Nel tempo in cui non esisteva nemmeno il tempo si svolse questa storia che ora narreremo.

Quando gli universi nacquero, dal nulla del nulla, in uno di essi, fra miliardi di pianeti, si formò quello di Oblivion.

In questo pianeta, tutto ciò che era, viveva solo in funzione della non esistenza reale. Esso si trovava nell'universo dei sensi opposti.

Tanto tempo fa, o meglio tanto non tempo che fu e che sarà, su Oblivion, un uomo, che non aveva nome, viaggiava per le terre alla ricerca del monte Ignotus e delle grotte Oblite, custodite al suo interno.

Questo monte si trovava nella regione del Non Ora, per arrivarci bisognava superare un villaggio chiamato Sintempus.

L'uomo, che chiameremo lo straniero viaggiatore, vagava, senza riposo di regione in regione, alla ricerca di questo villaggio e del monte Ignotus.

La leggenda del “Sonosolosevuoi”, che tutti conoscevano su Oblivion, lo portava di villaggio in villaggio sin dal tempo del non tempo della nascita di Oblivion stesso.

Arrivò un istante oggettivo nel tempo di Oblivion in cui lo straniero entrò nella valle di Sintempus, dove sorgeva l'omonimo villaggio.

Egli portava con sé tutti i suoi pensieri senza realtà e domandava, a chiunque lo incontrasse, se conoscesse la leggenda del Sonosolosevuoi.

La valle era percorsa da una stretta strada, di ciottoli di fiume, che portava dritta al villaggio di Sintempus.

Rovi spinosi e piante di mirto la costeggiavano e strani suoni riecheggiavano per tutto il sentiero, facendo quasi da compagni di viaggio.

Il respiro dell'uomo s'interrompeva spesso, strozzandosi in gola, mentre alcuni ritmati colpi di tosse precedevano il rumore dei suoi passi.
Arrotolata in un vecchio panno e legata con un laccio, una spada, pendeva dalla sua cintura, ostacolando quasi il cammino.

L'uomo aveva anche un piccolo sacco in pelle legato sempre alla cintura ma dalla parte opposta alla spada.

La testa di questo straniero era costantemente piegata verso il basso e l'aspetto caracollante dell'andatura gli dava un sentore di vecchiaia inoltrata.

L'uomo lasciava intravedere degli occhi cerulei e lo sguardo pareva orientato solo verso i ciottoli del sentiero, forse a badar dove mettere i giusti passi per non cadere in terra.

L'aria gelida, che stagnava su tutta la valle, rendeva poi ancora più difficoltoso l'incedere e il respirare.

Ogni tanto il suo capo s'alzava a controllare l'orizzonte.

A metà del sentiero, l'uomo, cominciò a intravedere la capanne del villaggio di Sintempus.

L'odore di legna bruciata, che arrivava sino all'olfatto dello straniero, e l'idea di riscaldare le proprie membra al caldo, lo indussero ad allungare il passo.

Intanto, qualcuno aveva notato quella figura barcollante avvicinarsi alle casupole.

Un tale, che batteva un ferro di cavallo sull'incudine, posata su un piedistallo di legno, lasciò andare il martello dalla mano, e si diresse verso quel viandante sconosciuto.

Quando i due furono vicini il maniscalco si rivolse a quell'uomo.
«Da dove vieni straniero? E cosa ti porta in questo villaggio?»

Le sue domande ricevettero in risposta un sorriso accennato.

Lo straniero rizzando le spalle, alzò la testa, e lasciando andare un piccolo gemito di dolore, disse.

«Perdonami amico, se ancora non rispondo alle tue domande.

Sediamo prima qui, su questi tronchi tagliati, ed esaudirò i tuoi desideri di conoscenza»

Lo straniero cominciò così a parlare del concetto del tempo, del suo scorrere e dell'esistenza d'ognuno legata a esso in funzione qualitativa.

Il maniscalco, con sguardo impaurito, domandò così:

«Cos'è il tempo, straniero? Io so d'esistere e basta. Lavoro il ferro, faccio anche il taglialegna. Io sono questo e basta, te lo ripeto. Altro non so dirti.»

Lo straniero accolse questa spiegazione sfiorando delicatamente l'elsa della spada e sbirciando in quel sacchetto che pendeva dalla sua cintura.

«Ho notato che da quando mi trovo in questa valle la luce non è mai venuta meno. Esiste qui il buio? Quando andate a dormire?» Disse lo straniero rivolgendosi al maniscalco.

«Non comprendo il significato delle tue parole. Non so cosa sia il buio e poi che vuol dire dormire? Ti ripeto ancora: io faccio ferri per gli zoccoli dei cavalli e taglio la legna del bosco»

«Questo è il villaggio di Sintempus?»

«Sì, questo è Sintempus, ma non so perché esso è, lo so e basta»

«Dimmi amico maniscalco, narrano che oltre il villaggio vi sia una strada che porta al monte Ignotus. La conosci?»

«Hai un linguaggio difficile straniero, continuo a non capire ciò che dici. So solamente che quella là in fondo è l'ultima capanna del villaggio.»

«Non sei mai andato oltre?»

«Oltre? Cos'è l'oltre?»

«Uhm, m'avevano detto di non cercare Sintempus e il monte Ignotus, comincio a capire il perché, ma io devo trovarli, non posso tornare indietro.

Troppa fatica m'è costata questa ardua ricerca e ora...»

Sorrise nuovamente al maniscalco e fece per andar via.

«Aspetta, rimani a parlare con me straniero. Non ti comprendo ma ti ascolterò ancora»

«Metti la mano nel mio sacco, maniscalco, e dimmi cosa trovi dentro»

Con fare curioso allora il maniscalco infilò la mano nella custodia, non trovandovi nulla.

«Straniero, il tuo sacco non contiene nulla, perché lo porti con te?»

«Sai cos'è il nulla?»

«Il nulla è il nulla, ma non so cosa voglia dire»

«Solo chi sa cos'è il nulla può trovare e io cerco colui che ne ha conoscenza. Lascia che io vada ora per il mio tempo, addio maniscalco»

L'uomo tornò al proprio lavoro come se nulla fosse.

La leggenda, a conoscenza dello straniero, parlava di grotte segrete celate all'interno del monte Ignotus.

Monte che si trovava dopo il villaggio.

Lo straniero prese la direzione verso nord, dove s'intravedeva la cima del monte e un'unica stradina, all'uscita del villaggio, sembrava portare alla meta.

Dopo qualche passo, inoltratosi in un bosco, il villaggio sparì dietro di lui, e il buio comparve d'improvviso.

Lo straniero prese un ramo da terra, srotolò il panno che avvolgeva la spada e lo utilizzò per realizzare una torcia col legno raccolto.

Sfregò con le mani un bastoncino sopra una pietra e accese un piccolo fuoco. Ora aveva la sua luce per illuminare il cammino.

Lasciando Sintempus, egli era entrato nel luogo del Mai...

Proseguendo lentamente per lo stretto sentiero, tracciato all'interno del bosco, dopo un lungo percorso, arrivò ai piedi del monte Ignotus.

Il suo sguardo si posò su alcune rocce che parevano uomini pietrificati: essi davano l'impressione di formare una barriera.

Si avvicinò e notò un piccolo pertugio che consentiva il passaggio.

Oltrepassò le rocce e si ritrovò davanti all'entrata delle caverne del monte Ignotus.

S'udivano suoni simili a lamenti umani: il vento, infilandosi nei tortuosi percors, i che si snodavano all'interno delle grotte, emetteva incessanti sibili.

D'improvviso, una figura scura gli si parò fronte e lo interrogò con voce rude e ferma.

«Chi sei straniero? Cosa ti porta in questa terra fatta di ruvida e scura anima?»
«Ombra, io sono colui che cerca le grotte del monte Ignotus»

«E io sono colui che combatte: vivo in questo luogo dal tempo del mai; sei giunto a destinazione straniero»

«Allora tu sei il cavaliere che io cerco, dimmi, da quanto abiti qui?»

«Del mio vivere non saprei riconoscere l'alito vitale che sostiene le membra e di esse non so spiegare l'esistenza e del tempo conosco solo il mai»

Allora lo straniero disse.

«Prova a mettere la tua mano nella mia sacca, cavaliere»

Egli lo fece e di colpo dai suoi occhi cominciarono a sgorgare lacrime copiose.

Tutta la sua vita era per incanto ricomparsa nella mente e il mai non esisteva più.

«Chi sei straniero, tu che mi hai ridato la conoscenza, la mia coscienza, il mio passato?»

«Io sono il tuo sogno, cavaliere, da tempo immemore ti cerco. Solo nel sogno tu puoi ricongiungerti con la realtà e fare in modo che reale e irreale coincidano, superando la loro incomunicabile natura»

Il cavaliere si inginocchiò in terra e continuò a piangere copiosamente.

Battaglie, amori e ogni singolo momento della vita rivissero nel suo io...

E il sogno era realtà e la realtà sogno.

Lo straniero s'avvicinò e, con dolcezza, gli porse la spada che portava sempre con sé: la spada del cavaliere.

E la spada era una insieme al cavaliere e lo straniero ora esisteva in lui nel tempo del non tempo e tutto si compiva.

Il cavaliere rimase inginocchiato a lungo e fu così che l'ultimo dialogo con la sua spada, avuto nel luogo del mai, tornò alla ritrovata memoria.

Gli apparve anche l'immagine della ninfa dell'acqua, che un tempo gli aveva donato la spada.

Il cavaliere, allora, parlò all'immagine.

«Ninfa dell'acqua, mia ninfa, finalmente posso guardarti nuovamente e da te attingere la linfa del sapere. Ora posso ammirare bellezza infinita, tu che sei fonte di me, tu che doni lumi e ragione alla mia storia. Tu che nel sonno hai cullato i miei tormenti. Dolce ninfa, finalmente non ascolto più il canto che arriva dal monte Ignotus»

La reale immagine della ninfa rispose al cavaliere...


«Mio signore, ho atteso il sorgere del nuovo tempo.
Ho atteso che arrivasse lo straniero che porta i perché.
Ho atteso che la spada dell'eterna sapienza mandasse un messaggero dal profondo dell'universo.
E ora che non attendo più, ti vedo anch'io.
Prendi nuovamente l'elsa della spada.

Torna a essere vento e fuoco, vita e morte, calma e silenzio.
L'era del sapere della spada non finirà e nessuno potrà separarci dal nostro eterno sogno.»

Nel tempo e nel luogo del mai viveva un cavaliere e questo fu il principio della nostra storia.

In anfratti bui e imperscrutabili, nascosti dal mondo che oziava intorno, viveva in perfetta armonia con la natura del proprio essere l'ultimo eroe d'una generazione d'evanescenti illusioni.
Precluso da ogni umana follia, oramai stanco e vecchio, osservava triste
i resti dell'andata gloria, veleggiando spesso in vecchi racconti e avventure passate nelle ventose notti, seduto accanto a un ancestrale fuoco.
Era profeta d'una religione intinta di rosse emozioni.
Nessuno mai seppe dell'esistenza di quelle anguste caverne, né di colui che in esse abitava.
Era simbolo d'antiche vicissitudini defunte nell'oblio del tempo non tempo, sepolte nello spirito di ognuno di noi, che non vuol più saperne d'ascoltare se stesso.

La consuetudine del ricordo aveva estraniato il cavaliere da ciò che era e per il tempo che era divenuto non tempo del mai egli aveva continuato a vivere nell'oblio della non conoscenza, avvolto nel mondo di Oblivion.

Questo, invece, l'ultimo dialogo del cavaliere con la propria spada.

«Ascolta, mio padrone, qualcuno grida il tuo nome!»

«Sarà il vento, queste caverne sono così profonde che esso sembra parlare nella notte»
«Eppure ho udito bene, era proprio il tuo nome»
«È tanto tempo che il sole non ci riscalda, forse il tuo acciaio non percepisce più il suono? Eppure un tempo sapevi udire il rumore delle battaglie»
«Chissà, saranno i nostri ricordi che invocano giustizia» Ribatté la spada.
«Ciò che rimane dello splendore nostro in vita non è altro che un lieve sospiro di vento, così evanescente che...» Rispose il cavaliere.
«No, non posso crederlo: è forse male scordare il passato? Non possiamo farci scolpire il cuore dagli eventi, il fato ci guidò, non è giusto»
«Mia eccelsa spada, non esistono cose ingiuste e neppure ciò che noi riteniamo giusto può essere denotato esattamente, perché noi non esistiamo, perché noi viviamo solo nella fantasia che la realtà crea»
«Allora tutte le terre che abbiamo conquistato? I tesori, non sono mai esistiti? Abbiamo immaginato tutto? Io sento la forza della tua mano quando mi impugna, percepisco l'odore del sangue, mi specchio lucente nelle acque d'un ruscello. Vorresti farmi credere di non essere reale?»
«No, tu esisti, ma la tua esistenza è legata alla fantasia, all'irrealtà di chi creava le nostre avventure, che poi egli stesso rendeva reali»
«Credere? Già non riesco a pensare a quello che dici, mio cavaliere: come posso credere se noi non siamo veri; come posso catalogare ciò che siamo? Se poi noi non siamo affatto?»
«Mia fedele compagna l'affermazione è giusta, ma solo nel momento in cui tu accetti la tua irrealtà»
«Forse hai ragione, immaginare d'essere veri o esistere realmente, è tutto legato a un filo così sottile che non sapremo mai se siamo vivi oppure no»
Oramai è tardi, torniamo a dormire, il freddo della notte non ci aiuterà a comprendere l'abisso che abbiamo in noi»

Con l'arrivo dello straniero, il cavaliere aveva raggiunto il tempo della risposta, s'era ricongiunto finalmente con se stesso.

Il sogno gli aveva consentito di comprendere il suo eterno dubbio.

Razionale e irrazionale erano finalmente unica vita nella vita del sogno di se stessi e, nella vita, bisogna molto sognare perché ciò accada.

«Dormi cavaliere, d'un sonno leggero e profondo, fin quando lo vorrai.
Narra un'antica leggenda che, durante le stellate notti, fuggevoli canti dimenticati s'odano nelle foreste che ricoprono i mondi di Oblivion.
Si dice che chiunque li ascolti non torni più indietro.
Chissà forse questa storia è solo un sogno.»

V'era un tempo... Un tempo in cui il sogno abbracciò la leggenda e uno straniero viaggiò attraverso il mondo di Oblivion in cerca di se stesso.






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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Ti osservo da un po’.
Seduto su quello sgabello al bancone del bar dell’Hotel.
Bevi svogliatamente un martini.
Passi un dito sul bicchiere e poi te lo succhi.
Guardi il liquido ondeggiante ,come a voler scrutare nel destino.
Boccia di cristallo colma di sogni infranti.
I tuoi.
Mi lecco le labbra.
Pregustandoti.
Tu.
Su quel trespolo.
Hai tutta l’aria di un uccellino.
Da far cadere tra le mie grinfie.
Mi avvicino.
Noncurante.
Ordino quello che bevi tu.
Non ti guardo.
Il mio fascino ti fa volgere il capo.
Conscia.
Ti sento.
Con gli occhi mi spogli.
So già cosa ti frulla in testa “donna sola, sembra facile da conquistare”.
Vorresti ti scaldassi il letto questa notte.
Con tutta calma bevo il mio martini.
Poi...
Ne ordino un altro.
Neanche un ciglio verso te.
Ormai sei mio.
Gorgheggi un salve.
Omiodio che scontato!
Però la preda è succulenta.
Ti lascio balbettare qualcosa di presentazione.
Commesso viaggiatore.
Senza tanti preamboli mi inviti ad unirmi a te.
Una cena.
Senza secondi fini.
Dici.
Per non lasciarmi mangiare da solo.
Mangiare...
Sì...
È quello che farò.
Sarai un dessert squisito.
Torno a leccarmi le labbra.
Mostrandoti la punta della lingua.
Tanto da farti desiderare di averla nella tua bocca.
Come la ciliegina del tuo martini, che succhi avidamente.
Non ho molto tempo.
La notte sta per finire fra una facezia e l’altra.
E io...
Ho fame.
Spavaldamente.
Inaspettatamente.
Ti invito a salire da me.
Ceneremo poi.
Magari ordinando in camera.
Dolcetto prelibato non sai cosa ti attende. La stanza è buia ma io ci vedo benissimo.
Il sangue pulsa nelle tempie.
Non resisto più.
Con un balzo sono sopra di te.
La tua gola mi sta chiamando.
Le tue urla raccapriccianti, fanno accorrere i dipendenti dell’hotel.
La porta si apre e...
Tu.
Mio canarino.
Sei lì a terra.
Esangue.
Io sono già al bar Aspetto.
Affilando i canini
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Profilo Autore: Maria Cristina Manfrè  

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UNA FAVOLETTA PER DANILO:
L'angioletto che correva.
Un tempo....che qui nevicava, era ancora freddo e ci riscaldavamo con poca legna nel caminetto, le casette erano in pietra e i tetti spioventi in legno; che riuscivamo però a goderci il riverbero dei raggi del sole sulla neve e nel fango quando la neve iniziava a sciogliersi; e noi giocavamo quasi scalzi scivolando sul ghiaccio o attaccati dietro alle carrozze che passavano....Ah ecco: già mi sto dilungando; dicevo: un tempo...che qui nevicava sui tetti in legno, in Paradiso erano tre angioletti: Din, Don e Dan. Din, che aveva degli occhi verde petrolio ed era sempre in ritardo; Don, grassottello, che danzava indossando sempre delle cuffie per ascoltare la musica, ed aveva sempre le tasche piene di briciole di dolci, che tanto gli piacevano; e Dan che....che....che aveva delle belle mani oltre tutto ma...ora ve lo racconto. Gesù inviò Din, qui sulla terra e nel deserto, e quando lo chiamò gli disse: "Din, ti invio in quella parte della terra dove non piove mai". "Io?" esclamò con un po' di ritardo Din, che era sempre un po' in ritardo, da come incredulo che era, "e che cavolo ci vado a fare in quella parte della terra dove non piove mai?", Gesù gli rispose: "ecco...intanto potresti piantarci i cavoli; potresti innaffiare e piantare grandi alberi e far crescere l'erba verde verde, come i tuoi occhi". A quelle parole Din, da spavaldo che poteva sembrare, divenne, sempre trascorso qualche istante, rosso rosso nel viso, ed abbassò gli occhi con un sorriso: ma non subito. Poi Gesù seguitò: "tu semina ed innaffia, semina ed innaffia, fino a quando quella parte che è solo sabbia, diventi verde e piena di alberi maestosi. "Agli ordini Gesù: io sono Din, e mica dico si o no, ma ni; però vado lo stesso". Così Din, poco convinto che era, volò giù, qui sulla terra: prima in questa parte del mondo dove nevicava: infatti io lo ricordo bene quando arrivò, e poi, con un po' di ritardo....anzi, con un bel po' di ritardo, che io ci ho giocato insieme a lungo sai, si recò in quella parte di mondo piena di sabbia sottile dove il sole batte forte e la notte fa freddo, portando con se tre semi: uno per l'erba, uno per gli alberi, ed uno per i cavoli."Don!", chiamò ad alta voce Gesù; ma Don, pur sentendo la voce di Gesù molto soffusa per le cuffie che aveva, non poteva rispondere, che aveva la bocca piena di crostatine alle mandorle, e le tasche piene di biscotti come i nostri ringo che sono di qui alla crema e di qua al cacao; e poi era preso da quel ritmo di danza che non voleva interrompere; e danzava e mangiava. Don, aveva la facoltà di far apparire i dolci nelle proprie tasche, con il solo infilar le mani nelle stesse; e, devo dire, ne approfittava non poco: intendo dire che, invece di comprarli agli alimentari, che pure lì in Paradiso facevano buoni prezzi, anzi: quasi li regalavano, ecco: infilava le mani nelle tasche: et voilà: ecco una crostatina alla marmellata di lamponi, ecco una lecca lecca che, nel volerla mettere tutta intera in bocca, da quanto era goloso, appariva come una indigena Mursi, che si fa bella infilandosi fra le labbra quegli anelli sempre più larghi sin da bambina. "Don!", seguitava a chiamare Gesù. "Don!"; ma Don nulla. Alla quarta o quinta volta, Don, avendo oramai mandato giù una fetta di torta alle fragole, ed essendo in quel momento ternimato un brano musicale, finalmente rispose: "eccomi". E si avvicinò a Gesù danzando, preso dal ritmo del brano successivo. Ma Gesù, non potendo sentire la musica che solo Don portava le cuffiette, lo prese un po' per toccato. "Don, a te ti mando a lavorare in una pasticceria però...." e lì Gesù, con una leggera e benevola provocazione si interruppe nel suo dire; Don infatti trattenne un attimo il fiato, ma subito Gesù, che poi così cattivo non è mai stato lo sappiamo, terminò la frase aggiungendo: "però con le caratteristiche di uomo, così che ogni volta che mangi qualcosa di dolce, ingrassi, e dovrai stare attento nel mangiar bene, ed inoltre...tutto ciò che di dolce mangi, lo dovrai pagare come i comuni mortali". "Oh Gesù!" esclamò Don. Poi aggiunse: "ma io sono Don e dico si e no non". Così Don volò giù, qui sulla terra, ed iniziò il suo primo lavoro in questa pasticceria qui all'angolo; ah si certo; sono altri tempi adesso: mica c'era una pasticceria qui che faceva angolo; in verità non c'era neanche l'angolo. Infatti Don, attese in quel campo dove ora sorge la scuola, per decenni e decenni, ascoltando musica e danzando, prima che la Pasticceria potesse essere costruita. Resta Dan...a no: un momento! Qui sulla terra, un angelo si doveva trovare un nome comune, un nome come i nostri: Paolo, Massimo, Fabio, così Din, decise di presentarsi, almeno io con questo nome lo conobbi, con il nome di Bernardino; si, vero: un nome quasi normale; ricordo che mi disse: "Piacere Bernardino...." ma non allungò la mano: che su in Paradiso non si usava fare; mi guardò negli occhi con quei suoi occhi verde petrolio che mi incantarono e poi aggiunse: "per gli amici Dino". Solo che quando poi noi altri lo si chiamava da lontano, la "o" di Dino, non giungeva mai; così lo si finì per chiamare Din. A Din, piaceva tanto giocare con noi, e a noi con lui, che poi, solo poi, raggiunse quella parte del mondo dove non pioveva mai; e si, in ritardo. Credo che alcune volte, Din approfittasse di essere un angioletto, che mi sembra, ma non posso esserne certo, quando tiravo in porta, lui spostava leggermente i pali per non farmi segnare; si, di poco, ma di quel poco che il pallone faceva palo. Don invece, si presentò allo Chef pasticciere con il nome di Donato e, nel mentre lavorava doveva anche togliersi le cuffie per sentire ciò che gli ordinava lo chef, e poi doveva anche rispondere subito. "Accidenti che vita!", lo sentii borbottare una Domenica che entrai per acquistare dodici bignè. e Dan...eccoci a Dan. Dan aveva un viso vispo e due occhi dolci. Era frastornato qui sulla terra quando arrivò, tanto era strana la vita qui per lui, però aveva un carattere così delicato e sensibile, che tutti, e quando dico tutti dico tutti, tutti gli volevano star accanto. Si, come se Dan, che poi qui sulla terra si scelse il nome di Danilo, come se Dan dicevo, si fosse portato appresso una luce dorata che aveva lì su, in Paradiso e poi, sappiamo che noi, qui sulla terra, ci ricordiamo qualcosa di quando eravamo lassù, e così, nell'avvicinarsi a Dan, ecco che si risvegliava nella memoria di colui che gli era accanto, quella luce che gli apparteneva lassù; e la vicinanza a Dan era un po' come...come quando un raggio di sole tiepido anzi caldo, in una giornata ancora invernale, ti fa ricordare forse una splendida giornata estiva trascorsa al mare e ti fa tornar la voglia di tornare al mare la prossima estate. Ecco, così era Dan per gli altri; e tutti, e quando dico tutti dico tutti, anche senza accorgersene, nelle loro giornate stressanti e frenetiche, si avvicinavano appositamente a Dan, perchè in loro si risvegliava quel Paradiso dal quale proveniamo. Dan, su, lì dove era prima, correva. Correva. Si: correva. Passava per forza di cose accanto agli altri, agli altri angioletti o accanto ai Santi, o accanto a Gesù, correndo; e mica nessuno aveva il tempo di godere della sua presenza, anche se, devo dire, molti altri angioletti o chi per loro avrebbero voluto; e avrebbero voluto scambiar due parole con Dan. E certo su, lì, mica ci si stancava; volendo neanche si aveva necessità di dormire; si poteva correre e correre e solo sentire il vento sul viso ed il sole che riscalda. Poi Dan avrebbe recuperato qui, sulla terra da noi, tutto il sonno che si negava per la corsa; si, perchè appena giunto qui da noi, Dan scelse una grande città per vivere anzi: fu Gesù che gli assegnò questa città; gli disse: "Dan, qui, in Paradiso, tu passi accanto ai Santi e agli altri angioletti sempre di corsa, e corri e corri. Ora ti mando in un posto dove la corsa è diversa: tutti sono frenetici, tutti corrono, ed hanno necessità di godere del ricordo che tu porti loro; così passi accanto agli altri, ma la corsa...non sarà come qui: saranno gli altri a correre". Così ora Dan, di tanto in tanto si riposa su un divano celeste come il cielo, anche se, ad essere siceri è un divano oramai vecchio ed impolverato, ma il giorno, passando accanto agli altri, lascia quell'alone di serenità che qui ci siamo dimenticati esistere. Ah se lo vedeste! Dan ad esempio, attende da solo ad una fermata dell'autobus e, se sul lato opposto della strada c'è un nugolo di persone che attende un autobus in verso opposto ecco: tutti si precipitano dall'altra parte della strada e, pur di star accanto a Dan, prendono l'autobus in verso opposto a quello che dovrebbero; così, devo dire, in questa città è arrivata una baraonda di eventi: impiegati che dovrebbero lavorare in uffici sulla Salaria, che arrivano invece verso il centro; taxi che voltano improvvisamente dalla direzione presa, clienti consenzienti, e si mettono a seguire l'autobus di Dan; scie di viaggiatori nella metro, sulle scale mobili che, dallo scendere di corsa, risalgono per inseguirlo; gente che viene scavalcata, urla di giubilo come quando i Beatles suonarono allo Shea Stadium di New York il 15 Agosto del 1965; solo che i Beatles erano quattro e Dan è solo. Come si spiega tutto ciò? Una volta Dan mi disse che a lui....mancava tanto la casa, e gli vidi quel suo sguardo dolce e malinconico. Io ho una bella casa, però so anche cos'è l'empatia, anzi, la vivo, e quindi mi sono lasciato penetrare da quello sguardo così dolce da angioletto che era in Paradiso che.....che abbassai lo sguardo, proprio come Din aveva fatto secoli prima nel ricevere quel complimento da Gesù: allo stesso modo: con un po' di ritado, tanto mi piacevano quegli occhi, e fermai lo sguardo sulle sue mani per godere anche di quella bellezza. Però io non arrossii e solo immaginai una casa piena di angioletti, di Santi, e Dan lì, che corre. Ah si, mi dico, ma forse il più fortunato sono io che, di tanto in tanto lo vedo riposare come un angioletto, si, come era in Paradiso, in un letto. Così anche io, in quel momento: vivo l'attimo.
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Profilo Autore: tony lavinara  

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La valle delle libellule nere dormiva ancora...
Soffi di venti del grande nord sollevavano piccoli arbusti,
mentre le foreste del Kijimoto si piegavano ai fiocchi di neve.
Il mio animo volava nel cielo delle favole alla ricerca del perduto orizzonte.
Come un'aquila persa nell'azzurro sfioravo le cime dei monti,
sperando di trovare la filosofia dell'acciaio splendente.
Vedevo sotto di me le ingiustizie del mondo, il disonore dell'uomo avido,
i delitti dell'uomo stolto.
Vedevo un tempo di lotte, di guerre e soffrivo insieme alla mia Katana,
oramai cieca e privata del suo onore.
Un tempo serva del sacro imperatore e guardiana della sua vita.

“Cosa sarà di noi, domani, quando la luce si leverà sull'impero del sole che sorge, senza esserne più scudo.
Onore e morte troverò, non t'abbandonerò se non lo vorrà il tuo sovrano.
Io sono il tuo respiro divino, colui che vede nella notte, l'ultimo che cadrà quando si leveranno le grida dell'acciaio.
Il primo che aprirà le porte dei giardini zen.
Entrerò a Kyoto con te, porgendoti all'unico Dio vivente in terra che può accoglierti”

Non era più il tempo della vigoria e le mie ali, stanche del lungo viaggio
attraverso le empietà della terra, avevano perso vigore e volontà.
Il mio cuore non batteva più e il freddo chiudeva i miei respiri.
Volavo attraverso il verde riflesso del fiume Kamo, cantando la mia fine, seguendo la danza delle libellule nere, che mi precedevano nel mio viaggio.
L'inverno era giunto e io oramai senza più forze, precipitai nel centro dell'universo, dove mille lanterne attendevano il mio arrivo.
Nel candido bianco velo le vedevo avvicinarsi ai miei occhi sempre più, fino a quando le sfiorai con le mani. Allora divenni splendente luce eterna.

“Oh mia Katana dormi sotto il gelo degli impuri, dormi sotto i fiori dell'inconsistente essenza della vita.
Dormi fino a quando il tuo imperatore lo vorrà.
Io ti impugnerò ancora, saremo insieme acciaio e poesia fino alla fine dei tempi.
Fino a quando i mandorli fioriranno ancora e le lacrime di rugiada bagneranno il mio cuore
donando nuove ali alle libellule nere, nel domani che sarà “

E il tempo finì il suo ciclo lasciando il solco e terminando la sua volontà terrena.
Le preghiere lasciarono l'uomo e l'uomo si raccolse nel tempio
del giorno infinito.

“Grande padre della terra che doni pace alle foreste celesti,
accogli il mio spirito quando sarà il momento.
Fa' che le verdi foglie veglino su di me,
lascia che fiori e ghirlande coprano il sentiero della mia anima.
Lascia che il canto del sole che sorge riscaldi il mio cuore,
Lascia che vengano a me i venti, che spirano maestosi nel gelo.
Lascia che io corra fra i loti in fiore senza più armatura,
lascia che il mio destino si compia senza più battaglie.
Ascolta la mia preghiera tu che doni al crepuscolo sul monte Twanzeng la luce della verità.
Ascolta le gocce d'azzurro che si trasformano in pioggia irrigando i campi della fertilità.
Lascia che i rivoli dell'amore portino la tua calma dove il male ristagna.
Lascia che il fiume della tranquillità scorra maestoso, verso il lago dove muoiono le paure dell'uomo.
Lascia che le tempeste spargano le mie polveri per gli aridi deserti del Quanzen,
trasportando le parole dell'universo dove nessuno ascolta.
Fa' che poesie dolci siano scritte sulle pietre del sacro tempio della verità perduta.
Fa' che tutto quello che io sono stato non si perda come goccia d'acqua nell'uragano.
Non permettere che tutta la mia conoscenza si smarrisca per sempre nell'oblio del mondo sommerso.
Lascia che chi attraverserà dopo di me il sentiero delle foreste incantate,
comprenda il mio immenso amore per la vita creata.
Lascia che ciò che io ho scritto rimanga negli occhi delle ninfe,
che la musica del mare dell'eterna quiete accompagni
colui che non ha animo per perdonare,
colui che vive nell'odio.
Fa' che la notte ascolti nel silenzio della settima luna del cielo,
prendi le mie mani e conduci me nel tuo giardino delle orchidee nere.
Domani sarà l'ultima battaglia per me, non permettere che il sangue cancelli gli uomini.
Lascia aperte le porte degli universi nascosti,
così che io li attraversi con il mio cavallo
per dormire finalmente nella infinita luce eterna”

Fu luce eterna e sulle porte una scritta accolse

“Grande fiume che sfoci
nel giardino delle delizie,
portami un fior di loto
che io lo doni al monte dei saggi.
Portami un fuscello di pioggia,
che io la doni al signore delle tempeste.
Portami onore e gloria,
che io possa domani
avere pace nel giardino dove danzano le anime.
Portami una corazza che mi protegga in battaglia,
portami una Katana lucente che rifletta lo spirito
del regno dell'infinito”
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Solca con fierezza, dopo aver attraversato una serie di chiuse, le acque del fiume Brenta, un battello. Venezia attende. Percorre luoghi che s'affacciano fin su gli argini a troneggiare opulenza e bellezza caratteristiche della zona. L’eccitazione dei passeggeri è palese: turisti desiderosi di visitare e fotografare le ville, raro esempio di bellezza, costruite dai dogi per mostrare opulenza e frivolezza nelle feste. Si specchiano nel Brenta avvolto nella soffusa nebbia umida che circonda colonne e lesene. Una donna dall’aspetto elegante scruta con sguardo ansioso la riva. Villa Foscari è lì, in attesa di mostrarsi con tutto il suo fascinoso aspetto. Nulla per cui farsi notare, eppure quella donna, dal fare austero e riservato, emana un’aura accattivante, che rende la sua bellezza sconvolgente. Viso bianco, pallido, accompagnato da sottili e lucenti capelli rossi. Non parla con nessuno dei passeggeri del battello. Mark, seduto accanto all'oblò, rivolto verso il fiume, la osserva da molto: il fascino emanato è tale da catturare gli occhi e renderli fissi e vaghi. Voglia di avvicinarla, ma lo trattiene il riserbo e il desiderio continua nella sua discreta ammirazione. Il rollio dei motori pian piano s’affievolisce insieme al ribollio della melma sulla sponda dell'attracco: lentamente il battello accosta a riva. La villa si presenta nella sua magnificenza specchiandosi nel fiume. E' soprannominata “La Malcontenta”. Venne commissionata da Alvise e Nicolò Foscari ad Andrea Palladio e fu finita di costruire nell’anno 1555. Un blocco unico, costruito in mattoni in perfetto stile Veneziano e impreziosita da richiami che tendono al classico del IV e V secolo d.c. Un percorso cerimoniale conduce alle scale laterali per accedere alla villa che sorge su un alto basamento. Pietre scolpite, basi e capitelli decorati col marmorino, assumono un aspetto lapideo, ricordando antichi templi. Lo stile palladiano s'esalta nel suo neoclassicismo romano. Il salone interno si lascia ammirare con mitologici e allegorici affreschi che ricordano la storia di Astrea, figlia di Giove, lasciata sulla terra. Tra le colonne le raffigurazioni delle stagioni catturano gli sguardi degli stupefatti visitatori. Mark intanto, perso dall'ammirazione per la sua dama, non s'accorge che l’affascinante donna si è allontanata scomparendo all'interno delle stanze. Si scuote dal sogno e una sensazione impercettibile lo spinge alla sua ricerca. Percorre le stanze dai soffitti arcuati e si ferma osservando quella centrale a forma di croce: d'un tratto un flebile lamento proviene da dietro una parete adiacente. Mark tende l’orecchio cercando di individuarne la provenienza; il lamento simile a un pianto si fa sempre più intenso. Poggiando le mani alla parete per udire meglio, inavvertitamente esse muovono un candelabro appeso. Questo vecchio meccanismo d'apertura, spostato dal suo asse, fa ruotare una porticina su se stessa. Mark senza volerlo si ritrova in una stanza buia. Attonito e quasi non cosciente non si rende conto dove si trova. Pian piano gli occhi si abituano all'oscurità: istintivamente, voltandosi da un lato, vede la bellissima donna del battello che gli sorride tendendogli le braccia. Finalmente sei qui, da tempo attendevo di sentire il tuo calore; fammi sentire la tua passione, il mio corpo geme in attesa di riassaporare il miele ambrato del tuo amore. Mark vieni, l’ansia sta distruggendo la mia anima e l’agonia del desiderio di te mi consuma”. Mark osserva e ascolta, ipnotizzato dalla soavità della voce, poi con un sussulto si dirige verso la donna. La bellezza è tale da farsi accogliere fra le braccia senza timori. Cerca le sue labbra affamate e si nutrono entrambi d’un bacio che li trascina verso lussuriosi nembi di passione incontrollata. “Non attendere oltre, il mio tempo è limitato, amami ora e sarò eternamente con te. E' molto che attendo, presto, sta per giungere la notte per condurmi via. Amami ora e per sempre. Un amplesso infuocato li avvinghia e s’addormentano stremati sul gran letto a baldacchino che dormiente li attende nella stanza, pronto ad accogliere le svelate nudità. Alba giunge. Voci stridule destano Mark dal sonno. Le braccia s'allungano cercando inutilmente la donna. La stanza s’illumina e un capannello di persone ridacchianti osservano le sue nudità esposte a pubblico ludibrio, mentre si ritrova in una stanza vuota dove volteggiano sospinte dal vento bianche tende alle alte finestre. Dov'è il tempo in questa avventura, dov'è la ragione e quando ciò è accaduto? Un guardiano chiama la sicurezza, qualcuno porge una giacca. Due poliziotti 'avvicinano... La scena successiva si descrive da sé. Mark riprende le sue facoltà e con un po' d'arguzia ritrovata racconta d'essere stato aggredito e rapinato da due persone che gli hanno fatto bere qualche miscuglio. Tra incertezze e dubbi, prevale la buona fede e l'inconsapevole attore viene riaccompagnato in albergo a Padova, meglio lasciar perdere beghe con ambasciate straniere. Doccia calda, colazione e tutto sembra essere a posto. Sì, ma quale posto? Siamo a Galzignano Terme, sui colli Euganei e la città è a un tiro di schioppo. Mark ancora non riesce a comprendere se quella donna fosse vera e se tutto quello che è accaduto rasenta il vero o cammina sulla pazzia. Un caffè italiano è d'obbligo, poi in auto noleggiata verso il capoluogo dei colli, alcune formalità da sbrigare in questura. Tra qualche giorno un volo da Verona per Berlino e tutto sarà dimenticato. In fondo la spregiudicatezza dell'essere giovani aiuta e vuoi mettere che soddisfazione raccontare quest'avventura italiana! Verde e storia tra passato e presente, forse è il caso di fermarsi a dare un occhiata ad Arquà Petrarca, borgo di impareggiabile bellezza e riposo del padre della letteratura italiana, Dante non avertene a male. Bei posti: un bicchiere di brodo di giuggiole in trattoria, una veloce salita verso la casa del Poeta, qualche scatto dal cellulare sulla pianura sottostante, un selfie e via verso Padova. La strada non è molto lunga, e tra curve varie, passata Battaglia Terme, Mark non fa a meno di notare sulla sua sinistra, arrampicato sul colle in salita, il castello del Catajo, vera e propria reggia talmente grande da avere moltissime stanze chiuse da secoli. “Scendi, scendi!” Diamine da dove spunta fuori questa voce. L'auto si ferma sul ciglio della strada, appoggiata sull'orlo d'un canale. La cinta di mura si stende in verticale, mentre parte del corpo del castello s'erge maestoso davanti, per poi portare l'occhio verso l'orizzonte boschivo. Un cancello aperto e un lungo viale. Ingresso e biglietto. Guida impeccabile con spiegazioni attente e descrittive. E la voce? Mark appare intontito, forse nemmeno vivo per comprendere. L'ala di destra del castello completamente chiusa. Buio, nessuna luce elettrica, mica si può pagare corrente per tutto questo maniero. Il freddo penetra nell'animo oltre a irrigidire il corpo. La vastità delle sale e la lunghezza della costruzione sono imponenti. Segue i mattoni facendo chiarore con il cellulare... Poi appare in fondo al corridoio una porta impolverata dal tempo. Mani sulla maniglia arrugginita ed essa non si muove. Ancora buio, dove sono? Si chiede in incoscienza cosciente Mark.

Amore non mi vedi sono qui, davanti a te, alza lo sguardo” Occhi che non vedevano ora vedono, pulsa il cuore, batte l'orologio del cervello rintocchi di follia. Sudore, sudore gelido si mischia a bava languida d'insana passione. Le mani strappano vestiti, le virilità appaiono chiare e la ragione si nasconde nelle pieghe della sfrenata violenza della libido. Corpi rotolano assaporandosi in varie posizioni, scrutando i limiti del limite, ansimando e gemendo negli occhi degli amanti. Perversione dei veli dell'inferno, tra sangue e banchetti di umide voluttà. L'amplesso del fu diviene ritmico movimento dell'ora... ma non v'è tempo in questa stanza e l'ora ancora deve giungere. Infine il canto d'un barbagianni segna la fine dell'enfasi. Sfatto e tremante Mark si rannicchia raggomitolandosi su se stesso nell'inconscio della sua perversa notte. Buio e alba nascono e muoiono in un attimo, in un attimo si può esser folli o follemente saggi. Si dice che le storie si ripetano e un velo di verità si trova sempre nella tradizione raccontata. Ecco allora la figura del zelante custode che nota una porta aperta che non dovrebbe essere aperta, un uomo che non dovrebbe essere lì e una nudità che non ha scopo d'essere; insomma l'essere c'entra eccome in questa storia. Questura di Padova: “Ragazzo non mi sembra che la situazione per te sia buona, questa è la seconda volta che ti becchiamo nudo in giro per palazzi, una denuncia non te la leva nessuno, non dirai d'essere ancora stato aggredito? Queste aggressioni seriali persecutorie farebbero ridere qualsiasi magistrato. Ora o dici come stanno le cose, altrimenti un provvedimento d'espulsione non te lo leva nessuno insieme a una denuncia per atti osceni”.

Dormire nudi è osceno?, chissà come dorme il sovraintendente quando fa caldo a casa sua. Appunto a casa sua, non nelle stanze vuote di palazzi storici. Ma poi dove è finita la turista che sodomizza gli uomini?

Uomini? Non diciamo cavolate, ascolta io non posso portare al magistrato di turno una simile storia, ne va della mia carriera, prendi le tue cose, entro due giorni sparisci e non farti vedere più in Italia, oltretutto sto omettendo una denuncia e questo è un reato. Ora levati dalla mia vista se no ti butto dalla finestra con le mie mani”.

Mark in fondo non è uno sciocco, nel suo italiano quasi perfetto ringrazia e firma il verbale, opportunamente edulcorato, e s'avvia a piedi all'uscita.

La via che attende alla scalinata guarda verso il giardino Botanico e nel girare a sinistra la Basilica del Santo termina lo sguardo con le sue cupole bizantino romaniche; ma Mark non è un credente molto convinto e arrivato alla svolta, prende la direzione che conduce a Prato della Valle, la piazza più grande d'Europa dopo la piazza Rossa a Mosca. Il pensiero non esiste e i neuroni cercano quell'immagine di peccato di quell'essere infernale che lo ha posseduto nel corpo e nello spirito. Certo non può sapere quello che diceva sulle donna Jacopone da Todi nelle sue laudi. Il medioevo è passato e il passato non torna e nemmeno le concezioni dettate dalle ragioni d'una sola volontà. Volontà, quella che non ha più, quella che gli è stata carpita insieme alla ratio. Queste cose non possono avere importanza, figuriamoci per Mark che è venuto in Italia per migliorare la lingua e per la sua passione per il bel Paese. Nel frattempo di questo ragionare teologico all'angolo della piazza, in direzione sud, appare un palazzo a due piani di proprietà di famiglia nobile che ospita la più famosa collezione di lanterne magiche del mondo. Tra il 1700 e l'800 rappresentavano il precinema della storia. Strumenti di rara bellezza, attraverso dei vetrini colorati, deliziavano con figure e situazioni dando la sensazione di compiere miracoli agli occhi esterrefatti degli uomini di quel tempo. Prenotare quel volo per Berlino è ora d'obbligo, non più fatua necessità. Prendere un caffè è sempre piacevole e poi servirà pur a qualcosa. Due porte adiacenti una per il ristoro, l'altra per il museo. Prima il ristoro. Accidenti ricominciamo, le gambe devono salire su per le scale rivestite di velluto rosso, dopo tre rampe abbastanza ripide s'accede alla sala grande. Decine di “lanterne magiche” esposte e mille e mille scatole di vetrini colorati e un'infinità di tele bianche per proiezioni. Un signore gentile dice che fra poco nella sala del cinema inizierà uno spettacolo con una di queste lanterne con l'uso di vetri dipinti risalenti al 1700... Lo spettacolo è molto particolare, oggi poi in via eccezionale si vedranno alcune proiezioni un po' “spinte”. Un vero e proprio filmino hard antidiluviano d'epoca. Costo solo 5 euro. Inutile dire che Mark siede in prima fila. Luci spente e via con questa proiezione. Appare una donna, sembra avere dei capelli fini di color rosso, un velo copre il corpo. La scena ha sullo sfondo i contorni d'una stanza vuota. Via ora un altro vetrino: un giovane senza vestiti appare in tutta la sua virilità, il resto vien da sé. Via uno e dentro un altro i vetrini ansimanti fanno il loro dovere. Però da un attento sguardo quel giovane pare di conoscerlo. Certo è Mark, senza ombra di dubbio è Mark. Gli occhi si strabuzzano figuriamoci a chi si riconosce in quei vetri dipinti, scherziamo? No, tant'è vero che le ore passano e nessuno va via. Ma se l'unico spettatore è lui. Appunto la lussuria e il mistero pervadono indissolubilmente l'animo di questo ragazzo, la vostra no, mi raccomando, poi non avete pagato nemmeno il biglietto e non vi si può mica dire tutto. Questa volta nessuno, a parte i vetrini, rimane nudo e nessuno ha percepito gemiti perché essi si potevano sentire solo nella mente di Mark. Una strana soddisfazione virile accompagna: sarà dolce follia o ingenua frivolezza? Chiunque avrebbe rasentato l'orlo d'un precipizio, lui no, vive lasciandosi trasportare dalla storia, lasciando che una bruma leggera salga dall'acqua della sua passione. Gli eventi per una volta non sono scritti e descritti, vivono con lui, lo seguono nell'evolversi della sua storia, si intrecciano con la sua vita e lo sospingono dove non esiste sapere. Prenotazione in agenzia per il giovedì seguente. Un giorno di tempo per comprendere, per apprendere.

C'è un'offerta per il Burchiello, è un battello che attraversa i canali e poi seguendo il fiume Brenta porta alla laguna di Venezia, le interessa? E una bella esperienza e poi si possono visitare le ville lungo gli argini, sono molto belle. Il suo volo parte dopodomani, perché non ne approfitta?”

Lo sguardo va oltre il computer: una ragazza con un viso chiaro e dei capelli rossi sorride con un'eleganza non naturale.

Domani non lavoro qui in agenzia, potremmo andare insieme, adoro il fiume e quel battello, quando posso lo prendo sempre... Sei un bel ragazzo sai. Io sono Elosie e tu come ti chiami?
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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C'erano una volta tante persone distratte, sbadate, stressate. Un bel giorno l'omino dell'arcobaleno, rinchiuse tutti i colori in un grosso sacco e cominciò a darsela a gambe. Vedendo l'omino scappare, gli umani si domandavano come potesse un così piccolo ometto trasportare un carico tanto grosso. Sicuri di poterlo raggiungere gli umani cominciarono ad inseguirlo e intanto gli domandavano: "perchè ci hai rubato il rosso, il verde, l'azzurro e il giallo perchè?". Improvvisamente l'omino iniziò a correre più veloce del vento e mentre fuggiva, dal grosso sacco usciva ora un po' di verde, poi uno sprazzo d'azzurro e poi tanti, ma tanti altri colori ancora. Uomini e donne litigando fra loro, cercavano invano di afferrare chi un pezzetto di giallo, chi un pizzico di arancione: ma il colore si scioglieva fra le mani e poi "puff" pian piano svaniva. Così gli uomini furono costretti a vivere in un mondo in bianco e nero. Annoiati cercarono di trovare nei grigi e nei bianchi tutte le sfumature possibili. Col tempo però finirono con l'apprezzare il bianco dei gigli, il pallore della luna e si accorsero che il cuore batteva forte, pur non essendo rosso. Tutti cominciarono ad apprezzare la notte, la luce delle stelle, le sfumature argentate del mare, il grigio dei capelli canuti. Fu così che le giornate apparirono d'incanto meno cupe e intanto che gli uomini cercavano di dare colore ai colori, pian pianino ognuno si abituò ai toni smorzati. Non si badava più al colore della pelle e nessuno aveva più paura della sua ombra. Siccome era un po' buio e non tutti avevano un'ottima vista, a volte qualcuno inciampava e perciò ognuno doveva badare all'altro. Alcuni lo facevano per essere aiutati a loro volta, ma in linea di massima, gli uomini cominciarono piacevolmente ad aiutarsi fra loro. La solidarietà cominciò a fare capolino e gli orgogliosi e i superbi, misero da parte la loro alterigia e cominciarono ad avere compassione l'uno dell'altro. Sempre a causa della scarsa luce, non più attratti dai vivaci colori dei pasti, tutti gli uomini dovettero cominciare a fidarsi del gusto, poi per non inciampare iniziarono a fidarsi del loro istinto. Così accadde che tutti divennero attenti verso il prossimo e ritornò finanche il rispetto. Un bel giorno l'omino, (che altri non era che la coscienza), improvvisamente ricomparve. Nessuno lo rincorse, ma quando egli aprì il sacco e da esso uscirono il blu, il giallo, il rosso e via via tutti i colori, ognuno guardò il cielo, la terra e tutto il circondario con altri occhi. Fu una rinascita del verde, un risveglio della speranza, un trionfo dello spirito. Fra giubili e gioie generali ognuno fu felice di aver ritrovato i colori, gli odori, i sapori e gli occhi di dentro: quelli dell'anima. Fu così che tutti gli uomini del mondo vissero felici e contenti.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Come ogni mattina mentre preparo il caffè, il vecchio capraio attraversava il lungo viale davanti casa mia,preceduto dal suo piccolo gregge,dieci capre e quattro capretti, Bartolomeo Scibetta cosi si chiamava il pastore, era arrivato al  borgo  molti anni prima , ma nessuno ricordava veramente quando, un uomo spigoloso , dall’età indecifrabile.
Aveva scelto di abitare fuori dal paese in un vecchio casale abbandonato che aveva in parte riadattato per le sue modeste necessità.
Un locale abbastanza grande che fungeva da cucina e sala da pranzo, con un grande camino, una cameretta con un lettuccio malandato illuminato da una candela minima quanto basta per non inciampare.

Aveva acquistato due capre che allevava con cura e che avrebbero dovuto soggiornare in una specie di piccola stalla accanto alla porta d’ingresso, ma poiché le porte non si chiudevano mai, spesso frequentavano la cucina soggiorno in cerca di compagnia e di calore.
Quando avevano fame brucavano liberamente nei dintorni senza allontanarsi troppo.


Lui col latte che ricavava faceva formaggi che gli procuravano le altre cose di cui abbisognava. Un poco di pane, un poco di vino, raramente un pezzo di carne. Le verdure e la frutta le raccoglieva nei dintorni o in una specie di piccolo orto  che coltivava con cura al ritmo delle stagioni.

Non si sapeva da dove venisse , ma certamente da molto lontano. Parlava una lingua poco comprensibile fatta di frasi confuse e di accenti pittoreschi. Non aveva amici in paese ma quei pochi che frequentava lo trattavano con rispetto . Non faceva domande e non dava risposte ai più curiosi.

Io mi allontanavo spesso dal paese per lunghe passeggiate e spesso capitavo accanto a casa sua. Talora mi fermavo e mi sedevo su un grosso tronco che fungeva da panca, per riposarmi un po’.

Era nata una specie si simpatia reciproca e quando mi vedeva si avvicinava e mi parlava (forse perché non facevo domande). Mi raccontava degli anni passati , di luoghi lontani a me sconosciuti e non identificabili.
Di montagne, ma molto diverse da queste, intrise sempre di un alone di mistero e di pericolo incombente. I suoi discorsi erano slegati, frammenti isolati che, interrotti originavano altri discorsi,e questi  senza concludersi scivolavano in frasi misteriose.

Talora intramezzava le frasi con qualcosa che doveva assomigliare a proverbi , e venivano sempre pronunciati (e per quello li riconoscevo) con un tono che voleva evidenziare  la saggezza che essi contenevano.
Non parlava mai della famiglia. Spesso mi sono trovato a fantasticare su chi fosse e da dove arrivasse, forse era stato un ladro?
O un perseguitato politico,come quegli anarchici  insurrezionalisti  di cui ogni tanto si sentiva parlare,mah  chissà cosa mai si nasconde dietro quell’uomo semplice e un po’ ruvido.

Il gregge ormai era aumentato ,e il formaggio prodotto da Bartolomeo era molto apprezzato, molti bambini al passaggio del gregge in paese correvano ad accarezzare i piccoli capretti,e a fare domande al vecchio saggio pastore,le signore del borgo mi portavano spesso ottime torte a base di ricotta ,proprio quella del vecchio pastore, è usanza infatti regalare alle figure più importanti del borgo dolci ,liquori casalinghi , e altro ancora, per ringraziare o per ingraziarsi il prete, o il maresciallo,e il medico cioè, io.


Pieve solinga viveva giorno per giorno le mille vite dei suoi abitanti, nessuno sa chi sia  stato il primo ad arrivare li, forse per caso, e a dar vita a quel borgo così bizzarro, quel luogo al quale si arriva perché chiamati, quel posto dove si va a cercare una risposta, quando ormai stanchi, arrabbiati, e delusi sentiamo distintamente, e prepotentemente di dover andare.

Ricordo ancora quell’afoso pomeriggio di fine agosto, percorrevo il sentiero che da casa mia portava verso il piccolo ma fitto boschetto su in cima al monte Ombroso,la cima più alta di Pieve Solinga, circa milleduecento metri. Camminavo preso da mille pensieri, quando all’improvviso mi arrivarono all’orecchio grida di donna, una voce strozzata dal pianto, e riconobbi Linda.

Nessuno rispondeva alle sue sconnesse parole, nessuno  gridava oltre lei, nessuno camminava al suo fianco,o forse chissà qualcuno c’era, ma invisibile ad altri occhi se non ai suoi.

Povera piccola invisibile Linda, sola, sempre sola, preda ormai dei suoi fantasmi .

Cosa ci porta in questo luogo ? Cosa ci spinge in questo borgo sperduto e quasi sconosciuto a dare voce al pozzo nero e profondo che dentro grida? Spesso, anche io si proprio io, il dottore, ho gridato  nel vuoto dei boschi di Pieve, e spesso ho avuto risposte .

Non mi sono avvicinato a Linda, forse per pudore, forse per lasciarle il tempo di sfogare a modo suo la rabbia che la divorava, una rabbia di cui tempo fa mi aveva accennato, quando timorosa e triste era entrata nel mio studio  per una prescrizione medica, qualcosa contro la depressione, contro l’abulia che la paralizzava .

Avrebbe voluto lasciare Osvaldo alle sue donne, ma c’era qualcosa di grande e forte che comunque la teneva li , avrebbe solo dovuto lasciare il marito e iniziare la sua vita li a Pieve Solinga. Forse quel pomeriggio sarebbe stato risolutivo, forse il coraggio si stava impadronendo di quella fragile donna. Pieve ci soffia dentro le risposte, ci parla, e noi ascoltiamo, voci, immagini e tutto ci scorre dentro ci rigenera, e quando la voce si placa sappiamo, conosciamo.

Lentamente e senza far rumore mi sono allontanato e ho lasciato Linda sicuro della sua nuova consapevolezza .

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Profilo Autore: Marina Lolli  

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DSCN0257Pieve Solinga, un piccolo borgo montano nel quale mi trovo, residente forzato,  da  quasi dieci anni. Pieve e i suoi abitanti, circa duemila cinquecento, dei quali io sono ormai confessore  oltre che medico, infermiere e consulente familiare.

Questo luogo isolato e solitario, da qui il nome, dista dalla città più grande circa settanta chilometri, non molti a dire il vero, ma abbastanza per questa gente chiusa ed enigmatica che vive e si muove tra la nebbia e le nuvole che spesso avvolgono  l’intero paesello.

Settanta chilometri, la giusta misura, perfetta per sentirsi unici,  appartati. Settanta chilometri che si possono, volendo,  percorrere per  raggiungere il resto del mondo, dove  servirsi  e rifornirsi come in un grande magazzino, dal quale fuggire poi, veloci così come si e’ arrivati, per tornare in quel nido non sempre caldo, quasi mai tranquillo che e’ Pieve Solinga.

Borgo austero Pieve, nel quale hanno fatto naufragio personaggi a dir poco strani e misteriosi, come Augusto il vecchio violinista mezzo cieco, arrivato in un freddo giorno d’inverno, verso il calar del sole.

Magro quasi ossuto, bianchi capelli lunghi, la barba incolta, e due occhi piccoli,  stretti e rossi come brace. Augusto e’ sceso solo dalla corriera, nella mano sinistra una valigia grande, piena di chissà cosa , mentre la destra stringeva forte la custodia del suo violino. La piazza lo guardava curiosa, mentre il sole piegava gli ultimi suoi deboli raggi, tra gli alberi degli alti monti in lontananza.

Arrivavano spesso solitari ,  uno ad uno, i nuovi abitanti di Pieve, quasi come se la corriera, dopo il lungo travaglio del viaggio, li partorisse, proprio li al centro della piazza. E lentamente il  borgo li assorbiva e si nutriva di ognuno di loro, delle loro abilità, dei loro sentimenti, della loro bellezza come della bruttezza e l’aria stessa di Pieve era intrisa dell’essenza stessa dei suoi abitanti.

All’arrivo di Augusto fece seguito quello di Margherita, la piccola bibliotecaria, lunghi capelli biondi , piccoli occhiali tondi, che non riuscivano a nascondere i suoi grandi occhi azzurri. Un corpo minuto il suo, sempre troppo coperto da vesti assolutamente anonime e in ogni  caso troppo grandi per lei. Poi dalla corriera scese Sonia la giovane e bella ragazza russa, e con lei anche Osvaldo e sua moglie Linda: lui, il nuovo preside del liceo, avrebbe occupato il posto del vecchio professor Maraldi  ormai in pensione.

Ad ogni arrivo il borgo si contraeva e pareva quasi deglutisse i nuovi ospiti, trovando al suo interno il posto idoneo ad accogliere e sistemare gli ultimi forestieri. Ognuno aveva la sua casa o meglio, era questa a richiamarlo a se, uno era la serratura l’altro la sua chiave. Pieve Solinga viveva, respirava e si muoveva.

Il professor  Osvaldo Vanelli e sua moglie Linda sono venuti  ad abitare in una piccola villetta con giardino  appena dietro la biblioteca. Alla villetta si arriva percorrendo un lungo viale alberato che anche io percorro ogni giorno, la mia casa infatti si trova proprio di fronte a quella del nuovo preside.

La giovane Sonia e’ ospite dalla vecchia perpetua, che, data l’età aveva chiesto da tempo a don Pino, un aiuto per le faccende in casa e per le pulizie che giornalmente bisogna fare in chiesa. Certo, non si sarebbe mai aspettata l’anziana Parisina di ritrovarsi in casa una ragazza così giovane e soprattutto bella, troppo bella.. una ragazza che non conosce che poche parole di italiano...chissà cosa ci fa a Pieve? E, cosa più importante,  come l’avrà conosciuta don Pino? Tante sono le domande che affollano la piccola, semplice, mente della povera sconsolata perpetua.

La piccola bibliotecaria e il suo ingombrante bagaglio, fatto per lo più di libri, la maggior parte  in inglese, quasi tutti molto vecchi, hanno trovato posto in un antico pagliaio ristrutturato, per il quale  Margherita paga un misero affitto al signor sindaco, il notaio Baldi.

Margherita e’ una mia assidua cliente, purtroppo, affetta da attacchi di panico. Mi chiama spesso  e ancor più spesso viene a farmi visita allo studio. Il cuore in gola, il respiro affannoso, a volte quasi un rantolo, si precipita dentro e si butta di peso sul lettino.

Margherita  che sobbalza per ogni piccolo rumore, Margherita che in preda alla paura non riesce neanche ad emettere suoni che abbiano un senso compiuto. Chi e’ questa giovane donna? Quale storia si porta dentro? Quale dramma c’è, nascosto dietro i suoi piccoli occhiali rotondi? Quale violenza, sopruso, angheria può mai aver sopportato, una cosi fragile creatura?

Pieve Solinga vive in un eterno brusio, quasi fosse un alveare, strani rapporti nascono e finiscono tra i solinghi abitanti, e io ne sono l’involontario testimone, medico del corpo e dell’anima.

Il  professor Osvaldo Vanelli è uno dei tanti ad aver dato vita a tutta una serie di rapporti molto particolari, fin dal suo  primo giorno  a Pieve Solinga. La  sua  prima conquista e’ stata la matura signora Morelli, direttore, amministratore delegato, nonché sola agente immobiliare dell’ unica agenzia pievana.  Alta, prosperosa, ma soprattutto molto loquace, Giovanna Morelli era stata contattata, qualche mese prima del loro arrivo, dalla famiglia Vanelli, e più precisamente dal professor Osvaldo, poiché le loro ricerche di un possibile alloggio erano state  infruttuose, cosi Giovanna si era subito messa all’opera e aveva girato in lungo e in largo il borgo, fino a quando inaspettatamente qualcuno le aveva ricordato della villetta in fondo al viale alberato quasi al limitare del paese. Così avvenne che Osvaldo e Giovanna si trovarono la prima di tante altre volte in quella che divenne, anche se per poco, il luogo dei loro frenetici incontri amorosi, al termine dei quali il professore portava con se, fotografie particolareggiate dell’ampia cucina, del rifinitissimo bagno,e di quella stanza da letto da riarredare.

 Dal loro arrivo il professor Osvaldo ha collezionato già un paio di avventure, o come le chiama Linda con aria rassegnata, le sue piccole distrazioni . Osvaldo non nega mai, si limita  ad omettere quando ciò che fa potrebbe  creargli problemi, o a raccontare verità un tantino distorte, cosi da forgiare una parvenza di  normalità che giustifichi i suoi incontri, i pranzi saltati, le tante telefonate e i messaggi che intasano la memoria del suo cellulare. Sono trascorsi ormai sei mesi dal loro arrivo, e ogni mattina attraversando il viale per recarmi allo studio passo davanti alla villetta del signor preside e della sua bella moglie, e ogni mattina Linda passeggia tra gli abeti del giardino, triste, sempre più triste, lo sguardo perso dietro chissà quale sogno,  e a me sembra quasi stia scomparendo poco a poco, ogni giorno un po’ di più.

 Eppure e’ bella, intelligente, e sembra addirittura innamorata di quell’uomo quasi anziano, che ha sposato  ormai da dieci anni , un uomo che ha circa vent’anni più di lei, come avrà potuto mai scegliere un uomo così diverso da lei , uno cosi pieno di se, convinto di poter piacere a tutti, o meglio a tutte, un uomo che in qualsiasi discorso riesce a parlare di se, fosse anche un dibattito sull’ attuale governo, o una disquisizione su Platone,  il professor Osvaldo Vanelli, riesce a concentrare e a far cadere la disputa su di lui, nei suoi monologhi, c’e un infinito  IO, un egocentrico IO che annienta, umilia e distrugge chiunque.
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Profilo Autore: Marina Lolli  

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Questa è la favola di Orcomatto, un orco strano, che nella palude non viveva, perché, come della notte, paura gli incuteva.
Era un orco vegetariano e spesso lo... vedevi rosicchiare un sedano, che teneva nella mano, saltellando per le vie della città e cantando: trallalì, trallalà.
Un amico, con lui, viveva, era un gatto, scappato alla strega ed insieme dormivano sopra un giaciglio, nelle stalle, quando si faceva sera.
Orcomatto, un orco verde, non era e si era innamorato di una fatina, che magie non faceva, ma a scuola, ai bambini, dolci fiabe, leggeva.
Di nascosto, la stava ad ascoltare, per poi commuoversi a tal punto che, dalla gioia, una lacrima gli scendeva, scaldandogli la guancia, tanto che baci inviava, anche se la fatina non lo vedeva.
Le favole non sapeva raccontare, ma tutte le aveva imparate ed al gatto le andava a mimare, mentre rideva.
Era diventato il più bel gioco che lo intratteneva.
Ed un giorno, intanto che lo faceva, la fatina Siri, di questo omone, s'intenerì e, in lui, vide il bambino dagli immensi occhi blu.
La fatina si mise a pensare, forse la strega un sortilegio aveva fatto a quel povero orco, che non poteva essere altri che il principe buono, di cui nulla si era più saputo e, con il tempo, fu dimenticato!
Questo pensiero le si accentuò e le ricerche incominciò, interrogò i suoi libri di storia, per capire chi fosse Orcomatto.
La gente a quell'orco strano si era abituata e non faceva più caso, era buono, gentile ed a tutti sorrideva.
Era il Principe della città e non lo sapeva.
Al calar di una sera arrivò la brutta megera ed il suo gatto, rivoleva, pertanto una sfida iniziò, tra orco e fata, contro la strega, che prese ad inveire e maledire, ma la fatina, che bene si era preparata, protesse l'amico orco dalla magia e fu così che il sortilegio svanì, facendolo mutare in Principe, in men che non si dica.
La strega che vide svanire i propri poteri, corse via, rincorsa dal ritrovato Principe che la voleva prendere a calci nel sedere, fintanto che, da quel momento, non si fece mai più vedere.
E quelli che videro tutta la scenetta andarono, in tutta fretta, ad informare il Re e la Regina, del grato ritorno del loro figlio, Claus, il Principe sparito.
Per la felicità, una grande festa fu organizzata, per la gente della città.
Vennero invitati grandi e piccini e, certamente, la bella fatina che, senza volere, si ritrovò Principessa a divenire, a seguito del grande amore sbocciato tra lei e l'orco, il bel Principe dagli occhi azzurri, testé diventato.
Il matrimonio fu celebrato e Orcomatto fu dimenticato.
La fatina, con il passare del tempo, divenne Regina, diventando poi madre di una bella e bionda bambina che, a sua volta, divenne fatina, col suo gatto acciambellato sul suo cuscino che la guardava e, ogni tanto, ronfava
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Profilo Autore: Horion Enky  

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Oh, finalmente mi portano a spasso!

… E’ bello fare due passi al sole, dopo essere stata per lungo tempo, ad ammuffire su scaffali polverosi, o cassetti bui e freddi. Rischiavo di perdere il mio bel colorito!

Ciao, mi presento. Sono Pa Gina, beh insomma, sono un foglio pur sempre di carta, ma a me piace di più chiamarmi così. Sono stata appena comprata e sto godendo di questo bel caldo, arrotolata tra le mani di una bella signora di mezza età: è bellissimo dopo il freddo del cassettone di quella cartoleria… Ero in buona compagnia, per carità, accanto alle altre come me; alcune erano… un po’ pallide, io ho un bell’incarnato rosa: qualcuno preferisce le colorate… Buongustai!...

Ora andrò, sicuramente, su una scrivania, che è sempre meglio di dove stavo: luogo monotono, tutte ammassate l’una sull’altra. Quelle “bianche”, poi, di una tristezza da paura, un po’ rassegnate al loro pallore. Mamma mia, e che sarà mai la loro vita, vista così! Ora, invece io, mi riprenderò un po’ della mia bella cera, mi rifarò dei giorni trascorsi senza nulla fare: anzi, sono già tutta eccitata al pensiero di essere impegnata in una qualche idea: bella senz’altro!...

Non so a cosa servirò ma, di solito, non fanno altro che sobbarcarmi il peso delle… parole!... E’ anche quello, il mio lavoro; veramente è un lavoro che fanno di più le “pallide”. E’ un bel peso: sostenere discorsi, appunti e, a volte, conti. Beh… per dirla tutta, una volta succedeva di più. Oggi, invece, veniamo un po’ sostituite dalla tecnologia; già, si scrive sul word,   gli sms, ci sono le chat, il pc. Nessuno scrive più lettere, però! Sapete quelle d’amore, per esempio, su carta colorata, come me, magari accompagnate da qualche petalo di rosa. Che tempi! Altri tempi: romantici, pieni di sognatori!... Comunque, penso, non finirò mai di esistere. Perché?!... Ma come?... E i libri, allora, i giornali?! Lo so, molto fa sempre lei, la tecnologia! Ma in certe cose non mi possono sostituire, anche la nuova generazione fa uso di noi: metti, ad esempio, un fax, una fotocopia… O m’illudo?! Ahimè, ma certo che sarà così, prima o poi, forse. Eh, ma a scuola, allora, non si scriverà sempre sui fogli? Quindi io sarò sempre il quaderno del bambino, o un block-notes, o una bella agenda.

E la lista della spesa della mamma? E le poesie?... E poi i romanzi, i racconti, i libri di scuola?! Certo le nuove tecniche un po’ mi vengono incontro, perché non si spreca tanta carta. Nonostante ciò, non oso pensare ad un mondo senza pagine; ma potrà essere così, un giorno?...

Allora i cassetti saranno vuoti?

Io amo il profumo dei cassetti, anche se, a volte, odio il loro buio e il freddo. Adoro essere… vestita di parole, specialmente di poesia; faccio la vanitosa quando mi fasciano in una bella copertina e poi mi mettono, in bella mostra, in una grande vetrina o su una libreria. Mi sento importante quando devo custodire scritti, e poi tramandarli. Gongolo quando abbraccio una bella ricetta di un libro di cucina, oppure una raccolta di ricette scritte, magari, a mano oppure stampate su fogli colorati. Amo stare su uno scaffale, tra gli odori di cucina e l’amore per la tavola. E che dire di un messaggino del ragazzino, a scuola, alla sua prima fiamma!...

Nooo, questo no, vero?... Sì, avete ragione le manda il suo bel sms! Beh, non voglio pensare a cosa sarà di me!...

… Voglio, piuttosto, godermi l’idea di cosa mai sarò, ora. Cosa mi faranno fare, o essere, questa volta? …

… Oh, ecco la mia nuova dimora!

Bella, bella… La mia… padrona sembra essere una che ci sa fare, una in gamba: si, si, proprio così.

Vedo in giro un po’ delle mie compagne: hanno un aspetto delizioso. Sembra abbiano preso la forma di colorate roselline; sono… in forma, luccicanti e persino profumate, dico davvero! Vedo già una scrivania che, a dire il vero, ha più l’aspetto di un banco di lavoro!...

Forbici, colla, perline, nastri, brillantini e le mie cugine carte crespe: una bella squadra, non v’è dubbio alcuno…

Avrò di nuovo buona compagnia, questo è sicuro.

Ma eccola, la signora si avvicina.

… Come, come?... Dice che deve fare degli schizzi… e poi cosa?... Mi dovrà tagliare?... Ma perché non vado bene tutta intera? Beh, questo è il rischio del mio mestiere, specialmente quelle come me, più colorite e gioiose: a volte devo rinunciare ad una "parte" di me, per una giusta causa. Questa volta, stando a quanto ho capito, avrò la forma di una nuvoletta rosa, sarò tutta abbellita di perline e punti luce, ed avrò un bel fiocco color glicine tutt’intorno: annuncerò la nascita di una bimba!... Wuao!!

Sentimi un po’, bella la mia padroncina: questa situazione ha un neo che non mi convince! Non potrei essere una bella nuvolona tonda, così non taglieresti che giusto un po’ di angoli? Mi smusseresti quel tanto che basta, senza sprecarmi. Perché sprecare tanta carta, quando le foreste piangono i loro alberi?...

Ehi… mi senti?... Macchè, gli umani non ascoltano mai. Non ho capito se non sentono davvero, o fanno finta per convenienza!...

Vorrei sperare che cambi idea, infilarmi nel fondo del cassetto e non farmi trovare, ed aspettare quel momento. Ma quando mai!... Loro ficcano le mani dappertutto: inutile… mi troverebbe!...A trovare i modi per distruggere e sprecare, loro, sono proprio bravi! Soccombo, dicendomi che sono la più debole, d’altra parte, questa volta devo prendere una "forma", mi tocca sottostare!...

Beh, anima, mia piccola ”PA”! Infondo, avrò l’onore di essere la prima pagina scritta di una nuova vita. Anche se recherò solo il suo nome, e qualche frase di benvenuta, sarò la prima pagina, colorata di rosa, di un nuovo meraviglioso libro che inizia a sfogliarsi: la vita di Jole… ^.^
 
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Profilo Autore: Giò  

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