Caput quattuor

Lascia che abbracci, Morte, questo mio figlio

 

In un tailleur corvino, occhiaie in tinta con i pensieri, Lobella in compagnia del suo chignon attendeva pensierosa l’amica. Color delle candele. I brividi

crescevano semplici e discreti lungo il 
suo stelo esile. Cominciava a sentirsi come i bucaneve tra le dita affusolate della strega d’inverno. Ne percepiva i sospiri.

<Sto per andare a palazzo con Eva Kant?>. Benedetta… non l’aveva vista 
arrivare. <Perdonami, quando sono nervosa dico cose sciocche… Possiamo andare>.

<<E tu che ci fai qui!?>> visibilmente inquieta Lobella, alla figlia in tuta ginnica scura. Con due occhioni sagaci, da sotto la cuffia ‘‘Vengo con voi…’’.

<<Niente affatto!>>.  <Aspetta amica 
mia…>. <<No Benedetta, non voglio corra pericoli…>>. <Lo capisco, ma è l’unica che conosce il latino. E ho come

l’impressione che avremo bisogno di lei>. ‘‘Dai mamma, mettiamo fine insieme a 
questa storia’’. <<Però mi darai ascolto. Promettilo…>>. ‘‘Etiam, ora

incamminiamoci’’. 
Una fitta coltre di nebbia stava colando sul Parco Lazienki. Il Palazzo sull’Acqua era là. All’ingresso una Volga nera sembrava osservarle.

Benedetta trasalì. ‘‘Entriamo… stiamo vicine’’, 
cercando di farsi coraggio. I lampadari di cristallo, l’oro alle pareti… ma un  grosso tomo le catturò

l’attenzione. Cominciò a strofinarsi la cuffia come a cercare nella memoria ‘‘Reprobi angelus in locus tristitiae. Ora guarderò le incisioni in acquaforte.

Il diavolo è nei dettagli…’’.  

‘…ma anche nell’ultimo gradino delle scale. Quello che non esiste’. Una voce provata, quasi confortevole dall’ombra. E poi da sotto un cappello plumbeo

‘Questa è la prima, brava ragazzina, 
la stanza della tristezza. Non è posto per voi’. <<Io non credo al diavolo…>> Lobella come avvinta da quel tono, lo stesso

che nelle ultime notti le aveva tolto il respiro prima di addormentarsi. 
‘Peccato. Perché lui crede in te’. <<Ma tu…>> non doveva chiederlo, ma voleva sapere

<<…sei un 
angelo caduto?>>. ‘No!’ la voce ora si era indurita. I muscoli tesi lasciavano percepire non rabbia, sofferenza. Dallo squarcio nella camicia una sola

magnifica ala nera ‘Ero un angelo. Gli angeli neri 
spazzolano le nuvole per donare la carezza della pioggia ai raccolti’. ‘‘Quanti sono gli angeli?’’ la ragazzina

fino a quel momento ammutolita. ‘Quanti lui lascia che vivano’. <<Dio…>> Lobella 
indietreggiò, le era sfuggito. ‘Dio. Dio guarda le cose da dietro la pochette

sulla giacca dei 
potenti… Lui e Mefistofele erano come fratelli, e il mondo conosceva solo la pace. Ma Mefistofele aveva un figlio. Per Lucifero l’umanità erano

tessere di un domino da incoraggiare, per poi veder 
cadere. Dio lo cacciò, e l’amico di sempre pur riconoscendo la giusta causa, consumato dal dolore decise di

far conoscere al mondo la crudeltà delle guerre’. <<E tu? >> ancora Lobella, spinta dalla 
curiosità. ‘Fui mandato nel mondo per parlare a Lucifero.

Si nascondeva fuori Varsavia. Incontrai 
un uomo che di quel paesino conosceva il decoro, e i segreti. Ospitava nella sua locanda una giovane donna. I suoi capelli

erano i fili con cui la notte tesse il cielo. I tuoi me li ricordano Lobella. 
Ci innamorammo. Adamantina fu l’occasione per Mefistofele di esigere da Dio una

punizione 
esemplare, al pari di quella inferta al figlio. E Dio lasciò che mi recidesse un’ala. A Lucifero non bastava…’  cadde in ginocchio  ‘…e la uccise’.

<Voglio aiutarti…> Benedetta, commossa. 
‘L’hai già fatto, lasciando che tuo marito trovasse come lenire il suo dolore. Zelo porterà da Adamantina il cippo di

frassino. Ora dovete andare. Se riuscirò ad attraversare le dieci stanze di 
questo palazzo, mi sarà dato di vederla un’ultima volta’.

<<Cosa ti aspetta?>>. ‘Lobella, signore… andate.  Adesso!’.  


Le ore si erano posate lente come fa la neve. Con l’ala a brandelli ma le anime ricongiunte, Samael chiuse un attimo gli occhi… il cippo era al suo posto, e lo

scavo fatto. Accarezzò i cenci della veste
 vermiglia, e si sdraiò accanto a lei. Si guardò l’avambraccio. Il fedele ratto capì che il momento era  giunto. Due

lacrime gli scendevano lungo il braccio. ‘Amico mio…’.  
 Iniziò a rosicchiargli il petto, e il cuore di un angelo fece ritorno a casa.  


Un profumo di cannella e zenzero accarezzò il vetro anteriore dell’autoarticolato amaranto che percorreva la statale oramai da una buona mezz'ora, costretto alla

deviazione da un incidente nel 
quale al ragazzotto alla guida parve fosse coinvolta sola una Volga nera. Forse un prete e una suora, spauriti ma fortunatamente

illesi. Procedeva quasi a passo d’uomo da un po’ cercando di 
immaginare il volto del padre appena gli avrebbe mostrato il nuovo trattore Fiat che stava per

regalargli, quando sul bordo della strada gli sembrò di scorgere una figura vermiglia, e frenò bruscamente. Il tir aveva appena smesso di ancheggiare, che si sentì

ringraziare “Vado solo poco 
più avanti... c’è una locanda. Mi chiamo Adamantina, e tu? “.  <Edgard> in uno spiffero di voce. Scesero entrambi. All’omone

giulivo di centottanta chili caffè macchiato caldo e croissant parvero 
tutto ciò che potesse desiderare. Si sedettero all’angolo rischiarato dalla finestra.

“Non capisco, il mio Samael aveva detto che si 
sarebbe fatto trovare al tavolo dirimpetto alla finestra. Arriverà…”. Sorrise. Un topino intanto le era salito sulla

mano… asciugò quelle due stesse lacrime con un fazzoletto candido da cui si poteva 
sentire il miele.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Commenti  

Carboluka
# Carboluka 09-11-2019 09:32
Lunga ma bella

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