Nel tempo in cui non esisteva nemmeno il tempo si svolse questa storia che ora narreremo.

Quando gli universi nacquero, dal nulla del nulla, in uno di essi, fra miliardi di pianeti, si formò quello di Oblivion.

In questo pianeta, tutto ciò che era, viveva solo in funzione della non esistenza reale. Esso si trovava nell'universo dei sensi opposti.

Tanto tempo fa, o meglio tanto non tempo che fu e che sarà, su Oblivion, un uomo, che non aveva nome, viaggiava per le terre alla ricerca del monte Ignotus e delle grotte Oblite, custodite al suo interno.

Questo monte si trovava nella regione del Non Ora, per arrivarci bisognava superare un villaggio chiamato Sintempus.

L'uomo, che chiameremo lo straniero viaggiatore, vagava, senza riposo di regione in regione, alla ricerca di questo villaggio e del monte Ignotus.

La leggenda del “Sonosolosevuoi”, che tutti conoscevano su Oblivion, lo portava di villaggio in villaggio sin dal tempo del non tempo della nascita di Oblivion stesso.

Arrivò un istante oggettivo nel tempo di Oblivion in cui lo straniero entrò nella valle di Sintempus, dove sorgeva l'omonimo villaggio.

Egli portava con sé tutti i suoi pensieri senza realtà e domandava, a chiunque lo incontrasse, se conoscesse la leggenda del Sonosolosevuoi.

La valle era percorsa da una stretta strada, di ciottoli di fiume, che portava dritta al villaggio di Sintempus.

Rovi spinosi e piante di mirto la costeggiavano e strani suoni riecheggiavano per tutto il sentiero, facendo quasi da compagni di viaggio.

Il respiro dell'uomo s'interrompeva spesso, strozzandosi in gola, mentre alcuni ritmati colpi di tosse precedevano il rumore dei suoi passi.
Arrotolata in un vecchio panno e legata con un laccio, una spada, pendeva dalla sua cintura, ostacolando quasi il cammino.

L'uomo aveva anche un piccolo sacco in pelle legato sempre alla cintura ma dalla parte opposta alla spada.

La testa di questo straniero era costantemente piegata verso il basso e l'aspetto caracollante dell'andatura gli dava un sentore di vecchiaia inoltrata.

L'uomo lasciava intravedere degli occhi cerulei e lo sguardo pareva orientato solo verso i ciottoli del sentiero, forse a badar dove mettere i giusti passi per non cadere in terra.

L'aria gelida, che stagnava su tutta la valle, rendeva poi ancora più difficoltoso l'incedere e il respirare.

Ogni tanto il suo capo s'alzava a controllare l'orizzonte.

A metà del sentiero, l'uomo, cominciò a intravedere la capanne del villaggio di Sintempus.

L'odore di legna bruciata, che arrivava sino all'olfatto dello straniero, e l'idea di riscaldare le proprie membra al caldo, lo indussero ad allungare il passo.

Intanto, qualcuno aveva notato quella figura barcollante avvicinarsi alle casupole.

Un tale, che batteva un ferro di cavallo sull'incudine, posata su un piedistallo di legno, lasciò andare il martello dalla mano, e si diresse verso quel viandante sconosciuto.

Quando i due furono vicini il maniscalco si rivolse a quell'uomo.
«Da dove vieni straniero? E cosa ti porta in questo villaggio?»

Le sue domande ricevettero in risposta un sorriso accennato.

Lo straniero rizzando le spalle, alzò la testa, e lasciando andare un piccolo gemito di dolore, disse.

«Perdonami amico, se ancora non rispondo alle tue domande.

Sediamo prima qui, su questi tronchi tagliati, ed esaudirò i tuoi desideri di conoscenza»

Lo straniero cominciò così a parlare del concetto del tempo, del suo scorrere e dell'esistenza d'ognuno legata a esso in funzione qualitativa.

Il maniscalco, con sguardo impaurito, domandò così:

«Cos'è il tempo, straniero? Io so d'esistere e basta. Lavoro il ferro, faccio anche il taglialegna. Io sono questo e basta, te lo ripeto. Altro non so dirti.»

Lo straniero accolse questa spiegazione sfiorando delicatamente l'elsa della spada e sbirciando in quel sacchetto che pendeva dalla sua cintura.

«Ho notato che da quando mi trovo in questa valle la luce non è mai venuta meno. Esiste qui il buio? Quando andate a dormire?» Disse lo straniero rivolgendosi al maniscalco.

«Non comprendo il significato delle tue parole. Non so cosa sia il buio e poi che vuol dire dormire? Ti ripeto ancora: io faccio ferri per gli zoccoli dei cavalli e taglio la legna del bosco»

«Questo è il villaggio di Sintempus?»

«Sì, questo è Sintempus, ma non so perché esso è, lo so e basta»

«Dimmi amico maniscalco, narrano che oltre il villaggio vi sia una strada che porta al monte Ignotus. La conosci?»

«Hai un linguaggio difficile straniero, continuo a non capire ciò che dici. So solamente che quella là in fondo è l'ultima capanna del villaggio.»

«Non sei mai andato oltre?»

«Oltre? Cos'è l'oltre?»

«Uhm, m'avevano detto di non cercare Sintempus e il monte Ignotus, comincio a capire il perché, ma io devo trovarli, non posso tornare indietro.

Troppa fatica m'è costata questa ardua ricerca e ora...»

Sorrise nuovamente al maniscalco e fece per andar via.

«Aspetta, rimani a parlare con me straniero. Non ti comprendo ma ti ascolterò ancora»

«Metti la mano nel mio sacco, maniscalco, e dimmi cosa trovi dentro»

Con fare curioso allora il maniscalco infilò la mano nella custodia, non trovandovi nulla.

«Straniero, il tuo sacco non contiene nulla, perché lo porti con te?»

«Sai cos'è il nulla?»

«Il nulla è il nulla, ma non so cosa voglia dire»

«Solo chi sa cos'è il nulla può trovare e io cerco colui che ne ha conoscenza. Lascia che io vada ora per il mio tempo, addio maniscalco»

L'uomo tornò al proprio lavoro come se nulla fosse.

La leggenda, a conoscenza dello straniero, parlava di grotte segrete celate all'interno del monte Ignotus.

Monte che si trovava dopo il villaggio.

Lo straniero prese la direzione verso nord, dove s'intravedeva la cima del monte e un'unica stradina, all'uscita del villaggio, sembrava portare alla meta.

Dopo qualche passo, inoltratosi in un bosco, il villaggio sparì dietro di lui, e il buio comparve d'improvviso.

Lo straniero prese un ramo da terra, srotolò il panno che avvolgeva la spada e lo utilizzò per realizzare una torcia col legno raccolto.

Sfregò con le mani un bastoncino sopra una pietra e accese un piccolo fuoco. Ora aveva la sua luce per illuminare il cammino.

Lasciando Sintempus, egli era entrato nel luogo del Mai...

Proseguendo lentamente per lo stretto sentiero, tracciato all'interno del bosco, dopo un lungo percorso, arrivò ai piedi del monte Ignotus.

Il suo sguardo si posò su alcune rocce che parevano uomini pietrificati: essi davano l'impressione di formare una barriera.

Si avvicinò e notò un piccolo pertugio che consentiva il passaggio.

Oltrepassò le rocce e si ritrovò davanti all'entrata delle caverne del monte Ignotus.

S'udivano suoni simili a lamenti umani: il vento, infilandosi nei tortuosi percors, i che si snodavano all'interno delle grotte, emetteva incessanti sibili.

D'improvviso, una figura scura gli si parò fronte e lo interrogò con voce rude e ferma.

«Chi sei straniero? Cosa ti porta in questa terra fatta di ruvida e scura anima?»
«Ombra, io sono colui che cerca le grotte del monte Ignotus»

«E io sono colui che combatte: vivo in questo luogo dal tempo del mai; sei giunto a destinazione straniero»

«Allora tu sei il cavaliere che io cerco, dimmi, da quanto abiti qui?»

«Del mio vivere non saprei riconoscere l'alito vitale che sostiene le membra e di esse non so spiegare l'esistenza e del tempo conosco solo il mai»

Allora lo straniero disse.

«Prova a mettere la tua mano nella mia sacca, cavaliere»

Egli lo fece e di colpo dai suoi occhi cominciarono a sgorgare lacrime copiose.

Tutta la sua vita era per incanto ricomparsa nella mente e il mai non esisteva più.

«Chi sei straniero, tu che mi hai ridato la conoscenza, la mia coscienza, il mio passato?»

«Io sono il tuo sogno, cavaliere, da tempo immemore ti cerco. Solo nel sogno tu puoi ricongiungerti con la realtà e fare in modo che reale e irreale coincidano, superando la loro incomunicabile natura»

Il cavaliere si inginocchiò in terra e continuò a piangere copiosamente.

Battaglie, amori e ogni singolo momento della vita rivissero nel suo io...

E il sogno era realtà e la realtà sogno.

Lo straniero s'avvicinò e, con dolcezza, gli porse la spada che portava sempre con sé: la spada del cavaliere.

E la spada era una insieme al cavaliere e lo straniero ora esisteva in lui nel tempo del non tempo e tutto si compiva.

Il cavaliere rimase inginocchiato a lungo e fu così che l'ultimo dialogo con la sua spada, avuto nel luogo del mai, tornò alla ritrovata memoria.

Gli apparve anche l'immagine della ninfa dell'acqua, che un tempo gli aveva donato la spada.

Il cavaliere, allora, parlò all'immagine.

«Ninfa dell'acqua, mia ninfa, finalmente posso guardarti nuovamente e da te attingere la linfa del sapere. Ora posso ammirare bellezza infinita, tu che sei fonte di me, tu che doni lumi e ragione alla mia storia. Tu che nel sonno hai cullato i miei tormenti. Dolce ninfa, finalmente non ascolto più il canto che arriva dal monte Ignotus»

La reale immagine della ninfa rispose al cavaliere...


«Mio signore, ho atteso il sorgere del nuovo tempo.
Ho atteso che arrivasse lo straniero che porta i perché.
Ho atteso che la spada dell'eterna sapienza mandasse un messaggero dal profondo dell'universo.
E ora che non attendo più, ti vedo anch'io.
Prendi nuovamente l'elsa della spada.

Torna a essere vento e fuoco, vita e morte, calma e silenzio.
L'era del sapere della spada non finirà e nessuno potrà separarci dal nostro eterno sogno.»

Nel tempo e nel luogo del mai viveva un cavaliere e questo fu il principio della nostra storia.

In anfratti bui e imperscrutabili, nascosti dal mondo che oziava intorno, viveva in perfetta armonia con la natura del proprio essere l'ultimo eroe d'una generazione d'evanescenti illusioni.
Precluso da ogni umana follia, oramai stanco e vecchio, osservava triste
i resti dell'andata gloria, veleggiando spesso in vecchi racconti e avventure passate nelle ventose notti, seduto accanto a un ancestrale fuoco.
Era profeta d'una religione intinta di rosse emozioni.
Nessuno mai seppe dell'esistenza di quelle anguste caverne, né di colui che in esse abitava.
Era simbolo d'antiche vicissitudini defunte nell'oblio del tempo non tempo, sepolte nello spirito di ognuno di noi, che non vuol più saperne d'ascoltare se stesso.

La consuetudine del ricordo aveva estraniato il cavaliere da ciò che era e per il tempo che era divenuto non tempo del mai egli aveva continuato a vivere nell'oblio della non conoscenza, avvolto nel mondo di Oblivion.

Questo, invece, l'ultimo dialogo del cavaliere con la propria spada.

«Ascolta, mio padrone, qualcuno grida il tuo nome!»

«Sarà il vento, queste caverne sono così profonde che esso sembra parlare nella notte»
«Eppure ho udito bene, era proprio il tuo nome»
«È tanto tempo che il sole non ci riscalda, forse il tuo acciaio non percepisce più il suono? Eppure un tempo sapevi udire il rumore delle battaglie»
«Chissà, saranno i nostri ricordi che invocano giustizia» Ribatté la spada.
«Ciò che rimane dello splendore nostro in vita non è altro che un lieve sospiro di vento, così evanescente che...» Rispose il cavaliere.
«No, non posso crederlo: è forse male scordare il passato? Non possiamo farci scolpire il cuore dagli eventi, il fato ci guidò, non è giusto»
«Mia eccelsa spada, non esistono cose ingiuste e neppure ciò che noi riteniamo giusto può essere denotato esattamente, perché noi non esistiamo, perché noi viviamo solo nella fantasia che la realtà crea»
«Allora tutte le terre che abbiamo conquistato? I tesori, non sono mai esistiti? Abbiamo immaginato tutto? Io sento la forza della tua mano quando mi impugna, percepisco l'odore del sangue, mi specchio lucente nelle acque d'un ruscello. Vorresti farmi credere di non essere reale?»
«No, tu esisti, ma la tua esistenza è legata alla fantasia, all'irrealtà di chi creava le nostre avventure, che poi egli stesso rendeva reali»
«Credere? Già non riesco a pensare a quello che dici, mio cavaliere: come posso credere se noi non siamo veri; come posso catalogare ciò che siamo? Se poi noi non siamo affatto?»
«Mia fedele compagna l'affermazione è giusta, ma solo nel momento in cui tu accetti la tua irrealtà»
«Forse hai ragione, immaginare d'essere veri o esistere realmente, è tutto legato a un filo così sottile che non sapremo mai se siamo vivi oppure no»
Oramai è tardi, torniamo a dormire, il freddo della notte non ci aiuterà a comprendere l'abisso che abbiamo in noi»

Con l'arrivo dello straniero, il cavaliere aveva raggiunto il tempo della risposta, s'era ricongiunto finalmente con se stesso.

Il sogno gli aveva consentito di comprendere il suo eterno dubbio.

Razionale e irrazionale erano finalmente unica vita nella vita del sogno di se stessi e, nella vita, bisogna molto sognare perché ciò accada.

«Dormi cavaliere, d'un sonno leggero e profondo, fin quando lo vorrai.
Narra un'antica leggenda che, durante le stellate notti, fuggevoli canti dimenticati s'odano nelle foreste che ricoprono i mondi di Oblivion.
Si dice che chiunque li ascolti non torni più indietro.
Chissà forse questa storia è solo un sogno.»

V'era un tempo... Un tempo in cui il sogno abbracciò la leggenda e uno straniero viaggiò attraverso il mondo di Oblivion in cerca di se stesso.






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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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