Ore 7,30 è ancora presto ma la città inizia già a brulicare.
L’odioso rumore del camion della spazzatura e la luce dei suoi lampeggianti irrompono nel silenzio della minuscola cucina in disordine. Lei è già alla finestra, la stalker. Inizia presto la sua missione contro l’umanità con la tazzina del caffè in mano, la camicia da notte logora e macchiata che strascica sul pavimento unto . E’ l’ora del dottor Fabrizi, esce dal portone a passo spedito e lei lo segue fin dove può. Di lui conosce le abitudini, sa che esce ogni mattina alla stessa ora, di fretta e si aggiusta la cravatta mentre cammina. Pochi istanti prima che svolti l’angolo per prendere l’auto parcheggiata e lei osserva com’è vestito; oggi ha la giacca scura ;il colletto della camicia bianca si adagia morbidamente alla pelle abbronzata. Dopo qualche istante lo vede in macchina fermo al semaforo, sul sedile del passeggero la valigetta e i soliti fogli sparsi. Non sa, il dottor Fabrizi, che il paraurti della sua macchina è ammaccato perché lei, la stalker, in un gesto di folle ira, l’ha colpito con un martello, volutamente e ripetutamente. Questo perché dopo infinti pedinamenti, un giorno tentò un approccio chiedendogli un’informazione. Fabrizi abituato all’eleganza e bellezza delle sue donne non riuscì a trattenere una smorfia di disapprovazione per l’odore nauseabondo che usciva da quella bocca , una piccola fessura screpolata malamente pennellata da un rossetto esagerato. Da allora la stalker, passando davanti al portone, sputa sul suo campanello, altre volte scrive sui cartelloni pubblicitari insulti anagrammando il suo nome e cognome. Si chiama Ernesta, è un’ombra malvagia; chi la conosce la evita. Soffre di cuore, è in lista da anni per un trapianto.
Ore 8,00 ormai la frenetica attività online è già in atto. Ernesta controlla tutti i profili WhatsApp, per verificare chi si è già connesso e da che ora. Ha una rubrica immensa di contatti costruita negli anni, per lo più all’insaputa dei diretti interessati. Controlla se qualcuno ha modificato la propria immagine del profilo, ingrandisce le foto, le scruta, le giudica e le passa nel dettaglio. Poi sui social, stesso parsimonioso controllo.
Ore 8,20 altra postazione dalla finestra del bagno , è l’ora delle mamme che portano i figli a scuola. Odia quei mocciosi che frignano e odia le loro madri che li hanno messi al mondo. Ah… se fossero figli suoi ! Quattro sberle e un calcio per metterli a tacere, l’educazione prima di tutto ! Dalla finestra fuma, fuma, guarda il balcone di sotto dove immancabilmente lancia le sue cicche. Uno sguardo arcigno ai panni stesi della signora Anna, detesta quelle vezzose mutandine che ha appeso e le lenzuola azzurre che sventolano leggiadre ,vorrebbe sputarci ma sono troppo lontane e torna alla ricerca frenetica nelle fitte maglie della rete.
Ore 11,00 esce senza una meta, mimetizzandosi tra la gente. Un’apparente vecchina, pelle smorta e rugosa, sorriso spento, capelli arruffati color paglia. Anche oggi è in cerca di una preda. Le prede sono le persone da abbindolare. Le piace impersonare il ruolo della professoressa in pensione. Sull’autobus, nei luoghi affollati della città attacca bottone qua e là spacciandosi per una bella persona dedita alla cultura e al volontariato. Dalle persone buone, succhia l’energia che le serve per vivere. Si avvicina ai giovani, agli uomini eleganti e alle belle donne che detesta e maledice …ma che le servono. Ruba l’allegria e vitalità che trasforma nella malvagità che la tiene in vita.
Ore 13,00 seduta su una panchina, circondata dai piccioni, consuma il panino che ha per pranzo. L’odio è una schiuma che monta nel suo cervello. Ha il desiderio di far del male, non può resistere, deve cercare una preda da sminuzzare con i suoi artigli. Si guarda attorno, la smorfia della cattiveria si trasforma in un urlo di dolore, si accascia con rimasugli di salsiccia e bava che colano dai denti. Sirene, ambulanza… Ernesta è già in un letto di ospedale.
Sempre ore 13,00 altra parte della città…Annalisa, 20 anni, casco slacciato viene sbalzata dal suo motorino sull’asfalto. Sirene, ambulanza, ospedale. Un medico che trastulla i lembi bianchi del camice dice a mamma e papà che per la loro piccola donna non c’è più niente da fare.
Ore 13,00 stesso ospedale, Claudia, 32 anni, tre figli, un marito amorevole che le tiene la mano e osserva quei fili e tubicini che la tengono in vita… ancora per quanto ? Per poco, lo sa, glielo hanno già detto.
Ore 15,00 tre donne, stesso ospedale, diverso destino.
Annalisa, labbra di pesca, occhi da cerbiatto, voce argentina… quella voce è spenta. C’è poco tempo, il bisturi sta già squarciando la pelle. I suoi genitori hanno acconsentito alla donazione degli organi.
Claudia, il suo nome nella lista d’attesa dei trapianti di cuore viene dopo quello di Ernesta. Sente il calore della mano del suo compagno farsi sempre più tiepido. Ha già varcato il tunnel gelido che la allontana dalla vita, trascinata da una scia inarrestabile si sente risucchiare dal buio, non ci sono appigli, non può frenarsi. …Non può succedere adesso, non è pronta! Vorrebbe gridare “ Vi amo !!! “ ma non c’è suono che esca dalle sue labbra già rigide. Il tunnel nero si chiude alle sue spalle.
Ernesta è sul letto della sala operatoria ,il corpo sembra un fantoccio inerme. Ma l’odore del sangue risveglia l’odio. Alcuni istanti di interminabile silenzio l’hanno tenuta sospesa nel limbo e poi un ticchettio nuovo. Sotto le palpebre l’istinto della carogna ride. Il destino è dalla sua parte, la sua missione nel male potrà ricominciare. Ma questo ticchettio è da addomesticare, educare alla menzogna, alla cattiveria fino a corromperlo irrimediabilmente.
E’ notte.
Attorno a due letti dell’ospedale dei familiari si stringono in un comune dolore. E’ un dolore denso come la nebbia sui campi d’inverno. La carogna, sola nel suo letto, ride. Anche questa volta sopravvive a tutto. Un’eco di lacrime le giunge come un buon augurio, sopravvivere schiacciando l’amore altrui è la sua rivincita. Tornerà, tornerà alle sue luride finestre a sputare sugli altri come solo e sempre sa fare.
Ore 2.00.
Il dottor Fabrizi rientra a casa, è stata una giornata faticosa, il trapianto è andato bene, dovrebbe essere fiero del suo lavoro, ma si sente disorientato, stranito, deluso e non sa perché, si affloscia nella poltrona e non riesce a dormire.

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Profilo Autore: neveamarzo  

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Commenti  

cordaccia*
+2 # cordaccia* 16-09-2018 11:50
Un racconto condotto con le giuste dosi di suspense,cinism o , rituali di umanità in degrado.
Esistono ,purtroppo, persone con un tarlo malefico ,magari più vicine di quanto crediamo.
Potrebbe essere un'ottima sceneggiatura.
Brava, ciao :)
neveamarzo
# neveamarzo 23-09-2018 14:39
Grazie per la tua gradita attenzione ! Hai centrato il senso del racconto . :roll:

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