Ci sono giornate in cui mi capita di ripensare, di più, alle persone care della mia famiglia, che non ci sono più!!! E mi soffermo spesso a ricordare mio nonno e sorrido, per come mi raccontava le sue storie di vita!!! È stato la persona che mi ha insegnato a scrivere le prime lettere dell'abc, le prime parole, prima che iniziassi ad andare a scuola. Era un uomo abbastanza alto, con gli occhi azzurri sempre attenti. Non era colto, ma sapeva leggere e scrivere e leggeva tutti i giorni il giornale quotidiano, dalla prima all'ultima pagina, senza occhiali. Sorrideva sempre a tutti, era gentile con tutti. Aveva sempre qualche lavoretto da fare, per tenersi impegnato nella giornata. Sapeva fare tante cose, come riparare il buco di una gomma di bicicletta, costruiva panche per la legna del camino, con assi di scarto della falegnameria, costruiva la macchina per fare la passata di pomodori con il motore di una vecchia lavatrice... insomma era un tuttofare di cose che aveva appreso nella vita e per questo lo chiamavano "il maestro" . Inoltre amava il suo orticello, che curava con dedizione, fino a quando i problemi alle ossa non sono peggiorati e non gli hanno più permesso di muoversi agilmente. Col tempo , negli anni, la sua schiena era diventata leggermente curvata in avanti e le sue gambe arcuate e non stavano più dritte. Accompagnava i suoi passi con un bastone, che teneva con la sua grande mano destra e nelle giornate calde, si sedeva nella veranda e osservava le auto che passavano sulla strada nazionale e chissà quali pensieri gli facevano compagnia. Un giorno, come d'abitudine, andai a trovarlo. Sorrise appena mi vide e mi chiese di sedermi con lui, intorno al tavolo, vicino al camino. Iniziammo a parlare, mi chiese come stavo e del lavoro. E iniziò a ricordare, ad alta voce, i bei tempi andati. Come tanti anziani, parlava in dialetto, e nonostante i suoi quasi 90 anni, non aveva problemi di lessico. Mi preparavo all'ascolto e lo lasciavo parlare con tutto l'entusiasmo che ci metteva. «Na vodd s jev a fatijì p lu fattor, pir li fommn s'azzev prest e jaam mmezz a li terr fn a la sor. S jev a la fond a 'rlavà li pinn e vdj li fommn, titt 'nguacchjt ch 'nzapunev e strufnev, candev e pttlev e dop sciaquit li pinn, li mettav dondr a nu canestr, ch s faciav 'ng lu vong, noi li faciaam! L'appujev sopr a la cocce e arjev a la cas. Allor li 'ngundrj p la strad e t facj nu pzzott e 'llu canestr simbr 'ngocc l purtev! S parlev d la fatj a li camb, d lu ran, d li bestje ch un tnev, 'nzomm j facj cap' ch ir nu brav uajon fatijator, pccò na vodd la dot er lu bon cambà, 'ngh li cos simplic e la fatj d titti li jurn, no com mò, ch li giuvn nn zà ch fà sa lamend e te tutt cos! Quand t piaciav na fommn e c vulj fa l'amor, tnj da j a la cas e a lu patr ja tnj da dc ch t la vulj spusà! E quand er bell dapù! S faciav a l'amor p li camb, dua 'nd vdav niscin oppur mmezz a lu fen o dondr a lu ranar! Eeeeeeh! Ma dop spusit però, s faciav a la cas, a lu lett! Aaaaaah! Li bill timb er chll d na vodd! 'ng stev nind com mò, ma poc! E d llù poc c'accundendaam e sapaam ch er la felctà!!!» Lo ascoltavo in silenzio e a volte ridevo insieme a lui, alle battute che aggiungeva per dare enfasi ai sui discorsi. Aveva una luce brillante negli occhi e a volte si emozionava, non lo nascondeva. Era bello ascoltarlo, immaginavo ed era come vedere ciò che raccontava. Mi piaceva molto la sua compagnia, mi faceva sentire a casa, serena. Quando andavo via, continuavo a sorridere, lui mi chiedeva di tornare l'indomani ed era contento quando gli rispondevo di sì e rideva. Anche se non me lo avesse chiesto, sarei tornata lo stesso.


TRADUZIONE

UNA VOLTA(TEMPO FA)

«Una volta si andava a lavorare per il fattore, anche le donne si alzavano presto e andavamo in mezzo ai campi fino a sera. Si andava alla fonte a lavare i panni e vedevi le donne, tutte accovacciate che insaponavano e strofinavano, cantavano e spettegolavano e dopo aver sciacquato i panni, li mettevano dentro ad una cesta, che si faceva con il giunco, noi li facevamo! L'appoggiavano sulla testa e tornavano a casa. Allora le incontravi per strada e ci parlavi e quel cesto sempre in testa lo portavano! Si parlava del lavoro nei campi, del grano, degli animali che uno possedeva, insomma le facevi capire che eri un bravo ragazzo lavoratore, perchè una volta la dote era il campare bene, con le cose semplici e il lavoro quotidiano, non come adesso, che i giovani non sanno cosa fare, si lamentano e hanno tutto! Quando ti piaceva una ragazza e volevi frequentarla, dovevi andare a casa e al padre dovevi dire che volevi sposarla! E quanto era bello dopo! Si faceva l'amore nei campi, dove non ti vedeva nessuno oppure in mezzo al fieno o dentro al granaio! Eeeeeh! Ma dopo sposati peròsi faceva a casa, a letto! Aaaaaah! I bei tempi erano quelli di una volta! Non c'era niente come adesso, ma poco! E di quel poco ci accontentavamo e sapevamo cos'era la felicità!»

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Profilo Autore: Anna  

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