Solca con fierezza, dopo aver attraversato una serie di chiuse, le acque del fiume Brenta, un battello. Venezia attende. Percorre luoghi che s'affacciano fin su gli argini a troneggiare opulenza e bellezza caratteristiche della zona. L’eccitazione dei passeggeri è palese: turisti desiderosi di visitare e fotografare le ville, raro esempio di bellezza, costruite dai dogi per mostrare opulenza e frivolezza nelle feste. Si specchiano nel Brenta avvolto nella soffusa nebbia umida che circonda colonne e lesene. Una donna dall’aspetto elegante scruta con sguardo ansioso la riva. Villa Foscari è lì, in attesa di mostrarsi con tutto il suo fascinoso aspetto. Nulla per cui farsi notare, eppure quella donna, dal fare austero e riservato, emana un’aura accattivante, che rende la sua bellezza sconvolgente. Viso bianco, pallido, accompagnato da sottili e lucenti capelli rossi. Non parla con nessuno dei passeggeri del battello. Mark, seduto accanto all'oblò, rivolto verso il fiume, la osserva da molto: il fascino emanato è tale da catturare gli occhi e renderli fissi e vaghi. Voglia di avvicinarla, ma lo trattiene il riserbo e il desiderio continua nella sua discreta ammirazione. Il rollio dei motori pian piano s’affievolisce insieme al ribollio della melma sulla sponda dell'attracco: lentamente il battello accosta a riva. La villa si presenta nella sua magnificenza specchiandosi nel fiume. E' soprannominata “La Malcontenta”. Venne commissionata da Alvise e Nicolò Foscari ad Andrea Palladio e fu finita di costruire nell’anno 1555. Un blocco unico, costruito in mattoni in perfetto stile Veneziano e impreziosita da richiami che tendono al classico del IV e V secolo d.c. Un percorso cerimoniale conduce alle scale laterali per accedere alla villa che sorge su un alto basamento. Pietre scolpite, basi e capitelli decorati col marmorino, assumono un aspetto lapideo, ricordando antichi templi. Lo stile palladiano s'esalta nel suo neoclassicismo romano. Il salone interno si lascia ammirare con mitologici e allegorici affreschi che ricordano la storia di Astrea, figlia di Giove, lasciata sulla terra. Tra le colonne le raffigurazioni delle stagioni catturano gli sguardi degli stupefatti visitatori. Mark intanto, perso dall'ammirazione per la sua dama, non s'accorge che l’affascinante donna si è allontanata scomparendo all'interno delle stanze. Si scuote dal sogno e una sensazione impercettibile lo spinge alla sua ricerca. Percorre le stanze dai soffitti arcuati e si ferma osservando quella centrale a forma di croce: d'un tratto un flebile lamento proviene da dietro una parete adiacente. Mark tende l’orecchio cercando di individuarne la provenienza; il lamento simile a un pianto si fa sempre più intenso. Poggiando le mani alla parete per udire meglio, inavvertitamente esse muovono un candelabro appeso. Questo vecchio meccanismo d'apertura, spostato dal suo asse, fa ruotare una porticina su se stessa. Mark senza volerlo si ritrova in una stanza buia. Attonito e quasi non cosciente non si rende conto dove si trova. Pian piano gli occhi si abituano all'oscurità: istintivamente, voltandosi da un lato, vede la bellissima donna del battello che gli sorride tendendogli le braccia. Finalmente sei qui, da tempo attendevo di sentire il tuo calore; fammi sentire la tua passione, il mio corpo geme in attesa di riassaporare il miele ambrato del tuo amore. Mark vieni, l’ansia sta distruggendo la mia anima e l’agonia del desiderio di te mi consuma”. Mark osserva e ascolta, ipnotizzato dalla soavità della voce, poi con un sussulto si dirige verso la donna. La bellezza è tale da farsi accogliere fra le braccia senza timori. Cerca le sue labbra affamate e si nutrono entrambi d’un bacio che li trascina verso lussuriosi nembi di passione incontrollata. “Non attendere oltre, il mio tempo è limitato, amami ora e sarò eternamente con te. E' molto che attendo, presto, sta per giungere la notte per condurmi via. Amami ora e per sempre. Un amplesso infuocato li avvinghia e s’addormentano stremati sul gran letto a baldacchino che dormiente li attende nella stanza, pronto ad accogliere le svelate nudità. Alba giunge. Voci stridule destano Mark dal sonno. Le braccia s'allungano cercando inutilmente la donna. La stanza s’illumina e un capannello di persone ridacchianti osservano le sue nudità esposte a pubblico ludibrio, mentre si ritrova in una stanza vuota dove volteggiano sospinte dal vento bianche tende alle alte finestre. Dov'è il tempo in questa avventura, dov'è la ragione e quando ciò è accaduto? Un guardiano chiama la sicurezza, qualcuno porge una giacca. Due poliziotti 'avvicinano... La scena successiva si descrive da sé. Mark riprende le sue facoltà e con un po' d'arguzia ritrovata racconta d'essere stato aggredito e rapinato da due persone che gli hanno fatto bere qualche miscuglio. Tra incertezze e dubbi, prevale la buona fede e l'inconsapevole attore viene riaccompagnato in albergo a Padova, meglio lasciar perdere beghe con ambasciate straniere. Doccia calda, colazione e tutto sembra essere a posto. Sì, ma quale posto? Siamo a Galzignano Terme, sui colli Euganei e la città è a un tiro di schioppo. Mark ancora non riesce a comprendere se quella donna fosse vera e se tutto quello che è accaduto rasenta il vero o cammina sulla pazzia. Un caffè italiano è d'obbligo, poi in auto noleggiata verso il capoluogo dei colli, alcune formalità da sbrigare in questura. Tra qualche giorno un volo da Verona per Berlino e tutto sarà dimenticato. In fondo la spregiudicatezza dell'essere giovani aiuta e vuoi mettere che soddisfazione raccontare quest'avventura italiana! Verde e storia tra passato e presente, forse è il caso di fermarsi a dare un occhiata ad Arquà Petrarca, borgo di impareggiabile bellezza e riposo del padre della letteratura italiana, Dante non avertene a male. Bei posti: un bicchiere di brodo di giuggiole in trattoria, una veloce salita verso la casa del Poeta, qualche scatto dal cellulare sulla pianura sottostante, un selfie e via verso Padova. La strada non è molto lunga, e tra curve varie, passata Battaglia Terme, Mark non fa a meno di notare sulla sua sinistra, arrampicato sul colle in salita, il castello del Catajo, vera e propria reggia talmente grande da avere moltissime stanze chiuse da secoli. “Scendi, scendi!” Diamine da dove spunta fuori questa voce. L'auto si ferma sul ciglio della strada, appoggiata sull'orlo d'un canale. La cinta di mura si stende in verticale, mentre parte del corpo del castello s'erge maestoso davanti, per poi portare l'occhio verso l'orizzonte boschivo. Un cancello aperto e un lungo viale. Ingresso e biglietto. Guida impeccabile con spiegazioni attente e descrittive. E la voce? Mark appare intontito, forse nemmeno vivo per comprendere. L'ala di destra del castello completamente chiusa. Buio, nessuna luce elettrica, mica si può pagare corrente per tutto questo maniero. Il freddo penetra nell'animo oltre a irrigidire il corpo. La vastità delle sale e la lunghezza della costruzione sono imponenti. Segue i mattoni facendo chiarore con il cellulare... Poi appare in fondo al corridoio una porta impolverata dal tempo. Mani sulla maniglia arrugginita ed essa non si muove. Ancora buio, dove sono? Si chiede in incoscienza cosciente Mark.

Amore non mi vedi sono qui, davanti a te, alza lo sguardo” Occhi che non vedevano ora vedono, pulsa il cuore, batte l'orologio del cervello rintocchi di follia. Sudore, sudore gelido si mischia a bava languida d'insana passione. Le mani strappano vestiti, le virilità appaiono chiare e la ragione si nasconde nelle pieghe della sfrenata violenza della libido. Corpi rotolano assaporandosi in varie posizioni, scrutando i limiti del limite, ansimando e gemendo negli occhi degli amanti. Perversione dei veli dell'inferno, tra sangue e banchetti di umide voluttà. L'amplesso del fu diviene ritmico movimento dell'ora... ma non v'è tempo in questa stanza e l'ora ancora deve giungere. Infine il canto d'un barbagianni segna la fine dell'enfasi. Sfatto e tremante Mark si rannicchia raggomitolandosi su se stesso nell'inconscio della sua perversa notte. Buio e alba nascono e muoiono in un attimo, in un attimo si può esser folli o follemente saggi. Si dice che le storie si ripetano e un velo di verità si trova sempre nella tradizione raccontata. Ecco allora la figura del zelante custode che nota una porta aperta che non dovrebbe essere aperta, un uomo che non dovrebbe essere lì e una nudità che non ha scopo d'essere; insomma l'essere c'entra eccome in questa storia. Questura di Padova: “Ragazzo non mi sembra che la situazione per te sia buona, questa è la seconda volta che ti becchiamo nudo in giro per palazzi, una denuncia non te la leva nessuno, non dirai d'essere ancora stato aggredito? Queste aggressioni seriali persecutorie farebbero ridere qualsiasi magistrato. Ora o dici come stanno le cose, altrimenti un provvedimento d'espulsione non te lo leva nessuno insieme a una denuncia per atti osceni”.

Dormire nudi è osceno?, chissà come dorme il sovraintendente quando fa caldo a casa sua. Appunto a casa sua, non nelle stanze vuote di palazzi storici. Ma poi dove è finita la turista che sodomizza gli uomini?

Uomini? Non diciamo cavolate, ascolta io non posso portare al magistrato di turno una simile storia, ne va della mia carriera, prendi le tue cose, entro due giorni sparisci e non farti vedere più in Italia, oltretutto sto omettendo una denuncia e questo è un reato. Ora levati dalla mia vista se no ti butto dalla finestra con le mie mani”.

Mark in fondo non è uno sciocco, nel suo italiano quasi perfetto ringrazia e firma il verbale, opportunamente edulcorato, e s'avvia a piedi all'uscita.

La via che attende alla scalinata guarda verso il giardino Botanico e nel girare a sinistra la Basilica del Santo termina lo sguardo con le sue cupole bizantino romaniche; ma Mark non è un credente molto convinto e arrivato alla svolta, prende la direzione che conduce a Prato della Valle, la piazza più grande d'Europa dopo la piazza Rossa a Mosca. Il pensiero non esiste e i neuroni cercano quell'immagine di peccato di quell'essere infernale che lo ha posseduto nel corpo e nello spirito. Certo non può sapere quello che diceva sulle donna Jacopone da Todi nelle sue laudi. Il medioevo è passato e il passato non torna e nemmeno le concezioni dettate dalle ragioni d'una sola volontà. Volontà, quella che non ha più, quella che gli è stata carpita insieme alla ratio. Queste cose non possono avere importanza, figuriamoci per Mark che è venuto in Italia per migliorare la lingua e per la sua passione per il bel Paese. Nel frattempo di questo ragionare teologico all'angolo della piazza, in direzione sud, appare un palazzo a due piani di proprietà di famiglia nobile che ospita la più famosa collezione di lanterne magiche del mondo. Tra il 1700 e l'800 rappresentavano il precinema della storia. Strumenti di rara bellezza, attraverso dei vetrini colorati, deliziavano con figure e situazioni dando la sensazione di compiere miracoli agli occhi esterrefatti degli uomini di quel tempo. Prenotare quel volo per Berlino è ora d'obbligo, non più fatua necessità. Prendere un caffè è sempre piacevole e poi servirà pur a qualcosa. Due porte adiacenti una per il ristoro, l'altra per il museo. Prima il ristoro. Accidenti ricominciamo, le gambe devono salire su per le scale rivestite di velluto rosso, dopo tre rampe abbastanza ripide s'accede alla sala grande. Decine di “lanterne magiche” esposte e mille e mille scatole di vetrini colorati e un'infinità di tele bianche per proiezioni. Un signore gentile dice che fra poco nella sala del cinema inizierà uno spettacolo con una di queste lanterne con l'uso di vetri dipinti risalenti al 1700... Lo spettacolo è molto particolare, oggi poi in via eccezionale si vedranno alcune proiezioni un po' “spinte”. Un vero e proprio filmino hard antidiluviano d'epoca. Costo solo 5 euro. Inutile dire che Mark siede in prima fila. Luci spente e via con questa proiezione. Appare una donna, sembra avere dei capelli fini di color rosso, un velo copre il corpo. La scena ha sullo sfondo i contorni d'una stanza vuota. Via ora un altro vetrino: un giovane senza vestiti appare in tutta la sua virilità, il resto vien da sé. Via uno e dentro un altro i vetrini ansimanti fanno il loro dovere. Però da un attento sguardo quel giovane pare di conoscerlo. Certo è Mark, senza ombra di dubbio è Mark. Gli occhi si strabuzzano figuriamoci a chi si riconosce in quei vetri dipinti, scherziamo? No, tant'è vero che le ore passano e nessuno va via. Ma se l'unico spettatore è lui. Appunto la lussuria e il mistero pervadono indissolubilmente l'animo di questo ragazzo, la vostra no, mi raccomando, poi non avete pagato nemmeno il biglietto e non vi si può mica dire tutto. Questa volta nessuno, a parte i vetrini, rimane nudo e nessuno ha percepito gemiti perché essi si potevano sentire solo nella mente di Mark. Una strana soddisfazione virile accompagna: sarà dolce follia o ingenua frivolezza? Chiunque avrebbe rasentato l'orlo d'un precipizio, lui no, vive lasciandosi trasportare dalla storia, lasciando che una bruma leggera salga dall'acqua della sua passione. Gli eventi per una volta non sono scritti e descritti, vivono con lui, lo seguono nell'evolversi della sua storia, si intrecciano con la sua vita e lo sospingono dove non esiste sapere. Prenotazione in agenzia per il giovedì seguente. Un giorno di tempo per comprendere, per apprendere.

C'è un'offerta per il Burchiello, è un battello che attraversa i canali e poi seguendo il fiume Brenta porta alla laguna di Venezia, le interessa? E una bella esperienza e poi si possono visitare le ville lungo gli argini, sono molto belle. Il suo volo parte dopodomani, perché non ne approfitta?”

Lo sguardo va oltre il computer: una ragazza con un viso chiaro e dei capelli rossi sorride con un'eleganza non naturale.

Domani non lavoro qui in agenzia, potremmo andare insieme, adoro il fiume e quel battello, quando posso lo prendo sempre... Sei un bel ragazzo sai. Io sono Elosie e tu come ti chiami?

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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