Era l’autunno del 1980 , lo ricordo perché fu un anno per me particolare. Ogni sabato mattina mi recavo a trovare mio zio Alfio ricoverato nel reparto psichiatrico della Clinica Villa delle Ortensie. Era lì ormai da mesi, la sua patologia si era stabilizzata, ma non      sarebbe  stato in grado di riprendere una vita normale fuori da quelle mura.  Era in una fase di latente serenità, si appisolava spesso, era lento nei movimenti e  ripeteva in continuazione l’esclamazione “ Mon Dieu ! “ .  Gli chiedevo “ Come stai zio ? “ “ Mon Dieu ! , bene, mon Dieu ! “. Era l’ultimo parente che mi rimaneva, provavo per lui tenerezza e affetto e ogni sabato passavamo un’oretta, in giardino se il tempo lo permetteva, mangiando le paste che gli portavo. Mio zio Alfio era un uomo di bell’aspetto, alto, dal portamento signorile e di gran cultura. Anche lì continuava a leggere e allora parlavamo dei libri, un terreno neutro per la sua mente instabile che divenne il ponte che ci univa. La prima volta che andai a trovarlo in quella struttura, rimasi allibito. Mi immaginavo una sorta di manicomio per benestanti, in realtà era il posto più rassicurante che abbia mai frequentato. Allo zio piaceva citare L’idiota di Dostoevskij e ripeteva  tutto d’un fiato : “ C’è anche chi mi crede un idiota, non ho mai scoperto perché. In verità, sono stato talmente malato da non essere molto diverso da un idiota; ma com’è possibile che sia idiota anche adesso, quando, io per primo, mi accorgo che la gente mi considera tale? “ Di solito, mentre chiacchieravo con  lo zio o semplicemente assecondavo i suoi silenzi,  si avvicinava un’infermiera. Aveva di certo superato i cinquanta anni, ma non potevo darle un’età precisa. Si sedeva  accanto allo zio, gli ricordava a che ora sarebbe passata per le pastiglie, poi gli controllava il battito e la pressione e annotava tutto su una cartelletta. Amabilmente chiacchierava con me, mi spiegava che la patologia dello zio era destinata a peggiorare, ma che avrei dovuto continuare a venire trovarlo perché gli faceva bene. La trovavo una persona premurosa e garbata e le offrivo una pasta. Ad un certo punto questa infermiera sparì, non la vidi più e chiesi allo zio che sembrava non capire. Passarono diverse settimane, così, un sabato piovoso  che fummo costretti a stare in uno dei divanetti del salottino a piano terra, mi rivolsi al personale della reception. Mi guardarono strabuzzando gli occhi, nessuna delle loro infermiere corrispondeva a quella descrizione, tanto più che nell’ora delle visite non si provava la pressione a nessuno. Ad un certo punto le due ragazze alle quali mi ero rivolto si guardarono e iniziarono a ridere, ma ridere così tanto che di riflesso risi anch’io. Sapete cosa c’era di divertente ? Beh ,me ne vergogno un po’, ma per mesi avevo scambiato una paziente per un’infermiera. Mi raccontarono che da anni era convinta di stare lì per curare gli altri, i matti, come spesso li chiamava. Aveva avuto una pesante ricaduta ed era ricoverata al piano superiore, nel reparto delle patologie gravi. Mi spiegarono che la sua malattia era la miglior difesa da se stessa  visto che in gioventù sgozzò la sorella mentre tranquillamente dormiva nel letto accanto. La tenevano sedata ed isolata perché nello stato in cui era  tornava ad essere pericolosa, brandelli di realtà si riaffacciavano nella sua mente e scatenavano la sua indole malvagia. A questo punto, mi passò la voglia di ridere e mi chiesi se io e lo zio avessimo passato qualche pericolo standole accanto.

 Capii quanto è fragile il confine della pazzia e divenni più diffidente non tanto quando andavo a Villa Ortensia, ma nella realtà di tutti i giorni, in quella giungla d’asfalto che era la mia vita.

 

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Profilo Autore: neveamarzo  

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