La terza stanza

Tra le persiane accostate il temporale stanotte ha qualcosa di sinistro. E’ come se nell’intervallo tra un tuono e l’altro il riverbero sulle pareti mormorasse “Nel quadro fuori dalla finestra… osserva l’idea della verità per mezzo del falso”. Forse non è che nella mia penna… E di nuovo quel sussurro “L’aria che si vede in quel quadro non è respirabile”.
Ma torniamo a Christopher. L’avevamo lasciato appeso tra i salici come uno straccio sgocciolante, con la schiena appoggiata alla ruota della Volga a noleggio, piangente dalla fronte. 
<Che ti è successo, forestiero!? Credo tu abbia corso più di quanto il tuo angelo custode possa volare…> un uomo in livrea, nell’onnipotenza frivola di aver stroncato un volo. <Sembri stordito come questa farfalla…> mostrandogli soltanto quel po’ di colore che resta sulle dita <…una facile preda. Mi chiamo Eadweard e sono il custode del Palazzo sull’Acqua, cosa ti porta qui? Qual è il tuo nome?>. <<Il marito di Lobella…>> Christopher custodendo la sua eccitazione, sottovoce
<<incredibile, nel manoscritto c’è anche una sorta di vero storico>>. <Mi sembri frastornato forestiero. Facciamo così, ti porto con me alla locanda dove alloggio con mia moglie. Sai perché faccio questo lavoro? Quando ti toccano le mani giuste capisci che del tuo corpo non ne sei il padrone, ma solo il custode. Mia moglie è il mio angelo… suona libero, ma non risponde. Poco importa, le spiegherò una volta arrivati>. Nascondendo ancora quell’eccitazione che diveniva via via sempre più incontenibile, i pensieri di Christopher non gli permettevano di sentire il suo logorroico compagno di viaggio <<Ecco il km 13… non ho visto il camposanto. I campi di zenzero. Ed ecco l’enorme spiazzo, e la locanda. E c’è anche là in fondo quel che rimane di un autoarticolato>>. Non stava più nella pelle <<Certo, ferraglia e ruggine… ma pur sempre il tir di Allan17>>. <Ehi forestiero, siamo arrivati… sai che non so ancora come ti chiami?>.<<Christopher, signore>> la voce gli si faceva pian piano meno esitante. <<Mi scusi, le devo essere sembrato quanto meno strano>>. <Non importa Christopher, siamo tutti un po’ strani. Vieni, ci racconterai dopo. Ora ci rifocilleremo con la famosa zuppa di Grace>. L’agente letterario tentennò, deluso. E la sua esitazione crebbe nel varcare la soglia. L’insegna diceva Locanda da Benedetta. ‘Eadweard, già qui? Hai finito presto oggi. Ma sei in compagnia. Un tuo collega? Ben arrivato. Piacere, Grace. Zuppa per entrambi?’. <<No… cioè, sì la zuppa. Ma lei signora dovrebbe essere Benedetta…>>.  ‘Benedetta… la conosceva!? Cosa dico… lei è troppo giovane! Benedetta era la mia bisnonna. L’insegna è per ricordarla. Accomodatevi’. Ed ecco giungere dal piano rialzato la moglie di Eadweard  –Ciao caro, perché non mi hai detto che avresti portato un amico?-. <A dire il vero ci ho provato, ahahaha>. –Non fa nulla, buongiorno…-. << Christopher, il mio nome è Christopher signora Lobella>>. <Ma che dici… devo ammetterlo, sei quanto meno strano. Lei è il mio angelo, Dortmanna>.
–Perché mi ha chiamata così, Christopher!? Era il nome della mia 
cara nonna…-. <<Chiedo scusa a lei e a suo marito, signora. Mi sento un po’ confuso per via del lungo viaggio>>. –Non si preoccupi. Da dove viene, se posso chiederlo?- e intanto, spingendo con la mano dal braccio il marito verso la tavola apparecchiata per il pranzo, la donna cercava di uscire da quel momento di imbarazzo. <<Da Edimburgo. Aveva ragione Eadweard, questa zuppa è superlativa. Sono un agente letterario>>. <Ahahaha. Io un custode, e tu un agente. Ahahaha>.
-Eadweard, ti prego. E’ una professione affascinante. Mi dica, c’è qualche nuovo libro da non perdere?-. <<Bè, ci sarebbe un manoscritto. Sono venuto qui per parlare con l’autore>>. –Ah, è di queste parti?-. <<Sì, credo di sì. Ora… vi ringrazio per la bella compagnia, ma ho bisogno di dormire>>. –Stia tranquillo, Grace le darà una camera per la notte. Grace, cara…-.
Dal capanno retrostante la locanda,  dove Eadweard era solito recarsi a fumare, ondeggiava appena una vecchia insegna Locanda Della Cannella. L’uomo, mormorando qualcosa <Pe fende, veniet ad me>, attendeva con fare sottomesso. All’improvviso, dall’oscillare ora più deciso dell’insegna, come se sussurrasse “Non bisogna giudicare Dio da questo mondo, perché è soltanto uno schizzo che gli è riuscito male”. <Maligno, ti ho invocato per…>. “Preferisco le anime degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali. Per quanto maestose e imponenti siano. Lo scozzese non deve trovare il manoscritto originale. Quella notte,
mentre non ti accorgesti che la tua Lobella fingeva di dormire, mi implorasti di darti l’onnipotenza. Adesso… fa ciò che è necessario. Tratto anche anime raggrinzite”.

Il manoscritto sullo scrittoio fa da cuscino al suo creatore, mentre dorme ignaro di tutto. Dorme mentre due mani fanno cigolare i braccioli della sedia all’angolo davanti alla finestra. Una di quelle mani arrotola la manica per non sporcarla di inchiostro, mostrando l’avambraccio tatuato. L’altra prende la penna nella mano assopita SOGNO DI SCRIVERE E POI SCRIVO IL MIO SOGNO.
(Onnipotenza, pag. 32 del tomo)

-il titolo e la CHIUSA sono ispirati a una citazione di Vincent Van Gogh.
 Le parole pronunciate da Lucifero “…” sono tratte da citazioni di Edgar Degas e V. Van Gogh

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Commenti  

neveamarzo
+1 # neveamarzo 02-12-2019 19:24
Un che di misterioso, come se dalla penombra spiriti sinistri solletichino la coscienza dello scrittore. Interessante , molto !
MastroPoeta
+1 # MastroPoeta 03-12-2019 05:27
Non so dirti la felicità per il tuo commento...
Ogni volta che scrivo è come se raggiungessi l'estasi passando dal purgatorio...gr azie davvero.

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