Caput primum

Il cippo fuori Varsavia e la comparsa di Samael Propinquus

 

Con l’alba di un altro due di novembre una fitta coltre di nebbia investì il vetro anteriore dell’autoarticolato amaranto che percorreva la statale oramai da una

buona mezz’ora, 
costretto alla deviazione da un brutto incidente nel quale al ragazzotto alla guida parve fosse coinvolta sola una Volga nera. Forse un prete, o ciò

che ne restava pace all’anima 
sua, alla guida. Ma avrebbe giurato di aver visto una suora nel cartoccio del lato passeggero.

Allan17 amava il profumo di cannella e zenzero di Varsavia a quest’ora del mattino, ma anche per un omone giulivo di centottanta chili un sudario sul parabrezza

era motivo per perdere il sorriso. 
Procedeva quasi a passo d’uomo da un po’ con il finestrino abbassato che invitava l’aria pungente a schiaffeggiargli il viso così

da rimanere sveglio, quando sul bordo della strada gli sembrò di 
scorgere una figura vermiglia. Pensò a un fantasma, e scoppiò in una risata sonora e prolungata.

Appena il tempo di ricomporsi, e frenò bruscamente. E se qualcuno avesse bisogno di aiuto in 
quella landa pallida e desolata… Sembravano dire i suoi occhi

straniti. Il tir aveva appena smesso di ancheggiare, che si sentì 
ringraziare “Vado solo poco più avanti, ma fa tanto freddo stamattina. Mi chiamo Adamantina,

e tu? “.  <Allan17> in uno spiffero di voce. Ma che nome è da dire a una signora, pensò subito. Edgar non gli era mai piaciuto. Spolverò il sedile con la mano per

lasciarla salire, e vedendosi 
le dita così tozze la spostò subito portandola sulla fronte, come per non farle male. Quasi a spolverare i suoi pensieri. Doveva solo

guidare in fondo… 
Lei era così strana con l’asciugamano sulla testa, vestita leggera per quella stagione. E così stranamente donna per uno come lui.

“Scendo qui”. Dopo così poco…  Aveva fatto in tempo 
solo a chiudere il finestrino perché non sentisse troppo freddo. “Grazie Allan17”. Sorrise. E si diradò

come la nebbia davanti all’autoarticolato. Era appena ripartito con ancora quel profumo 
di miele in cabina, quando si accorse di un fazzoletto candido accanto

alla portiera. Doveva 
esserle caduto scendendo… Fermò il bestione amaranto. La strada era ad appena due corsie, così mise gli indicatori di posizione e si

incamminò. La mattina ora quasi tersa permetteva di 
vedere a qualche metro, ma non c’era nessuno. Né case. Eppure era scesa lì, ne era sicuro. Era riuscito a

vedere solo il cippo del chilometro 13. Solo un camposanto. Dal fazzoletto che 
stringeva appena per non rovinarlo poteva sentire il miele… 

Lo stesso profumo lo attirava 
inspiegabilmente a entrare. Qualcosa come un presentimento lo fece fermare proprio lì. Tra le erbacce si intravedeva una vecchia

lapide. Spostò i rovi graffiandosi solo un po’ e lesse 
Adamantina… E una foto sbiadita sotto il muschio. La sua Adamantina. Gli cadde il fazzoletto.

Corse quasi, per quanto possa affrettarsi un uomo della sua mole. Tornò al camion e ripartì, rifiutandosi di pensare. Guidava da qualche chilometro quando una

locanda con un enorme spiazzo 
apparve dopo campi e solo campi di zenzero. Gli sembrò la soluzione a tutto: caffè macchiato caldo e croissant erano quanto di

più concreto potesse desiderare dopo… <Dopo niente…> si disse <non 
è successo niente>. All’interno un signore elegante e un artigiano chiacchieravano con un

prete, e 
una suora faceva apprezzamenti sulle nuove tazze che una donna dietro il bancone toglieva dalla scatola. E un anziano le dormiva accanto sulla sedia.

Edgar ordinò e si sedette all’angolo davanti 
alla finestra. Nel tavolo dirimpetto un uomo. Non aveva ancora affondato i denti nella marmellata quando guardò

fuori. Trasalì. Nel parcheggio una Volga nera sembrava osservarlo. Cercò di non 
farci caso e iniziò a sorseggiare il caffè.  E si mise ad ascoltare i discorsi degli

avventori. 
Parlavano di una donna che voleva mantenere perfetti i suoi capelli anche durante la notte, e della prossima apertura di un parrucchiere. “Proprio lui,

pensa che era sua zia…” diceva uno. “Ma 
in via Albatros dove lei aveva l’appartamento!?” chiedeva l’altro. “Sì, sì” ancora quello “E’ un peccato però, era una

bellissima ragazza. A volte la vedevo qui alla locanda, prendeva sempre un 
cappuccino. Dicono che una sera cosparse i capelli di miele e li lasciò avvolti in un

asciugamano. 
Il giorno successivo non si svegliò più. Chi la rinvenì tolse l’asciugamano e vi trovò un nido di ratti intento a mangiarle la testa”.

La marmellata che era come se sapesse di miele gli si mise di traverso e per poco non lo strozzò. Edgar uscì senza prendere il resto. Aveva i brividi.

I giorni a venire furono caotici. Un continuo andirivieni di auto azzurre e bianche tra il chilometro 13 e la locanda Della Cannella. La Policja mise sotto sopra il

tir e interrogò ogni persona residente 
nella zona o anche solo di passaggio. L’anziano replicava alle domande “Che Dio lo assista”, e la bionda affittacamere non

aveva ricordo che di un caffè macchiato caldo e del tovagliolo che un 
forestiero le aveva rovinato scrivendoci sopra qualcosa. PICTA. Lo mostrò agli agenti che

chiesero 
chi altro ci fosse quella mattina nella locanda, e fuori. I quattro confermarono di non aver visto nessun altro, oltre loro stessi e il grosso autoarticolato.

E il camionista di cui non si seppe più nulla.

Sul sedile del passeggero ondeggiava appena un fazzoletto dal profumo di miele.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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