Avrei dovuto capirlo fin da che giocavo gattoni con il mio gattiger insieme al nostro supergattone Neve. Papà metteva il costume giallo-grigio con la scritta

C.F.S. da supereroe e alle prime luci 
usciva con un bacio e il passo lieve… per non svegliare me e la mamma, gatton gattoni fino al gatto delle nevi.

Lo seguiva Neve con agilità gattesca fin nel vialetto per guardarlo andare via. 
Poi rientrava dalla gattaiola. Un fragore come di saracinesca ci svegliò una

mattina… un trapestio, e da quel giorno non rientrò. 
Non sapemmo mai, ma il rigattiere in fondo alla strada giù all’angolo con Piazzetta Gattamelata

non mostrò più da allora in vetrina la sua preziosa mazzagatto sabauda a due canne.

Stavamo in alloggio da un ex gendarme al servizio di un magistrato, finito in gattabuia, un bugigattolo, ma poi papà fu trasferito tra Gattinara e Gattico.

E mi regalò gatto Mammone, spaventoso! Perché spelacchiato e monocolo, ma un gattino tanto dolce da render gattofilo anche il più elurofobico acrimonioso.

Qui abitavamo in una vecchia casa vicino a un prato di gattaie… quanti calci al pallone e pisolini all’ombra del grande gattice. E quanti tamagotchi ho fatto

morire con i miei modi adagini… 
Stavamo proprio bene, ma poi un giorno il capogatto di mamma! E la lunga degenza in ospedale. Anche lei non è più

rientrata. 
A papà offrirono il distaccamento a Lampedusa come ufficiale. Mi piacevano sia i gattinaresi che i gatticesi, così restai in vicolo Gatto.

Anche perché m’ero fatto degli amici e andavo al liceo “Giuseppe Tomasi”. Poi conobbi la tua mamma in ferie a Gatteo Mare, e vi piantammo radici.

Gatto Mammone si trasferì dal nonno perché lei soffriva di ailurofobia. Ma era anche una gattamorta, e una notte aggattonando ci lasciò da soli…

Ma oramai siamo gatteesi tu ed io. Ricordo ancora quegli occhi color laguna da gatta ci cova quando vide l’occhio di gatto col suo gatteggiamento, che le

donai. 
Ma tanto va la gatta al lardo che il mattino dopo non trovai più le sue cose. Avrei dovuto intuire, come ogni bagatto anche se solo degli arcani minori

del destino, che soffriva di gattipardismo, 
oppure no... dal primo giorno.

Dal long playng di Gatto Panceri nel giradischi alle hit parade 
di Oscar su musicassetta nel walkman.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Tra i corridoi, vari volti mi guardano e mi comunicano varie emozioni.
Tristezza per lo più e sconforto, solitudine.
Il ticchettio dell' orologio da parete, fa scorrere il tempo lento.
Lo percepisco io, da persona esterna alla struttura.
Sono al secondo piano del Rsa, a trovare la mia nonna che ha rotto il femore, alcune settimane fa.
Tante persone nella sala, sono sedute ad aspettare la cena.
Hanno accanto infermieri e addetti all'assistenza.
Sono solo le 17 e stanno già preparando il tavolo per cenare.
Gli infermieri controllano il diabete, gli danno le medicine che devono prendere.
Qualcuno sorseggia un po' di acqua e inganna l'attesa guardando una piccola televisione con volume basso.
Ci sono una quindicina di persone in un tavolo rotondo e tutte si guardano tra loro.
Sono annoiati dalla solita routine, letto, bagno, mangiare e di nuovo camera.
Qualcuno mi chiede chi sono e io gli rispondo, iniziando così a farmi conoscere e a conoscere un po' di loro.
Il loro nome, gli anni, la loro storia.
Mi commuovo dentro e mando via le lacrime.
Tante persone aspettano i parenti e non sanno se verranno oggi o domani.
È dura essere li per tanti che vorrebbero essere a casa con la propria famiglia.
A volte le condizioni non lo permettono e allora li mettono nel Rsa o in casa di riposo.
Basta dare un poco di sé, dire due parole e vedi già i loro volti colorarsi di vita, di sole, di speranza.
Ed è questo che è importante, dare un po' di calore.
Rendiamo così migliore la giornata di qualcuno, ne sarà felice.
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Profilo Autore: Passione infinita  

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Difficile capire i propri sentimenti reali,

amore e gelosia si intrecciano indissolubilmente. 

La perdita della persona amata aiuta a fare chiarezza,

beffardamente,

lasciando mari di rimpianti,
sensi di colpa;

neii quali dibattersi,

disperatamente,

cercando appigli,

di qualsiasi genere,

per sopravvivere,

Alle onde,

della solitudine.

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Profilo Autore: Aspera  

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MODO ANTICO
Così si scriveva molti anni fa, in un rigoroso foglio bianco, con penna stilografica con qualche cancellatura qua e là, perché ti accorgevi ti aver sbagliato il tempo di un verbo.

Ogni giorno che passa sento nostalgia della tua dolcezza; del tuo sorriso quando mi guardi. Mi mancano i tuoi occhi profondi, sinceri e vertiginosi come la tua bocca; le tue labbra lisce, calde e fredde, passionali e delicate.
Mi mancano i tuoi capelli e le loro trasformazioni, la tua fronte. Mi manca il tuo sudore, il tuo odore, il tuo profumo, il profumo del tuo collo.
Mi mancano le cose semplici di te.
Mi manca il tuo respiro ed ogni tuo sospiro mentre ti accarezzo e ti bacio. Mi mancano i tuoi baci, dolci, provocanti; senza dimenticare la tua lingua. Mi manca quando vinci, quando perdi, quando esulti e quando ti demoralizzi. Quante cose mi mancano di te, sembrano tante però mi ero e mi sono sbagliato:
mi manchi solo tu…
Il mio volerti, desiderarti, sembra uno strano girotondo e un ballo eterno.
Mi svuoti, mi rubi l’anima. L’aria fresca della sera, invade i miei capelli, il profumo della tua pelle, scuote ancora i miei vestiti, che talvolta accarezzo, per sentirti ancora qua.
Ciao amore mio

MODO MODERNO

Scrivi su di uno schermo ed invii, molte volte dimentichi pure di salvarla, la busta non profuma di te, perché non c’è.

Ciao stronza
Volevo dirti che ho comprato l’ultimo modello dei cellulari della SAMSUNG ( scritto così evidenzia l’importanza dell’acquisto)
è figo fa le foto ed i selfie.
ieri sera sono stato con i miei amici : Stroncapettini, Pettinagrilli e quel puttaniere di Rodolfo a bere al pubbe ci siamo fatti 5 birre per uno che goduta tutti briai Pettinagrilli a pure vomitato sul marciapiede di fronte
( va a capo perché non sa mettere la punteggiatura e non sa usare le h )
poi siamo andati Ha casa mia a sentire la musica
cera qual rompicoglioni del mi babbo ma gli ho detto di andare affanculo
HA università non O dato nemmeno un esame mimporta un accidente basta bere la sera e son contento
te bella come stai? Avrei proprio voglia di scoparti quando vieni su da me ?
perché io da te non posso venire mica posso lasciare gli amici sennò che figura ci faccio vanno a dire che sono innamorato
a proposito ho ( ok un h giusta ) comprato i jeans la taglia 58 io che porto la 48, vedessi belli
ora si che sono elegante e con le stringhe delle scarpe O impiccato 4 lucertole, O fatto anche le foto con il SAMSUNG
forse domani ti telefono, se mi basta la ricarica, perché prima chiamo quei ragazzi, per fissare per domani sera andiamo a bere.
Ciao il tuo amore

Ed io aggiungo ( amore si fa per dire )

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Profilo Autore: Gieffepi  

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Non ricordo di preciso quando ti conobbi, 

sicuramente molto tempo fa, 

da pensare addirittura che ci sei sempre stato.

La tua presenza ha condizionato pesantemente la mia esistenza,
i miei rapporti con le altre persone;

quante volte avrei voluto aprirmi agli altri, confessare il mio bisogno di amore 

di comprensione, 

e tu inflessibile mi dicevi che non era il caso, 

che avevo tutto ciò che serviva, 

che potevo e dovevo farcela da solo, senza mai spiegare  il motivo.

Ti ho odiato  per le difficoltà che mi hai creato,
fino a quando sono riuscito a sfuggire al tuo controllo; 

finalmente sono riuscito a parlare con gli altri delle mie difficoltà;

allora ho capito che preferisco farne a meno piuttosto venire giudicato debole o vittimista.

Avevi ragione, rimani sempre con me,
maledetto mio infinito Orgoglio 

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Profilo Autore: Aspera  

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Era l’autunno del 1980 , lo ricordo perché fu un anno per me particolare. Ogni sabato mattina mi recavo a trovare mio zio Alfio ricoverato nel reparto psichiatrico della Clinica Villa delle Ortensie. Era lì ormai da mesi, la sua patologia si era stabilizzata, ma non      sarebbe  stato in grado di riprendere una vita normale fuori da quelle mura.  Era in una fase di latente serenità, si appisolava spesso, era lento nei movimenti e  ripeteva in continuazione l’esclamazione “ Mon Dieu ! “ .  Gli chiedevo “ Come stai zio ? “ “ Mon Dieu ! , bene, mon Dieu ! “. Era l’ultimo parente che mi rimaneva, provavo per lui tenerezza e affetto e ogni sabato passavamo un’oretta, in giardino se il tempo lo permetteva, mangiando le paste che gli portavo. Mio zio Alfio era un uomo di bell’aspetto, alto, dal portamento signorile e di gran cultura. Anche lì continuava a leggere e allora parlavamo dei libri, un terreno neutro per la sua mente instabile che divenne il ponte che ci univa. La prima volta che andai a trovarlo in quella struttura, rimasi allibito. Mi immaginavo una sorta di manicomio per benestanti, in realtà era il posto più rassicurante che abbia mai frequentato. Allo zio piaceva citare L’idiota di Dostoevskij e ripeteva  tutto d’un fiato : “ C’è anche chi mi crede un idiota, non ho mai scoperto perché. In verità, sono stato talmente malato da non essere molto diverso da un idiota; ma com’è possibile che sia idiota anche adesso, quando, io per primo, mi accorgo che la gente mi considera tale? “ Di solito, mentre chiacchieravo con  lo zio o semplicemente assecondavo i suoi silenzi,  si avvicinava un’infermiera. Aveva di certo superato i cinquanta anni, ma non potevo darle un’età precisa. Si sedeva  accanto allo zio, gli ricordava a che ora sarebbe passata per le pastiglie, poi gli controllava il battito e la pressione e annotava tutto su una cartelletta. Amabilmente chiacchierava con me, mi spiegava che la patologia dello zio era destinata a peggiorare, ma che avrei dovuto continuare a venire trovarlo perché gli faceva bene. La trovavo una persona premurosa e garbata e le offrivo una pasta. Ad un certo punto questa infermiera sparì, non la vidi più e chiesi allo zio che sembrava non capire. Passarono diverse settimane, così, un sabato piovoso  che fummo costretti a stare in uno dei divanetti del salottino a piano terra, mi rivolsi al personale della reception. Mi guardarono strabuzzando gli occhi, nessuna delle loro infermiere corrispondeva a quella descrizione, tanto più che nell’ora delle visite non si provava la pressione a nessuno. Ad un certo punto le due ragazze alle quali mi ero rivolto si guardarono e iniziarono a ridere, ma ridere così tanto che di riflesso risi anch’io. Sapete cosa c’era di divertente ? Beh ,me ne vergogno un po’, ma per mesi avevo scambiato una paziente per un’infermiera. Mi raccontarono che da anni era convinta di stare lì per curare gli altri, i matti, come spesso li chiamava. Aveva avuto una pesante ricaduta ed era ricoverata al piano superiore, nel reparto delle patologie gravi. Mi spiegarono che la sua malattia era la miglior difesa da se stessa  visto che in gioventù sgozzò la sorella mentre tranquillamente dormiva nel letto accanto. La tenevano sedata ed isolata perché nello stato in cui era  tornava ad essere pericolosa, brandelli di realtà si riaffacciavano nella sua mente e scatenavano la sua indole malvagia. A questo punto, mi passò la voglia di ridere e mi chiesi se io e lo zio avessimo passato qualche pericolo standole accanto.

 Capii quanto è fragile il confine della pazzia e divenni più diffidente non tanto quando andavo a Villa Ortensia, ma nella realtà di tutti i giorni, in quella giungla d’asfalto che era la mia vita.

 

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Profilo Autore: neveamarzo  

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Maria era sdraiata sul letto della squallida stanza, osservando le crepe dell’intonaco sulla parete pensò che  sarebbe bastato grattare un po’ la superficie per scoprire cosa si nascondesse sotto, proprio come nel suo caso. Tutto ruotava intorno alla canonica e all’umile Don Salvo, voleva scoprire di più, ma doveva essere astuta e cauta. Attese la sera per uscire, girò intorno alla chiesa e arrivò all’adiacente canonica, lì c’era una finestra appartata e nascosta dalla frondosa chioma di un  platano. La fortuna era dalla sua parte, la finestra era aperta. Si arrampicò con agilità e si introdusse in una stanza buia e ingombra di oggetti sacri. All’inizio l’oscurità era totale, ma lentamente le sue pupille si dilatarono e le consentirono di distinguere le sagome in quella stanza odorosa d’incenso e legno antico. C’era un enorme crocefisso usato per le processioni adagiato malamente in un angolo, una parete di grazie ricevute impolverate e un inginocchiatoio spinto contro un armadio chiuso con una pesante chiave d’ottone. Spostò lentamente l’inginocchiatoio che scricchiolò debolmente e girò la chiave con cautela per far meno rumore possibile. Nell’armadio c’erano appese diverse tonache e i paramenti del parroco, ma una spiga di luce, proveniente dalla strada, fece luccicare il bordo di una scatola di metallo. Il cuore di Maria iniziò a galoppare e il fiato le si spezzò in gola quando riconobbe la scatola dei biscotti Doria identica a quella che possedeva lei. L’istinto le diceva di aprirla subito, ma la ragione ebbe la meglio. La prese, richiuse l’armadio e riposizionò l’inginocchiatoio con precisione. Infilò la scatola nel suo zainetto e come un gatto, sgattaiolò fuori dalla finestra. La notte non portava alcuna frescura, anzi l’umidità era così densa che i capelli le si incollavano sul collo e sulla fronte. Quando fu in camera, chiuse le imposte e si sedette sul letto accendendo solo la minuscola abat jour del comodino. Estrasse con cura la scatola e la aprì lentamente. C’erano delle carte legate da un elastico e delle fotografie. Una delle carte era un certificato di nascita, il suo. Anna non era sua sorella, ma sua madre; l’aveva partorita a soli sedici anni e si era occupata di lei dalle suore per poco tempo prima di andarsene e lasciarla in adozione. Le foto di loro due erano tristi, sua madre era poco più di una bambina, goffamente vestita e mal pettinata. Aveva l’aria stanca e affaticata. Lei invece era rosea e sorridente, ignara di tutto.  Si lasciò cadere sul letto e fissò le crepe sulle parete, avrebbe dovuto ignorare la sua curiosità, la sua voglia di capire le stava procurando solo dolore.  Avrebbe dovuto essere grata alla vita per essere stata adottata da una splendida famiglia benestante che l’aveva cresciuta, amata, guidata verso i sogni di un promettente futuro. E invece era lì, a grattare le parvenze e scavare quello che gli altri avevano ridipinto a nuove tinte . Ormai non poteva tornare indietro e si maledisse per questo. Passò la notte in preda agli incubi, in un letto che divenne il sudario di sconosciute pene si convinse di voler sapere chi fosse sua madre e come fosse morta davvero. Sentì un dolore bruciarle dentro, iniziava a percepirsi diversa, come non si era mai sentita in tutta la sua vita. Il giorno dopo si alzò presto, pagò il conto e senza far colazione se ne andò. Passarono i giorni in modo confuso; le amiche e i suoi genitori le chiedevano se stesse bene e lei rispondeva di essere un po’ stanca per il lavoro o il caldo. Finalmente, una sera, riprese la scatola di latta e decise di continuare, aveva contattato un detective privato al quale avrebbe consegnato tutto e dato l’incarico di scoprire la verità.

La verità arrivò prima del previsto come un pugno in faccia che stordisce. Sua madre era stata violentata dal padre fin da bambina, una volta rimasta incinta la famiglia la allontanò mettendola dalle suore che la fecero partorire e diedero lei in adozione. Dopo alcuni anni di vita sbandata, dentro e fuori dal convento, trovarono ad Anna una sistemazione come perpetua in Emilia da Don Salvo. Lei e il parroco divennero amanti, ma l’unico amore di sua madre fu il denaro. Lì le ricerche si arenavano e ogni traccia finiva infossata tra gli sguardi ambigui degli abitanti del paesotto. L’investigatore raccolse parecchie discordanze e i dubbi che non si fosse impiccata erano molti, ma nessuna prova certa che portasse ad un’altra verità venne fuori tanto più che Don Salvo,invecchiato e instupidito dalla demenza senile, venne messo a riposo in un ospizio sconosciuto.

Passarono gli anni, nuovo intonaco su vecchie pareti aveva nascosto i segreti che aveva scoperto. Maria aveva continuato a vivere come sempre, ma da allora non era più la stessa. Faceva di tutto per non farlo percepire a chi la conosceva, ma spesso il suo sguardo si adombrava irrimediabilmente distante da tutto. A volte sentiva una sete incolmabile e beveva senza dissetarsi come se l’acqua si asciugasse prima di arrivarle in gola. Lo specchiò però non mentiva, e ogni giorno passava sempre più tempo a truccarsi e vestirsi, le sembrava che una ruga a lato del viso la incidesse come un solco e gli occhi sempre più grigi avessero l’umore della morte. Una domenica mattina, dopo aver passato la notte a fissare il nulla,si vestì e truccò di tutto punto, mandò dei messaggi di buon giorno alle amiche e prese la sua pashmina preferita, quella rosa di seta.

La trovò la donna delle pulizie, appesa in camera sua: sul letto due vecchie scatole di biscotti Doria, vuote.

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Profilo Autore: neveamarzo  

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Nel 1982 il piccolo paese emiliano cresceva adeguandosi lentamente alla modernità, così quando Maria arrivò in sella alla sua Guzzi rossa non passò inosservata. Gli uomini nel Bar Sport la scrutarono da sopra gli occhiali tenendo stretto il mazzo delle carte. Agostino, il più anziano, esclamò che non c’era più religione e che un uomo con due dita di testa non avrebbe mai sposato una donna del genere, anche se doveva ammettere che era un bel pezzo di femmina. Lei si tolse il casco lasciando cadere lentamente la fluente chioma ramata sulle spalle fiere e si guardò intorno cercando di capire se oltre alla piazza, al sagrato della chiesa e a una manciata di casupole ci fosse qualcosa d’altro in quel posto. Indugiò sulle sue gambe snelle poi si diresse verso il bar, l’unico posto che in quel momento brulicava di gente. Ordinò un caffè e chiese se vi fosse una camera per passare lì qualche notte. Il barista alzò il sopracciglio e la scrutò con diffidenza; di gente forestiera ne passava davvero poca da quella parti; gli ultimi erano stati qualche mese fa degli operai che avevano lavorato  alla nuova rete elettrica e lì, non ci si  finiva né per caso né per farsi una vacanza. Tuttavia racimolare quattro soldi non era una brutta cosa, quindi le sorrise e rispose che proprio sopra al bar c’era la possibilità di affittare una modesta, ma comoda, camera da letto con bagno. Maria entrò nella stanza sfidando la penombra e lo squallore la invase insieme all’odore della naftalina. Seduta sul letto sprofondò lo sguardo nella sgualcita carta da parati fino a perdersi. Cosa ci faceva lì? Forse aveva sbagliato tutto; dar voce ai propri sospetti sfidando l’incognito ora la metteva a disagio. Avrebbe voluto tornarsene nel suo appartamento nel centro della Milano bene che amava follemente, ma c’erano ancora troppi tasselli fuori posto. Tutto era cominciato quel giorno che, riordinando i cassetti, trovò la vecchia scatola di latta dei biscotti Doria con le foto del suo passato in orfanotrofio. In una vecchia stampa polaroid c’era lei di pochi mesi in braccio ad una ragazzina con i capelli ramati lunghi e fluenti così simili ai suoi. S’era allora immaginata che tra loro dovesse esserci qualcosa in più di una sfortunata coincidenza e s’era abituata all’idea che potesse essere sua sorella. Dalle suore però ricevette solo poche e confuse informazioni, non un cognome, né un indirizzo, ma solo la certezza che ad un certo punto quella ragazzina di nome Anna,  divenuta giovane donna se ne andò a vivere proprio in quel paese emiliano dove ora  lei era approdata.

La mattina presto Maria aprì le imposte e l’aria umida del mattino la nauseò, ma si fece coraggio e si lasciò attrarre dai gesti parsimoniosi di una donna che dava da mangiare ad alcuni gatti.  Era una donna dall’aria trasandata, capelli lunghi neri striati di bianco e arruffati, ma dai modi calmi e oltremodo gentili. Maria aggiustò la chioma in una morbida e lunga treccia, indossò i jeans e una maglia comoda e scese di corsa al bar. Mentre ordinava la colazione chiese informazioni sulla donna che aveva scorto dalla finestra e il barista ridendo le disse di lasciar perdere quella che era la matta del paese e parlava solo con gli animali. Bene, la matta faceva proprio al caso suo, in quel momento la riteneva l’unica fonte affidabile alla quale rivolgersi. E fu davvero sorprendente. La donna la accolse subito con un sorriso sdentato e umile in una catapecchia malamente arredata, le offrì un caffè che sapeva di bruciato, ma le regalò una serie d’informazioni eclatanti. Le rivelò che Anna era stata la serva del parroco e svolgeva una vera e propria attività di strozzinaggio all’interno della canonica. Più della metà del paese si rivolgeva a lei per avere denaro in prestito a tassi indicibili.  Si disse che era morta d’infarto anche se tutti sapevano che il parroco l’aveva trovata impiccata con le banconote in gola. Ma… ma la matta aggiunse altro, quello che nessuno ancora sapeva e che lei non aveva mai potuto raccontare certa di non essere creduta nemmeno dai carabinieri. Quel giorno di dieci anni fa lei si aggirava sotto le finestre della canonica per dar da mangiare ai gatti, aveva bevuto è vero, ma non più del solito e non tanto da non capire ciò che aveva visto.  Don Salvo emetteva dei rantoli e versi come di chi stesse facendo un gran sforzo. E allora sbriciò incuriosita. Il parroco trascinava il corpo di Anna, le legava una corda al collo e le ficcava in gola manciate di banconote. Sì quell’immagine non l’aveva né sognata né immaginata, era sconvolgente, nitida e reale. Scappò a piedi nudi invisibile come sempre e andò al fiume a lavarsi per sciacquarsi da dosso l’orrore al quale aveva assistito. Gli anni passarono anonimi, come la sua esistenza all’ombra di un paese indaffarato a badare a se stesso, ma ora raccontare ciò che aveva visto era come riscoprire che esiste la luce del sole, la primavera e l’arcobaleno.  Maria inghiottì l’ultimo sorso di quell’orribile liquido oleoso spacciato per caffè e prese la donna per le mani. La verità, suo malgrado voleva venire a galla, lo faceva attraverso la voce traballante di una matta sincera alla quale lei credeva.  Era solo l’inizio, ma non si sarebbe tirata indietro sentendosi indissolubilmente legata a quei fatti orribili e al momento ancora inspiegabili.

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Negli anni settanta, in un piccolo ma florido paese della campagna emiliana , Anna era la serva del parroco.  Pia, premurosa e attenta era in egual modo donna ruvida, scaltra e furba. Garbatamente abbigliata di grigio, abbottonata fino al mento anche d’agosto quando l’afa si taglia a fette, la cara Anna era in realtà il burattinaio del traballante teatrino di quel paesotto rigoglioso e bigotto. Senza famiglia e senza un passato di lei si sapeva solo che aveva vissuto dalle suore fino ai venticinque anni svolgendo lavori da umile serva finché , raccomandata da una di loro, si trasferì come perpetua da Don Salvo.  Arrivò intimorita, con lo sguardo al pavimento e nel giro di un solo anno aveva già in mano le chiavi della sacrestia e della cassetta dei risparmi. Ogni giorno, dopo aver preparato il pranzo, sistemato i fiori sull'altare e annotato gli impegni giornalieri suddivisi in messe, battesimi, funerali  e altro, si dedicava all'altro. 

Seduta in un angolo della sacrestia attendeva gli sventurati, quei poveri cristiani bisognosi che necessitavano di un sostegno più materiale che spirituale e lei,  con caritatevole ed equa  cupidigia concedeva sia l’uno che l’altro. La consistenza e l’odore delle banconote era un piacere sublime; annotare cifre che aumentavano giornalmente era fonte di inesauribile goduria. E più il denaro aumentava più ne desiderava senza mai spenderne una moneta, insensibile al malvagio scenario che giornalmente gestiva con cura. Tutti sapevano, tutti tacevano quel rito profano che avveniva tra le sacre mura di una disadorna sacrestia , sotto gli occhi distratti di uno stanco parroco di paese incapace di intervenire, di giudicare, di farsi domande se non quale pietanza ci fosse nel suo piatto. Anna, si prendeva la sua rivincita su una vita grigia come il dolcevita che indossava ; così infliggere sofferenze spacciandole per opere di bene era il nettare che dissetava il suo odio atavico per la vita. Ma l’insaziabile cupidigia finì per distruggerla e la portò alla sola via d’uscita da quella insulsa esistenza. La trovò il parroco in una piovigginosa mattina di novembre del 1972 con la corda al collo ,le gambe penzoloni, gli occhi sbarrati e delle banconote che le uscivano dalla bocca. Chissà quante ne aveva ingoiate prima di bruciare le rimanenti .Si disse che era morta d’infarto e di nascosto, senza nemmeno farle il funerale, venne sepolta dalle suore che l’avevano cresciuta. Il paesotto, parlò poco e a sottovoce, evitando accuratamente ogni lontano riferimento alle opere di bene che la vedevano protagonista in sacrestia. Tutte le sue cose sparirono e la sua breve permanenza al paese venne cancellata con la rapidità con la quale si fanno sparire le magagne scomode a tutti. Don Salvo non volle avere più nessuna perpetua  se non un vecchio sacrestano che alla sera restava con lui a bere un bicchiere di vino rimanendo in silenzio per ore intere e scuotendo di tanto in tanto la testa o alzando le spalle esclamando banali commenti sull'unico argomento che avevano in comune : il calcio.  Ma quello che gli uomini cancellano, il tempo fa riaffiorare…

 

 

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Nata a luglio,
in un' estate calda,
(non questa da pinguini in accapatoio)
sono sensibile e permalosa.
Guardo tutto con occhi curiosi.
Chi, quando, come, dove?
Allegra mi piace cantare stonando,
inventando parole e cruciverba..
Dimmi la parola giusta, su!
Potresti entrare a caduta libera..
Amo gli animali,
parlare con loro.
Imitarli in modo simpatico
e la musica, oh si.
Volume alto alla radio,
e schiaccio sull' acceleratore..
fast andare furius in diretta!
(attenta al limite velocità, freno)
Amo l' amore con la A masciuscola,
come un fantastico muller,
con ciambelle al cioccolato.
Mi piace sognare fino a che
la sveglia non suona e mi catapulto
fuori dal letto.
Infilo le infradito al contrario,
spalanco le finestre
e inizio con ironia la mia giornata,
assieme a un caffè e due gocciole,
anzi anche tre  quattro!
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