Maria era sdraiata sul letto della squallida stanza, osservando le crepe dell’intonaco sulla parete pensò che  sarebbe bastato grattare un po’ la superficie per scoprire cosa si nascondesse sotto, proprio come nel suo caso. Tutto ruotava intorno alla canonica e all’umile Don Salvo, voleva scoprire di più, ma doveva essere astuta e cauta. Attese la sera per uscire, girò intorno alla chiesa e arrivò all’adiacente canonica, lì c’era una finestra appartata e nascosta dalla frondosa chioma di un  platano. La fortuna era dalla sua parte, la finestra era aperta. Si arrampicò con agilità e si introdusse in una stanza buia e ingombra di oggetti sacri. All’inizio l’oscurità era totale, ma lentamente le sue pupille si dilatarono e le consentirono di distinguere le sagome in quella stanza odorosa d’incenso e legno antico. C’era un enorme crocefisso usato per le processioni adagiato malamente in un angolo, una parete di grazie ricevute impolverate e un inginocchiatoio spinto contro un armadio chiuso con una pesante chiave d’ottone. Spostò lentamente l’inginocchiatoio che scricchiolò debolmente e girò la chiave con cautela per far meno rumore possibile. Nell’armadio c’erano appese diverse tonache e i paramenti del parroco, ma una spiga di luce, proveniente dalla strada, fece luccicare il bordo di una scatola di metallo. Il cuore di Maria iniziò a galoppare e il fiato le si spezzò in gola quando riconobbe la scatola dei biscotti Doria identica a quella che possedeva lei. L’istinto le diceva di aprirla subito, ma la ragione ebbe la meglio. La prese, richiuse l’armadio e riposizionò l’inginocchiatoio con precisione. Infilò la scatola nel suo zainetto e come un gatto, sgattaiolò fuori dalla finestra. La notte non portava alcuna frescura, anzi l’umidità era così densa che i capelli le si incollavano sul collo e sulla fronte. Quando fu in camera, chiuse le imposte e si sedette sul letto accendendo solo la minuscola abat jour del comodino. Estrasse con cura la scatola e la aprì lentamente. C’erano delle carte legate da un elastico e delle fotografie. Una delle carte era un certificato di nascita, il suo. Anna non era sua sorella, ma sua madre; l’aveva partorita a soli sedici anni e si era occupata di lei dalle suore per poco tempo prima di andarsene e lasciarla in adozione. Le foto di loro due erano tristi, sua madre era poco più di una bambina, goffamente vestita e mal pettinata. Aveva l’aria stanca e affaticata. Lei invece era rosea e sorridente, ignara di tutto.  Si lasciò cadere sul letto e fissò le crepe sulle parete, avrebbe dovuto ignorare la sua curiosità, la sua voglia di capire le stava procurando solo dolore.  Avrebbe dovuto essere grata alla vita per essere stata adottata da una splendida famiglia benestante che l’aveva cresciuta, amata, guidata verso i sogni di un promettente futuro. E invece era lì, a grattare le parvenze e scavare quello che gli altri avevano ridipinto a nuove tinte . Ormai non poteva tornare indietro e si maledisse per questo. Passò la notte in preda agli incubi, in un letto che divenne il sudario di sconosciute pene si convinse di voler sapere chi fosse sua madre e come fosse morta davvero. Sentì un dolore bruciarle dentro, iniziava a percepirsi diversa, come non si era mai sentita in tutta la sua vita. Il giorno dopo si alzò presto, pagò il conto e senza far colazione se ne andò. Passarono i giorni in modo confuso; le amiche e i suoi genitori le chiedevano se stesse bene e lei rispondeva di essere un po’ stanca per il lavoro o il caldo. Finalmente, una sera, riprese la scatola di latta e decise di continuare, aveva contattato un detective privato al quale avrebbe consegnato tutto e dato l’incarico di scoprire la verità.

La verità arrivò prima del previsto come un pugno in faccia che stordisce. Sua madre era stata violentata dal padre fin da bambina, una volta rimasta incinta la famiglia la allontanò mettendola dalle suore che la fecero partorire e diedero lei in adozione. Dopo alcuni anni di vita sbandata, dentro e fuori dal convento, trovarono ad Anna una sistemazione come perpetua in Emilia da Don Salvo. Lei e il parroco divennero amanti, ma l’unico amore di sua madre fu il denaro. Lì le ricerche si arenavano e ogni traccia finiva infossata tra gli sguardi ambigui degli abitanti del paesotto. L’investigatore raccolse parecchie discordanze e i dubbi che non si fosse impiccata erano molti, ma nessuna prova certa che portasse ad un’altra verità venne fuori tanto più che Don Salvo,invecchiato e instupidito dalla demenza senile, venne messo a riposo in un ospizio sconosciuto.

Passarono gli anni, nuovo intonaco su vecchie pareti aveva nascosto i segreti che aveva scoperto. Maria aveva continuato a vivere come sempre, ma da allora non era più la stessa. Faceva di tutto per non farlo percepire a chi la conosceva, ma spesso il suo sguardo si adombrava irrimediabilmente distante da tutto. A volte sentiva una sete incolmabile e beveva senza dissetarsi come se l’acqua si asciugasse prima di arrivarle in gola. Lo specchiò però non mentiva, e ogni giorno passava sempre più tempo a truccarsi e vestirsi, le sembrava che una ruga a lato del viso la incidesse come un solco e gli occhi sempre più grigi avessero l’umore della morte. Una domenica mattina, dopo aver passato la notte a fissare il nulla,si vestì e truccò di tutto punto, mandò dei messaggi di buon giorno alle amiche e prese la sua pashmina preferita, quella rosa di seta.

La trovò la donna delle pulizie, appesa in camera sua: sul letto due vecchie scatole di biscotti Doria, vuote.

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