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Lieta Pasqua a te
piccolo bimbo
che vivi lontano
e non hai un po'
di pane.


Il sole scaldava la pelle
e di notte era pieno di stelle
un bambino sognava...
C'è un posto lontano
dove tutto è diverso
lo hanno detto i più grandi
ci si arriva sulle onde del mare.
Un posto stupendo
dove ai bimbi
non manca mai niente.
Lui sognava guardando le stelle
un posto così
al di la del mare
ogni giorno è una festa
di giochi e giocattoli nuovi.
Questo bimbo lontano
ha un colore diverso di pelle
e i suoi piedi non hanno le scarpe
ed ha tanta fame,
lui vive in un mondo diverso
dove i sogni son tanti,
ma non sono diversi dagli altri.
Questo mondo lontano
esiste davvero
ed è come lo ha visto nei sogni.
Il sole scaldava,
la notte brillava,
bimbo dolce rimani nel sogno
il mio mondo non è meglio del tuo,
hai soltanto bisogno d'aiuto...
Una mano potrei dartela anch'io.


Lieta Pasqua bambino lontano
io non so se da te si festeggia
o t'hanno mai parlato di un uomo
che morì su una croce
per salvarci e per renderci uguali.
Buonanotte bambino
anche questo era un sogno
un bellissimo sogno...




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Profilo Autore: conca raffaello  

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Palco
Risa,
poi si piange...
Miserie della condizione incutono e riducono.
Simpatico teatrino di farse e comparse.
Cambi canale sperando in una commedia di Goldoni.
Ti ritrovi con i festival dei fiori estinti.
Ecco il copione da recitare,
lo leggo, rifletto me stesso nello specchio del camerino.
Son attore seduto in platea.
Dal loggione improperi sui protagonisti,
anche gli spettatori son antagonisti.
Cicoria e verdura fresca,
ortaggi e nascosti disagi.
Urla un tale dal palco reale.

“Guardate le movenze di quella bionda niente male”

E Socrate beve ancora la cicuta...

Platone piange anche lui il maestro
e s'accascia sulla poltrona accanto a un tipo assonnato.

«Sul decoro del soffitto
s'intravede penzolar dal capestro un manichino
vecchio e consunto.
Un'essenza d'un corpo in affitto per andati applausi.»

La maschera offre fish & chips
e l'odore di pesce lesso inonda il luogo.
Cambia scena e finisce l'atto.

Entra il gobbo da Notre Dame e tutti ascoltano i suggerimenti.
Il palco osceno non va in scena senza suggeritore.

Vita in tre atti e nasci, vivi, muori.

Applausi filosofici e cor compunto.
Tutti sofisti degli stucchi
magari maghi con cento trucchi.
La magia finisce sempre prima della notte.

«La notte ognuno posa la maschera sul letto.
Solo piange l'animo i suoi nomi, i suoi giorni...
Poi il giorno consola
e la virtù non è più sola.
Veste l'abito il teatro
va in scena la finzione
oltre la speranza d'umana perdizione
e noi come attori seduti in platea mettiamo in scena la vita degli altri... La nostra applaude seduta
e quando cala il sipario e le luci si spengono sei tu solo davanti a te a raccogliere i miei avanzi.»
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Gaia ha sei anni da neanche un mese, zaino rosa sulle minute spalle, si appresta ad entrare a scuola. Lo zaino è ancora vuoto eppure è così pesante che sembra riempito di pietre che incollano i piedi al pavimento. Gli occhioni asciutti scrutano il lungo corridoio della scuola, ieri non sembrava così lungo. La maestra, sulla porta dell’aula , l’aspetta con un sorriso appena accennato, la classe è silenziosa, non giunge alcun rumore. Ecco, finalmente ha raggiunto la classe e la maestra la prende per mano… che buon profumo ha, sa di mamma. Gli sguardi dei compagni la imbarazzano, abbassa il viso per non incrociarli.
Passano le ore, Gaia è in una bolla di sapone, quello che le succede è incomprensibile, ma non piange con gli occhi perché piange dentro . Anche il papà piange dentro, lo ha capito mentre dormivano abbracciati, sentiva nel suo respiro quel dolore che a condividerlo non si dimezza, ma raddoppia.
Passano i giorni, la nonna ha preparato gli gnocchi che le piacciono tanto, ma ci ha messo il formaggio…la mamma non lo avrebbe fatto, lei sapeva che odia l’odore del parmigiano. Non ha fame, ne assaggia uno e scopre che è buono, è ancora capace di mangiare. Credeva non sarebbe più successo e invece infila la forchetta nel cibo e si nutre quel poco che basta. A scuola Mattia fa lo sciocco, è buffo, le viene da ridere. Accenna un sorriso, breve, si spegne subito dalle sue labbra, ma ha scoperto che sa ancora ridere. All’uscita da scuola, ci sono mamme ovunque, la sua non c’è, è in cielo, dicono volata, ma come , quando … e soprattutto perché ? Perché in cielo non ci è andata quella di qualcun altro, quella di Mattia che forse non avrebbe sempre così voglia di far ridere tutti. Gaia ha paura del buio, non sa allacciarsi le scarpe e non ama il parmigiano, la mamma lo sapeva bene.
Il papà inizia a fare cose che prima non aveva mai fatto, si occupa di lei , ma è maldestro, goffo non sa le cose più elementari. Qualche giorno fa, ad esempio, le ha lavato i capelli, ma le sue mani non erano morbide e avvolgenti e l’ha strofinata sulla testa con forza eccessiva ( mica aveva i pidocchi !!! ), non le ha messo il balsamo e non è riuscito a farle la treccia. La sera ,sul divano , stanno in silenzio a guardare la televisione, la cucina è spenta e vuota, non c’è la mamma che lava i piatti, che rassetta la casa e controlla la cartella.
Passano i mesi, dalla casa spariscono le cose della mamma: la sua borsa sull’attaccapanni, il rossetto in bagno, le scarpe all’ingresso, le riviste di moda, le collane nel cassetto del comodino. Resta una foto in salotto , scattata a Gardaland l’anno prima tutti e tre insieme; si vede che la mamma non si è divertita altrimenti non se ne sarebbe andata, avrebbe voluto tornarci ancora. Gaia si sente abbandonata, toglie la foto dalla cornice e la strappa. Il papà se ne accorge , ma fa finta di niente, anche lui ha bisogno di dimenticare. Gaia non parla mai della mamma e tutti stanno attenti a non nominarla in sua presenza.
Passano i mesi, è domenica e il papà propone alla bambina di andare a Gardaland ; lei entusiasta sale in piedi al divano e urla di gioia. Quando sono in macchina il papà le dice che passano a prendere un’amica, si chiama Raffaella. Eccola, è una giovane donna, bella e profumata, saluta il papà e lo bacia sulla guancia. Durante il tragitto Raffaelle parla torcendosi una ciocca di quella sua bella chioma dorata , lei certo sa come si asciugano i capelli , pensa sorridendo la bambina. Durante il tragitto la scruta con attenzione, ha una voce dolce, veste bene, chissà, magari sa fare anche la mamma. L’allegria che regna in macchina è una gioia da tempo dimenticata, Gaia socchiude gli occhi e vi si abbandona. Il paesaggio che scorre dal finestrino è una sequenza di immagini veloci mentre il ricordo della mamma che si affaccia timido tra i pensieri è una foto sfocata, una voce lontana difficile da evocare, un profumo confuso tra la nebbia di novembre…
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Profilo Autore: neveamarzo  

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Alinea I- Nitente

 

In quella notte giudaica,

sotto un cielo fulgido

e per nulla coperto

Giove e Saturno in una sola orbita

mostravano pastori e greggi

che ancora dormivano all’aperto.

In quel tredici novembre

dell’anno sette avanti cristo

il mio babbo, edile in Betlemme,

bussò alla bottega di Giuseppe per

annunziare al marangone la paternità:

basito, imboccò la viuzza lemme.

Se ti piace far credere cadesse

la neve fa pure, che fosse

il venticinque dicembre dell’anno zero.

Ma stavi nel magazzeno

del padre mio, in un caldo covile.

Lo so, perché io c’ero.

 

Alinea II- Dal frontone spezzato

 

A Betseda il disgraziato ciecomuto

che subdolamente graziasti aveva

un nome: io e Samuel prima delle tue frodi

giocavamo sempre alle tabulae lusoriae.

E dalle tavole orizzontali con le dodici

linee, alle tavole incrociate con tre chiodi

il passo è breve Rabbi, non trovi?

Il sudario adulterato poi è stata una trovata

da maestro, Maestro e quel tre aprile

dell’anno trentatre infilare via Della Fuga

al crocicchio con via Crucis per eclissarti

a guisa del natante imbozzato sull’arenile

non era niente altro che una lapalissiana

conseguenza al tuo disegno preternaturale.

Per quello sciagurato scusso, ma scrio

feci erigere sul crocevia un’edicola a egida

di un’epigrafe citante “La veridicità di una

testimonianza ”, ove potergli dire addio.

 

Alinea III- Panzana

 

Mi sovvengono le notti di Cafarnao

intessute di sbicchierate con i tuoi

casigliani Pietro e suo fratello Andrea,

Giovanni e Giacomo figli di Zebedeo

e Matteo pregno di bacco con i suoi

pensieri amorali per quella piacente almea.

Hai mai mentovato ai tuoi cugini Giacomo

e Taddeo delle nostre grasse libagioni

plenarie, con Bartolomeo rigurgitante

di nettare in occasione delle nozze di Cana?

Di Giuda assuefatto ai dadi, e Simone troppo

emendato per ravvisare una serpe strisciante

nel Profeta… e l’artifizio della moltiplicazione?

Sulle rive del Giordano un subisso di vitto

da cinque pani d’orzo e due pesci, pania

realizzatasi con la correità di Filippo e Tommaso

che dal lago Tiberiade condussero e orpellarono

nottetempo le pietanze, per tua vesania.

 

Alinea IV- Eravamo insieme

 

Al fianco del Califfo Yusuf osservasti

senza muovere ciglio i mercanti arabi

di schiavi, e alla tavola del governatore

di Cordova faceste la conta dei morti:

diciotto milioni tra gli oppressi, incuranti

della mia presenza, un suo lacchè a ore.

In sella col re Tamerlano lasciaste sul

campo diciassette milioni di cadaveri,

e davanti al fuoco ascoltasti, alticcio

appena fuori dalla tenda di Gengis Khan

i racconti dei guerrieri mongoli alteri

dei quaranta milioni caduti; dal pagliericcio

nel recinto dei cavalli vi udii anch’io.

Eravamo insieme anche durante la conquista,

l’esplorazione e l’occupazione delle Americhe.

Tu con i tuoi bei vestiti in tessuto di cotone

da colonnizzatore, io laido mozzo sdegnato.

Quindici milioni periti per visioni estatiche.

 

Alinea V- Antinomia

 

Mentre la penna d’oca dell’amanuense

scriveva dei sedici milioni di schiavi

africani morti durante la tratta atlantica,

in ogni porto facevi visita ai bazar alla

ricerca di brache a sbuffo, scarpette col tacco

a rocchetto e parrucca ben poco pratica.

Accanto a Zhentong mi hai fatto perseguire

asserendo la mia appartenenza ai livellatori

fino al collasso della dinastia Ming che lasciò

sul campo venticinque milioni di cinesi.

Albergavo nelle baraccopoli a Nuova Delhi,

tu in una casa vittoriana con leccornie e servitù.

Io tra carestia e ventisette milioni di cittadini

del vasto impero del Regno Unito periti per le

politiche economiche e amministrative britanniche.

L’insurrezione contro la dinastia Qing ti premurasti

con la tua oratoria che degenerasse nella guerra civile

dei Taiping, ecatombe di proporzioni bibliche.

 

Alinea VI- Facinoleria

 

Mi trovo a ripercorrere la Prima Grande Guerra

che causò diciassette milioni di morti, e l’epoca buia

di Stalin: la Gulag, i troppi civili uccisi da massacri.

Purghe, campi di lavoro, deportazioni e carestie.

Non basterebbero gli stessi milioni di lavacri

per purificare tali crimini storici tra i più efferati…

E intanto un bambino fuori nel cortile

bestemmia Cristo con un dito nel naso.

Leggo dei sessanta milioni di caduti nella Seconda

Guerra Mondiale, e intanto il sole volge all’occaso.

Della collettivizzazione forzata cinese, di Mao Zedong

e la Repubblica Popolare cinese… col naso all’insù

mi sopraggiunge un inaspettato magone che mi coglie

divisando le scie lassù siano le lacrime di Dio.

Dalla guerra sporca mi distolgono ciurmaglie

di ragazzotti che orinano nelle bottiglie vuote di birra.

Forse vi trovate solo col naso dentro un aleatorio

impromptu, o soltanto meramente mi sbaglio.

Forse una vitella è più di una costoletta, e forse

non è tutto latte vaccino… o puramente caglio. 

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Ore 7,30 è ancora presto ma la città inizia già a brulicare.
L’odioso rumore del camion della spazzatura e la luce dei suoi lampeggianti irrompono nel silenzio della minuscola cucina in disordine. Lei è già alla finestra, la stalker. Inizia presto la sua missione contro l’umanità con la tazzina del caffè in mano, la camicia da notte logora e macchiata che strascica sul pavimento unto . E’ l’ora del dottor Fabrizi, esce dal portone a passo spedito e lei lo segue fin dove può. Di lui conosce le abitudini, sa che esce ogni mattina alla stessa ora, di fretta e si aggiusta la cravatta mentre cammina. Pochi istanti prima che svolti l’angolo per prendere l’auto parcheggiata e lei osserva com’è vestito; oggi ha la giacca scura ;il colletto della camicia bianca si adagia morbidamente alla pelle abbronzata. Dopo qualche istante lo vede in macchina fermo al semaforo, sul sedile del passeggero la valigetta e i soliti fogli sparsi. Non sa, il dottor Fabrizi, che il paraurti della sua macchina è ammaccato perché lei, la stalker, in un gesto di folle ira, l’ha colpito con un martello, volutamente e ripetutamente. Questo perché dopo infinti pedinamenti, un giorno tentò un approccio chiedendogli un’informazione. Fabrizi abituato all’eleganza e bellezza delle sue donne non riuscì a trattenere una smorfia di disapprovazione per l’odore nauseabondo che usciva da quella bocca , una piccola fessura screpolata malamente pennellata da un rossetto esagerato. Da allora la stalker, passando davanti al portone, sputa sul suo campanello, altre volte scrive sui cartelloni pubblicitari insulti anagrammando il suo nome e cognome. Si chiama Ernesta, è un’ombra malvagia; chi la conosce la evita. Soffre di cuore, è in lista da anni per un trapianto.
Ore 8,00 ormai la frenetica attività online è già in atto. Ernesta controlla tutti i profili WhatsApp, per verificare chi si è già connesso e da che ora. Ha una rubrica immensa di contatti costruita negli anni, per lo più all’insaputa dei diretti interessati. Controlla se qualcuno ha modificato la propria immagine del profilo, ingrandisce le foto, le scruta, le giudica e le passa nel dettaglio. Poi sui social, stesso parsimonioso controllo.
Ore 8,20 altra postazione dalla finestra del bagno , è l’ora delle mamme che portano i figli a scuola. Odia quei mocciosi che frignano e odia le loro madri che li hanno messi al mondo. Ah… se fossero figli suoi ! Quattro sberle e un calcio per metterli a tacere, l’educazione prima di tutto ! Dalla finestra fuma, fuma, guarda il balcone di sotto dove immancabilmente lancia le sue cicche. Uno sguardo arcigno ai panni stesi della signora Anna, detesta quelle vezzose mutandine che ha appeso e le lenzuola azzurre che sventolano leggiadre ,vorrebbe sputarci ma sono troppo lontane e torna alla ricerca frenetica nelle fitte maglie della rete.
Ore 11,00 esce senza una meta, mimetizzandosi tra la gente. Un’apparente vecchina, pelle smorta e rugosa, sorriso spento, capelli arruffati color paglia. Anche oggi è in cerca di una preda. Le prede sono le persone da abbindolare. Le piace impersonare il ruolo della professoressa in pensione. Sull’autobus, nei luoghi affollati della città attacca bottone qua e là spacciandosi per una bella persona dedita alla cultura e al volontariato. Dalle persone buone, succhia l’energia che le serve per vivere. Si avvicina ai giovani, agli uomini eleganti e alle belle donne che detesta e maledice …ma che le servono. Ruba l’allegria e vitalità che trasforma nella malvagità che la tiene in vita.
Ore 13,00 seduta su una panchina, circondata dai piccioni, consuma il panino che ha per pranzo. L’odio è una schiuma che monta nel suo cervello. Ha il desiderio di far del male, non può resistere, deve cercare una preda da sminuzzare con i suoi artigli. Si guarda attorno, la smorfia della cattiveria si trasforma in un urlo di dolore, si accascia con rimasugli di salsiccia e bava che colano dai denti. Sirene, ambulanza… Ernesta è già in un letto di ospedale.
Sempre ore 13,00 altra parte della città…Annalisa, 20 anni, casco slacciato viene sbalzata dal suo motorino sull’asfalto. Sirene, ambulanza, ospedale. Un medico che trastulla i lembi bianchi del camice dice a mamma e papà che per la loro piccola donna non c’è più niente da fare.
Ore 13,00 stesso ospedale, Claudia, 32 anni, tre figli, un marito amorevole che le tiene la mano e osserva quei fili e tubicini che la tengono in vita… ancora per quanto ? Per poco, lo sa, glielo hanno già detto.
Ore 15,00 tre donne, stesso ospedale, diverso destino.
Annalisa, labbra di pesca, occhi da cerbiatto, voce argentina… quella voce è spenta. C’è poco tempo, il bisturi sta già squarciando la pelle. I suoi genitori hanno acconsentito alla donazione degli organi.
Claudia, il suo nome nella lista d’attesa dei trapianti di cuore viene dopo quello di Ernesta. Sente il calore della mano del suo compagno farsi sempre più tiepido. Ha già varcato il tunnel gelido che la allontana dalla vita, trascinata da una scia inarrestabile si sente risucchiare dal buio, non ci sono appigli, non può frenarsi. …Non può succedere adesso, non è pronta! Vorrebbe gridare “ Vi amo !!! “ ma non c’è suono che esca dalle sue labbra già rigide. Il tunnel nero si chiude alle sue spalle.
Ernesta è sul letto della sala operatoria ,il corpo sembra un fantoccio inerme. Ma l’odore del sangue risveglia l’odio. Alcuni istanti di interminabile silenzio l’hanno tenuta sospesa nel limbo e poi un ticchettio nuovo. Sotto le palpebre l’istinto della carogna ride. Il destino è dalla sua parte, la sua missione nel male potrà ricominciare. Ma questo ticchettio è da addomesticare, educare alla menzogna, alla cattiveria fino a corromperlo irrimediabilmente.
E’ notte.
Attorno a due letti dell’ospedale dei familiari si stringono in un comune dolore. E’ un dolore denso come la nebbia sui campi d’inverno. La carogna, sola nel suo letto, ride. Anche questa volta sopravvive a tutto. Un’eco di lacrime le giunge come un buon augurio, sopravvivere schiacciando l’amore altrui è la sua rivincita. Tornerà, tornerà alle sue luride finestre a sputare sugli altri come solo e sempre sa fare.
Ore 2.00.
Il dottor Fabrizi rientra a casa, è stata una giornata faticosa, il trapianto è andato bene, dovrebbe essere fiero del suo lavoro, ma si sente disorientato, stranito, deluso e non sa perché, si affloscia nella poltrona e non riesce a dormire.
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Profilo Autore: neveamarzo  

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In una savana una bimba aveva un leone buono e dolce , per giocare e teneramente lo accarezzava quell' affetto rendeva la loro vita piena di gioia.
La bimba non aveva paura di quel gigante peloso , ma guai a farle del male a chi si avvicinava ruggiva con un verso spaventoso.
La piccola lo redarguiva , no Leone non devi trattare gli altri cosi' .
Tu sei il re della savana ma ricorda che devi anche rispettare .
Il Leone non capiva , anzi ancora di piu' aggrediva chi osava avvicinarsi al loro rifugio.
La bimba poi lo rimproverava e il Leone dopo un po' si calmava.
Ecco bravo lo so che sei coraggioso, ma se ruggisci la gente fugge da noi .
Il Leone ascoltava quella dolce vocina, con quella piccina ora vive circondato da un gruppo di persone molto buone.
La savana e' un posto tranquillo dove tra animali e umani esiste amore e tanta collaborazione.
Tra fantasia e realta' mi piacerebbe abitare la' il regno petfetto dove vige l' affetto.
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Profilo Autore: Anna  

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Che dici, sarà ancora intatto
il pendio di cui t’ho raccontato,
quello della brullissima collina
dalla cui cima, di sasso a mezzaluna,
guardavo il mare nell'ora sua migliore?

Chissà se, specie di mattino presto,
ripercorrendo l’allor muto sentiero,
l’odore di lavanda e gelsomino
continua intenso a provocare amori,
a firmar l’aria ancora di suo pugno…

Figlio del 2000,
parlami del tempo che verrà
ma senza dirmi come sempre fai,
che “da mo’ che è cambiato tutto!”,
che il mondo d’oggi è un’altra storia
e chissà cosa diavolo diventerà!

Piuttosto, indaga in giro sui sorrisi
e porta due tre notizie confortanti,
baci vermigli dei nuovi innamorati
oppure, che ne so, avanzi di carezze
che madri e figli si sono barattati.


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Profilo Autore: Aurelio Zucchi  

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Giornata piovosa e strada allagata dalle onde impetuose scaraventate dalle auto sulle vetrine dei negozi.
L'aria fredda del mattino osservava incuriosita quelle poche figure che vagabondavano sotto il diluvio in cerca della propria arca.
Semafori traballanti, scossi dalle bordate del vento.
Tuoni a ritmare grandine e resti di foglie.
Un bar accoglie caffè e degustatori incalliti, cornetti e creme calde.
Le persone sono il contorno.
Cassa affollata e resti disordinati.
Volano suoni e aromi mischiati alle imprecazioni sulla maleducazione degli autisti di mezzi idonei al trasporto di salme umane, travestite per l'occasione da uomini indaffarati.
Va in tal modo l'ora a segnare il passaggio dal cartellino timbrato al forzato sorridere del giorno.
Voglia svogliata e abulico saluto.
Quattro gatti all'ufficio postale: disillusi dalla rete amano ancora pagare il bollettino “896” allo sportello.
«Bello sentirsi giovani e pagare in contanti... Si esce dalla porta contenti.»
«Nonna, occhio al gradino, potrebbe chiederle in prestito il femore.»
«Il numero che ha preso è quello per i correntisti, non faccia il furbo, sono in coda da due ore e lei se ne viene pulito e lindo come un marmocchio.»
«Cazzo, andremo a finire male se continuiamo così.»
La pioggia smette e la strada si rifa il look con una manciata di pozze sparse.
Sfrecciano le frecce a quattro ruote motrici, tornano i kamikaze del cazzo,
quelli che imitano Mosè a ogni occasione e poi fanno il gesto dell'ombrello ai nipoti del faraone Ramses II.
Nonna esce da Postale.
Coglione scalatore di file ride soddisfatto.
Giudice seriale del governo impreca e predica.
Un gatto spelacchiato miagola alla luna.
La luna dei normali è storta.
Normale è la storia.
Entra Jack... Jack Holter: faccia rugosa e occhi rosso bitter.
Entra Jack nella scena e sguazza coi piedi sui marciapiedi bagnati.
Singing in the rain e smart phone pronti alla ripresa.
Egli era nel quadretto idilliaco descritto ma, nessuno lo aveva notato.
Cosa fa? Sorride ai passanti, canta e balla.
«Chiamate il 118.»
«Da dove cazzo spunta fuori questo?»
«Ma cosa aspetta a telefonare ai vigili?»
«Nonna aspetta, non vedi il matto?»
«Quel balordo ha preso nonna, la sta abbracciando, merda!»
«Nonna posso abbracciarti, voglio regalarti un po' d'amore»
«Come ti chiami ragazzo?»
«Jack... Jack Holter.»
«Che ne dici di accompagnarmi dal cardiologo? Devo fare la visita specialistica alla USSL sedici fra mezz'ora e sono in ritardo.»
«Dammi la mano nonna, conosco la strada. Non per nulla sono Holter, Jack Holter.»
«Cazzo! Ha rapito nonna, fate qualcosa, quello stronzo ha rapito nonna, merda, sparate...»
Piove e piove sui marciapiedi bagnati, piove dalle grondaie e dagli aghi dei pini.
Piove nei tombini e sui segnali stradali.
Piove, mentre Jack Holter e nonna vanno alla USSL, sorridendo e raccontando...

Intanto per strada qualche coglione spara.

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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  Delusa, dalla delusione certa, 
dai manierismi immacolati
dalle immagini troppo comuni.
Ogni dipinto è molto meno di quanto
la natura stessa lasci vedere.
E se mi azzardo ad uscire fuori
dalla stanza, l’emozione lirica
è solo un'identità infranta.
- Ma cosa mai ci salta mente,
di fissare palpiti in poesia?
    Se tutto è solo
un nuovo espediente a caro prezzo
   e il quartetto per archi,
      l’alto sentire di Beethoven,
opera n. 132
   non può essere accolta.
E' solo utopia:
i grandi sono già stati, e così sia.
Nessuno li conosce più
 e non c’è tempo neanche
per potersi a loro ricongiungere.
L’orologio ormai ha il suo solito rumore
  è ordigno imponente 
contro il cuore
nel contemporaneo esistente,
con qualcosa in meno del virtuale.
   E non sappiamo più scappare nella libertà
perché tutte le battaglie sono una viltà:
  l'Eroe nella nera armatura, 
ha la lancia bassa,
      ma il crimine in compenso batte cassa.

Ah, la Vita  Nova!
    Ma è solo un’espressione stilnovistica.
           E i versi,          
   come... il trionfo dell’uomo e della vita?

Ah, Mondo,
dell’Inno di Honderlin,
senza il ricordo -dell’Evento-
            che impunemente calpesti ogni Domenica d’Avvento!

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Profilo Autore: Hera  

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Oggi vi voglio narrare la fiaba della principessa misteriosa, che portava il nome di una rosa: Alba. Una rosa a cui la leggenda attribuisce la nascita, nella notte dei tempi, dalla spuma del mare, insieme alla dea Venere, alla quale adornava la chioma fluente. Come la Dea, Alba era una bellissima ragazza molto ammirata, ma priva d'amore, nel cuore. ... Quando passava per le vie della città, emanava una lunga scia di profumo, dagli antichi e delicati sapori. Fanciulla dalla statura piuttosto piccola, era ben proporzionata e, come ogni principessa giovane, aveva lunghi capelli, in specie i suoi erano lisci e neri. Possedeva due occhi grandi e sognanti, che si perdevano sull’orizzonte del mare, andando a solcare le onde. La sua fantasia la portava a viaggiare su di una nave pirata, navigando verso l’ignoto, immobile sulla prua, con la spada in mano, a gridare: nave nemica da conquistare, indi, su di un’isola segreta, seppellire il tesoro arraffato. Il re, suo padre e la madre, la regina, riflettevano sovente che al suo diciottesimo anno, ormai vicino, l'avrebbero voluta maritare con il figlio del re confinante, in modo da siglare, tra i due reami, un accordo favorevole. Purtroppo, a lei, quel principe non piaceva ed il suo amore, a lui, non intendeva concedere e fu così che, nella notte, eluse le guardie della reggia, fuggì, imbarcandosi sopra una nave. Il suo carattere, forte e ribelle, fin da piccina, l’aveva portata a seguire la disciplina delle armi, con le quali aveva imparato a combattere, sia con la spada che con l’arco e, come un uomo, le sapeva destreggiare. Il suo cuore era impavido, non aveva paura di niente, era nata per comandare. Dopo mesi di gavetta sulle navi, una sera tempestosa, insieme ad uno sparuto gruppo di pirati, decise di rubare una nave, in un porto. Presto detto, subito fu fatto, una nave tutta per lei! Il suo sogno si era realizzato, rotta ai Caraibi, all’isola della Tortuga, dove c’era il regno dei pirati, a cercare di formare una ciurma per abbordare le navi da derubare. Passarono gli anni ed ella era sempre più amata e, da tutti, rispettata, la fama di dura si era fatta, anche se il suo volto sembrava quello di una fata, ma i suoi occhi rimanevano sempre tanto tristi, nel suo cuore non c’era l’amore sognato, di un prode guerriero che, con lei, condividesse le avventure e la cabina di Capitano, dove, solitaria, era solita dormire. Facendo onore al suo nome, la mattina si alzava all’alba, per partire a solcare il mare, sulle rotte dei mercanti. Ogni giorno era una battaglia, fatta di fuoco e fiamme e di lame incrociate, per rubare il bottino, ma quel giorno un fatto insolito e strano: nella stiva trova un prigioniero, un giovane bello e fiero, che non le parse fosse vero, tanto che lo liberò in un battibaleno. Il destino aveva portato a lei il Corsaro Vero, del quale aveva sempre udito parlare, ma credeva fosse solo una leggenda, che i marinai ubriachi narravano, nelle notti sui ponti delle navi. Dopo averlo liberato, l’invitò sulla sua nave e, incuriosita, gli incominciò a fare mille domande. Era stato fatto prigioniero dalla marina militare e, in incognito, in Inghilterra lo volevano condurre, per poterlo poi impiccare. Si era battuto come un eroe, ma i nemici erano molti e così, alla fine, aveva dovuto capitolare. Fiera era di quello che aveva fatto e di aver trovato l’uomo così tanto agognato tanto che gli offrì di mettersi in società, al che lui accettò ben volentieri. Non avrebbe mai pensato di trovare l’amore, in mezzo al mare. Impararono a conoscersi e il loro amore divenne così grande che diventò una leggenda, quella di Alba e il Corsaro Vero. Ormai stanchi di avventure e di vivere a battagliare sul mare, decisero insieme di far ritorno al, di lei, reame, che era pur sempre un posto ameno in riva al mare. I suoi genitori, ormai vecchi, furono felici di vederla arrivare, pertanto li accolsero con grande onore, arrivarono a capire il grande errore commesso e videro, per la prima volta, la loro figlia felice e innamorata di un prode e forte guerriero. Dalla loro unione nacque un bambino che, nel futuro, tesse le sorti del mondo e del suo destino.
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Profilo Autore: Horion Enky  

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