Nel 1982 il piccolo paese emiliano cresceva adeguandosi lentamente alla modernità, così quando Maria arrivò in sella alla sua Guzzi rossa non passò inosservata. Gli uomini nel Bar Sport la scrutarono da sopra gli occhiali tenendo stretto il mazzo delle carte. Agostino, il più anziano, esclamò che non c’era più religione e che un uomo con due dita di testa non avrebbe mai sposato una donna del genere, anche se doveva ammettere che era un bel pezzo di femmina. Lei si tolse il casco lasciando cadere lentamente la fluente chioma ramata sulle spalle fiere e si guardò intorno cercando di capire se oltre alla piazza, al sagrato della chiesa e a una manciata di casupole ci fosse qualcosa d’altro in quel posto. Indugiò sulle sue gambe snelle poi si diresse verso il bar, l’unico posto che in quel momento brulicava di gente. Ordinò un caffè e chiese se vi fosse una camera per passare lì qualche notte. Il barista alzò il sopracciglio e la scrutò con diffidenza; di gente forestiera ne passava davvero poca da quella parti; gli ultimi erano stati qualche mese fa degli operai che avevano lavorato  alla nuova rete elettrica e lì, non ci si  finiva né per caso né per farsi una vacanza. Tuttavia racimolare quattro soldi non era una brutta cosa, quindi le sorrise e rispose che proprio sopra al bar c’era la possibilità di affittare una modesta, ma comoda, camera da letto con bagno. Maria entrò nella stanza sfidando la penombra e lo squallore la invase insieme all’odore della naftalina. Seduta sul letto sprofondò lo sguardo nella sgualcita carta da parati fino a perdersi. Cosa ci faceva lì? Forse aveva sbagliato tutto; dar voce ai propri sospetti sfidando l’incognito ora la metteva a disagio. Avrebbe voluto tornarsene nel suo appartamento nel centro della Milano bene che amava follemente, ma c’erano ancora troppi tasselli fuori posto. Tutto era cominciato quel giorno che, riordinando i cassetti, trovò la vecchia scatola di latta dei biscotti Doria con le foto del suo passato in orfanotrofio. In una vecchia stampa polaroid c’era lei di pochi mesi in braccio ad una ragazzina con i capelli ramati lunghi e fluenti così simili ai suoi. S’era allora immaginata che tra loro dovesse esserci qualcosa in più di una sfortunata coincidenza e s’era abituata all’idea che potesse essere sua sorella. Dalle suore però ricevette solo poche e confuse informazioni, non un cognome, né un indirizzo, ma solo la certezza che ad un certo punto quella ragazzina di nome Anna,  divenuta giovane donna se ne andò a vivere proprio in quel paese emiliano dove ora  lei era approdata.

La mattina presto Maria aprì le imposte e l’aria umida del mattino la nauseò, ma si fece coraggio e si lasciò attrarre dai gesti parsimoniosi di una donna che dava da mangiare ad alcuni gatti.  Era una donna dall’aria trasandata, capelli lunghi neri striati di bianco e arruffati, ma dai modi calmi e oltremodo gentili. Maria aggiustò la chioma in una morbida e lunga treccia, indossò i jeans e una maglia comoda e scese di corsa al bar. Mentre ordinava la colazione chiese informazioni sulla donna che aveva scorto dalla finestra e il barista ridendo le disse di lasciar perdere quella che era la matta del paese e parlava solo con gli animali. Bene, la matta faceva proprio al caso suo, in quel momento la riteneva l’unica fonte affidabile alla quale rivolgersi. E fu davvero sorprendente. La donna la accolse subito con un sorriso sdentato e umile in una catapecchia malamente arredata, le offrì un caffè che sapeva di bruciato, ma le regalò una serie d’informazioni eclatanti. Le rivelò che Anna era stata la serva del parroco e svolgeva una vera e propria attività di strozzinaggio all’interno della canonica. Più della metà del paese si rivolgeva a lei per avere denaro in prestito a tassi indicibili.  Si disse che era morta d’infarto anche se tutti sapevano che il parroco l’aveva trovata impiccata con le banconote in gola. Ma… ma la matta aggiunse altro, quello che nessuno ancora sapeva e che lei non aveva mai potuto raccontare certa di non essere creduta nemmeno dai carabinieri. Quel giorno di dieci anni fa lei si aggirava sotto le finestre della canonica per dar da mangiare ai gatti, aveva bevuto è vero, ma non più del solito e non tanto da non capire ciò che aveva visto.  Don Salvo emetteva dei rantoli e versi come di chi stesse facendo un gran sforzo. E allora sbriciò incuriosita. Il parroco trascinava il corpo di Anna, le legava una corda al collo e le ficcava in gola manciate di banconote. Sì quell’immagine non l’aveva né sognata né immaginata, era sconvolgente, nitida e reale. Scappò a piedi nudi invisibile come sempre e andò al fiume a lavarsi per sciacquarsi da dosso l’orrore al quale aveva assistito. Gli anni passarono anonimi, come la sua esistenza all’ombra di un paese indaffarato a badare a se stesso, ma ora raccontare ciò che aveva visto era come riscoprire che esiste la luce del sole, la primavera e l’arcobaleno.  Maria inghiottì l’ultimo sorso di quell’orribile liquido oleoso spacciato per caffè e prese la donna per le mani. La verità, suo malgrado voleva venire a galla, lo faceva attraverso la voce traballante di una matta sincera alla quale lei credeva.  Era solo l’inizio, ma non si sarebbe tirata indietro sentendosi indissolubilmente legata a quei fatti orribili e al momento ancora inspiegabili.

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