Dal diario di un vagabondo errante : ricordi d’infanzia

L’inverno del 1986 viene ricordato da molti per la nevicata del secolo, io lo ricordo anche per altro. Non si era mai vista tanta neve e la città piombò per giorni in una tranquillità e in un silenzio irreale. Ebbi la malaugurata idea di spalare la neve dal terrazzo e scivolai su una lastra di ghiaccio, mi fratturai una spalla e il polso, così passai due lunghi mesi rinchiuso in casa. Il dolore era un nemico onnipresente, dormivo poco e male, ero nervoso ed annoiato. Una mattina, stanco di girare per casa come un’anima in pena, chiesi alla domestica di portarmi un paio di quegli scatoloni che custodivo dall’ultimo trasloco. Mi portò una scatola piccola, maleodorante e ammuffita, la riconobbi all’istante perché me l’ero trascinata nei miei numerosi spostamenti senza mai aprirla. Era di mia madre, avevo sempre rimandato quel momento timoroso di scoprire ciò che vi fosse custodito. Avrei voluto dire a Linda di riportarla in garage, ma la zelante donna non solo me l’aveva preparata in salotto, ma l’aveva già accuratamente spolverata e aperta. Ci trovai l’album delle mie foto, dei bavaglini, un sonaglio, le pagelle dalle elementari e il cartellino delle vaccinazioni. C’era poi la cartelletta con la mia lunga storia clinica. Ero nato prematuro e rimasi fragile e cagionevole per… credo per sempre. C’erano cartelle d’ospedale, lastre di rx di ogni parte del mio corpo, ricette mediche e anamnesi di quella lunga schiera di medici che mi avevano avuto in cura: dal pediatra all’ ortopedico, dal dermatologo al cardiologo, dal dentista all’oculista; tutti specialisti rigorosamente contattati privatamente in lussuosi studi all’ultimo piano dei palazzi del centro. Mi ricordai le lunghe attese negli ambulatori, l’odore dei disinfettanti, il disgusto per le medicine e il dolore o il fastidio per quegli arnesi che mi ficcavano in gola, nelle orecchie e su per il naso. Per non parlare di quell’odiosa bilancia bianca che perentoria dichiarava sempre che ero troppo magro, troppo basso, troppo piccolo! E mia madre mai sazia delle loro diagnosi, sapeva quanto avrei desiderato correre scalzo, mangiare con le mani, stare senza calzini, dimenticare di lavarmi i denti ? Nei pomeriggi che dovevo forzatamente riposare, spiavo i miei compagni che correvano in giardino e immaginavo di sudare con loro, di sporcarmi le mani, di spettinarmi i capelli e di sbucciarmi le ginocchia cadendo dalla bici da cross. Avrei voluto avere una cicatrice da esibire come Thomas che aveva messo cinque punti sulla fronte o Lorenzo che si era tagliato il mento , o almeno un paio di lividi sulle gambe, ma i miei arti implumi era candidi come il latte. Ogni mattina imploravo mia madre di non provarmi la febbre, di non infilarmi la canottiera nelle mutante e la supplicavo di iscrivermi a calcio, ma lei diceva un NO che mi schiacciava e io non osavo piangere o fare i capricci. Era così terrorizzata dall’idea che mi potesse accadere qualcosa che si dimenticava di lasciarmi vivere e mai, dico mai, mi chiedeva cosa mi sarebbe piaciuto fare, certa di sapere cosa fosse meglio per me. C’era altro in quello scatolone, ma lo chiusi e pregai Linda di andarlo a buttare nel cassonetto. La osservai dalla finestra mentre rovesciava il tutto nel cassone verde dei rifiuti e provai uno sfarfallio di irrequieta soddisfazione, seguito da un impulso di irrazionale felicità. Mi sentii per una volta ribelle, andai in cucina e infilai le dita nel barattolo della nutella leccandole con soddisfazione.
Quel pomeriggio, confortato dal tepore di un primo raggio di sole, uscii a passeggiare lungo i navigli dimenticandomi di essere ancora ammalato.

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Profilo Autore: neveamarzo  

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Commenti  

Morgana
+2 # Morgana 08-12-2019 18:12
Bella e triste
Passione infinita
+2 # Passione infinita 10-12-2019 21:35
triste, ma quel raggio di sole,
gli dona tepore.
ciao

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