Come un aedo giunto alla sua ultima festa

 

Lettore casuale

e borghese come quella stessa società 

che lo obbliga a condurre una vita

asociale e scompiacente,

che lo rigetta dal giorno in cui egli seppe

leggere e fu poeta, e da allora appartenne

alla razza da sempre maledetta col malvezzo

di quaranta sigarette al dì e birra a pinte…

Insinuandoti nelle sue carme

che colgono l’essenza profonda della realtà,

impastamento caustico quanto castigato

e in grado di lenire le attese,

discopri in MastroPoeta il veggente in grado

di rivelare questa realtà sconosciuta.

Che non gli si lesini la giusta levatura fintanto

che le membra sue non si saranno arrese!

 

Ora che sta per morire quell’ostinato vecchio stanco

 

Lettore casuale

e riluttante ad accoglierlo parimenti

ai salotti monzesi che allorquando

innescarono il suo aberrare altresì la rogna,

renitenti alla maledizione del poeta

risoluto nell’opinare il convincimento

di una compiuta sregolatezza dei sensi

per giungere all’ignoto, dalla fogna

delle vostre esistenze lo consegnaste

alla malinconia delle campagne canavesane.

E al chiaroscuro delle sue carme

che combinano ciò che vive a ciò che sogna,

finanche l’apatia dello stoico

e la meglio  espressione delle angosce umane,

sarai in condizione di lievitare in sagacia.

MastroPoeta è il guaritore dell’altrui carogna…

 

Mamma dormiva, stanca di ago e filo nella sera

 

Lettore casuale

e restio col poeta maledetto… maledetto

per aver tentato di guarire il mondo

in mancanza di aver saputo guarirsi lui stesso.

Davanti a quella che è la formatura

delle sue carme,

davanti al poeta e lui medesimo davanti

all’ultimo laudanum, l’ultimo troppo spesso

oserei dire che nel suo lasso di tempo

errabondo lasciata dapprima la frescura

delle palmizie caraibiche alla volta delle notti

d’Ibiza si crucciò di obliare in fastelli

la propria egloga.

Dopo aver presa terra sulla playa iberica,

si consumò l’introspezione di MastroPoeta che 

stette in alloggio a pigione nei liguri budelli.

 

 

Alle labbra della notte

 

Lettore casuale

ed egualmente al poeta asservito

a sublimità e bassezze dell’uomo,

colgo il rifuggire con biasimo la realtà 

attuale agognando rifugio nell’elusione

dalla normalità nel donarsi alla mestizia,

complice di un aspetto allampanato,

e che diviene sintomo di una sensibilità

superiore capace di infornare tali carme.

Di dare adito alla stesura di lirismi e a una

sequela di eventi dal fetore del tuo

routinario: con MastroPoeta non c’è scelta.

Dinanzi a un tale studioso di problemi estetici

… si dovrebbe prendere ammaestramento

dal trace  che abbisognava oltre che di

ardimento e schinieri, di preporre sica e pelta…

 

Ho scelto di non avere scelta

 

Lettore casuale

e similmente al mese di Giunone,

pari ai piovaschi chivassesi,

callido nell’ addentrarti come creatura

giovinetta nel torso, nelle carme…

percepisci lo stato d’animo di

MastroPoeta paragonabile a un sentimento

di noia, per tua congettura.

Ardore che assume la forma di un vero

e proprio tedio esistenziale per una fanciulla.

Questa situazione di conflitto e ambivalenza

emotiva è sentita dal poeta affine al donchisciotte. 

Ma il punto di partenza da cui muovono tanti

suoi atteggiamenti è la sua coscienza di uomo,

di elemento con il proprio trasporto.

Estraneo al mondo in cui vive… con le sue lotte.

Tale coscienza di diversità, portata a cottura

nel modo in cui si fa col pane, guerreggia

col vergine impulso che approda alla cupa accidia.

Ed esercita il ruolo di scolta.

Colei ne diviene consorte ed in un

lasso piccino dà alla luce il frutto

che somministra al sommo un tono di euforia.

O sovente approda a un atteggiamento di rivolta.

 

 

Corri da lei e amala, ma non amarla troppo

 

Lettore casuale

e rognoso quanto l’animo di quest’uomo

che nel focolare domestico pone questi

tre destini in buriana… tra vergogna

e l’oblio dell’ altrui disperata condizione.

Il sogno di nuovi paradisi che ripaghino ciò da cui

MastroPoeta è stato esiliato, elisio di nicotina

e alcool che permetta di abbandonarsi alla menzogna

di nuove sensazioni di colori, musiche e profumi insiti

nella sua calotta cranica passibile di inattivazione

dopo mesi di amorevolezza, cure e manna.

Oppure il vagheggiamento di andare lontano, partire

verso ciò che è diverso e insolito che trova radici

profonde nella percezione di volontaria prigionia.

Radici letali in egual maniera a quelle di belladonna.

 

Un nodo in fondo alla gola, come lo è a volte un ricordo

 

Lettore casuale

e letale quanto nel teschio a MastroPoeta

il rovello per il mancato appagamento

per la triade prole, come barranco

dall’ ipofisi al coccige.

Tormento ancestrale in un mondo interiore

così complesso da causare il concepimento,

nell’anima sua da un qualche calanco,

di insania subitanea.

In surroga ai congiunti detiene le sue giornate

la smania di portare a caramellizzazione

pane integrale e uva passa.

Studia addizione, idratazione e imbibizione

nell’impastamento… legge e rilegge

di fermentazione durante la lievitazione, e

la degradazione dell’amido insieme alla bardassa

che fuori dalla finestra

folleggia con la meretrice.

Si roda nella formatura dell’alimento,

si affina nell’ infornatura

e apprende dell’ inattivazione;

esamina l’imbrunimento della crosta

e beneficia del caratteristico odore di cotto.

E ottiene l’ irrigidimento durante la cottura.

 

 

Un acquazzone improvviso annuncia di nuovo il sereno

 

Lettore casuale

e dottrinato come risulta oramai

erudito MastroPoeta nella reazione

di Maillard e nel raffredddamento,

divisa con lo sguardo del versificatore

il paesaggio di campagna di là dal suo

poggiolo come uno dei più piacenti e

tranquilli del mondo; il luogo che puoi

vedere dall’alto di una collina, come

dall’alto scruta ogni carme un’ editore.

La distesa viride che ti rilassa, senza farti

pensare a nulla; il verde delle colline intorno

alla valle, le enormi distese dei campi

coltivati, il fiumiciattolo che scorre, il radioso

sole che risplende, il riposante canto degli

uccellini, la lene brezza, ti lasciano ritrovare

la pace dei sensi… come sul palato la sapidità

del pane con l’uvetta nel verrone afoso.

 

Gli otto interludi dei primi cinque atti del poeta col pane con l’uva

 

Lettore casuale

e invido rimatore qui nel contado si sente

solo il rumore della natura, e sentirlo dalla

sedia a dondolo per MastroPoeta è una

sensazione bellissima e commovente,

per un istante sembra di volare.

Quel cielo magnificamente blu non ti fa

smettere di osservare quelle nuvole dalla

forma strana, cominci ad associarle a cose.

Oggetti che conosci e… sorridi accidentalmente.

Pare di vedere nell’aria grossi frisbee di frittelle

che ti riportano alla mente le passeggiate

fatte alla festa del paese, quando felice affondavi

il volto nello zucchero e ne uscivi tutto appiccicoso.

Il paesaggio è talmente gradevole da somigliare

alla saporosità dell’uva passa che tanto piaceva

al padre defunto, o a un carme ancora da scrivere.

Ma l’amenità  sovrana è l’aria che respiri, i profumi

che attraverso le narici inebriano il corpo: l’odore

della terra, dell’erba, del fieno… e se resti a guardare

e a dondolarti puoi avere la fortuna di giungere

al tramonto, quando la natura sembra che si congeda

dalla luce del giorno per andare a dormire.

A glossa di questa sinossi ridondante

giungerà poi il crepuscolo che vedrà il verseggiatore

un po’ meno bilioso, quasi per nulla acrimonioso.

E con le luci dell’alba tutto ricomincia…

Il miracolo della vita, con il risveglio di ogni suo abitante.

 

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Ti cercherò fra sprazzi di pensieri a

dipinger quadro d' infinito.

Ti cercherò silenziosa anima a

chieder perdono al cuore e

posar occhi oltre l'immaginazione.

Ti cercherò bimba dalla chioma color grano,

papaveri danzanti al sole e cicale a donar vigore,

fiordalisi, panzè e viole a ricamar tessuti..

Drappeggio smeraldato a farti risvegliare..

Ti cercherò onda ad infranger riva,

e fili d'erba ad abbellir spiaggia

e piedi scalzi a lasciar impronte.

Ti cercherò con la determinazione di un gabbiano

ad aleggiar su cresta d'acqua e

schizzi a bagnar ali.

Ti cercherò negli infiniti spazi della mente a

sorvolar palazzi, prati e case,

simbiosi fra aria e terra a tratteggiar nel tempo..

Ti cercherò, mi cercherai, ci cercheremo,

m'aspettarai ed anch'io t'aspetterò.

Ci cercheremo unica persona.

Avremo un nome ci chiameremo;

Adele ad unione spirituale!

 

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Profilo Autore: Adele Vincenti  

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Ora, se venissero a dirmi che in queste fiamme calde come lingue ci fosse l’uscita da quel posto che chiamano inferno, ti dico, mi ci farei accarezzare, laverei lì il mio corpo, come un felino, un randagio, in questo fuoco, senza paura di bruciarmi e anche se  vedo l’acqua a pochi passi e quella schiuma chiama, non mi basta sciacquarmi di sale, troppo facile, ho bisogno di entrare in questo fuoco, sotto queste stelle, per uscire.
Tu mettici le mani, fidati di me. 

Ha lasciato tutto, le sue camicie, non mi avrebbe mai lasciata qui. 

Sarebbe il caso di smetterla di fare parole per ogni bicchiere di vino e passare  a domani.

Anche se non ho fatto il passo tra le fiamme quel giorno, non è di certo  perchè mi mancasse il coraggio, ma la forza di alzarmi. Era  lì che mi aveva lasciata ed era lì che  dovevo aspettare, dovevo restare. Ero posata come una cosa qualunque, ero una cosa da appoggiare e  le cose non si muovono da sole.

Davanti al faló che avevo fatto di quella piccola cosa che ero, da sola.  

L’inferno era sempre lo stesso, le stesse cose,  le stesse  parole, gli stessi pensieri, sapevo dove sbagliavo, ma tutto il mio corpo si muoveva nella direzione opposta. 

Fuori da me, almeno il mare.



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Profilo Autore: Lehel  

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Vieni a teatro con me stasera?

"Replica di un amore"

è il titolo dell'opera

il copione dice

che la bellezza è un gioco

che una carezza non ha voce

e la fortuna dura poco

 

due gli attori principali

un palcoscenico

e storie all'apparenza

sempre uguali

 

va in scena la tua vita

ogni ora, ogni minuto

con quello che hai vissuto

e tutto quello

che hai perduto

 

un posto in prima fila

da ignaro spettatore

e ti ritrovi tutto a un tratto

protagonista e primo attore

 

la tua maschera stampata

come fosse un'altra vita

e per la replica ...

non è prevista alcuna data.
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Profilo Autore: Sandrino Aquilani  

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Quando ce l'hai di traverso vieni definito lunatico. Fa sempe uno strano effetto la luna agli esseri umani: così misteriosa, lontana, imperscrutabile. Io ce l'ho fatta ad ottenere la mia fetta di luna: la conservo nelle tasche della mia ampia gonna. Ho tanto temuto che i lupi me la portassero via la mia luna: li sento ancora ulularmi contro! Spesso mi illudo di aver compreso quali strade percorrere per evitare di incappare in bestie assetate di sangue, ma quando meno te l'aspetti e pur non volendo, ti capita sempre di avvertire quell'inconfondibile puzza di urina mista a feci: quel fetore che permane per un bel po' e che per fortuna dopo un po' come per incanto svanisce. Quando dialogo con me stessa, riprendo fra le mani la mia fetta di luna e anche se le mareggiate e il vento mi hanno scompigliato i capelli e segnato il volto, ogni volta che la sfioro, provo sempre un dolce sollievo: è un po' come toccare il viso liscio di un bambino o del semplice velluto. Non potrei mai rinunciare a lei: in essa ho riposto le mie ambizioni, i miei sogni, i miei desideri. Quando prendo la mia fetta di luna tra le mani, mi pare sempre che le manchi quel tocco finale: è che non mi pare mai brillante quanto vorrei che fosse! Ognuno di noi dovrebbe avere la sua fetta di luna: quell'intuizione, quel colore, quella giusta nota, che ti cambia le prospettive e ti allarga la visuale. È fuori tono, fuori tempo, fuori di testa chi non rientra o supera certi limiti, ma non è sempre colpa della luna: spesso è la grettezza degli uomini che ne affievolisce la consistenza e la depriva della sostanza. C'è sempre chi ferendoti con improperi e brutte parole intrise di cattiveria, cerca di portarti via la tua luna, ma non bisognerebbe permetterlo mai! Certo, si sta male quando si ricevono ceffoni anzichè baci: si ha bisogno di carezze, di amore e non di ruggiti e latrati! Quando mi affliggo e cado sotto il peso di enormi crudeltà, riprendo tra le mani il mio quarto di luna e come per incanto, torno ad illuminarmi. Ho impiegato troppo tempo per irraggiarlo e dipingerlo questo mio quarto di luna e non potrei mai e poi mai darlo in pasto a chi per  strapparmelo mi lascerebbe solo graffi sanguinanti nel corpo e nell'anima...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Ne ho fatti tanti di salti nel buio nella mia vita. A volte sono caduta su soffici nuvole ovattate: spesso sono piombata nel vuoto, inghiottita dal nulla. Troppe volte sono riemersa dalla penombra acciaccata e delusa. Molte sono le reliquie che ho raccolto sui fondali e tante le margherite che ho sfogliato durante i miei lunghi pellegrinaggi! Per nutrirmi mi sono spesso affidata alla generosità della natura: talvolta florida, spesso ingenerosa. Continuo ancora ad arrampicarmi sulle montagne, ma ora più che mai, ho la necessità di volgere lo sguardo un po' verso me stessa. Non che prima non lo avessi fatto s'intende. La verità è che solo ora, ho cominciato ad avere  maggiore cautela nei miei riguardi. Mi tratto con la medesima delicatezza, che si usa, quando si maneggia il cristallo. Mi sono resa conto di non poter più indossare i tacchi alti e solo ora, mi accorgo che con le mie scarpette basse, tutto sommato, cammino pure meglio. Quando mi capita di farmi male e se le ferite non bruciano troppo, mi medico da sola con qualche piccola benda e quelle che una volta mi parevano grosse cicatrici, ora mi sembrano solo graffi! Come cambia la prospettiva man mano che si va avanti con gli anni! È un po' come vedere un bel panorama da lontano. Ti pare di tenerlo chiuso nel palmo della mano, ma è solo toccandolo da vicino, che riesci a scorgerne tutti i particolari. Quando entri in intimità con i luoghi e con le cose, ti accorgi che quello che ti pareva brutto, in realtà non lo è per niente. Da giovane, mi fiondavo su tutte le banalità possibili: leggevo di corsa le cose più serie, come se si trattasse solo dei sottotitoli di un film. Un tempo facevo scorpacciate di tutto quello che mi capitava a tiro, anche se alla fine mi rimaneva ben poco di quello che raccoglievo. È come se, entrando in un bel campo di ciliegi, desiderosa di prendere una grossa quantità di frutta, te ne riempissi troppo le mani e gran parte di essa, finisse poi con lo scivolarti dalle mani. Ora non raccolgo più fiori: mi limito a guardarli. Noto l'ape che si posa su una rosa, un'ombra scura che copre qualche ramo e spero che il sole compia presto il suo giro, solo per la gioia di vedere illuminato tutto il resto. Osservo da vicino le cose, perchè ho tanto bisogno di arricchire il mio corredo di emozioni. Spero che mi facciano compagnia quando non avrò più voglia di addentrarmi nelle mie grandi o modeste tempeste. Ogni giorno raccolgo qualche sassolino colorato, una conchiglia in riva al mare, un rametto rosso che mi pare corallo e tante altre meraviglie. Svuoto le mie tasche di ingombrante vento e ci infilo dentro tutto quello che mi occorre. Una volta giunta a casa, riguardo tutto, con gli stessi occhi di quando ero bambina. Del rametto ne faccio un fermaglio, nelle conchiglie ci ascolto il mare e poi mi metto ad osservare le mille sfumature di qualche sassolino colorato. Guardandomi attorno, noto cose che avevo davanti agli occhi, ma che non vedevo. Eppure erano lì ferme, a malapena coperte da un sottile strato di polvere. Un piccolo ragnetto guida, mi porta verso una statuina di gesso dimenticata. Sotto una piccola ragnatela, riscopro una ballerina col vestitino rosa. È strano che non mi fossi mai accorta del suo tutù rosa: avrei giurato che fosse azzurro! Ora più che mai, ho bisogno di riscoprire tante cose, che nella fretta avevo trascurato. Con gli anni però sono diventata furba! Ora indosso un bel paio di occhiali e ad esser sincera, devo ammettere che si, ora vedo molto, ma molto meglio di allora!
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Il nulla ci sembra poco se lo confrontiamo al tutto. Ma cos'è questo tutto? Potrebbe parerci poco o addirittura niente. Ma qual è il mio tutto e quale il tuo niente. E se il mio niente fosse tutto e il tuo tutto fosse niente? Dipende dal valore che diamo a ciò che abbiamo. Eppure, ci sono cose che non hanno prezzo e che seppure intrise di immenso valore, spesso non ci piacciono. Diamo per scontato che le inezie possano dare più di quanto in realtà offrono e spesso disprezziamo ciò che conta. Probabilmente è solo una questione di punti di vista, ma a volte sono solo punti e basta. Ma cos'è che ci fa rincorrere il niente? Forse la convinzione o il timore di non avere tutto. Così commettiamo l'errore di barattare il nostro tutto col niente, convinti di avere fatto un grosso affare. Ma alla fine chi ci guadagna? Forse nessuno. Eppure c'è sempre chi è convinto di aver raggiunto l'apice, mentre invece sta raschiando il fondo. Io voglio solo accontentarmi di quello che ho. Forse non è tutto: ma sicuramente è meglio di niente...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Ad un tratto il tempo si è arrestato, quasi fosse allibito da quella sottintesa rivelazione. Anch'io non ci credo, sono scosso da tremiti e spasmi muscolari, eppure quel silenzio sa di condanna, una condanna da cui non posso fuggire. Sollevo gli occhi verso di lei che sembra emanare un'aria da vincitrice che ha trionfato e attende la soddisfacente ricompensa. E' serafica, quasi simile ad una madonna assisa in trono a reggere il suo bambino. Lei non profferisce parola, ma sorride perché sa di avere dinanzi a se stessa una vittima, un riluttante assertore di un tragico segreto che lei ha intuito e poi scoperto. Arriccia il labbro superiore come un babbuino che medita vendetta, aggressività e violenza. Così mi pare, ma potrei sbagliarmi. Si avvicina lentamente, sembra trovarsi ad una estenuante lontananza, ma poi poggia le sue labbra sulle mie che sono diacce e livide.Mi rincuora quel bacio, c'è tenerezza in quel morbido contatto che mi fa presagire la sua benigna tolleranza, poi insinua le dita nei miei capelli e li arruffa, con una ostentata provocazione, perché sa che mi dà fastidio. Percepisco la sua domanda sempre più incessante e so che posso risponderle ora che tutto è più chiaro. Le dico a pensieri tentennanti che l'ho tradita più volte con donne che non conoscevo e di cui ho approfittato, sapendo che poi non le avrei più riviste. Era un gioco liberatorio da un rapporto asfissiante, una costrizione d'amore che lei credeva fosse amore, mentre io esulavo da quella falsa vita sentimentale per rincorrere quella chimera che chiamavo libertà. Lei non è tipo che molla, anzi morde e possiede come un carnefice che gioca con la sua vittima e gode delle sue sofferenze. Mi accorgo che grido di dolore! Mi ha morso il labbro inferiore e il sangue cola sul mento e sulla camicia che ho acquistato due giorni fa da Boggi. Si stacca e sorride, anche lei sporchi i denti di rosso, e allora parla finalmente. Tampono il sangue con un fazzoletto e non riesco a credere a ciò che sento. Mi perdona perché vuol darmi un'altra opportunità, dice che mi ama perché sa che io l'amo e vuole proteggermi dalla tentazione di separarmi da lei. Giuditta,sì è il suo nome, ha troncato ogni mia velleità di abbandono così come la più famosa Giuditta staccò di netto la testa di Oloferne. Crede di avere salvato il nostro rapporto. Io sono morto dentro.
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Profilo Autore: Libero  

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Non posso tenerlo segreto. Come un randagio annuso spasmodicamente l'aria, sono agitato, teso, chiuso nella mia corazza di carne trepidante. Eppure ho tentato di balbettare delle sillabe confuse, malconce, sdentate. Lei mi guarda incredula e si torce le belle dita, sorride come si può sorridere per condiscendenza a chi si sa essere sciocco e maldestro. Io farfuglio e tossisco di ansia nervosa, sudato anche nei meandri dei miei polmoni, ansimante di dolore e vergogna. Lei mi prende la mano e la stringe portandosela alle labbra, la bacia e cerca il cavo per imprimere ancora baci caldi e vellutati. Voglio...ma non posso tenerlo segreto. Mi chiede cosa mi succede, cosa mi angustia, mi rassicura e asciuga il sudore dalla mia fronte. E' sempre gentile, comprensiva, disponibile ad ascoltare, anche a negare la realtà per la sua grande bontà. Non posso tenerlo segreto, non potrei. Capisce che la mia verità è pesante come un maglio che si abbatte su un'incudine, non parla, soffre... Avrà capito ? Potrei morire!
Lascia libera la mia mano e so che è abile  a capire, ad affondare con artigli ferrei nella mia mente. Sì, legge nel mio pensiero e mi spappola la mente, la denuda, la violenta. E' come fare l'amore fino all'acme del piacere che turba e soffoca,ma poi rilassa. Mi fissa e mi dice che ha capito. Cosa? Fingo con me stesso di essere bugiardo, di non sapere cosa ha capito.
- Tu non mi ami più!
Ansimo di una gioia sfacciata...ha rivelato lei stessa il mio segreto.
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Profilo Autore: Libero  

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Tanti stupidi affascinati da fiocchi dorati, abbagliati dall'apparenza, si spellano le mani per applaudire consueti luoghi comuni. Troppi stupidi calcano desuete orme:non vedono, non ascoltano, non comprendono, mortificano e calpestano. Quanti stupidi distorcendo la realtà, vivono stupidamente:convinti che siano tutti stupidi, perché hanno perso la capacità di discernere. Intanto che il mondo si popola di stupidi, che fanno scelte stupide, sono diventata stupida anche io:per convenienza, per stanchezza o forse per rassegnazione. Ma poi, vedo le nuvole diradarsi e riesco ad aprirmi un varco fra le siepi. Un viottolo mi conduce in una campagna dove mi attende una vendemmia:pigio l'uva per farne un vinello dolce. Mi assopisco e tutto mi pare più leggero, ma solo per un po'... Nulla muta al mio risveglio: rassegnata mi lascio plasmare come duttile argilla. Riesco ad entrare nelle formine, nelle bottiglie, nelle scatole vuote. Divenuta fragile materia, frano sotto i piedi di chiunque lo voglia e vengo calpestata. Assumo tutte le forme socialmente accettabili. Imparo a sorridere delle cose futili. Mi nutro di quell'orribile vacuità, che solo le cose stupide riescono a dare, ma poi comincio a sentirmi sola, svuotata, sventrata... Allora comincio a camminare all'indietro, come un granchio, per ritrovare il gusto che ho perso lungo la strada. Vado controcorrente, inciampo nei miei vecchi passi e finalmente mi ritrovo. Prendo per mano la mia me, che vagava smarrita nei folti boschi del niente:la riscaldo dal gelo dell'indifferenza e la nutro con la promessa di tanti domani. Indosso le mie ali più belle e volando, osservo con compassione un gregge di pecore sbavare dietro falsi traguardi e mi compiaccio di essere quello che sono; perché a differenza di chi non è, io per me stessa, voglio esserci sempre...

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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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