era la serratura l’altro la sua chiave. Pieve Solinga viveva, respirava e si muoveva.

Il professor  Osvaldo Vanelli e sua moglie Linda sono venuti  ad abitare in una piccola villetta con giardino  appena dietro la biblioteca. Alla villetta si arriva percorrendo un lungo viale alberato che anche io percorro ogni giorno, la mia casa infatti si trova proprio di fronte a quella del nuovo preside.

La giovane Sonia e’ ospite dalla vecchia perpetua, che, data l’età aveva chiesto da tempo a don Pino, un aiuto per le faccende in casa e per le pulizie che giornalmente bisogna fare in chiesa. Certo, non si sarebbe mai aspettata l’anziana Parisina di ritrovarsi in casa una ragazza così giovane e soprattutto bella, troppo bella.. una ragazza che non conosce che poche parole di italiano...chissà cosa ci fa a Pieve? E, cosa più importante,  come l’avrà conosciuta don Pino? Tante sono le domande che affollano la piccola, semplice, mente della povera sconsolata perpetua.

La piccola bibliotecaria e il suo ingombrante bagaglio, fatto per lo più di libri, la maggior parte  in inglese, quasi tutti molto vecchi, hanno trovato posto in un antico pagliaio ristrutturato, per il quale  Margherita paga un misero affitto al signor sindaco, il notaio Baldi.

Margherita e’ una mia assidua cliente, purtroppo, affetta da attacchi di panico. Mi chiama spesso  e ancor più spesso viene a farmi visita allo studio. Il cuore in gola, il respiro affannoso, a volte quasi un rantolo, si precipita dentro e si butta di peso sul lettino.

Margherita  che sobbalza per ogni piccolo rumore, Margherita che in preda alla paura non riesce neanche ad emettere suoni che abbiano un senso compiuto. Chi e’ questa giovane donna? Quale storia si porta dentro? Quale dramma c’è, nascosto dietro i suoi piccoli occhiali rotondi? Quale violenza, sopruso, angheria può mai aver sopportato, una cosi fragile creatura?

Pieve Solinga vive in un eterno brusio, quasi fosse un alveare, strani rapporti nascono e finiscono tra i solinghi abitanti, e io ne sono l’involontario testimone, medico del corpo e dell’anima.

Il  professor Osvaldo Vanelli è uno dei tanti ad aver dato vita a tutta una serie di rapporti molto particolari, fin dal suo  primo giorno  a Pieve Solinga. La  sua  prima conquista e’ stata la matura signora Morelli, direttore, amministratore delegato, nonché sola agente immobiliare dell’ unica agenzia pievana.  Alta, prosperosa, ma soprattutto molto loquace, Giovanna Morelli era stata contattata, qualche mese prima del loro arrivo, dalla famiglia Vanelli, e più precisamente dal professor Osvaldo, poiché le loro ricerche di un possibile alloggio erano state  infruttuose, cosi Giovanna si era subito messa all’opera e aveva girato in lungo e in largo il borgo, fino a quando inaspettatamente qualcuno le aveva ricordato della villetta in fondo al viale alberato quasi al limitare del paese. Così avvenne che Osvaldo e Giovanna si trovarono la prima di tante altre volte in quella che divenne, anche se per poco, il luogo dei loro frenetici incontri amorosi, al termine dei quali il professore portava con se, fotografie particolareggiate dell’ampia cucina, del rifinitissimo bagno,e di quella stanza da letto da riarredare.

 Dal loro arrivo il professor Osvaldo ha collezionato già un paio di avventure, o come le chiama Linda con aria rassegnata, le sue piccole distrazioni . Osvaldo non nega mai, si limita  ad omettere quando ciò che fa potrebbe  creargli problemi, o a raccontare verità un tantino distorte, cosi da forgiare una parvenza di  normalità che giustifichi i suoi incontri, i pranzi saltati, le tante telefonate e i messaggi che intasano la memoria del suo cellulare. Sono trascorsi ormai sei mesi dal loro arrivo, e ogni mattina attraversando il viale per recarmi allo studio passo davanti alla villetta del signor preside e della sua bella moglie, e ogni mattina Linda passeggia tra gli abeti del giardino, triste, sempre più triste, lo sguardo perso dietro chissà quale sogno,  e a me sembra quasi stia scomparendo poco a poco, ogni giorno un po’ di più.

 Eppure e’ bella, intelligente, e sembra addirittura innamorata di quell’uomo quasi anziano, che ha sposato  ormai da dieci anni , un uomo che ha circa vent’anni più di lei, come avrà potuto mai scegliere un uomo così diverso da lei , uno cosi pieno di se, convinto di poter piacere a tutti, o meglio a tutte, un uomo che in qualsiasi discorso riesce a parlare di se, fosse anche un dibattito sull’ attuale governo, o una disquisizione su Platone,  il professor Osvaldo Vanelli, riesce a concentrare e a far cadere la disputa su di lui, nei suoi monologhi, c’e un infinito  IO, un egocentrico IO che annienta, umilia e distrugge chiunque.
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Profilo Autore: Marina Lolli  

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Questa è la favola di Orcomatto, un orco strano, che nella palude non viveva, perché, come della notte, paura gli incuteva.
Era un orco vegetariano e spesso lo... vedevi rosicchiare un sedano, che teneva nella mano, saltellando per le vie della città e cantando: trallalì, trallalà.
Un amico, con lui, viveva, era un gatto, scappato alla strega ed insieme dormivano sopra un giaciglio, nelle stalle, quando si faceva sera.
Orcomatto, un orco verde, non era e si era innamorato di una fatina, che magie non faceva, ma a scuola, ai bambini, dolci fiabe, leggeva.
Di nascosto, la stava ad ascoltare, per poi commuoversi a tal punto che, dalla gioia, una lacrima gli scendeva, scaldandogli la guancia, tanto che baci inviava, anche se la fatina non lo vedeva.
Le favole non sapeva raccontare, ma tutte le aveva imparate ed al gatto le andava a mimare, mentre rideva.
Era diventato il più bel gioco che lo intratteneva.
Ed un giorno, intanto che lo faceva, la fatina Siri, di questo omone, s'intenerì e, in lui, vide il bambino dagli immensi occhi blu.
La fatina si mise a pensare, forse la strega un sortilegio aveva fatto a quel povero orco, che non poteva essere altri che il principe buono, di cui nulla si era più saputo e, con il tempo, fu dimenticato!
Questo pensiero le si accentuò e le ricerche incominciò, interrogò i suoi libri di storia, per capire chi fosse Orcomatto.
La gente a quell'orco strano si era abituata e non faceva più caso, era buono, gentile ed a tutti sorrideva.
Era il Principe della città e non lo sapeva.
Al calar di una sera arrivò la brutta megera ed il suo gatto, rivoleva, pertanto una sfida iniziò, tra orco e fata, contro la strega, che prese ad inveire e maledire, ma la fatina, che bene si era preparata, protesse l'amico orco dalla magia e fu così che il sortilegio svanì, facendolo mutare in Principe, in men che non si dica.
La strega che vide svanire i propri poteri, corse via, rincorsa dal ritrovato Principe che la voleva prendere a calci nel sedere, fintanto che, da quel momento, non si fece mai più vedere.
E quelli che videro tutta la scenetta andarono, in tutta fretta, ad informare il Re e la Regina, del grato ritorno del loro figlio, Claus, il Principe sparito.
Per la felicità, una grande festa fu organizzata, per la gente della città.
Vennero invitati grandi e piccini e, certamente, la bella fatina che, senza volere, si ritrovò Principessa a divenire, a seguito del grande amore sbocciato tra lei e l'orco, il bel Principe dagli occhi azzurri, testé diventato.
Il matrimonio fu celebrato e Orcomatto fu dimenticato.
La fatina, con il passare del tempo, divenne Regina, diventando poi madre di una bella e bionda bambina che, a sua volta, divenne fatina, col suo gatto acciambellato sul suo cuscino che la guardava e, ogni tanto, ronfava
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Profilo Autore: Horion Enky  

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Oh, finalmente mi portano a spasso!

… E’ bello fare due passi al sole, dopo essere stata per lungo tempo, ad ammuffire su scaffali polverosi, o cassetti bui e freddi. Rischiavo di perdere il mio bel colorito!

Ciao, mi presento. Sono Pa Gina, beh insomma, sono un foglio pur sempre di carta, ma a me piace di più chiamarmi così. Sono stata appena comprata e sto godendo di questo bel caldo, arrotolata tra le mani di una bella signora di mezza età: è bellissimo dopo il freddo del cassettone di quella cartoleria… Ero in buona compagnia, per carità, accanto alle altre come me; alcune erano… un po’ pallide, io ho un bell’incarnato rosa: qualcuno preferisce le colorate… Buongustai!...

Ora andrò, sicuramente, su una scrivania, che è sempre meglio di dove stavo: luogo monotono, tutte ammassate l’una sull’altra. Quelle “bianche”, poi, di una tristezza da paura, un po’ rassegnate al loro pallore. Mamma mia, e che sarà mai la loro vita, vista così! Ora, invece io, mi riprenderò un po’ della mia bella cera, mi rifarò dei giorni trascorsi senza nulla fare: anzi, sono già tutta eccitata al pensiero di essere impegnata in una qualche idea: bella senz’altro!...

Non so a cosa servirò ma, di solito, non fanno altro che sobbarcarmi il peso delle… parole!... E’ anche quello, il mio lavoro; veramente è un lavoro che fanno di più le “pallide”. E’ un bel peso: sostenere discorsi, appunti e, a volte, conti. Beh… per dirla tutta, una volta succedeva di più. Oggi, invece, veniamo un po’ sostituite dalla tecnologia; già, si scrive sul word,   gli sms, ci sono le chat, il pc. Nessuno scrive più lettere, però! Sapete quelle d’amore, per esempio, su carta colorata, come me, magari accompagnate da qualche petalo di rosa. Che tempi! Altri tempi: romantici, pieni di sognatori!... Comunque, penso, non finirò mai di esistere. Perché?!... Ma come?... E i libri, allora, i giornali?! Lo so, molto fa sempre lei, la tecnologia! Ma in certe cose non mi possono sostituire, anche la nuova generazione fa uso di noi: metti, ad esempio, un fax, una fotocopia… O m’illudo?! Ahimè, ma certo che sarà così, prima o poi, forse. Eh, ma a scuola, allora, non si scriverà sempre sui fogli? Quindi io sarò sempre il quaderno del bambino, o un block-notes, o una bella agenda.

E la lista della spesa della mamma? E le poesie?... E poi i romanzi, i racconti, i libri di scuola?! Certo le nuove tecniche un po’ mi vengono incontro, perché non si spreca tanta carta. Nonostante ciò, non oso pensare ad un mondo senza pagine; ma potrà essere così, un giorno?...

Allora i cassetti saranno vuoti?

Io amo il profumo dei cassetti, anche se, a volte, odio il loro buio e il freddo. Adoro essere… vestita di parole, specialmente di poesia; faccio la vanitosa quando mi fasciano in una bella copertina e poi mi mettono, in bella mostra, in una grande vetrina o su una libreria. Mi sento importante quando devo custodire scritti, e poi tramandarli. Gongolo quando abbraccio una bella ricetta di un libro di cucina, oppure una raccolta di ricette scritte, magari, a mano oppure stampate su fogli colorati. Amo stare su uno scaffale, tra gli odori di cucina e l’amore per la tavola. E che dire di un messaggino del ragazzino, a scuola, alla sua prima fiamma!...

Nooo, questo no, vero?... Sì, avete ragione le manda il suo bel sms! Beh, non voglio pensare a cosa sarà di me!...

… Voglio, piuttosto, godermi l’idea di cosa mai sarò, ora. Cosa mi faranno fare, o essere, questa volta? …

… Oh, ecco la mia nuova dimora!

Bella, bella… La mia… padrona sembra essere una che ci sa fare, una in gamba: si, si, proprio così.

Vedo in giro un po’ delle mie compagne: hanno un aspetto delizioso. Sembra abbiano preso la forma di colorate roselline; sono… in forma, luccicanti e persino profumate, dico davvero! Vedo già una scrivania che, a dire il vero, ha più l’aspetto di un banco di lavoro!...

Forbici, colla, perline, nastri, brillantini e le mie cugine carte crespe: una bella squadra, non v’è dubbio alcuno…

Avrò di nuovo buona compagnia, questo è sicuro.

Ma eccola, la signora si avvicina.

… Come, come?... Dice che deve fare degli schizzi… e poi cosa?... Mi dovrà tagliare?... Ma perché non vado bene tutta intera? Beh, questo è il rischio del mio mestiere, specialmente quelle come me, più colorite e gioiose: a volte devo rinunciare ad una "parte" di me, per una giusta causa. Questa volta, stando a quanto ho capito, avrò la forma di una nuvoletta rosa, sarò tutta abbellita di perline e punti luce, ed avrò un bel fiocco color glicine tutt’intorno: annuncerò la nascita di una bimba!... Wuao!!

Sentimi un po’, bella la mia padroncina: questa situazione ha un neo che non mi convince! Non potrei essere una bella nuvolona tonda, così non taglieresti che giusto un po’ di angoli? Mi smusseresti quel tanto che basta, senza sprecarmi. Perché sprecare tanta carta, quando le foreste piangono i loro alberi?...

Ehi… mi senti?... Macchè, gli umani non ascoltano mai. Non ho capito se non sentono davvero, o fanno finta per convenienza!...

Vorrei sperare che cambi idea, infilarmi nel fondo del cassetto e non farmi trovare, ed aspettare quel momento. Ma quando mai!... Loro ficcano le mani dappertutto: inutile… mi troverebbe!...A trovare i modi per distruggere e sprecare, loro, sono proprio bravi! Soccombo, dicendomi che sono la più debole, d’altra parte, questa volta devo prendere una "forma", mi tocca sottostare!...

Beh, anima, mia piccola ”PA”! Infondo, avrò l’onore di essere la prima pagina scritta di una nuova vita. Anche se recherò solo il suo nome, e qualche frase di benvenuta, sarò la prima pagina, colorata di rosa, di un nuovo meraviglioso libro che inizia a sfogliarsi: la vita di Jole… ^.^
 
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Profilo Autore: Giò*   Sostenitore del Club Poetico dal 22-08-2015

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C'era una volta, ma fu solo quella volta, una divinità, tutta curve e rettifili, che faceva impazzire gli dei dell'Olimpico.
Al suo passaggio, provocava un forte eccitamento, tant’è che tutti i maschi l'avevano soprannominata "Segovia".
Anche Joe Capitolino, re degli dei, provava sturbo alla vista di lei e, da uomo di tendenza e noto sciupa femmine qual era, le faceva una corte spietata, 24 ore su 24. Addirittura, per paura di perderla, eliminava, a colpi di la lupara bianca, tutti quelli che le si avvicinavano.
Egli le stava così ampresso che un giorno la mise incinta, al solo sfiorarla.
A seguito di quello struscio, nacque loro una figlia che chiamarono Desideria Copuletta, in memoria di quel rapporto tanto desiderato, ma mai consumato.
Com'era usanza a quei tempi, la piccola fu battezzata nel Vesuvio e fu tenuta a battesimo da San Giuseppe Vesuviano e da sua moglie Santa Maria di Capuavetere. In onore della neonata, si organizzarono feste, solluccheri e sollazzi vari.
Si organizzò persino una grande caccia al Cam O Rist, un americano di origine cinese,  nelle campagne di Boscoreale e si allestì un banchetto a Casal di Principe a base di Cicciano di S. Agnello, Gragnano condito con Scafati di San Marzano, Bacoli vivi, Nocera secca, Afragola di stagione e sfogliatelle di S. Giorgio a Cremano.
Appena adolescente, la piccola venne affidata alla Sibilla di Secondigliano, nota per la sua naturale tendenza alla verginità, dovuta più alla bruttezza che al reale desiderio di castità, affinché la introducesse a Cuma e la iniziasse ai sottorifugi del Kamasutra e ai segreti della divinazione.
A Cuma, Copuletta crebbe a pizza e maccheroni e si dimostrò molto più interessata alle arti occulte che non alla pratica della castità.
La notizia della sua bravura si sparse in un arcobaleno, dappertutto, sulle arie di una famosa canzone napoletana dal titolo: Cumaggiafà!
Devoti e pellegrini venivano, continuamente, da ogni parte del mondo,  per sperimentare le sue doti di guaritrice ed ella, col tocco delle sue mani, riusciva a risvegliare in loro persino le passioni più addormentate.
Fu la pillola blu dell'antichità.
Avvenne così che una volta, un tal Lumucone di Caianello, afflitto da mosciatio penis, una malattia contratta durante un viaggio nei paesi tropicali della vicina Calabria, arrivò a Cuma, alla testa di tutto il suo esercito, per essere guarito.
Egli promise alla sacerdotessa che, in caso di ritorno alla normalità, si sarebbe sottoposto a trenta giorni di sacre lavande, con acqua e bicarbonato e che l'avrebbe ricolmata d'oro, d'argento e d'orologi Rolex.
Anzi, si spinse molto più in là e le fece un'offerta che Copuletta non avrebbe potuto rifiutare: l'avrebbe sposata.
Era la prima volta che qualcuno avrebbe voluto sposarla!
Considerata l'età avanzata e il suo nutrito curriculum di esperienze, Copuletta pensò bene di approfittare dell'occasione e di appendere le mutande al chiodo, come andava di moda a quei tempi.
Guarire il Lumucone, fu per lei più un passatempo che un gioco da ragazzi e così, alla fine, arrivò anche per lei il momento di tirare la patata in barca e di sposarsi.
Chiese ed ottenne la dispensa capitolina e, onde evitare ripensamenti da parte del Caianellide, in quattro e quattrocchi, si celebrarono le nozze con Pompa Magna, che era la sacerdotessa anziana di Cuma.
Alla cerimonia, parteciparono tutte le famiglie più in vista di Napoli e dei dintorni, che nessuno aveva mai visto.
Per l'occasione, s'invitarono cosche, amici degli amici, mozzarellari, pescivendoli, dei dell'Olimpico, Ras, Aiato più in là e persino Ali Babà e i 40 ladroni.
Fu la più grande rimpatriata, a Napoli, della sacra corona unita dell'Olimpico e della gente di rispetto.
Mangiarono e bevvero tutti come scrofegni, che vuol dire figli di porco, e alla fine venne portata a tavola una torta alta, fino al settimo cielo.
Si seppe, successivamente, ch'era a base di cacao, quando tutti corsero in cerca di latrine e di vespasiani.
Alla fine, gli sposi poterono ritirarsi per consumare gli avanzi della loro prima notte di matrimonio. E mentre loro consumavano, dormendo e ronfando a tutta callara, gli amici approntavano serenate e sparavano mortaretti, almeno così sembrava da lontano. Erano invece gas di scarico dovuti all'attrippata dopo la cerimonia.
Il mattino seguente, a gran voce, gli amici chiesero di vedere la prova del nove dell'avvenuta consumazione del matrimonio.
La coppia, che non aveva nulla da dimostrare, decise di ricorrere ad un escargot, ovverosia a un francesismo. Furbescamente, il Lumucone si affacciò al balcone tenendo in mano un lenzuolo bianco bruciacchiato, con un buco in mezzo, e disse: "è stata una notte talmente infuocata che s'è persino incenerita la macchia"!
A quelle parole esplosero tutti in un lungo a caloroso rutto di gioia e, da quel momento, chiamarono il Lumucone con l'appellativo di Pen Flambé.
Poi vissero felici e contenti e, a noi, non raccontarono più niente.

 

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Profilo Autore: Salvatore Linguanti  

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A volte dai miei pensieri rapita, fuoriescono parole dallo scrigno del mio profondo. Svolazzano leggere, nell'aria, a me davanti. Mi avvolgono fluttuanti e prive di materia, come i sogni. Cosí fatte di sostanza evanescente ch'esce dal cuore, impalpabile ma incorruttibile. Inarrestabile valanga di emozioni e sensazioni... Si formano pian piano periodi sconnessi, poi si alleano, più o meno musicali, come un canto fatato. Ed è allora che in punta di piedi per non farle scappare, con una penna in mano, le imbriglio ed imbrattando un foglio nasce una poesia...
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Profilo Autore: Maria Rosa Schiano  

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RELAZIONE

 

A 32 °” da ammasso 12 , abbiamo avvistato un pianeta ricco di liquidi e vegetazione.

È caratterizzato da zone emerse e grandi settori di zone liquide, da un primo esame della

presenza di esseri pensanti, abbiamo constatato la notevole evoluzione tecnologica di

un animale chiamato uomo. Dal punto di vista della evoluzione intellettuale è praticamente

ancora a livello di un altro animale da cui probabilmente discende, chiamato scimmia.

Infatti questo essere apparentemente evoluto, pratica ancora il pricìpio della sopraffazione

sul più debole e l'accaparramento di risorse a danno di altri. Per raggiungere questi scopi

si è dotato di strumenti micidiali che provocano milioni di vittime ed innumerevoli

devastazioni del suo stesso abitat. Le condizioni di abitabilità di questo pianeta sono

praticamente compromesse.

L'animale uomo, conscio dei suoi limiti, nel corso dei millenni (millennio – tempo

impiegato per mille rotazioni intorno alla sua stella chiamato sole) , si è affidato ad

entità superiori (più o meno credibili) chiamati Dei, ne conseguì la nascita di religioni

diverse fra loro a seconda del luogo dove sono nate e di conseguenza in conflitto fra loro.

Questo conflitto degenera spesso i lotte sanguinose Chiamate “guerre di religione”.

Si ritiene che da quando questo essere è apparso sul pianeta, abbiano fatto più vittime

dette guerre che quelle fatte per qualunque altro motivo.

Con i sofisticati mezzi di comunicazione di cui si è dotato, diffonde,(salvo casi

sporadici), sistematicamente falsità, stupidità e violenza , atteggiamenti che vengono

inconsciamente assimilati dai suoi simili, con le conseguenze che ne derivano.

Nella sua folle corsa verso l'autodistruzione, l'animale uomo sta trascinando con sé

tutte le altre forme animali che non sono responsabili della catastrofe. E questo è

estremamente ingiusto. Egli sta tentando di espandersi verso altri pianeti, il che sarebbe

deleterio per l'equilibrio dell'intera galassia.

Per tutto ciò, riteniamo opportuno che detto animale, venga sottoposto in toto al

trattamento di recupero K24 nella speranza di un rinsavimento, prima che sia troppo tardi.

 

FINE RELAZIONE

contatori M G 23559

 

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Profilo Autore: Vittorio  

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