C'era una volta, ma fu solo quella volta, una divinità, tutta curve e rettifili, che faceva impazzire gli dei dell'Olimpico.
Al suo passaggio, provocava un forte eccitamento, tant’è che tutti i maschi l'avevano soprannominata "Segovia".
Anche Joe Capitolino, re degli dei, provava sturbo alla vista di lei e, da uomo di tendenza e noto sciupa femmine qual era, le faceva una corte spietata, 24 ore su 24. Addirittura, per paura di perderla, eliminava, a colpi di la lupara bianca, tutti quelli che le si avvicinavano.
Egli le stava così ampresso che un giorno la mise incinta, al solo sfiorarla.
A seguito di quello struscio, nacque loro una figlia che chiamarono Desideria Copuletta, in memoria di quel rapporto tanto desiderato, ma mai consumato.
Com'era usanza a quei tempi, la piccola fu battezzata nel Vesuvio e fu tenuta a battesimo da San Giuseppe Vesuviano e da sua moglie Santa Maria di Capuavetere. In onore della neonata, si organizzarono feste, solluccheri e sollazzi vari.
Si organizzò persino una grande caccia al Cam O Rist, un americano di origine cinese,  nelle campagne di Boscoreale e si allestì un banchetto a Casal di Principe a base di Cicciano di S. Agnello, Gragnano condito con Scafati di San Marzano, Bacoli vivi, Nocera secca, Afragola di stagione e sfogliatelle di S. Giorgio a Cremano.
Appena adolescente, la piccola venne affidata alla Sibilla di Secondigliano, nota per la sua naturale tendenza alla verginità, dovuta più alla bruttezza che al reale desiderio di castità, affinché la introducesse a Cuma e la iniziasse ai sottorifugi del Kamasutra e ai segreti della divinazione.
A Cuma, Copuletta crebbe a pizza e maccheroni e si dimostrò molto più interessata alle arti occulte che non alla pratica della castità.
La notizia della sua bravura si sparse in un arcobaleno, dappertutto, sulle arie di una famosa canzone napoletana dal titolo: Cumaggiafà!
Devoti e pellegrini venivano, continuamente, da ogni parte del mondo,  per sperimentare le sue doti di guaritrice ed ella, col tocco delle sue mani, riusciva a risvegliare in loro persino le passioni più addormentate.
Fu la pillola blu dell'antichità.
Avvenne così che una volta, un tal Lumucone di Caianello, afflitto da mosciatio penis, una malattia contratta durante un viaggio nei paesi tropicali della vicina Calabria, arrivò a Cuma, alla testa di tutto il suo esercito, per essere guarito.
Egli promise alla sacerdotessa che, in caso di ritorno alla normalità, si sarebbe sottoposto a trenta giorni di sacre lavande, con acqua e bicarbonato e che l'avrebbe ricolmata d'oro, d'argento e d'orologi Rolex.
Anzi, si spinse molto più in là e le fece un'offerta che Copuletta non avrebbe potuto rifiutare: l'avrebbe sposata.
Era la prima volta che qualcuno avrebbe voluto sposarla!
Considerata l'età avanzata e il suo nutrito curriculum di esperienze, Copuletta pensò bene di approfittare dell'occasione e di appendere le mutande al chiodo, come andava di moda a quei tempi.
Guarire il Lumucone, fu per lei più un passatempo che un gioco da ragazzi e così, alla fine, arrivò anche per lei il momento di tirare la patata in barca e di sposarsi.
Chiese ed ottenne la dispensa capitolina e, onde evitare ripensamenti da parte del Caianellide, in quattro e quattrocchi, si celebrarono le nozze con Pompa Magna, che era la sacerdotessa anziana di Cuma.
Alla cerimonia, parteciparono tutte le famiglie più in vista di Napoli e dei dintorni, che nessuno aveva mai visto.
Per l'occasione, s'invitarono cosche, amici degli amici, mozzarellari, pescivendoli, dei dell'Olimpico, Ras, Aiato più in là e persino Ali Babà e i 40 ladroni.
Fu la più grande rimpatriata, a Napoli, della sacra corona unita dell'Olimpico e della gente di rispetto.
Mangiarono e bevvero tutti come scrofegni, che vuol dire figli di porco, e alla fine venne portata a tavola una torta alta, fino al settimo cielo.
Si seppe, successivamente, ch'era a base di cacao, quando tutti corsero in cerca di latrine e di vespasiani.
Alla fine, gli sposi poterono ritirarsi per consumare gli avanzi della loro prima notte di matrimonio. E mentre loro consumavano, dormendo e ronfando a tutta callara, gli amici approntavano serenate e sparavano mortaretti, almeno così sembrava da lontano. Erano invece gas di scarico dovuti all'attrippata dopo la cerimonia.
Il mattino seguente, a gran voce, gli amici chiesero di vedere la prova del nove dell'avvenuta consumazione del matrimonio.
La coppia, che non aveva nulla da dimostrare, decise di ricorrere ad un escargot, ovverosia a un francesismo. Furbescamente, il Lumucone si affacciò al balcone tenendo in mano un lenzuolo bianco bruciacchiato, con un buco in mezzo, e disse: "è stata una notte talmente infuocata che s'è persino incenerita la macchia"!
A quelle parole esplosero tutti in un lungo a caloroso rutto di gioia e, da quel momento, chiamarono il Lumucone con l'appellativo di Pen Flambé.
Poi vissero felici e contenti e, a noi, non raccontarono più niente.

 

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Profilo Autore: Salvatore Linguanti  

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Commenti  

Gigggi
# Gigggi 02-07-2015 06:44
Come non raccontarono più niente...E che peccato!!
Rocco Michele LETTINI
# Rocco Michele LETTINI 02-07-2015 07:24
E per menu... passate di eccelso humour... in un matrimonio "al caloroso rutto di gioia" finale. Il mio elogio Salvatore... Sempre piacevole scorrere i tuoi composti...
Giancarlo Gravili*
# Giancarlo Gravili* 02-07-2015 16:40
Burlesca o burlesque? Non Lo sapremo mai, certo la sapeva lunga sta Desideria!
elisa
# elisa 02-07-2015 19:44
La tua fantasia non ha limiti........
Fortissimo!
Ciao Elisa

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