Maria era sdraiata sul letto della squallida stanza, osservando le crepe dell’intonaco sulla parete pensò che  sarebbe bastato grattare un po’ la superficie per scoprire cosa si nascondesse sotto, proprio come nel suo caso. Tutto ruotava intorno alla canonica e all’umile Don Salvo, voleva scoprire di più, ma doveva essere astuta e cauta. Attese la sera per uscire, girò intorno alla chiesa e arrivò all’adiacente canonica, lì c’era una finestra appartata e nascosta dalla frondosa chioma di un  platano. La fortuna era dalla sua parte, la finestra era aperta. Si arrampicò con agilità e si introdusse in una stanza buia e ingombra di oggetti sacri. All’inizio l’oscurità era totale, ma lentamente le sue pupille si dilatarono e le consentirono di distinguere le sagome in quella stanza odorosa d’incenso e legno antico. C’era un enorme crocefisso usato per le processioni adagiato malamente in un angolo, una parete di grazie ricevute impolverate e un inginocchiatoio spinto contro un armadio chiuso con una pesante chiave d’ottone. Spostò lentamente l’inginocchiatoio che scricchiolò debolmente e girò la chiave con cautela per far meno rumore possibile. Nell’armadio c’erano appese diverse tonache e i paramenti del parroco, ma una spiga di luce, proveniente dalla strada, fece luccicare il bordo di una scatola di metallo. Il cuore di Maria iniziò a galoppare e il fiato le si spezzò in gola quando riconobbe la scatola dei biscotti Doria identica a quella che possedeva lei. L’istinto le diceva di aprirla subito, ma la ragione ebbe la meglio. La prese, richiuse l’armadio e riposizionò l’inginocchiatoio con precisione. Infilò la scatola nel suo zainetto e come un gatto, sgattaiolò fuori dalla finestra. La notte non portava alcuna frescura, anzi l’umidità era così densa che i capelli le si incollavano sul collo e sulla fronte. Quando fu in camera, chiuse le imposte e si sedette sul letto accendendo solo la minuscola abat jour del comodino. Estrasse con cura la scatola e la aprì lentamente. C’erano delle carte legate da un elastico e delle fotografie. Una delle carte era un certificato di nascita, il suo. Anna non era sua sorella, ma sua madre; l’aveva partorita a soli sedici anni e si era occupata di lei dalle suore per poco tempo prima di andarsene e lasciarla in adozione. Le foto di loro due erano tristi, sua madre era poco più di una bambina, goffamente vestita e mal pettinata. Aveva l’aria stanca e affaticata. Lei invece era rosea e sorridente, ignara di tutto.  Si lasciò cadere sul letto e fissò le crepe sulle parete, avrebbe dovuto ignorare la sua curiosità, la sua voglia di capire le stava procurando solo dolore.  Avrebbe dovuto essere grata alla vita per essere stata adottata da una splendida famiglia benestante che l’aveva cresciuta, amata, guidata verso i sogni di un promettente futuro. E invece era lì, a grattare le parvenze e scavare quello che gli altri avevano ridipinto a nuove tinte . Ormai non poteva tornare indietro e si maledisse per questo. Passò la notte in preda agli incubi, in un letto che divenne il sudario di sconosciute pene si convinse di voler sapere chi fosse sua madre e come fosse morta davvero. Sentì un dolore bruciarle dentro, iniziava a percepirsi diversa, come non si era mai sentita in tutta la sua vita. Il giorno dopo si alzò presto, pagò il conto e senza far colazione se ne andò. Passarono i giorni in modo confuso; le amiche e i suoi genitori le chiedevano se stesse bene e lei rispondeva di essere un po’ stanca per il lavoro o il caldo. Finalmente, una sera, riprese la scatola di latta e decise di continuare, aveva contattato un detective privato al quale avrebbe consegnato tutto e dato l’incarico di scoprire la verità.

La verità arrivò prima del previsto come un pugno in faccia che stordisce. Sua madre era stata violentata dal padre fin da bambina, una volta rimasta incinta la famiglia la allontanò mettendola dalle suore che la fecero partorire e diedero lei in adozione. Dopo alcuni anni di vita sbandata, dentro e fuori dal convento, trovarono ad Anna una sistemazione come perpetua in Emilia da Don Salvo. Lei e il parroco divennero amanti, ma l’unico amore di sua madre fu il denaro. Lì le ricerche si arenavano e ogni traccia finiva infossata tra gli sguardi ambigui degli abitanti del paesotto. L’investigatore raccolse parecchie discordanze e i dubbi che non si fosse impiccata erano molti, ma nessuna prova certa che portasse ad un’altra verità venne fuori tanto più che Don Salvo,invecchiato e instupidito dalla demenza senile, venne messo a riposo in un ospizio sconosciuto.

Passarono gli anni, nuovo intonaco su vecchie pareti aveva nascosto i segreti che aveva scoperto. Maria aveva continuato a vivere come sempre, ma da allora non era più la stessa. Faceva di tutto per non farlo percepire a chi la conosceva, ma spesso il suo sguardo si adombrava irrimediabilmente distante da tutto. A volte sentiva una sete incolmabile e beveva senza dissetarsi come se l’acqua si asciugasse prima di arrivarle in gola. Lo specchiò però non mentiva, e ogni giorno passava sempre più tempo a truccarsi e vestirsi, le sembrava che una ruga a lato del viso la incidesse come un solco e gli occhi sempre più grigi avessero l’umore della morte. Una domenica mattina, dopo aver passato la notte a fissare il nulla,si vestì e truccò di tutto punto, mandò dei messaggi di buon giorno alle amiche e prese la sua pashmina preferita, quella rosa di seta.

La trovò la donna delle pulizie, appesa in camera sua: sul letto due vecchie scatole di biscotti Doria, vuote.

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Profilo Autore: neveamarzo  

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Nel 1982 il piccolo paese emiliano cresceva adeguandosi lentamente alla modernità, così quando Maria arrivò in sella alla sua Guzzi rossa non passò inosservata. Gli uomini nel Bar Sport la scrutarono da sopra gli occhiali tenendo stretto il mazzo delle carte. Agostino, il più anziano, esclamò che non c’era più religione e che un uomo con due dita di testa non avrebbe mai sposato una donna del genere, anche se doveva ammettere che era un bel pezzo di femmina. Lei si tolse il casco lasciando cadere lentamente la fluente chioma ramata sulle spalle fiere e si guardò intorno cercando di capire se oltre alla piazza, al sagrato della chiesa e a una manciata di casupole ci fosse qualcosa d’altro in quel posto. Indugiò sulle sue gambe snelle poi si diresse verso il bar, l’unico posto che in quel momento brulicava di gente. Ordinò un caffè e chiese se vi fosse una camera per passare lì qualche notte. Il barista alzò il sopracciglio e la scrutò con diffidenza; di gente forestiera ne passava davvero poca da quella parti; gli ultimi erano stati qualche mese fa degli operai che avevano lavorato  alla nuova rete elettrica e lì, non ci si  finiva né per caso né per farsi una vacanza. Tuttavia racimolare quattro soldi non era una brutta cosa, quindi le sorrise e rispose che proprio sopra al bar c’era la possibilità di affittare una modesta, ma comoda, camera da letto con bagno. Maria entrò nella stanza sfidando la penombra e lo squallore la invase insieme all’odore della naftalina. Seduta sul letto sprofondò lo sguardo nella sgualcita carta da parati fino a perdersi. Cosa ci faceva lì? Forse aveva sbagliato tutto; dar voce ai propri sospetti sfidando l’incognito ora la metteva a disagio. Avrebbe voluto tornarsene nel suo appartamento nel centro della Milano bene che amava follemente, ma c’erano ancora troppi tasselli fuori posto. Tutto era cominciato quel giorno che, riordinando i cassetti, trovò la vecchia scatola di latta dei biscotti Doria con le foto del suo passato in orfanotrofio. In una vecchia stampa polaroid c’era lei di pochi mesi in braccio ad una ragazzina con i capelli ramati lunghi e fluenti così simili ai suoi. S’era allora immaginata che tra loro dovesse esserci qualcosa in più di una sfortunata coincidenza e s’era abituata all’idea che potesse essere sua sorella. Dalle suore però ricevette solo poche e confuse informazioni, non un cognome, né un indirizzo, ma solo la certezza che ad un certo punto quella ragazzina di nome Anna,  divenuta giovane donna se ne andò a vivere proprio in quel paese emiliano dove ora  lei era approdata.

La mattina presto Maria aprì le imposte e l’aria umida del mattino la nauseò, ma si fece coraggio e si lasciò attrarre dai gesti parsimoniosi di una donna che dava da mangiare ad alcuni gatti.  Era una donna dall’aria trasandata, capelli lunghi neri striati di bianco e arruffati, ma dai modi calmi e oltremodo gentili. Maria aggiustò la chioma in una morbida e lunga treccia, indossò i jeans e una maglia comoda e scese di corsa al bar. Mentre ordinava la colazione chiese informazioni sulla donna che aveva scorto dalla finestra e il barista ridendo le disse di lasciar perdere quella che era la matta del paese e parlava solo con gli animali. Bene, la matta faceva proprio al caso suo, in quel momento la riteneva l’unica fonte affidabile alla quale rivolgersi. E fu davvero sorprendente. La donna la accolse subito con un sorriso sdentato e umile in una catapecchia malamente arredata, le offrì un caffè che sapeva di bruciato, ma le regalò una serie d’informazioni eclatanti. Le rivelò che Anna era stata la serva del parroco e svolgeva una vera e propria attività di strozzinaggio all’interno della canonica. Più della metà del paese si rivolgeva a lei per avere denaro in prestito a tassi indicibili.  Si disse che era morta d’infarto anche se tutti sapevano che il parroco l’aveva trovata impiccata con le banconote in gola. Ma… ma la matta aggiunse altro, quello che nessuno ancora sapeva e che lei non aveva mai potuto raccontare certa di non essere creduta nemmeno dai carabinieri. Quel giorno di dieci anni fa lei si aggirava sotto le finestre della canonica per dar da mangiare ai gatti, aveva bevuto è vero, ma non più del solito e non tanto da non capire ciò che aveva visto.  Don Salvo emetteva dei rantoli e versi come di chi stesse facendo un gran sforzo. E allora sbriciò incuriosita. Il parroco trascinava il corpo di Anna, le legava una corda al collo e le ficcava in gola manciate di banconote. Sì quell’immagine non l’aveva né sognata né immaginata, era sconvolgente, nitida e reale. Scappò a piedi nudi invisibile come sempre e andò al fiume a lavarsi per sciacquarsi da dosso l’orrore al quale aveva assistito. Gli anni passarono anonimi, come la sua esistenza all’ombra di un paese indaffarato a badare a se stesso, ma ora raccontare ciò che aveva visto era come riscoprire che esiste la luce del sole, la primavera e l’arcobaleno.  Maria inghiottì l’ultimo sorso di quell’orribile liquido oleoso spacciato per caffè e prese la donna per le mani. La verità, suo malgrado voleva venire a galla, lo faceva attraverso la voce traballante di una matta sincera alla quale lei credeva.  Era solo l’inizio, ma non si sarebbe tirata indietro sentendosi indissolubilmente legata a quei fatti orribili e al momento ancora inspiegabili.

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Profilo Autore: neveamarzo  

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Negli anni settanta, in un piccolo ma florido paese della campagna emiliana , Anna era la serva del parroco.  Pia, premurosa e attenta era in egual modo donna ruvida, scaltra e furba. Garbatamente abbigliata di grigio, abbottonata fino al mento anche d’agosto quando l’afa si taglia a fette, la cara Anna era in realtà il burattinaio del traballante teatrino di quel paesotto rigoglioso e bigotto. Senza famiglia e senza un passato di lei si sapeva solo che aveva vissuto dalle suore fino ai venticinque anni svolgendo lavori da umile serva finché , raccomandata da una di loro, si trasferì come perpetua da Don Salvo.  Arrivò intimorita, con lo sguardo al pavimento e nel giro di un solo anno aveva già in mano le chiavi della sacrestia e della cassetta dei risparmi. Ogni giorno, dopo aver preparato il pranzo, sistemato i fiori sull'altare e annotato gli impegni giornalieri suddivisi in messe, battesimi, funerali  e altro, si dedicava all'altro. 

Seduta in un angolo della sacrestia attendeva gli sventurati, quei poveri cristiani bisognosi che necessitavano di un sostegno più materiale che spirituale e lei,  con caritatevole ed equa  cupidigia concedeva sia l’uno che l’altro. La consistenza e l’odore delle banconote era un piacere sublime; annotare cifre che aumentavano giornalmente era fonte di inesauribile goduria. E più il denaro aumentava più ne desiderava senza mai spenderne una moneta, insensibile al malvagio scenario che giornalmente gestiva con cura. Tutti sapevano, tutti tacevano quel rito profano che avveniva tra le sacre mura di una disadorna sacrestia , sotto gli occhi distratti di uno stanco parroco di paese incapace di intervenire, di giudicare, di farsi domande se non quale pietanza ci fosse nel suo piatto. Anna, si prendeva la sua rivincita su una vita grigia come il dolcevita che indossava ; così infliggere sofferenze spacciandole per opere di bene era il nettare che dissetava il suo odio atavico per la vita. Ma l’insaziabile cupidigia finì per distruggerla e la portò alla sola via d’uscita da quella insulsa esistenza. La trovò il parroco in una piovigginosa mattina di novembre del 1972 con la corda al collo ,le gambe penzoloni, gli occhi sbarrati e delle banconote che le uscivano dalla bocca. Chissà quante ne aveva ingoiate prima di bruciare le rimanenti .Si disse che era morta d’infarto e di nascosto, senza nemmeno farle il funerale, venne sepolta dalle suore che l’avevano cresciuta. Il paesotto, parlò poco e a sottovoce, evitando accuratamente ogni lontano riferimento alle opere di bene che la vedevano protagonista in sacrestia. Tutte le sue cose sparirono e la sua breve permanenza al paese venne cancellata con la rapidità con la quale si fanno sparire le magagne scomode a tutti. Don Salvo non volle avere più nessuna perpetua  se non un vecchio sacrestano che alla sera restava con lui a bere un bicchiere di vino rimanendo in silenzio per ore intere e scuotendo di tanto in tanto la testa o alzando le spalle esclamando banali commenti sull'unico argomento che avevano in comune : il calcio.  Ma quello che gli uomini cancellano, il tempo fa riaffiorare…

 

 

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Profilo Autore: neveamarzo  

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Nata a luglio,
in un' estate calda,
(non questa da pinguini in accapatoio)
sono sensibile e permalosa.
Guardo tutto con occhi curiosi.
Chi, quando, come, dove?
Allegra mi piace cantare stonando,
inventando parole e cruciverba..
Dimmi la parola giusta, su!
Potresti entrare a caduta libera..
Amo gli animali,
parlare con loro.
Imitarli in modo simpatico
e la musica, oh si.
Volume alto alla radio,
e schiaccio sull' acceleratore..
fast andare furius in diretta!
(attenta al limite velocità, freno)
Amo l' amore con la A masciuscola,
come un fantastico muller,
con ciambelle al cioccolato.
Mi piace sognare fino a che
la sveglia non suona e mi catapulto
fuori dal letto.
Infilo le infradito al contrario,
spalanco le finestre
e inizio con ironia la mia giornata,
assieme a un caffè e due gocciole,
anzi anche tre  quattro!
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Profilo Autore: Passione infinita  

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Oggi lupo de lupis non trasmette emozioni,
solo gelati e poponi...
E coglioni al chiosco comprano gusti confezionati.

Confezionami una vita diversa senza olio di palma
senza grassi idrogenati.
Siamo nati mangiando palle di Natale
moriremo nell'anno del tribale.
Tritati dalla pubblicità dell'uomo normale
compriamo convulsioni brevettate
per vite schiave del fare banale.

Oggi lupo dà il buongiorno con i biscotti vegani
e il latte del cazzificio lo trovi ovunque.
«Good Morning Vietnammmmmmmmmmmmmmm, è trascorso un giorno di veleno
e il Napalm lo trovi nei torrenti o nel lavandino di casa.»
La capanna dello zio Tom è divenuta la sede del governo
e tu non puoi esimerti dal fare la differenziata.
Salva il pianeta, non dimenticare di buttare l'uomo nella mondezza.
Qui va la carta, qui il metallo e la plastica, lì metti la carta...
Mi raccomando altrimenti il commercio di rifiuti riciclati non regge
le regole del riciclaggio.
Svegliatevi coglioni al chiosco e salvate l'uomo dalla differenziata,
lasciate che carri a gasolio inquinino il centro città,
buttiamo i sacchi pieni di superficialità nei luoghi occulti del potere.
Stronzi di latta inondano di consigli subliminali.
Per vedere tutto il callo minuto per minuto devi avere un conto non certamente minuto.
Paga oggi l'abbonamento e vedrai un cazzo emerito forse per il prossimo anno.
Superfibra per coliti esagerate e il bagno viaggerà a 100 mb al secondo, basta una telefonata.
Un tempo una telefonata ti cambiava la vita, ora ti rompe i coglioni trenta volte al secondo.
«Buongiorno signor cazzone sono Marta da legare e telefono dalla Bind, lei sai che la sua proposta 
di contratto telefonico è in scadenza e abbiamo appunto preparato per lei un pacchetto di tremila offerte adatte all'uopo, dall'irrisorio costo di centomila euri»
Voglio un sacchetto di gettoni dell'autoscontro, me li mangio a colazione e digerisco meglio.
Lasciate che sia uomo e che pisci sull'erba del prato e che ciminiere inondino la fascia dell'ozono.
Lasciate ogni speranza voi che entrate in questo mondo del pacco di Natale.
Benvenuto uomo nell'anno del tribale...
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Risultati immagini per pasqua in africa



Lieta Pasqua a te
piccolo bimbo
che vivi lontano
e non hai un po'
di pane.


Il sole scaldava la pelle
e di notte era pieno di stelle
un bambino sognava...
C'è un posto lontano
dove tutto è diverso
lo hanno detto i più grandi
ci si arriva sulle onde del mare.
Un posto stupendo
dove ai bimbi
non manca mai niente.
Lui sognava guardando le stelle
un posto così
al di la del mare
ogni giorno è una festa
di giochi e giocattoli nuovi.
Questo bimbo lontano
ha un colore diverso di pelle
e i suoi piedi non hanno le scarpe
ed ha tanta fame,
lui vive in un mondo diverso
dove i sogni son tanti,
ma non sono diversi dagli altri.
Questo mondo lontano
esiste davvero
ed è come lo ha visto nei sogni.
Il sole scaldava,
la notte brillava,
bimbo dolce rimani nel sogno
il mio mondo non è meglio del tuo,
hai soltanto bisogno d'aiuto...
Una mano potrei dartela anch'io.


Lieta Pasqua bambino lontano
io non so se da te si festeggia
o t'hanno mai parlato di un uomo
che morì su una croce
per salvarci e per renderci uguali.
Buonanotte bambino
anche questo era un sogno
un bellissimo sogno...




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Profilo Autore: conca raffaello*   Sostenitore del Club Poetico dal 30-04-2019

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Palco
Risa,
poi si piange...
Miserie della condizione incutono e riducono.
Simpatico teatrino di farse e comparse.
Cambi canale sperando in una commedia di Goldoni.
Ti ritrovi con i festival dei fiori estinti.
Ecco il copione da recitare,
lo leggo, rifletto me stesso nello specchio del camerino.
Son attore seduto in platea.
Dal loggione improperi sui protagonisti,
anche gli spettatori son antagonisti.
Cicoria e verdura fresca,
ortaggi e nascosti disagi.
Urla un tale dal palco reale.

“Guardate le movenze di quella bionda niente male”

E Socrate beve ancora la cicuta...

Platone piange anche lui il maestro
e s'accascia sulla poltrona accanto a un tipo assonnato.

«Sul decoro del soffitto
s'intravede penzolar dal capestro un manichino
vecchio e consunto.
Un'essenza d'un corpo in affitto per andati applausi.»

La maschera offre fish & chips
e l'odore di pesce lesso inonda il luogo.
Cambia scena e finisce l'atto.

Entra il gobbo da Notre Dame e tutti ascoltano i suggerimenti.
Il palco osceno non va in scena senza suggeritore.

Vita in tre atti e nasci, vivi, muori.

Applausi filosofici e cor compunto.
Tutti sofisti degli stucchi
magari maghi con cento trucchi.
La magia finisce sempre prima della notte.

«La notte ognuno posa la maschera sul letto.
Solo piange l'animo i suoi nomi, i suoi giorni...
Poi il giorno consola
e la virtù non è più sola.
Veste l'abito il teatro
va in scena la finzione
oltre la speranza d'umana perdizione
e noi come attori seduti in platea mettiamo in scena la vita degli altri... La nostra applaude seduta
e quando cala il sipario e le luci si spengono sei tu solo davanti a te a raccogliere i miei avanzi.»
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Gaia ha sei anni da neanche un mese, zaino rosa sulle minute spalle, si appresta ad entrare a scuola. Lo zaino è ancora vuoto eppure è così pesante che sembra riempito di pietre che incollano i piedi al pavimento. Gli occhioni asciutti scrutano il lungo corridoio della scuola, ieri non sembrava così lungo. La maestra, sulla porta dell’aula , l’aspetta con un sorriso appena accennato, la classe è silenziosa, non giunge alcun rumore. Ecco, finalmente ha raggiunto la classe e la maestra la prende per mano… che buon profumo ha, sa di mamma. Gli sguardi dei compagni la imbarazzano, abbassa il viso per non incrociarli.
Passano le ore, Gaia è in una bolla di sapone, quello che le succede è incomprensibile, ma non piange con gli occhi perché piange dentro . Anche il papà piange dentro, lo ha capito mentre dormivano abbracciati, sentiva nel suo respiro quel dolore che a condividerlo non si dimezza, ma raddoppia.
Passano i giorni, la nonna ha preparato gli gnocchi che le piacciono tanto, ma ci ha messo il formaggio…la mamma non lo avrebbe fatto, lei sapeva che odia l’odore del parmigiano. Non ha fame, ne assaggia uno e scopre che è buono, è ancora capace di mangiare. Credeva non sarebbe più successo e invece infila la forchetta nel cibo e si nutre quel poco che basta. A scuola Mattia fa lo sciocco, è buffo, le viene da ridere. Accenna un sorriso, breve, si spegne subito dalle sue labbra, ma ha scoperto che sa ancora ridere. All’uscita da scuola, ci sono mamme ovunque, la sua non c’è, è in cielo, dicono volata, ma come , quando … e soprattutto perché ? Perché in cielo non ci è andata quella di qualcun altro, quella di Mattia che forse non avrebbe sempre così voglia di far ridere tutti. Gaia ha paura del buio, non sa allacciarsi le scarpe e non ama il parmigiano, la mamma lo sapeva bene.
Il papà inizia a fare cose che prima non aveva mai fatto, si occupa di lei , ma è maldestro, goffo non sa le cose più elementari. Qualche giorno fa, ad esempio, le ha lavato i capelli, ma le sue mani non erano morbide e avvolgenti e l’ha strofinata sulla testa con forza eccessiva ( mica aveva i pidocchi !!! ), non le ha messo il balsamo e non è riuscito a farle la treccia. La sera ,sul divano , stanno in silenzio a guardare la televisione, la cucina è spenta e vuota, non c’è la mamma che lava i piatti, che rassetta la casa e controlla la cartella.
Passano i mesi, dalla casa spariscono le cose della mamma: la sua borsa sull’attaccapanni, il rossetto in bagno, le scarpe all’ingresso, le riviste di moda, le collane nel cassetto del comodino. Resta una foto in salotto , scattata a Gardaland l’anno prima tutti e tre insieme; si vede che la mamma non si è divertita altrimenti non se ne sarebbe andata, avrebbe voluto tornarci ancora. Gaia si sente abbandonata, toglie la foto dalla cornice e la strappa. Il papà se ne accorge , ma fa finta di niente, anche lui ha bisogno di dimenticare. Gaia non parla mai della mamma e tutti stanno attenti a non nominarla in sua presenza.
Passano i mesi, è domenica e il papà propone alla bambina di andare a Gardaland ; lei entusiasta sale in piedi al divano e urla di gioia. Quando sono in macchina il papà le dice che passano a prendere un’amica, si chiama Raffaella. Eccola, è una giovane donna, bella e profumata, saluta il papà e lo bacia sulla guancia. Durante il tragitto Raffaelle parla torcendosi una ciocca di quella sua bella chioma dorata , lei certo sa come si asciugano i capelli , pensa sorridendo la bambina. Durante il tragitto la scruta con attenzione, ha una voce dolce, veste bene, chissà, magari sa fare anche la mamma. L’allegria che regna in macchina è una gioia da tempo dimenticata, Gaia socchiude gli occhi e vi si abbandona. Il paesaggio che scorre dal finestrino è una sequenza di immagini veloci mentre il ricordo della mamma che si affaccia timido tra i pensieri è una foto sfocata, una voce lontana difficile da evocare, un profumo confuso tra la nebbia di novembre…
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Profilo Autore: neveamarzo  

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Alinea I- Nitente

 

In quella notte giudaica,

sotto un cielo fulgido

e per nulla coperto

Giove e Saturno in una sola orbita

mostravano pastori e greggi

che ancora dormivano all’aperto.

In quel tredici novembre

dell’anno sette avanti cristo

il mio babbo, edile in Betlemme,

bussò alla bottega di Giuseppe per

annunziare al marangone la paternità:

basito, imboccò la viuzza lemme.

Se ti piace far credere cadesse

la neve fa pure, che fosse

il venticinque dicembre dell’anno zero.

Ma stavi nel magazzeno

del padre mio, in un caldo covile.

Lo so, perché io c’ero.

 

Alinea II- Dal frontone spezzato

 

A Betseda il disgraziato ciecomuto

che subdolamente graziasti aveva

un nome: io e Samuel prima delle tue frodi

giocavamo sempre alle tabulae lusoriae.

E dalle tavole orizzontali con le dodici

linee, alle tavole incrociate con tre chiodi

il passo è breve Rabbi, non trovi?

Il sudario adulterato poi è stata una trovata

da maestro, Maestro e quel tre aprile

dell’anno trentatre infilare via Della Fuga

al crocicchio con via Crucis per eclissarti

a guisa del natante imbozzato sull’arenile

non era niente altro che una lapalissiana

conseguenza al tuo disegno preternaturale.

Per quello sciagurato scusso, ma scrio

feci erigere sul crocevia un’edicola a egida

di un’epigrafe citante “La veridicità di una

testimonianza ”, ove potergli dire addio.

 

Alinea III- Panzana

 

Mi sovvengono le notti di Cafarnao

intessute di sbicchierate con i tuoi

casigliani Pietro e suo fratello Andrea,

Giovanni e Giacomo figli di Zebedeo

e Matteo pregno di bacco con i suoi

pensieri amorali per quella piacente almea.

Hai mai mentovato ai tuoi cugini Giacomo

e Taddeo delle nostre grasse libagioni

plenarie, con Bartolomeo rigurgitante

di nettare in occasione delle nozze di Cana?

Di Giuda assuefatto ai dadi, e Simone troppo

emendato per ravvisare una serpe strisciante

nel Profeta… e l’artifizio della moltiplicazione?

Sulle rive del Giordano un subisso di vitto

da cinque pani d’orzo e due pesci, pania

realizzatasi con la correità di Filippo e Tommaso

che dal lago Tiberiade condussero e orpellarono

nottetempo le pietanze, per tua vesania.

 

Alinea IV- Eravamo insieme

 

Al fianco del Califfo Yusuf osservasti

senza muovere ciglio i mercanti arabi

di schiavi, e alla tavola del governatore

di Cordova faceste la conta dei morti:

diciotto milioni tra gli oppressi, incuranti

della mia presenza, un suo lacchè a ore.

In sella col re Tamerlano lasciaste sul

campo diciassette milioni di cadaveri,

e davanti al fuoco ascoltasti, alticcio

appena fuori dalla tenda di Gengis Khan

i racconti dei guerrieri mongoli alteri

dei quaranta milioni caduti; dal pagliericcio

nel recinto dei cavalli vi udii anch’io.

Eravamo insieme anche durante la conquista,

l’esplorazione e l’occupazione delle Americhe.

Tu con i tuoi bei vestiti in tessuto di cotone

da colonnizzatore, io laido mozzo sdegnato.

Quindici milioni periti per visioni estatiche.

 

Alinea V- Antinomia

 

Mentre la penna d’oca dell’amanuense

scriveva dei sedici milioni di schiavi

africani morti durante la tratta atlantica,

in ogni porto facevi visita ai bazar alla

ricerca di brache a sbuffo, scarpette col tacco

a rocchetto e parrucca ben poco pratica.

Accanto a Zhentong mi hai fatto perseguire

asserendo la mia appartenenza ai livellatori

fino al collasso della dinastia Ming che lasciò

sul campo venticinque milioni di cinesi.

Albergavo nelle baraccopoli a Nuova Delhi,

tu in una casa vittoriana con leccornie e servitù.

Io tra carestia e ventisette milioni di cittadini

del vasto impero del Regno Unito periti per le

politiche economiche e amministrative britanniche.

L’insurrezione contro la dinastia Qing ti premurasti

con la tua oratoria che degenerasse nella guerra civile

dei Taiping, ecatombe di proporzioni bibliche.

 

Alinea VI- Facinoleria

 

Mi trovo a ripercorrere la Prima Grande Guerra

che causò diciassette milioni di morti, e l’epoca buia

di Stalin: la Gulag, i troppi civili uccisi da massacri.

Purghe, campi di lavoro, deportazioni e carestie.

Non basterebbero gli stessi milioni di lavacri

per purificare tali crimini storici tra i più efferati…

E intanto un bambino fuori nel cortile

bestemmia Cristo con un dito nel naso.

Leggo dei sessanta milioni di caduti nella Seconda

Guerra Mondiale, e intanto il sole volge all’occaso.

Della collettivizzazione forzata cinese, di Mao Zedong

e la Repubblica Popolare cinese… col naso all’insù

mi sopraggiunge un inaspettato magone che mi coglie

divisando le scie lassù siano le lacrime di Dio.

Dalla guerra sporca mi distolgono ciurmaglie

di ragazzotti che orinano nelle bottiglie vuote di birra.

Forse vi trovate solo col naso dentro un aleatorio

impromptu, o soltanto meramente mi sbaglio.

Forse una vitella è più di una costoletta, e forse

non è tutto latte vaccino… o puramente caglio. 

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Ore 7,30 è ancora presto ma la città inizia già a brulicare.
L’odioso rumore del camion della spazzatura e la luce dei suoi lampeggianti irrompono nel silenzio della minuscola cucina in disordine. Lei è già alla finestra, la stalker. Inizia presto la sua missione contro l’umanità con la tazzina del caffè in mano, la camicia da notte logora e macchiata che strascica sul pavimento unto . E’ l’ora del dottor Fabrizi, esce dal portone a passo spedito e lei lo segue fin dove può. Di lui conosce le abitudini, sa che esce ogni mattina alla stessa ora, di fretta e si aggiusta la cravatta mentre cammina. Pochi istanti prima che svolti l’angolo per prendere l’auto parcheggiata e lei osserva com’è vestito; oggi ha la giacca scura ;il colletto della camicia bianca si adagia morbidamente alla pelle abbronzata. Dopo qualche istante lo vede in macchina fermo al semaforo, sul sedile del passeggero la valigetta e i soliti fogli sparsi. Non sa, il dottor Fabrizi, che il paraurti della sua macchina è ammaccato perché lei, la stalker, in un gesto di folle ira, l’ha colpito con un martello, volutamente e ripetutamente. Questo perché dopo infinti pedinamenti, un giorno tentò un approccio chiedendogli un’informazione. Fabrizi abituato all’eleganza e bellezza delle sue donne non riuscì a trattenere una smorfia di disapprovazione per l’odore nauseabondo che usciva da quella bocca , una piccola fessura screpolata malamente pennellata da un rossetto esagerato. Da allora la stalker, passando davanti al portone, sputa sul suo campanello, altre volte scrive sui cartelloni pubblicitari insulti anagrammando il suo nome e cognome. Si chiama Ernesta, è un’ombra malvagia; chi la conosce la evita. Soffre di cuore, è in lista da anni per un trapianto.
Ore 8,00 ormai la frenetica attività online è già in atto. Ernesta controlla tutti i profili WhatsApp, per verificare chi si è già connesso e da che ora. Ha una rubrica immensa di contatti costruita negli anni, per lo più all’insaputa dei diretti interessati. Controlla se qualcuno ha modificato la propria immagine del profilo, ingrandisce le foto, le scruta, le giudica e le passa nel dettaglio. Poi sui social, stesso parsimonioso controllo.
Ore 8,20 altra postazione dalla finestra del bagno , è l’ora delle mamme che portano i figli a scuola. Odia quei mocciosi che frignano e odia le loro madri che li hanno messi al mondo. Ah… se fossero figli suoi ! Quattro sberle e un calcio per metterli a tacere, l’educazione prima di tutto ! Dalla finestra fuma, fuma, guarda il balcone di sotto dove immancabilmente lancia le sue cicche. Uno sguardo arcigno ai panni stesi della signora Anna, detesta quelle vezzose mutandine che ha appeso e le lenzuola azzurre che sventolano leggiadre ,vorrebbe sputarci ma sono troppo lontane e torna alla ricerca frenetica nelle fitte maglie della rete.
Ore 11,00 esce senza una meta, mimetizzandosi tra la gente. Un’apparente vecchina, pelle smorta e rugosa, sorriso spento, capelli arruffati color paglia. Anche oggi è in cerca di una preda. Le prede sono le persone da abbindolare. Le piace impersonare il ruolo della professoressa in pensione. Sull’autobus, nei luoghi affollati della città attacca bottone qua e là spacciandosi per una bella persona dedita alla cultura e al volontariato. Dalle persone buone, succhia l’energia che le serve per vivere. Si avvicina ai giovani, agli uomini eleganti e alle belle donne che detesta e maledice …ma che le servono. Ruba l’allegria e vitalità che trasforma nella malvagità che la tiene in vita.
Ore 13,00 seduta su una panchina, circondata dai piccioni, consuma il panino che ha per pranzo. L’odio è una schiuma che monta nel suo cervello. Ha il desiderio di far del male, non può resistere, deve cercare una preda da sminuzzare con i suoi artigli. Si guarda attorno, la smorfia della cattiveria si trasforma in un urlo di dolore, si accascia con rimasugli di salsiccia e bava che colano dai denti. Sirene, ambulanza… Ernesta è già in un letto di ospedale.
Sempre ore 13,00 altra parte della città…Annalisa, 20 anni, casco slacciato viene sbalzata dal suo motorino sull’asfalto. Sirene, ambulanza, ospedale. Un medico che trastulla i lembi bianchi del camice dice a mamma e papà che per la loro piccola donna non c’è più niente da fare.
Ore 13,00 stesso ospedale, Claudia, 32 anni, tre figli, un marito amorevole che le tiene la mano e osserva quei fili e tubicini che la tengono in vita… ancora per quanto ? Per poco, lo sa, glielo hanno già detto.
Ore 15,00 tre donne, stesso ospedale, diverso destino.
Annalisa, labbra di pesca, occhi da cerbiatto, voce argentina… quella voce è spenta. C’è poco tempo, il bisturi sta già squarciando la pelle. I suoi genitori hanno acconsentito alla donazione degli organi.
Claudia, il suo nome nella lista d’attesa dei trapianti di cuore viene dopo quello di Ernesta. Sente il calore della mano del suo compagno farsi sempre più tiepido. Ha già varcato il tunnel gelido che la allontana dalla vita, trascinata da una scia inarrestabile si sente risucchiare dal buio, non ci sono appigli, non può frenarsi. …Non può succedere adesso, non è pronta! Vorrebbe gridare “ Vi amo !!! “ ma non c’è suono che esca dalle sue labbra già rigide. Il tunnel nero si chiude alle sue spalle.
Ernesta è sul letto della sala operatoria ,il corpo sembra un fantoccio inerme. Ma l’odore del sangue risveglia l’odio. Alcuni istanti di interminabile silenzio l’hanno tenuta sospesa nel limbo e poi un ticchettio nuovo. Sotto le palpebre l’istinto della carogna ride. Il destino è dalla sua parte, la sua missione nel male potrà ricominciare. Ma questo ticchettio è da addomesticare, educare alla menzogna, alla cattiveria fino a corromperlo irrimediabilmente.
E’ notte.
Attorno a due letti dell’ospedale dei familiari si stringono in un comune dolore. E’ un dolore denso come la nebbia sui campi d’inverno. La carogna, sola nel suo letto, ride. Anche questa volta sopravvive a tutto. Un’eco di lacrime le giunge come un buon augurio, sopravvivere schiacciando l’amore altrui è la sua rivincita. Tornerà, tornerà alle sue luride finestre a sputare sugli altri come solo e sempre sa fare.
Ore 2.00.
Il dottor Fabrizi rientra a casa, è stata una giornata faticosa, il trapianto è andato bene, dovrebbe essere fiero del suo lavoro, ma si sente disorientato, stranito, deluso e non sa perché, si affloscia nella poltrona e non riesce a dormire.
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