Palco
Risa,
poi si piange...
Miserie della condizione incutono e riducono.
Simpatico teatrino di farse e comparse.
Cambi canale sperando in una commedia di Goldoni.
Ti ritrovi con i festival dei fiori estinti.
Ecco il copione da recitare,
lo leggo, rifletto me stesso nello specchio del camerino.
Son attore seduto in platea.
Dal loggione improperi sui protagonisti,
anche gli spettatori son antagonisti.
Cicoria e verdura fresca,
ortaggi e nascosti disagi.
Urla un tale dal palco reale.

“Guardate le movenze di quella bionda niente male”

E Socrate beve ancora la cicuta...

Platone piange anche lui il maestro
e s'accascia sulla poltrona accanto a un tipo assonnato.

«Sul decoro del soffitto
s'intravede penzolar dal capestro un manichino
vecchio e consunto.
Un'essenza d'un corpo in affitto per andati applausi.»

La maschera offre fish & chips
e l'odore di pesce lesso inonda il luogo.
Cambia scena e finisce l'atto.

Entra il gobbo da Notre Dame e tutti ascoltano i suggerimenti.
Il palco osceno non va in scena senza suggeritore.

Vita in tre atti e nasci, vivi, muori.

Applausi filosofici e cor compunto.
Tutti sofisti degli stucchi
magari maghi con cento trucchi.
La magia finisce sempre prima della notte.

«La notte ognuno posa la maschera sul letto.
Solo piange l'animo i suoi nomi, i suoi giorni...
Poi il giorno consola
e la virtù non è più sola.
Veste l'abito il teatro
va in scena la finzione
oltre la speranza d'umana perdizione
e noi come attori seduti in platea mettiamo in scena la vita degli altri... La nostra applaude seduta
e quando cala il sipario e le luci si spengono sei tu solo davanti a te a raccogliere i miei avanzi.»
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Alinea I- Nitente

 

In quella notte giudaica,

sotto un cielo fulgido

e per nulla coperto

Giove e Saturno in una sola orbita

mostravano pastori e greggi

che ancora dormivano all’aperto.

In quel tredici novembre

dell’anno sette avanti cristo

il mio babbo, edile in Betlemme,

bussò alla bottega di Giuseppe per

annunziare al marangone la paternità:

basito, imboccò la viuzza lemme.

Se ti piace far credere cadesse

la neve fa pure, che fosse

il venticinque dicembre dell’anno zero.

Ma stavi nel magazzeno

del padre mio, in un caldo covile.

Lo so, perché io c’ero.

 

Alinea II- Dal frontone spezzato

 

A Betseda il disgraziato ciecomuto

che subdolamente graziasti aveva

un nome: io e Samuel prima delle tue frodi

giocavamo sempre alle tabulae lusoriae.

E dalle tavole orizzontali con le dodici

linee, alle tavole incrociate con tre chiodi

il passo è breve Rabbi, non trovi?

Il sudario adulterato poi è stata una trovata

da maestro, Maestro e quel tre aprile

dell’anno trentatre infilare via Della Fuga

al crocicchio con via Crucis per eclissarti

a guisa del natante imbozzato sull’arenile

non era niente altro che una lapalissiana

conseguenza al tuo disegno preternaturale.

Per quello sciagurato scusso, ma scrio

feci erigere sul crocevia un’edicola a egida

di un’epigrafe citante “La veridicità di una

testimonianza ”, ove potergli dire addio.

 

Alinea III- Panzana

 

Mi sovvengono le notti di Cafarnao

intessute di sbicchierate con i tuoi

casigliani Pietro e suo fratello Andrea,

Giovanni e Giacomo figli di Zebedeo

e Matteo pregno di bacco con i suoi

pensieri amorali per quella piacente almea.

Hai mai mentovato ai tuoi cugini Giacomo

e Taddeo delle nostre grasse libagioni

plenarie, con Bartolomeo rigurgitante

di nettare in occasione delle nozze di Cana?

Di Giuda assuefatto ai dadi, e Simone troppo

emendato per ravvisare una serpe strisciante

nel Profeta… e l’artifizio della moltiplicazione?

Sulle rive del Giordano un subisso di vitto

da cinque pani d’orzo e due pesci, pania

realizzatasi con la correità di Filippo e Tommaso

che dal lago Tiberiade condussero e orpellarono

nottetempo le pietanze, per tua vesania.

 

Alinea IV- Eravamo insieme

 

Al fianco del Califfo Yusuf osservasti

senza muovere ciglio i mercanti arabi

di schiavi, e alla tavola del governatore

di Cordova faceste la conta dei morti:

diciotto milioni tra gli oppressi, incuranti

della mia presenza, un suo lacchè a ore.

In sella col re Tamerlano lasciaste sul

campo diciassette milioni di cadaveri,

e davanti al fuoco ascoltasti, alticcio

appena fuori dalla tenda di Gengis Khan

i racconti dei guerrieri mongoli alteri

dei quaranta milioni caduti; dal pagliericcio

nel recinto dei cavalli vi udii anch’io.

Eravamo insieme anche durante la conquista,

l’esplorazione e l’occupazione delle Americhe.

Tu con i tuoi bei vestiti in tessuto di cotone

da colonnizzatore, io laido mozzo sdegnato.

Quindici milioni periti per visioni estatiche.

 

Alinea V- Antinomia

 

Mentre la penna d’oca dell’amanuense

scriveva dei sedici milioni di schiavi

africani morti durante la tratta atlantica,

in ogni porto facevi visita ai bazar alla

ricerca di brache a sbuffo, scarpette col tacco

a rocchetto e parrucca ben poco pratica.

Accanto a Zhentong mi hai fatto perseguire

asserendo la mia appartenenza ai livellatori

fino al collasso della dinastia Ming che lasciò

sul campo venticinque milioni di cinesi.

Albergavo nelle baraccopoli a Nuova Delhi,

tu in una casa vittoriana con leccornie e servitù.

Io tra carestia e ventisette milioni di cittadini

del vasto impero del Regno Unito periti per le

politiche economiche e amministrative britanniche.

L’insurrezione contro la dinastia Qing ti premurasti

con la tua oratoria che degenerasse nella guerra civile

dei Taiping, ecatombe di proporzioni bibliche.

 

Alinea VI- Facinoleria

 

Mi trovo a ripercorrere la Prima Grande Guerra

che causò diciassette milioni di morti, e l’epoca buia

di Stalin: la Gulag, i troppi civili uccisi da massacri.

Purghe, campi di lavoro, deportazioni e carestie.

Non basterebbero gli stessi milioni di lavacri

per purificare tali crimini storici tra i più efferati…

E intanto un bambino fuori nel cortile

bestemmia Cristo con un dito nel naso.

Leggo dei sessanta milioni di caduti nella Seconda

Guerra Mondiale, e intanto il sole volge all’occaso.

Della collettivizzazione forzata cinese, di Mao Zedong

e la Repubblica Popolare cinese… col naso all’insù

mi sopraggiunge un inaspettato magone che mi coglie

divisando le scie lassù siano le lacrime di Dio.

Dalla guerra sporca mi distolgono ciurmaglie

di ragazzotti che orinano nelle bottiglie vuote di birra.

Forse vi trovate solo col naso dentro un aleatorio

impromptu, o soltanto meramente mi sbaglio.

Forse una vitella è più di una costoletta, e forse

non è tutto latte vaccino… o puramente caglio. 

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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In una savana una bimba aveva un leone buono e dolce , per giocare e teneramente lo accarezzava quell' affetto rendeva la loro vita piena di gioia.
La bimba non aveva paura di quel gigante peloso , ma guai a farle del male a chi si avvicinava ruggiva con un verso spaventoso.
La piccola lo redarguiva , no Leone non devi trattare gli altri cosi' .
Tu sei il re della savana ma ricorda che devi anche rispettare .
Il Leone non capiva , anzi ancora di piu' aggrediva chi osava avvicinarsi al loro rifugio.
La bimba poi lo rimproverava e il Leone dopo un po' si calmava.
Ecco bravo lo so che sei coraggioso, ma se ruggisci la gente fugge da noi .
Il Leone ascoltava quella dolce vocina, con quella piccina ora vive circondato da un gruppo di persone molto buone.
La savana e' un posto tranquillo dove tra animali e umani esiste amore e tanta collaborazione.
Tra fantasia e realta' mi piacerebbe abitare la' il regno petfetto dove vige l' affetto.
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Profilo Autore: Anna  

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Che dici, sarà ancora intatto
il pendio di cui t’ho raccontato,
quello della brullissima collina
dalla cui cima, di sasso a mezzaluna,
guardavo il mare nell'ora sua migliore?

Chissà se, specie di mattino presto,
ripercorrendo l’allor muto sentiero,
l’odore di lavanda e gelsomino
continua intenso a provocare amori,
a firmar l’aria ancora di suo pugno…

Figlio del 2000,
parlami del tempo che verrà
ma senza dirmi come sempre fai,
che “da mo’ che è cambiato tutto!”,
che il mondo d’oggi è un’altra storia
e chissà cosa diavolo diventerà!

Piuttosto, indaga in giro sui sorrisi
e porta due tre notizie confortanti,
baci vermigli dei nuovi innamorati
oppure, che ne so, avanzi di carezze
che madri e figli si sono barattati.


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Profilo Autore: Aurelio Zucchi  

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Giornata piovosa e strada allagata dalle onde impetuose scaraventate dalle auto sulle vetrine dei negozi.
L'aria fredda del mattino osservava incuriosita quelle poche figure che vagabondavano sotto il diluvio in cerca della propria arca.
Semafori traballanti, scossi dalle bordate del vento.
Tuoni a ritmare grandine e resti di foglie.
Un bar accoglie caffè e degustatori incalliti, cornetti e creme calde.
Le persone sono il contorno.
Cassa affollata e resti disordinati.
Volano suoni e aromi mischiati alle imprecazioni sulla maleducazione degli autisti di mezzi idonei al trasporto di salme umane, travestite per l'occasione da uomini indaffarati.
Va in tal modo l'ora a segnare il passaggio dal cartellino timbrato al forzato sorridere del giorno.
Voglia svogliata e abulico saluto.
Quattro gatti all'ufficio postale: disillusi dalla rete amano ancora pagare il bollettino “896” allo sportello.
«Bello sentirsi giovani e pagare in contanti... Si esce dalla porta contenti.»
«Nonna, occhio al gradino, potrebbe chiederle in prestito il femore.»
«Il numero che ha preso è quello per i correntisti, non faccia il furbo, sono in coda da due ore e lei se ne viene pulito e lindo come un marmocchio.»
«Cazzo, andremo a finire male se continuiamo così.»
La pioggia smette e la strada si rifa il look con una manciata di pozze sparse.
Sfrecciano le frecce a quattro ruote motrici, tornano i kamikaze del cazzo,
quelli che imitano Mosè a ogni occasione e poi fanno il gesto dell'ombrello ai nipoti del faraone Ramses II.
Nonna esce da Postale.
Coglione scalatore di file ride soddisfatto.
Giudice seriale del governo impreca e predica.
Un gatto spelacchiato miagola alla luna.
La luna dei normali è storta.
Normale è la storia.
Entra Jack... Jack Holter: faccia rugosa e occhi rosso bitter.
Entra Jack nella scena e sguazza coi piedi sui marciapiedi bagnati.
Singing in the rain e smart phone pronti alla ripresa.
Egli era nel quadretto idilliaco descritto ma, nessuno lo aveva notato.
Cosa fa? Sorride ai passanti, canta e balla.
«Chiamate il 118.»
«Da dove cazzo spunta fuori questo?»
«Ma cosa aspetta a telefonare ai vigili?»
«Nonna aspetta, non vedi il matto?»
«Quel balordo ha preso nonna, la sta abbracciando, merda!»
«Nonna posso abbracciarti, voglio regalarti un po' d'amore»
«Come ti chiami ragazzo?»
«Jack... Jack Holter.»
«Che ne dici di accompagnarmi dal cardiologo? Devo fare la visita specialistica alla USSL sedici fra mezz'ora e sono in ritardo.»
«Dammi la mano nonna, conosco la strada. Non per nulla sono Holter, Jack Holter.»
«Cazzo! Ha rapito nonna, fate qualcosa, quello stronzo ha rapito nonna, merda, sparate...»
Piove e piove sui marciapiedi bagnati, piove dalle grondaie e dagli aghi dei pini.
Piove nei tombini e sui segnali stradali.
Piove, mentre Jack Holter e nonna vanno alla USSL, sorridendo e raccontando...

Intanto per strada qualche coglione spara.

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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  Delusa, dalla delusione certa, 
dai manierismi immacolati
dalle immagini troppo comuni.
Ogni dipinto è molto meno di quanto
la natura stessa lasci vedere.
E se mi azzardo ad uscire fuori
dalla stanza, l’emozione lirica
è solo un'identità infranta.
- Ma cosa mai ci salta mente,
di fissare palpiti in poesia?
    Se tutto è solo
un nuovo espediente a caro prezzo
   e il quartetto per archi,
      l’alto sentire di Beethoven,
opera n. 132
   non può essere accolta.
E' solo utopia:
i grandi sono già stati, e così sia.
Nessuno li conosce più
 e non c’è tempo neanche
per potersi a loro ricongiungere.
L’orologio ormai ha il suo solito rumore
  è ordigno imponente 
contro il cuore
nel contemporaneo esistente,
con qualcosa in meno del virtuale.
   E non sappiamo più scappare nella libertà
perché tutte le battaglie sono una viltà:
  l'Eroe nella nera armatura, 
ha la lancia bassa,
      ma il crimine in compenso batte cassa.

Ah, la Vita  Nova!
    Ma è solo un’espressione stilnovistica.
           E i versi,          
   come... il trionfo dell’uomo e della vita?

Ah, Mondo,
dell’Inno di Honderlin,
senza il ricordo -dell’Evento-
            che impunemente calpesti ogni Domenica d’Avvento!

L'immagine può contenere: una o più persone

   
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Profilo Autore: Hera  

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Oggi vi voglio narrare la fiaba della principessa misteriosa, che portava il nome di una rosa: Alba. Una rosa a cui la leggenda attribuisce la nascita, nella notte dei tempi, dalla spuma del mare, insieme alla dea Venere, alla quale adornava la chioma fluente. Come la Dea, Alba era una bellissima ragazza molto ammirata, ma priva d'amore, nel cuore. ... Quando passava per le vie della città, emanava una lunga scia di profumo, dagli antichi e delicati sapori. Fanciulla dalla statura piuttosto piccola, era ben proporzionata e, come ogni principessa giovane, aveva lunghi capelli, in specie i suoi erano lisci e neri. Possedeva due occhi grandi e sognanti, che si perdevano sull’orizzonte del mare, andando a solcare le onde. La sua fantasia la portava a viaggiare su di una nave pirata, navigando verso l’ignoto, immobile sulla prua, con la spada in mano, a gridare: nave nemica da conquistare, indi, su di un’isola segreta, seppellire il tesoro arraffato. Il re, suo padre e la madre, la regina, riflettevano sovente che al suo diciottesimo anno, ormai vicino, l'avrebbero voluta maritare con il figlio del re confinante, in modo da siglare, tra i due reami, un accordo favorevole. Purtroppo, a lei, quel principe non piaceva ed il suo amore, a lui, non intendeva concedere e fu così che, nella notte, eluse le guardie della reggia, fuggì, imbarcandosi sopra una nave. Il suo carattere, forte e ribelle, fin da piccina, l’aveva portata a seguire la disciplina delle armi, con le quali aveva imparato a combattere, sia con la spada che con l’arco e, come un uomo, le sapeva destreggiare. Il suo cuore era impavido, non aveva paura di niente, era nata per comandare. Dopo mesi di gavetta sulle navi, una sera tempestosa, insieme ad uno sparuto gruppo di pirati, decise di rubare una nave, in un porto. Presto detto, subito fu fatto, una nave tutta per lei! Il suo sogno si era realizzato, rotta ai Caraibi, all’isola della Tortuga, dove c’era il regno dei pirati, a cercare di formare una ciurma per abbordare le navi da derubare. Passarono gli anni ed ella era sempre più amata e, da tutti, rispettata, la fama di dura si era fatta, anche se il suo volto sembrava quello di una fata, ma i suoi occhi rimanevano sempre tanto tristi, nel suo cuore non c’era l’amore sognato, di un prode guerriero che, con lei, condividesse le avventure e la cabina di Capitano, dove, solitaria, era solita dormire. Facendo onore al suo nome, la mattina si alzava all’alba, per partire a solcare il mare, sulle rotte dei mercanti. Ogni giorno era una battaglia, fatta di fuoco e fiamme e di lame incrociate, per rubare il bottino, ma quel giorno un fatto insolito e strano: nella stiva trova un prigioniero, un giovane bello e fiero, che non le parse fosse vero, tanto che lo liberò in un battibaleno. Il destino aveva portato a lei il Corsaro Vero, del quale aveva sempre udito parlare, ma credeva fosse solo una leggenda, che i marinai ubriachi narravano, nelle notti sui ponti delle navi. Dopo averlo liberato, l’invitò sulla sua nave e, incuriosita, gli incominciò a fare mille domande. Era stato fatto prigioniero dalla marina militare e, in incognito, in Inghilterra lo volevano condurre, per poterlo poi impiccare. Si era battuto come un eroe, ma i nemici erano molti e così, alla fine, aveva dovuto capitolare. Fiera era di quello che aveva fatto e di aver trovato l’uomo così tanto agognato tanto che gli offrì di mettersi in società, al che lui accettò ben volentieri. Non avrebbe mai pensato di trovare l’amore, in mezzo al mare. Impararono a conoscersi e il loro amore divenne così grande che diventò una leggenda, quella di Alba e il Corsaro Vero. Ormai stanchi di avventure e di vivere a battagliare sul mare, decisero insieme di far ritorno al, di lei, reame, che era pur sempre un posto ameno in riva al mare. I suoi genitori, ormai vecchi, furono felici di vederla arrivare, pertanto li accolsero con grande onore, arrivarono a capire il grande errore commesso e videro, per la prima volta, la loro figlia felice e innamorata di un prode e forte guerriero. Dalla loro unione nacque un bambino che, nel futuro, tesse le sorti del mondo e del suo destino.
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Profilo Autore: Horion Enky  

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"Maria sbrigati, che è tardi, l’autobus passa tra dieci minuti, e se lo perdi dovrai aspettare mezz’ora, se sei fortunata".
Ogni mattina la stessa solfa, corro,  corro sempre, correvo per andare a scuola, a  piedi s’intende, cosi i soldi dell’autobus li avrei usati per la merenda, e ora corro a lavorare in mensa.
Lavo i piatti sporchi di chi in questa grande azienda guadagna millecinquecento euro già al primo stipendio, lavo pentole più alte di me e mi spello le mani con acidi e detersivi che insieme allo sporco si portano via la mia pelle.
Non mi tiro mai indietro, qualsiasi lavoro ci sia da fare io ci sono.
 "
Maria corri c'è da preparare il coffee break, Maria  hai preparato i secondi freddi? E i formaggi? E la frutta? Maria domani devi fare gli straordinari".

  Millecinquecento persone affamate , ma di una fame stupida, quella fame  che  gli fa disprezzare cose che altri divorerebbero; uomini e donne che si avvicinano al cibo con aria quasi disgustata, e che ti dicono “signora ma oggi non c'è proprio niente di buono”,

io li guardo sbalordita, ma come ? Qui c’e ogni ben di Dio.

Dall’isola dei primi... , già l’isola, un modo chic per pamperizzare i nostri clienti,sale un profumo che stuzzica le papille, sei primi caldi uno diverso dall’altro, e loro dicono che oggi non c’e niente di buono. E io devo pamperizzare,   questo termine secondo lo psicologo della mia azienda sta a significare che noi al commensale gli dobbiamo fare di tutto pur di renderlo felice.
"Sorridi Maria, Sii gentile Maria, sempre più gentile Maria, metti il pannolone al cliente Maria, pamperizzalo purché sia felice".
Spesso mi capita, quando esco di casa, la mattina verso le  sei e mezza, di guardarmi intorno, c'è sempre la solita gente in giro , assonnata come me, stanca della mia identica stanchezza,volti vuoti, con l’anima ancora a riposo, almeno quella.
E siamo li sempre gli stessi, ad aspettare il bus.


 Seduta accanto al finestrino guardo la strada che spesso mi ipnotizza, si snoda davanti a me come un serpente sinuoso e il suo respiro diventa il mio, molti dormono e io penso, che vita, che fatica.
Anche oggi come tutti i giorni scende dalla sua auto un giovane impiegato, e lo accompagna il padre, ogni mattina.
Potrei ripetere ad occhi chiusi i loro movimenti, tanto sono precisi e studiati, il figlio alla guida, il parcheggio nella zona disabili, gli sportelli dell’auto si aprono, il padre scende e apre il portellone dietro, lui prende le sue gambe, una alla volta e le sposta verso l’esterno, arriva la carrozzina... lui sale, si chiudono le portiere, e via al lavoro dietro la sua scrivania, mentre il padre se ne va.
Lo guardo e penso, certo lui e’ davvero sfortunato, e un po’  mi vergogno  per essermi sentita sfortunata anche io.
Ma la fatica c’è, tanta davvero e ciò che maggiormente mi avvilisce è che non ho nessuno che almeno mi consoli, qualcuno che mi abbracci quando tornata a casa sfinita e riesco a malapena a star dritta in piedi.


Non che io viva sola, per carità ho un compagno, ma sto scoprendo solo ora il suo disagio nei confronti del mio lavoro.

Ho capito, anzi ho letto nei suoi occhi una certa vergogna quando qualche volta mi è venuto a trovare o a prendere al lavoro, chissà forse perché lui è un impiegato , in pratica uno di quelli che sta dall’altra parte del bancone della mensa.

Mi avvilisce questa situazione, sentirmi parte della casta degli invisibili, e sentirmi invisibile anche agli occhi di chi dovrebbe amarmi.

Poi penso a chi sicuramente sta peggio di me.

Però penso anche a quanto si senta carne da macello chi come me per campare deve quasi essere schiavizzato, e a volte come è capitato, deve tuffarsi nell’immondizia per cercare l’anello d’oro che una stupida impiegata ha perso nel purè di patate, mentre chiacchierava con le colleghe.

La vita è così strana, e noi siamo strani, noi che nonostante tutto ci sentiamo a casa in quel luogo che ci toglie dignità,

eh si perchè se è vero che il lavoro nobilita l’uomo, è anche vero che in certi posti di lavoro ci sono uomini che rendono pezzenti altri esseri umani, anche solo con i loro sguardi. Che vita ho scelto di vivere, così dura e triste, che posso definire certamente una punizione alla quale però ho deciso di dire basta.

Da domani si inizia un nuovo percorso, ho così tanto coraggio ora e così tanto da costruire. Sarò  costruttrice del mio futuro, portando giorno dopo giorno cemento e mattoni al mio cantiere.

Nessuno mi attraverserà più con lo sguardo, la mia voce sarà alta e possente, e la mia figura benché minuta sarà visibile al mondo intero.

La fortuna ha volto finalmente lo sguardo su di me e domani affronterò un colloquio di lavoro in una onlus che si occupa di bambini indigenti , e di donne maltrattate o abusate.

Ho deciso di riprendere a studiare , e nessuno mi guarderà più con sufficienza , e soprattutto non accetterò più di avere al mio fianco chi si vergogna di me.

Ci sono esperienze che ti distruggono, ma dalle quali si può rinascere , senza più timori né debolezze, ma con una consapevolezza nuova di se e degli altri, si rinasce capaci di difenderci dall’arroganza altrui, consci del nostro valore e finalmente fieri di noi stessi.

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Profilo Autore: Marina Lolli  

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So che mi affascina ogni verità,
la pronuncio,
 ma il mondo mi dà torto.
E’ un po' come un buio scaltro
  che  lo spazio annulla  intorno
calpestando ogni asse dopo l’altro.
La realtà  è  bugia che vince
come  ventata di morte
e il mondo intero diventa polvere
nella sua spietata sorte.
Oh, quieto massacro di soli
sei  tu ciò che volevo
oltre tutti cieli?
  Ma come muore ogni  verità,
  muore il cuore e ogni parola:
  non avessi mai visto il tuo splendore
potrei  ora comprendere il mondo
 e il suo torto al mio dolore.

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Profilo Autore: Hera  

Questo autore ha pubblicato 411 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Avevo cinque o sei anni e in quel pomeriggio invernale, oltre a far freddo, piovigginava. In quel tempo non si conosceva il termine "televisore" come apparecchio domestico erogatore di notizie audiovisive, che dal 1954, se non ricordo male, cominciò ad infiltrarsi e quindi a poco a poco a dilagare nelle case della gente con tutti i pro e i contro, che tutti conosciamo e che d'allora lo stesso produce.
Mia madre, come tutte le madri, per salvaguardare la mia salute non voleva che io uscissi da casa per andare a giocare fuori con altri miei compagni di strada, che mi attendevano fuori, avendo preso appuntamento, già concordato nelle ore antimeridiane di ricreazione a scuola.
Io insistevo, ma lei m'imponeva con autorevole grazia di ascoltare le sue parole. A mio malgrado ubbidii, tenuto conto che aveva veramente ragione: fuori, oltre a sporcarmi, avrei potuto giocare con i miei compagni solo al riparo, magari dentro qualche stalla o altro luogo poco accogliente e igienico, non certamente a casa di qualcuno dei miei compagni, perché i genitori degli stessi di solito disdegnavano far giocare i bambini nelle loro case per tutte le birichinate che di solito potevano commettere. La strada, infatti, era l'unico luogo ideale per tutti i giuochi di noi ragazzi.
Ascoltai, quindi, il monito di mia madre e lei subito, lieta, mi premiò, com'era suo costume, dicendo che mi avrebbe narrato un racconto, che le aveva tramandato la sua vecchia nonna Rosa.
Io ero sempre attratto dalla narrazione di fiabe, racconti e storielle, ma soprattutto lo ero di più quando le predette narrazioni erano esposte e poi commentate profondamente da mia madre. Lei aveva quel senso narrativo e critico elementare, che piacevolmente mi faceva partecipare alla descrizione tanto, da sentirmi talvolta io stesso uno dei personaggi, più o meno protagonisti, che in quel momento per mia predisposizione d'animo sentivo a me più vicino.
Ci sedemmo. Lei prese il suo scaldino ed a me porse il mio, che rispetto al suo era più piccolo, dicendomi di sedermi sulla mia piccola sedia di fronte a lei. Mi fece una carezza, sfiorandomi con le dita una guancia, e poi col viso sereno e soddisfatto cominciò il racconto:
"Calogero e Filippo erano due fratelli, che si volevano bene. I loro genitori, Iacopo e Lucia, erano due lavoratori della terra che, sebbene poveri, con tanti sacrifici, ma con affetto avevano allevato i loro due figli, dando loro una buona educazione.
Calogero e Filippo erano cresciuti nell'amore familiare e nel rispetto reciproco, condividevano le poche gioie e i molti sacrifici con i genitori, ma si sentivano forti come leoni e ricchi come principi.
Abitavano in campagna e le loro ricchezze erano l'amore reciproco, la salute, la piccola casa, arredata sobriamente con poche cose, ma pulita, il lavoro quotidiano, l'aria ossigenata, il sole, la luna, le stelle e la provvida pioggia, che rendeva fertile la terra, che poi dava i naturali frutti, di cui l'umile famiglia si nutriva.
La loro ricchezza era anche il privilegio di stare tutti insieme nel lavoro, nel consumare un frugale pasto, nell'ascoltare alla fine della giornata lavorativa gli insegnamenti degli avi, tramandati da padre in figlio, nel sentirsi parte integrante di un ceppo familiare e l'orgoglio di appartenervi, di aver molto sofferto e poco gioito per le alterne vicende familiari, alle quali ogni famiglia nel tempo è spesso esposta.
Insomma possedevano poco materialmente, ma la loro ricchezza interiore li aiutava a vivere in maniera egregia, facendo loro gustare quotidianamente la vita e i doni della natura.
Un giorno, purtroppo, la serenità di quella famiglia fu sconvolta: il loro padre, Iacopo, morì; si ammalò di polmonite e i rimedi del tempo non gli permisero di guarire.
La famiglia si depresse e il colpo più duro i due fratelli lo ricevettero poco tempo dopo, quando anche la loro madre si ammalò, forse per la pena della perdita del marito, e poi non vide più il sole, ma il buio eterno dentro quattro fredde ed esigue mura.
I due fratelli Calogero e Filippo, restarono soli e provvedevano come potevano a tutte le loro incombenze quotidiane.
Un giorno, uno di loro, Filippo, s'innamorò di una ragazza che già conosceva sin da piccolo, una brava ragazza di nome Pinuzza, che abitava in un'altra casa rurale non molto lontana dalla loro. Anche Pinuzza conosceva Filippo sin da piccola: i suoi genitori ogni tanto, infatti, si recavano insieme a lei a far visita a Iacopo e a Lucia. Filippo, avendo chiesto a Pinuzza se voleva sposarlo ed avendo avuto dalla stessa il consenso, nonché quello di suo padre, al quale aveva chiesto la mano della figlia, ritornò a casa felice ed annunziò subito al fratello Calogero che fra breve tempo avrebbe sposato Pinuzza.
Così lui, Filippo, avrebbe avuto l'affetto di una donna e la loro casa si sarebbe illuminata non solo con la presenza di una giovane donna, ma anche di eventuali bambini.
Calogero accolse con tanta gioia le parole del fratello, che dopo qualche mese convolò a nozze con la giovane Pinuzza.
Calogero e Filippo dopo la morte della madre divisero in perfetto accordo le poche sostanze dei loro genitori, tra cui un piccolo appezzamento di terreno.
Subito dopo il matrimonio Calogero andò ad abitare da solo nella piccola casa che insisteva sul suo appezzamento di terreno ereditato, limitrofo a quello del fratello, lasciando Filippo unitamente alla moglie Pinuzza nella stessa abitazione, dove lui aveva precedentemente vissuto con i genitori.
Erano contenti Calogero e Filippo, coltivavano con profitto i loro appezzamenti di terreno e ogni tanto, di sera, seduti attorno al tavolo della cucina che li aveva visti crescere, dopo aver cenato, tra tanti discorsi, attinenti al loro lavoro e ad altro, ricordavano anche i loro genitori, che anche Pinuzza aveva conosciuto e verso i quali sentiva anche lei tanta stima, ma soprattutto affetto.
La casa di Filippo un giorno fu allietata dalla nascita di due bei gemelli: una bambina e un bambino, che furono chiamati rispettivamente Lucia e Iacopo, come la madre e il padre di Filippo, allora era questa la prassi.
La nuova famiglia così aumentò numericamente e Calogero, che lavorava il suo terreno, limitrofo a quello del fratello, si accorse che Filippo lavorava ancor più intensamente rispetto a prima e con più lena falciava il grano. Mentre guardava lavorare il fratello, Calogero pensava alla sua famiglia e diceva tra sé:
- Mio fratello deve mantenere la moglie e due figli, io invece devo mantenere solo me stesso; non mi sembra giusto che io debba possedere la stessa parte di mio fratello, quindi stanotte prenderò otto covoni di grano e senza che egli se ne accorga nella notte col chiarore della luna li porterò nel suo appezzamento di terreno. Così verso mezzanotte mise in pratica la sua idea, poi soddisfatto della sua azione se ne tornò a casa e, sdraiatosi sul letto, si mise placidamente a dormire -.
Il fratello Filippo, intanto, pensava anche lui affettuosamente al fratello Calogero e così diceva alla moglie:
- Pinuzza, mio fratello Calogero è rimasto solo ed oltre a lavorare la terra deve provvedere anche alle sue faccende domestiche, pur essendo un po' malato. Non è giusto che noi ci teniamo tutto il raccolto della nostra terra. Sai, Pinuzza, cosa ho pensato di fare? Stanotte, mentre lui dorme, andrò a portare otto covoni di grano nel suo appezzamento di terreno -.
Col consenso della moglie così fece.
Il giorno dopo Filippo e Calogero si recarono nei loro rispettivi appezzamenti di terreno e notarono, contando le loro biche, allora si faceva così, che erano numericamente sempre le stesse. Ogni notte ognuno di loro ripeteva verso l'altro la stessa affettuosa azione, ma di giorno si accorgevano che tutto restava inalterato.
Nessuno dei due riusciva a spiegarsi quel mistero, ma una notte il caso volle che i due fratelli s'incontrassero nello stesso momento, in cui ognuno di loro stava per iniziare quel solito notturno lavoro.
Calogero e Filippo, scoperta così per puro caso la loro reciproca generosità senza parole si abbracciarono, provando la grande consolazione che si ha quando si ama e si è silenziosamente ricambiati.
Ed ora, siccome sono le sette e sta per venire tuo padre io vado a preparare la cena, mentre tu apparecchi la tavola".
Così mi disse mia madre, terminato il suo racconto, ed io con le immagini dei personaggi nella mia mente le andai dietro, indi mi accinsi ad apparecchiare la tavola, mentre già sentivo gli scatti della serratura della porta di casa che si apriva: era mio padre che, finito il suo lavoro, sempre a quell'ora, alle sette e dieci della sera, rientrava a casa ed io, contento, gli andavo incontro con affetto ad abbracciarlo.





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Profilo Autore: Gino Ragusa Di Romano  

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