Inizia con fatica come di consueto da molto tempo a questa parte 

Ripenso come al solito allo serie di decisioni sbagliate che mi hanno portato a questa situazione 

La difficoltà di alzarsi quando il lavoro non chiama è notevole 

Non ho molta scelta vista l’alternativa 

Penso spesso alla fine,

mi domando come mi troverà.

Avrò paura ?

Conoscendomi sicuramente mi pentirò di ogni cosa pentibile immaginabile 

ripenserò 

Agli errori 

Ai motivi 

Alle possibili soluzioni non adottate 

A ciò che sarebbe potuto succedere se .. 

Ehi .... è la fine 

sembra impossibile che ci sarà una fine .

Invece è l’unica cosa certa di questa bizzarra avventura 

Allora dai , la moka sul fuoco ed iniziamo a fare qualcosa 

Finché ci sarà dato il tempo 

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Profilo Autore: Aspera  

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<<Passami quello, ok?>>  <<Attento… non ti sporcare>>.  <<Lascia che io… oops>>.  <<Non

quello… il crick… e tieni a portata di mano i bulloni e la chiave inglese… cav… mi sono

pizzicato>>.  <<Ma tu hai capito cosa è successo?>>.  <<A chi? …cosa?>>.  <<Ma non ti accorgi

di niente tu…?>>.  <<Perché mi guardi così? Parla…>>. <<Pensavo a quando eravamo

giovani…>>. Quando era giovane la mia vicina faceva girare i pedali con tanta leggerezza che non

la si poteva non restare a guardare, come le pale del mulino oltre l’esiguo ruscello mosse dal vento,

appena fuori dal minuscolo paese ove la strada sale. Percorrendo le viuzze in su e in giù dalla prima

delle casette dai tetti aguzzi al bianco praticello di alisso, a quasi tutti quivi lei ha regalato sogni

d’amore. E lei sola è stata a ballare al Riobo, sebbene il vigile cipresso.

Ora quando scendo la scala vorrei essere tagliato fuori anche dal suo sguardo, e smanio dal tagliare corto se mi rivolge il saluto da quanto è parolaia.

Penso solo a ruotare lo splenio e a tagliare la corda 
se è lì che attraversa il cortile, e spero un giorno improvvisamente decida di tagliare i ponti senza

un 
perché. <<Cough>>  Il cortile… Se chiudo gli occhi ritrovo ricordi, corse in cortile, un gelato pagato con le lire. Il silenzio dei muretti nei cortili ombrosi… 

come se stare lì con lei allora fosse stato giusto. Quando credevo che l’aeroplanino lanciato nel cortile della scuola virasse dentro la finestra, e le arrivasse

sul banco chiedendole un appuntamento. 
<<Ehi, ho i bulloni e anche questa cosa inglese>>. <<Eh!? Sì, ancora solo un momento…>>.

E ora su quei, saranno a un dipresso venti, gradini è come se mi tagliasse, malerba, l’erba sotto i piedi allorchè d’emblèe avvia il decespugliatore e inizia

a precidere destramente il prato… in 
lingerie e pianelle, con le sembianze di una donna di Botero sèguita inflessibile e suda, tapina. Madide le natiche

dell’importante deretano, stillante lo zirbo e roridi i seni: quanto è sgraziata 
la mia vicina! <<Perché continui a guardarmi così? Aho! Sai… la sera mi piace

attraversare i cortili e ascoltare 
i rumori arrivare dalle finestre aperte. Mi chiedo com’è avere qualcuno a casa che ti aspetta>>.

<<Gasp… La gomma è a posto. Lascia che io… emm… se ti va di andare in latteria dalla Giuliana, ti offro un gelato di quelli da mille lire…>>.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Ricordo che tutto è avvenuto in pochi attimi, qualche istante e poi il buio e il caos più totale. Pochi attimi ma infiniti, forti e devastanti emozioni… paura, terrore,

confusione, shock e dolore. 
E la plastica sotto i piedi scalzi. Ricordo solo che era metà pomeriggio, la sonnolenza e un senso come di ebbrezza. Ma nessuna

avvisaglia prima della sbandata… e due querce gemelle. 
E poi l’odore di mia moglie e l’agitazione e l’ansia. Ora c’è rumore. Di voci, diverse e sconosciute.

In quella notte giudaica, sotto un cielo fulgido e nitente, per nulla coperto Giove e Saturno in una sola orbita mostravano pastori e greggi che ancora dormivano

all’aperto.” –un tale vestito come i 
suonatori, quelli del presepe-  “In quel tredici novembre dell’anno sette avanti cristo il mio babbo, edile in Betlemme, bussò

alla bottega di Giuseppe per annunziare al marangone la paternità: basito, 
imboccò la viuzza lemme. Se ti piace far credere cadesse la neve fa pure, che fosse il

venticinque dicembre dell’anno zero. 
Ma stavi nel magazzeno del padre mio, in un caldo covile. Lo so, perché io c’ero”.

Parla a tre uomini seduti nel centro della sala. Una sala enorme come quelle apparecchiate per un rinfresco. E seduto più in là con le gambe incrociate “Dio è una

risposta grossolana -per chi non 
mi conoscesse mi chiamo Friedrich- e un’indelicatezza verso noi pensatori”.

Nietzsche!? Il filosofo… ma dove sono, e cosa ci faccio qui? Poi si alza in piedi un uomo che con voce pacata “Jules Renard, scrittore… è molto più difficile non

credere che credere in Dio, i veri 
atei sono quasi introvabili”. Uno dei tre uomini al centro richiama alla calma. E’ vestito con fresche stoffe di colori vivi come

gli hippies, e al collo porta una vistosa collana con un cerchio vuoto come 
quelli per le chiavi. Il signore più a destra, un uomo di mezza età coi capelli spettinati

e un serto di 
alloro si alza e indica col dito qualcuno in fondo alla stanza…

A Betseda, sai, il disgraziato ciecomuto che subdolamente graziasti aveva un nome: io e Bartimeo prima delle tue frodi giocavamo sempre alle tabulae lusoriae.

E dalle tavole orizzontali con le dodici 
linee, alle tavole incrociate con tre chiodi il passo è breve Rabbi, non trovi?” A parlare è un tizio che guardano quasi tutti

incuriositi, vestito come un centurione che scoppia in una grassa risata. 
“Il sudario adulterato poi è stata una trovata da maestro, Maestro. E quel tre aprile

dell’anno 
trentatre infilare via Della Fuga al crocicchio con via Crucis per eclissarti a guisa del natante imbozzato sull’arenile non era niente altro che una

lapalissiana conseguenza al tuo disegno 
preternaturale. E l’artifizio della moltiplicazione? Quante panzane… Sulle rive del Giordano un subisso di vitto

da cinque pani d’orzo e due pesci, pania realizzatasi con la correità di Filippo e Tommaso che dal lago Tiberiade condussero e orpellarono nottetempo le

pietanze, per tua vesania”.

L’uomo al centro aggiustandosi i capelli “O forse una vitella è più di una costoletta, e forse non è tutto latte vaccino… o puramente caglio” –sentenzia con fare

garbato. 

Dal mio tavolo si desta qualcuno “Il mio nome è Heinrich Böll, anch’io scrittore… gli atei annoiano perché parlano sempre di Dio”. E dopo di lui “Camus.

Albert Camus, drammaturgo eccetera 
eccetera. Io non credo in Dio e non sono ateo”. Quello dei tre uomini al centro che finora aveva ascoltato con gli occhi

chiusi, forse sulla settantina, sollevando il capo e portandosi le mani giunte 
sul doppiopetto “Intanto gli atei hanno l’enorme pregio di non suonare le campane

alle 8 del 
mattino…”. E sorride da sotto la barba curata. “E tu, che hai da dirmi?” –guardandomi forse. Mi sollevo sulle gambe e vergognandomi un po’ per le

mie braghette corte “Dice a me, signore?!”. 
“Sì poeta, chiedo anche a te che scrivesti ULIVO… che lorsignori possono andare a leggersi, e cito UN LEBBROSO

SUPERFLUO IN VITA / MI E’ SERVITO SU TRAVI INCROCIATE / 
APPESO AI CHIODI TRA I POLSI E LE DITA”.

“Signore, non sono sicuro di avere capito chi è lei…”. Ma un colpo di tosse mi salva come a scuola il suono della campanella “Scusami collega, Alain Bosquet

come te poeta… Dio si prosterna 
davanti alla mia poetica, più divina che lui. …credete esageri?”. Non riesco a togliere gli occhi da quelle mani in preghiera,

prendo un respiro profondo “…io, signore, voglio solo tornare 
dai miei figli e da mia moglie. E scrivere ancora una poesia”.




-Il titolo è un pensiero di James Duffecy, cofondatore di Wikipedia

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Zarathustra disceso dal monte cioè da una solitudine voluta, divenne pieno di sé e si compiacque di ricordare le strade che portano al mercato – così lo infamano gli abitanti del villaggio. Non si curava più della pianura. In realtà era da molto che la sapienza non si tramuta in disgusto - nella lotta con se stesso vince quando perde. Aumentando la potenza attraverso la montagna, come una valanga. Così a sua volta si guardò da fuori dal punto di vista del funambolo e si ricordò dell’uomo e del suo lavoro - si immedesimò nell’uomo e nel suo lavoro - si tramutò in uomo e decise liberamente il suo lavoro.

Il concetto è attraente e irreale: ri-fondare l’uomo e la sua libertà – liberandolo dalle monadi e dal tomismo aristotelico. La libertà fa penar fame all’uomo – per questo è necessario ri-fondarla. In fondo è necessaria ogni digestione, per questo ruminare il passato da sapore al presente e nello stesso procedimento il ricordo si nutre del presente per dare gusto al passato. La libertà rifondata da Zarathustra scardina ogni nutrimento – permettendo all’uomo di nutrirsi con una digestione ciclica.

Perciò il villaggio si mosse contro le prove che danno valore al sapore e sapore ai sensi di quanti sanno: <<Abbiamo ora udito abbastanza del funambolo; fate che adesso lo vediamo!>> Ed è proprio il nutrimento un arte circense – un camminare sopra alti precipizi tra nutrienti e morigerare malizie intestine, arcane e private.

Perché l’uomo viva bene deve digerire bene – il tempo nella stessa nutrizione che dà all’uomo, languisce acqua salmastra, aspettando se stesso per rifondarsi: con ciò, perché l’uomo ri-viva bene deve ri-nutrirsi bene di una diversa pietanza temporale. In realtà non ci vogliono arti segrete per eterni ritorni né alchimie arcane - è necessario essere nutrimento del tempo affinché sia quest’ultimo a ri-fondarsi e quindi ritornare all’uomo ciclicamente.

Il nichilismo in questo convito è dialogo e geremiade. Un instaurare rapporto tra ospiti – e tra i vari sé di ogni se stesso e di ogni altro parolaio. Tronfi ognuno nei propri intenti. Come questo dialogo e la sua sicumera devianza – solo per impreziosire merda con retorica di ruminante, ma di colpo rapito il dialogo per un ospite inquietante che ride.

Anche se a questo punto Zarathustra raccogliendo il corpo del funambolo ormai a terra esangue si propose di tornare per altre strade nel villaggio per raggiungere altri funamboli un po’ meno reticenti verso la salvezza delle loro anime – pieno di malia per i villeggianti il nostro filosofo dell’arte del cammino così diceva al morente: <<Non è così, disse Zarathustra; tu hai fatto del pericolo il tuo mestiere; in ciò nulla vi è di spregevole. Ora tu perisci pel tuo mestiere: voglio quindi seppellirti con le mie mani>> Che irrisione! Due anime morte e solo uno ancora vivo! Solo per divertirsi ad accogliere vite altrui senza difetto. Nel mercato nel lato verso la chiesa i violisti ci intonarono una seconda geremiade, altri ad ei: <<ci si piaccia nei suoi discorsi lividi – sì, ma solo a gloria di decadenza!>> Ma una mente più acuta iniziò ad abbarbicarsi in decodificazioni azzoppate dalla sua stessa ricerca codificata di una verità asintotica – che per primigenia inclinazione pose in essere come definitiva della verità fondante ma e però - esclusivamente - immanente.

Il vecchio - che in realtà sui quarant’anni disceso dal monte in modo satirico previde il futuro in un afflato cinico – portò con sé la carogna – caricata sulla spalla – avanzando, ogni ora lo divorava – e come nel convito di cui sopra lo ri-fondandava come grammofono. Un pietista gli diede del pane e del vino per avere qualcosa di più sostanziale da cui avere energia, ma solo dopo essersi fatto pregare nello spirito, lo spirito che sarebbe dovuto morire ma solo dopo la nutrizione – implicitamente ringraziò e lasciò il cadavere nel tronco di un albero perché né fosse sbranato da bestie né di lui vivesse ricordo – e come fosse reale il nostro protagonista comprese, nel medesimo tempo in cui la melodia che lo incantava si disperse. Così realizzò sagaciamente: <<Una luce è sorta in me: ho bisogno di compagni e di compagni viventi – non compagni morti e cadaveri, che porto con me dove voglio>> E ancora, giocondo: <<Io tendo alla mia meta, seguo la mia strada; salterò oltre gli esitanti e i lenti. Sia così mio il cammino la loro distruzione!>> E bonariamente qualcheduno si trovo cruccio riportarci quello che riteneva un Dio esangue un cantuccio per educandi – dopo aver digerito mieli di montagna per molti anni e aver realizzato questo con quel morto che era – e con quell’altro morto che era con lui. Disceso dal monte cioè da una solitudine voluta divenne pieno di sé e si compiacque di sapere ancore le strade che portano al mercato - e dicono gli abitanti del villaggio che non si curava più della pianura. In realtà era da molto che la sapienza non gli si tramuta in disgusto - nella lotta con se stesso vince quando perde. Aumentando la potenza attraverso la montagna, come una valanga. Così a sua volta si guardò da fuori dal punto di vista del funambolo e si ricordò dell’uomo e del suo lavoro - si immedesimò nell’uomo e nel suo lavoro - si tramutò in uomo e decise liberamente il suo lavoro, questo bravo pubblicante.

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Profilo Autore: Fone  

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I fiori tra le crepe dell’asfalto, le stelle che disegnano angoli nel cielo e le risate dei bambini quando

gli porto via il naso sono la mia casa. Alle spalle della basilica di San Lorenzo una sera ho visto

stelle cadenti rialzarsi, rassicurare imbarazzate che era tutto a posto e poi ritornare su… forse, ho

pensato, chiedere qualcosa a una stella che sta cadendo è un po’ insensibile.

Una volta mi dissero che le stelle cadenti non sono altro che le sigarette gettate via dagli angeli per

far sì che Dio non li scopra fumare, e il mio amico Tartaglia invece sostiene che sono la

dimostrazione che si può essere bellissimi soprattutto quando si cade. Ma Tartaglia soffre di una

forte miopia e, a dirla tutta, decisamente goffo com’è forse  lo dice per tirare acqua al suo mulino.

Stenterello, un altro della combriccola, pensa che la notte di San Lorenzo qualcuno si asciuga gli

occhi…  e anche noi delle zone pedonali potremmo essere il desiderio di qualcuno.

Io invece credo siano solo una donna che indossa le sue lacrime. Chi sono io, vi chiederete!?

Se ve lo chiedete, dal punto di vista delle stelle sono solo un altro stronzo che le fissa aspettando di

vederle cadere. E un cantastorie con un naso da Clown ed una lacrima da Pierrot sulla guancia.

Con la fisarmonica di Mezzettino, i canti e i balli di Brighella e le palline e i cerchi di Meneghino

tiriamo a campare… a viso scoperto, privi di qualsiasi trucco ci piace farvi credere.

Il mangiafuoco e il trampoliere li conosco poco e del mimo, tal Arlecchino, so solo che qualcuno di

buon anima gli regala ogni tanto  un pezzo della stoffa di vecchi vestiti.

Infine c’è la statua vivente. Di lui si racconta che riuscì ad ingannare anche il diavolo

vendendogli l’anima per del companatico e riuscendo a stipulare un contratto che

gliela restituisse. Ritornato dagli inferi, porta ancor in volto i segni della sua

permanenza tra i dannati. So solo che si chiama Frappiglia.

Noi viviamo così, e mi sta bene… ma quando al mattino lei passa di qui per andare al

lavoro, con quel broncio che mi piace tanto, vorrei non vedesse solo il mio costume da pagliaccio

ma anche l’amore malinconico per la sua espressione triste. Proverei a levarglielo.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Ero col naso dentro la pagina sportiva di un quotidiano, assorto ai margini dell’attraversamento

pedonale… mi ritrovo in un letto esangue con una cannula nel naso e un fortissimo dolore

all’addome.

Discutono intorno a me di funzioni fisiologiche e battito cardiaco non percepibile, di temperatura

sotto i 24 gradi. C’è chi parla di riflessi e movimenti respiratori assenti, un pianto e qualcuno

congettura un’alta dose di adrenalina. Una voce roca dichiara la morte clinica. E quel pianto

diviene afflizione.

Sento un gran freddo e sento un timbro maschile che cerca di azzittire un mormorio con pressione

arteriosa asserendone la mancanza, e una donna bisbigliare qualcosa su di un uomo costumato

in vita. Un qualche Don Abbondio barbuglia qualcosa sull’Estrema unzione. E nuovamente

quel pianto, con quello di un bambino. Vorrei dirvi che sto bene, ma apro gli occhi e mi trovo

in una bara senza via d’uscita.

Volevo solo dirvi che sono al sicuro, perché la mia mente ora necessita incongruamente di pensieri

congrui per costruire realtà che non fanno parte di questo mondo. Riconsidererò i trascorsi

e pondererò che qualcuno pensi all’impensabile per venirmi a cercare, individuerò

degli imprevisti nella vita che continua regolarmente sopra di me o dei cavilli che possano

portare anche solo per pura fortuna  a scoprire la mia situazione…

Perché la speranza non venga meno ideerò un verosimile motivo per cui qualcuno possa venirmi

a cercare. Arrederò questa idea al meglio nella contezza di essere stato sepolto vivo in un sogno,

dopotutto “Anch’io sogno, e parecchio, e poi registro i sogni su carta… ma restano pur sempre

sogni” dai quali ritornare “anche se condivisi con chi ha voglia di sognare con me”. Tutto sommato

l’attuale situazione in cui mi trovo non è poi così distante da questa.

Un po’ di terra piovuta da un badile non può fare una gran differenza… insomma, ogni poeta

comincia sepolto in un porto. Ora conterò senza pormi un numero, senza inflessioni meste.  

Ogni tanto urlerò, ma solo per scaricare l’inquietudine, che non si è mai visto che uno urla

da sottoterra e lo sentono. Forse mi sto svegliando da un brutto sogno, ma per mia scelta aspetterò

a svegliarmi. Tirando le somme, ho voglia di strillare… Sindrome di Lazzaro!

Se sono sepolto vivo è solo perché mi hanno creduto morto…

Quindi vorrei dirvi che sto bene, e di non piangere. Cosa potrà mai capitarmi di peggio

se non morire nuovamente?

Appena due metri sopra di me c’è la tua vita con tutte le sue storie e i suoi chiaroscuro.

E non è poi la fine del mondo se penso a noi due lontani solitamente centinaia di chilometri,

e ora non son che un palombaro sepolto nel suo scafandro due metri soltanto sotto di te.

Immagino una notte stellata e la grandezza dell’universo, e penso a quanto poco interessi

all’universo che la mia angoscia gracchi come un corvo la mia piccola storia di sepolto vivo,

già inesistente per il cosmo anche stando due metri sopra a rifiatare innanzi all’etere.

L’aria verrà meno: come “le fole per cui non c’è tempo, non rispetterò le leggi di Dio

e degli uomini”. Immaginerò di fare l’amore con te in ogni piega del mondo, con tutti

 i silenzi del mondo e le parole celate di fronte ad ogni paesaggio di un mondo che non sarà

più questo: chiuderò un po’ gli occhi ora…

Sono trascorse troppe ore, e se anche ce la facessi ad uscire dalla bara la pressione sarebbe

così tanta che il petto non sarebbe in grado di espandersi.

Ho sonno, forse per via del monossido di carbonio. Ma sono sveglio, non piangere per me.

Ascolto il cuore che rallenta…

 

Povero carillon che da tutta/ la vita te ne stai lì riguardoso/ dentro il mio petto,/ lei questa volta

non verrà. Caro vecchio amico, che/ sul volto di un bimbetto/ abbiamo visto la meraviglia

nel tener sul dorso della mano/ una bolla di sapone,/ nessuno tirerà la cordicella.

Tutto anche qui sa di lei… chiudo gli occhi/ un istante per un’ultima illusione.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Ho dimenticato i giorni in cui non usavo i social media, so solo che prima ero meno depressa. Non dovevo stare attaccata 24h su 24 al cellulare, non dovevo preoccuparmi del fatto di farmi accettare dalla società postando ogni giorno foto diverse, che ritraevano una vita perfetta quando in realtà così non è. Tutto ciò ci distrugge, ci allontana dalle relazioni reali, e noi cosa facciamo? Sostituiamo tutto alla realtà virtuale. Non mi sono accorta oggi di essere schiava dei social, ma molto tempo fa, solo che non riuscivo a prendere in mano totalmente la mia vita.
Non sono altro che una tossicodipendente di una rete che mi sta intrappolando, facendomi sentire sempre più frustrata.
Internet, i social media sono semplicemente un'arma a doppio taglio, dobbiamo iniziare a controllarli noi e non lasciare che accada il contrario.
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Profilo Autore: Child  

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C’è un non so che;

un trascinar sconnesso l’onde di conchiglie al bagnasciuga,

frantumandosi con grazia,

sfregandomi il cuore tra le tenebre.

C’è un non so che;

un subitaneo movimento del corpo tuo:

il tuo pallore nel buio crea dolci contrasti

che le pupille stentano a consumare,

impossibile negazione di te.

C’è un non so che

nel morir così giovane tra il consumato del mondo,

un’attrazione estrema a cui pochi resistono:

una digressione eterna dalla vita che ognuno conduce,

la follia nel credere di saper volare.

C’è un non so che,

e quel non so che

risplende tra gli sbuffi di un treno, ronzii di un aereo, ha un eco dentro di me:

quel languore che tende all’infinito, quel bisogno di stendere le braccia verso un eterno lontano lontano,

quella fermezza nel stringere un palmo dapprima sconosciuto, ora amore, ora casa e poi dolore.

Trame di storie da cucire,

parole da scrivere.

C’è un non so che,

che mi spinge a vivere.

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Profilo Autore: lorenzo  

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Come un aedo giunto alla sua ultima festa

 

Lettore casuale

e borghese come quella stessa società 

che lo obbliga a condurre una vita

asociale e scompiacente,

che lo rigetta dal giorno in cui egli seppe

leggere e fu poeta, e da allora appartenne

alla razza da sempre maledetta col malvezzo

di quaranta sigarette al dì e birra a pinte…

Insinuandoti nelle sue carme

che colgono l’essenza profonda della realtà,

impastamento caustico quanto castigato

e in grado di lenire le attese,

discopri in MastroPoeta il veggente in grado

di rivelare questa realtà sconosciuta.

Che non gli si lesini la giusta levatura fintanto

che le membra sue non si saranno arrese!

 

Ora che sta per morire quell’ostinato vecchio stanco

 

Lettore casuale

e riluttante ad accoglierlo parimenti

ai salotti monzesi che allorquando

innescarono il suo aberrare altresì la rogna,

renitenti alla maledizione del poeta

risoluto nell’opinare il convincimento

di una compiuta sregolatezza dei sensi

per giungere all’ignoto, dalla fogna

delle vostre esistenze lo consegnaste

alla malinconia delle campagne canavesane.

E al chiaroscuro delle sue carme

che combinano ciò che vive a ciò che sogna,

finanche l’apatia dello stoico

e la meglio  espressione delle angosce umane,

sarai in condizione di lievitare in sagacia.

MastroPoeta è il guaritore dell’altrui carogna…

 

Mamma dormiva, stanca di ago e filo nella sera

 

Lettore casuale

e restio col poeta maledetto… maledetto

per aver tentato di guarire il mondo

in mancanza di aver saputo guarirsi lui stesso.

Davanti a quella che è la formatura

delle sue carme,

davanti al poeta e lui medesimo davanti

all’ultimo laudanum, l’ultimo troppo spesso

oserei dire che nel suo lasso di tempo

errabondo lasciata dapprima la frescura

delle palmizie caraibiche alla volta delle notti

d’Ibiza si crucciò di obliare in fastelli

la propria egloga.

Dopo aver presa terra sulla playa iberica,

si consumò l’introspezione di MastroPoeta che 

stette in alloggio a pigione nei liguri budelli.

 

 

Alle labbra della notte

 

Lettore casuale

ed egualmente al poeta asservito

a sublimità e bassezze dell’uomo,

colgo il rifuggire con biasimo la realtà 

attuale agognando rifugio nell’elusione

dalla normalità nel donarsi alla mestizia,

complice di un aspetto allampanato,

e che diviene sintomo di una sensibilità

superiore capace di infornare tali carme.

Di dare adito alla stesura di lirismi e a una

sequela di eventi dal fetore del tuo

routinario: con MastroPoeta non c’è scelta.

Dinanzi a un tale studioso di problemi estetici

… si dovrebbe prendere ammaestramento

dal trace  che abbisognava oltre che di

ardimento e schinieri, di preporre sica e pelta…

 

Ho scelto di non avere scelta

 

Lettore casuale

e similmente al mese di Giunone,

pari ai piovaschi chivassesi,

callido nell’ addentrarti come creatura

giovinetta nel torso, nelle carme…

percepisci lo stato d’animo di

MastroPoeta paragonabile a un sentimento

di noia, per tua congettura.

Ardore che assume la forma di un vero

e proprio tedio esistenziale per una fanciulla.

Questa situazione di conflitto e ambivalenza

emotiva è sentita dal poeta affine al donchisciotte. 

Ma il punto di partenza da cui muovono tanti

suoi atteggiamenti è la sua coscienza di uomo,

di elemento con il proprio trasporto.

Estraneo al mondo in cui vive… con le sue lotte.

Tale coscienza di diversità, portata a cottura

nel modo in cui si fa col pane, guerreggia

col vergine impulso che approda alla cupa accidia.

Ed esercita il ruolo di scolta.

Colei ne diviene consorte ed in un

lasso piccino dà alla luce il frutto

che somministra al sommo un tono di euforia.

O sovente approda a un atteggiamento di rivolta.

 

 

Corri da lei e amala, ma non amarla troppo

 

Lettore casuale

e rognoso quanto l’animo di quest’uomo

che nel focolare domestico pone questi

tre destini in buriana… tra vergogna

e l’oblio dell’ altrui disperata condizione.

Il sogno di nuovi paradisi che ripaghino ciò da cui

MastroPoeta è stato esiliato, elisio di nicotina

e alcool che permetta di abbandonarsi alla menzogna

di nuove sensazioni di colori, musiche e profumi insiti

nella sua calotta cranica passibile di inattivazione

dopo mesi di amorevolezza, cure e manna.

Oppure il vagheggiamento di andare lontano, partire

verso ciò che è diverso e insolito che trova radici

profonde nella percezione di volontaria prigionia.

Radici letali in egual maniera a quelle di belladonna.

 

Un nodo in fondo alla gola, come lo è a volte un ricordo

 

Lettore casuale

e letale quanto nel teschio a MastroPoeta

il rovello per il mancato appagamento

per la triade prole, come barranco

dall’ ipofisi al coccige.

Tormento ancestrale in un mondo interiore

così complesso da causare il concepimento,

nell’anima sua da un qualche calanco,

di insania subitanea.

In surroga ai congiunti detiene le sue giornate

la smania di portare a caramellizzazione

pane integrale e uva passa.

Studia addizione, idratazione e imbibizione

nell’impastamento… legge e rilegge

di fermentazione durante la lievitazione, e

la degradazione dell’amido insieme alla bardassa

che fuori dalla finestra

folleggia con la meretrice.

Si roda nella formatura dell’alimento,

si affina nell’ infornatura

e apprende dell’ inattivazione;

esamina l’imbrunimento della crosta

e beneficia del caratteristico odore di cotto.

E ottiene l’ irrigidimento durante la cottura.

 

 

Un acquazzone improvviso annuncia di nuovo il sereno

 

Lettore casuale

e dottrinato come risulta oramai

erudito MastroPoeta nella reazione

di Maillard e nel raffredddamento,

divisa con lo sguardo del versificatore

il paesaggio di campagna di là dal suo

poggiolo come uno dei più piacenti e

tranquilli del mondo; il luogo che puoi

vedere dall’alto di una collina, come

dall’alto scruta ogni carme un’ editore.

La distesa viride che ti rilassa, senza farti

pensare a nulla; il verde delle colline intorno

alla valle, le enormi distese dei campi

coltivati, il fiumiciattolo che scorre, il radioso

sole che risplende, il riposante canto degli

uccellini, la lene brezza, ti lasciano ritrovare

la pace dei sensi… come sul palato la sapidità

del pane con l’uvetta nel verrone afoso.

 

Gli otto interludi dei primi cinque atti del poeta col pane con l’uva

 

Lettore casuale

e invido rimatore qui nel contado si sente

solo il rumore della natura, e sentirlo dalla

sedia a dondolo per MastroPoeta è una

sensazione bellissima e commovente,

per un istante sembra di volare.

Quel cielo magnificamente blu non ti fa

smettere di osservare quelle nuvole dalla

forma strana, cominci ad associarle a cose.

Oggetti che conosci e… sorridi accidentalmente.

Pare di vedere nell’aria grossi frisbee di frittelle

che ti riportano alla mente le passeggiate

fatte alla festa del paese, quando felice affondavi

il volto nello zucchero e ne uscivi tutto appiccicoso.

Il paesaggio è talmente gradevole da somigliare

alla saporosità dell’uva passa che tanto piaceva

al padre defunto, o a un carme ancora da scrivere.

Ma l’amenità  sovrana è l’aria che respiri, i profumi

che attraverso le narici inebriano il corpo: l’odore

della terra, dell’erba, del fieno… e se resti a guardare

e a dondolarti puoi avere la fortuna di giungere

al tramonto, quando la natura sembra che si congeda

dalla luce del giorno per andare a dormire.

A glossa di questa sinossi ridondante

giungerà poi il crepuscolo che vedrà il verseggiatore

un po’ meno bilioso, quasi per nulla acrimonioso.

E con le luci dell’alba tutto ricomincia…

Il miracolo della vita, con il risveglio di ogni suo abitante.

 

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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addele

Ti cercherò fra sprazzi di pensieri a

dipinger quadro d' infinito.

Ti cercherò silenziosa anima a

chieder perdono al cuore e

posar occhi oltre l'immaginazione.

Ti cercherò bimba dalla chioma color grano,

papaveri danzanti al sole e cicale a donar vigore,

fiordalisi, panzè e viole a ricamar tessuti..

Drappeggio smeraldato a farti risvegliare..

Ti cercherò onda ad infranger riva,

e fili d'erba ad abbellir spiaggia

e piedi scalzi a lasciar impronte.

Ti cercherò con la determinazione di un gabbiano

ad aleggiar su cresta d'acqua e

schizzi a bagnar ali.

Ti cercherò negli infiniti spazi della mente a

sorvolar palazzi, prati e case,

simbiosi fra aria e terra a tratteggiar nel tempo..

Ti cercherò, mi cercherai, ci cercheremo,

m'aspettarai ed anch'io t'aspetterò.

Ci cercheremo unica persona.

Avremo un nome ci chiameremo;

Adele ad unione spirituale!

 

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Profilo Autore: Adele Vincenti  

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