Vesti il mio pensiero
con soavi  colori,
lasciando lungo il mareRisultati immagini per autunno
lieti giorni migliori,
il dipingere foglie
addormentate,
dal vento sciroccale
sparpagliate,
pallido sole attraversando
spogli rami, esulta
il germogliar folti ricami,
il profumar selvatico
Vermiglio mosto spuma,
tra malvasia, moscato
solstizio bruma,
nostalgico estate,
lontane stelle briose
spumeggianti serate,
vezzosa stagione transitoria
verso l'infinito
inesorabile memoria.
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Profilo Autore: valeria viva*   Sostenitore del Club Poetico dal 16-06-2015

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Al risveglio non v'è musica migliore del canto degli uccelli. Hanno un parlottio talmente rasserenante, che mi viene voglia di verseggiar con loro. Spesso per spiccare il volo, metto le ali ai miei pensieri e tendo a salire verso l'alto. Lì ci trovo nuvole trasformiste e dai contorni chiaroscuri, che mi pare di plasmare l'argilla; tanto si presentano duttili e cedevoli allo sguardo. Assumono le forme che vuoi dar loro le nuvole... A volte in esse ci ritrovo volti cari che pare mi sorridano, altre mi sembra di vedere mani tese che mi invitano a salire. Poi scendo sulla terra, me ne vado per mare e ascolto i suoi racconti. Quanto misteri nasconde il mare, con le sue onde affascinanti, sagaci, versatili, logorroiche e prolisse, specie quando s'alzano. Spesso s'increspa e urla ed io immagino una folta schiera di schiavi, alzare pesanti massi, nel tentativo di costruire grossi palazzi, ma poi accade che tutto crolla e sotto le macerie rimangono sepolti i soliti corpi senza nome. Quegli stessi volti che vanno per mare alla ricerca di un'identità loro negata. E poi ci sono i suoni, che a differenza dei rumori allietano l'udito. C'è così tanto da ascoltare! Da bambina mi rimproveravano di volere la luna, ma io avevo già la luna. Di quante lune credevano avessi bisogno! Non avrei mai chiuso la luna in un cassetto. Anche i miei armadi sono sempre aperti e il loro contenuto si spande ovunque...A volte mi sento talmente piccola, ma non mi spiace, perchè i grandi, quando crescono perdono sempre qualcosa. È come se il corpo allungandosi, abbandonasse parti importanti di se. Col tempo, ho compreso, che quelle che per alcuni sono imperfezioni, per altri sono fonte di inesauribile energia. Io sono lieta di raccogliere gli scarti di chi si scrolla di dosso le foglie morte. Ne faccio tappeti e su di essi cammino, per raggiungere il mio paradiso. Una sana e allegra follia mi induce a raccogliere sorrisi, pianti, urla, disperazione e passioni, che i grandi buttano via, perchè non sanno quanto perdono in bellezza, nella loro spasmodica ricerca di oro. Ritorno a guardare il cielo e un fulmine illumina la stanza. Non ho paura perchè sono certa che tutta quella luce mi ha colorato gli occhi di azzurro. Non posso quantificare il reale costo della mia fantasia, non avendo essa nè peso nè prezzo. Continuo a tuffarmi nel mio mare e scambiando effusioni col sole, mi ritrovo tanto oro sulla pelle e nei capelli. Si. Posso tranquillamente affermare di essere abbastanza ricca...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Dopo quell’immenso vortice di emozioni, non fu per niente facile affrontare la strada di ritorno. Cercando di non pensare troppo alla fatica, mi sentii felice come all’età di dieci anni. Il sorriso sul volto di Clara non era ancora scomparso da quando lasciammo “Il Pensatoio Della Vallata”. Per riposare le nostre gambe, ci fermammo al “Bar Umbro” di Boffalora. Quando ci sedemmo sulle panche del piccolo spazio esterno, l’ora di cena era già passata da un pezzo. Dando un’occhiata al telefono cellulare impostato sul “modo silenzioso”, vidi tre chiamate senza risposta.

“Lucia deve essere tornata…”. Dissi parlando a me stesso.

Clara alzò lo sguardo dal menù che stava consultando. Prima che potesse parlare, mi alzai dal tavolo. I suoi occhi interrogativi mi seguirono avvicinarmi al bidone dell’immondizia dall’altro lato della strada. Aprendolo, gettai il cellulare tra i rifiuti e ritornai tranquillo a sedermi al tavolo.

“Ora anch’io sono definitivamente tuo…”.

Credo che il più bel sorriso lo fece quella volta, allungandosi sul tavolo per baciarmi. Sentendo la sua lingua muoversi lussuriosa, cercai di controllare l’eccitazione che stava di nuovo divampando.

“Oggi è il più bel giorno della mia vita”. Vidi i suoi stupendi occhi inumidirsi.

“Anche se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita, morirei felice”.

“Dai! Non farmi piangere ora!”. Disse lei tentando di scacciare le lacrime con una breve risata. Una tenera e sottile lacrima scese dal suo occhio destro. Con le dita riuscii ad arrestare il suo percorso accarezzandole la guancia leggermente umida. Il sapore delle lacrime di gioia è così dolce. Le sue hanno la particolarità di essere teneramente zuccherate. 

 I gustosi prodotti dell’ “Umbro” ci permisero di consumare un’ottima cena,  bevendo anche due birre medie chiare.

“Alla faccia!”. Restai stupito della voracità con cui Clara terminò di mangiare il panino con cotto, fontina, olive verdi, maionese e funghi. Non sufficientemente sazia, ne ordinò un altro.

“Ora il mio stomaco è tornato alla normalità”.

“Cosa aveva che non andava?”.

“Quando hai troppi pensieri per la testa, l’alimentazione ne risente”.

“Notavo la tua sofferenza guardandoti negli occhi…”.

“Ci sono troppe persone al mondo che vogliono decidere la tua vita, programmarla, dirti sempre cosa fare…”. Terminato il secondo panino accese una sigaretta. Anche se ne avevo appena spenta una, non rifiutai quella che mi offrì porgendomi il pacchetto ancora pieno.

“Tutti mi vedevano felice, sorridente. Credevano che incontrando Roberto mi ero definitivamente messa a posto : un lavoro fisso, una casa, la sicurezza economica. Io felice non lo ero neanche un po’”.

“Questo l’ho sempre capito Cla. Non pensare che io fossi contento della mia vita. Mancava il senso, una ragione per cui vivere. Questa ragione eri tu Clara”.

“Luca, sono solamente andata avanti perché speravo che un giorno ti avrei avuto. Ora quel giorno è arrivato”.

“Finalmente si. Dimmi una cosa però...”.

“Cosa?”.

“Lui… ti ha mai picchiata?”.

La sua fragorosa risata fece girare la coppia al tavolo davanti a noi. Per qualche secondo anche gli altri clienti fissarono il nostro tavolo.

“Chi?”. Domandò divertita. “Bastava che alzavo un po’ di più la voce che lui abbassava le orecchie come un agnellino. Mi stupisce che tu, dolce sensibile ed intelligente, non abbia capito che persona è!”

“Non fraintendermi, l’ho sempre pensato che lui fosse così. Cercavo solamente una conferma da te. Ne ho conosciuti di personaggi che si atteggiando da “grandi uomini”. Al bar raccontano che al lavoro mandano affanculo il capo oppure che trattano di merda la fidanzata; ma poi quando uno o l’altra, a casa o in fabbrica alza voce, le loro mutande si riempiono di merda”.

“Hai detto “merda” troppe volte ma questo è Roberto!”.

“A quest’ora anche lui ti starà cercando…”. Affermai osservando i lampioni accendersi e dare il benvenuto alla sera.

“Non lo so e non mi interessa. Senza farlo apposta ho lasciato il cellulare a casa…”.

Lasciando sul tavolo la somma che dovevamo pagare, le presi la mano : “Vieni Cla…”. Ci affacciammo alla sponda a contemplare l’immensa lunghezza del Naviglio. Al buio le sue acque nascondono misteri che sotto un cielo stellato assumono fascino fiabesco.

“Guarda quella casa…”. Disse Clara puntando il dito verso una piccola abitazione sull’altra sponda. “Mi piacerebbe un giorno avere una casa tutta nostra. Aprire le finestre e sentire l’odore dell’acqua del Naviglio e della vegetazione intorno”.

“Fantastico”. Le mie braccia si strinsero intorno alla sua pancia mentre alle sue spalle godevo il suo profumo. “Prima ti dicevo che averti è tutto ciò che avevo sempre desiderato…”.

“Certo…”.

“Beh, non proprio…”.

“Cosa significa?”. La vidi voltarsi di scatto fissandomi preoccupata.

“Monta in bicicletta e seguimi!”.

Le dinamo ancora funzionanti ci permisero di percorrere tranquillamente la strada. Non risposi alle domande di Clara, volli che la meta da me pensata restasse un segreto. Durante il tragitto lei continuò a protestare per l’eccessiva lunghezza del percorso.

“Aspettami! Aspettami!”. La sua voce supplichevole mentre tentava di starmi dietro.

Terminata la pista ciclabile, la strada si fece più stretta e ricca di curve. Alcune automobili battevano quella piccola e scomoda stradina e quando vedemmo i loro fari, ci fermammo per farle passare. Finalmente vidi apparire il parcheggio completamente deserto.

“Non ti sarà mica saltato in mente di fare il bagno a quest’ora??”.

“No, niente di tutto questo”.

Legando le nostre biciclette al tronco di un albero, ci imbattemmo nel sentiero spigoloso che portava alla spiaggia. La pallida luna ci permise di muoverci senza troppe difficoltà.

“Oh!”. La sorpresa di Clara nel vedere il grande tronco caduto sulla spiaggia. “Sai che me ne ero quasi scordata?”.

“Io non l’ho mai dimenticato, da quella sera che mi raccontasti la storia…”.

“Ne sono la prova tutte le scritte incise qui… questo è il tronco degli innamorati. Il “nostro” tronco”.

Sedendoci sulla superficie ruvida la baciai a lungo per poi fare nuovamente all’amore. “La notte è nostra… tutta nostra…”. Le vociferai all’orecchio sdraiati ai piedi del grande busto. Nonostante ci addormentammo sugli scomodi sassi, fu il migliore sonno della mia vita. Quando mi svegliai il sole era già alto nel cielo. I suoi raggi baciarono delicatamente Clara distesa sul mio petto. Le sue mani erano leggermente sporche della poca sabbia presente. A ripararmi dal fresco venticello che cullava gli alberi vi era il calore del suo respiro. Contemplando il sole riflettersi nel Soliva, sentii che stava per svegliarsi. La luce le diede fastidio e sospirando chiuse immediatamente gli occhi. Il suo braccio avvolse il mio stomaco stringendomi ancora più forte a lei.

“Queste nostre terre seppur belle e testimoni del nostro amore, non meritano la nostra presenza. Qui entrambi abbiamo sofferto tanto…”.

“Hai ragione… andiamocene!”. Disse con gli occhi ancora chiusi.

“Dove vorresti andare?”.

Alzando la testa con il mento appoggiato al mio petto e giocando con le mie labbra, mi guardò negli occhi : “Un posto vale l’altro. L’importante è che ci sei tu con me”. 


A Valentina 
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Profilo Autore: luke676  

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Dopo due giorni di pioggia ritornò il sereno. Sul terrazzo, pensai che era la giornata perfetta per intraprendere una qualsiasi attività sportiva all’aria aperta. Il sole risplendeva caldo in quel cielo privo di nuvole. Il vento, seppur leggermente fresco per via della pioggia caduta, non arrecava fastidio. Fu esattamente quando beneficiai del calore del sole che il cellulare squillò. Data l’ora mi parve impossibile si trattasse veramente di lei.

“Clara…”.

“Luca…”.  La voce più dolce e delicata del solito; quasi come un sospiro.

“Ti andrebbe di fare un giretto in bicicletta?”. Da qualche tempo i miei battiti cardiaci assomigliavano a quelli di un cardiopatico.

“Ma… non sei al lavoro?”.

“Ti ho detto che ho un sacco di ferie arretrate”. Ebbi l’impressione di fare troppe domande in quel momento.

“Oh, io beh… si! Volentieri!”.

“Vieni qui tu? Poi andiamo sulla pista ciclabile?”.

“Ok! Andiamo verso Boffalora?”.

“Si, certamente”.

Rimasi sorpreso da tale proposta e tutto mi sembrò incredibile. Anche se stavo per uscire con la mia migliore amica, sentii l’insopportabile tensione tipica dei primi appuntamenti. Ci fu di buono che Lucia ottenne un permesso al lavoro per far visita ad una sua zia moribonda. La zietta era ricoverata all’ospedale di Novara, quindi Lucia non sarebbe tornata prima di cena. Se avesse udito la telefonata, la sua gelosia sarebbe esplosa ai quattro venti; di Clara era gelosa più di ogni altra donna al mondo.

Esattamente alle 14.30, seduto sulla sella della mia bicicletta la vidi uscire dal cancello di casa. Per l’occasione calzò delle scarpe nere da ginnastica alte, dei leggings di colore grigio e una maglietta smanicata di “Zjevenì” dei Root. I capelli li raccolse come quella sera della cena, con l’eccezione che erano tornati a risplendere dello stupendo biondo naturale. Per riparare i suoi graziosi occhi dai raggi del sole, portò elegantemente degli occhiali neri. La sua inseparabile borsa nera occupava il cestino dell’Atala bianca, mentre io non portai nemmeno una bottiglietta d’acqua.

Affrontando le strade dissestate di Inveruno, pedalammo fino a raggiungere la pista ciclabile. Mi accorsi che ancora nessuno dei due aveva realmente parlato se non per rispondere alle solite domande di rito.

“Roberto sa che scrivi?”. Le domandai all’altezza di Marcallo Con Casone.

“No…”. Dalla sua risposta capii che la domanda le diede un po’ fastidio.

Nei pressi di Boffalora lo scenario intorno a noi cambiò. Affrontando la discesa di uno stretto ponticello, ritrovammo il Naviglio Grande alla nostra destra. Qui il venticello divenne più fresco e le persone aumentarono : chi come noi pedalava in bicicletta, chi correva a piedi e chi passeggiava con il proprio cane.

La nostra pedalata proseguì fino a Turbigo : un lungo percorso che essendo personalmente fuori allenamento, mi sfiancò. Vista anche la stanchezza di Clara decidemmo di fermarci a riposare. Alle spalle della panchina montata sul lato destro della pista, vi era un sentiero in discesa che proseguiva in un bosco di acacie.

“Non facevo una strapazzata così da tanti anni”. Disse lei con il fiatone. Frugando nella borsa prese la bottiglietta d’acqua che aveva portato da casa, ancora miracolosamente fredda. Terminando di dissetarsi con un lungo sorso la porse tra le mie mani.

“Se è per questo è anche tanto tempo che non beviamo dalla stessa bottiglia!”.

Togliendosi gli occhiali da sole, accennò un sorriso : “Già, come quando tua mamma non voleva perché diceva che così si prendono i microbi”. Ridemmo entrambi ricordando le frasi premurose di mia madre.

“Lucia lavora?”.

“No, è a Novara a trovare un zia. Torna per l’ora di cena. E Roby?”.

“E’ in azienda, non l’ho ancora visto oggi!”.

Ancora quei brividi in tutto il corpo, sempre più intensi.

“Hey!”. Alla sua esclamazione quasi sobbalzai. “Perché non andiamo giù per il sentiero del bosco?”.

“Ma non abbiamo le bici adatte…”.

“E chissenefrega! Andiamo a piedi!”.

Non si trattava di un lungo tratto anzi, la camminata fu piuttosto breve e per niente difficoltosa. Al termine del sentiero boscoso fece comparsa un grande campo di papaveri; Il loro colore rosso spiccava intensamente sotto i raggi del sole. Quando la stradina proseguì curvando, intravidi in lontananza una costruzione in legno.

“Quella cos’è?”. Domandai alzando gli occhiali da sole.

“Non so, andiamo a vedere!”.

Nel lato sinistro della strada sorse una casetta costruita sul prato verde.

“Benvenuti al pensatoio della vallata”. Con stupore lessi la scritta multicolore. Essa era posta frontalmente su di un asse di legno scuro.

Le pareti esterne erano ricoperte da centinaia di fogli bianchi. Ognuno di essi retto da nastri adesivi e puntine, presentava diverse calligrafie e messaggi. Leggemmo poesie brevi, messaggi d’amore ma anche lettere di speranza, gioia e dolore.

“E’ così romantico non trovi?”. Disse Clara sfiorando un piccolo foglio dove vi era disegnato un cuore rosa con le iniziali “F” e “G”.

“C-cosa?”.

“Venire qui, in mezzo alla natura e tracciare i segni dell’amore. Chissà come si sono sentite felici certe persone, almeno per qualche minuto, un’ora. Forse per tutta la vita”.

“Tu non sei felice?”. Lei si girò di scatto verso di me.

“Questa è una delle tante domande a cui non so rispondere…”.

Subito dopo, colta dalla distrazione, la vidi inciampare in un piccolo tavolino posto nei pressi dei gradini che rialzavano la casetta. Con una smorfia di dolore si sedette immediatamente sul secondo gradino.

“Oh no! La caviglia…”. Disse seccata portandosi le mani intorno alla scarpa sinistra. Quando liberatasi dalla scarpa tolse la calza nera, notai un leggero gonfiore intorno alla caviglia.

“Non muoverti!”. Schizzai verso la sua bicicletta estraendo la bottiglietta d’acqua dalla borsa. Alzandole lentamente la gamba la applicai alla caviglia indolenzita.

“Ora aspettiamo qualche minuto”. Le dissi estremamente imbarazzato di stare in quella posizione.

“Va già meglio Luca…”.  Vociferò adagiandosi sul gradino mentre le tenevo ancora la gamba sollevata.

“Potrei andare a fare il fisioterapista!”.

“Tu hai sempre saputo fare molte più cose di me”.

“Non è vero. Non stiamo mica facendo una competizione!”.

“No, volevo solo dirti… grazie”.

Una folata di vento andò a scompigliarle i capelli. Avvertì fastidio per quella ciocca bionda che le copriva l’occhio sinistro. Allungando la mano, andai ad anticipare la sua che si fece strada a spostare i capelli. Le nostre mani si incrociarono. Quel delicato e piacevole urto si tramutò in una dolce e innocente stretta. I disegni che accennarono le nostre mani furono pieni di calore e ricchi di sfumature. Appena vidi la fede nuziale, interruppi per un attimo la nostra dolce danza.

“Io…”. Il mio sussurro la fece avvicinare, mentre delicatamente appoggiai il suo piede sul gradino. Il suo volto cercò le mie labbra per ascoltare quelle parole che si erano strozzate in gola.

“Io… volevo dirti che…”. Il piacevole sentore di cannella tornò nuovamente a deliziare il mio olfatto.

“Lo so… anch’io…”.

Tutto divenne buio. Una sensazione di bagnato sopra le labbra e dentro la bocca. La sua passione mi travolse di sorpresa. Dapprima lento e sensuale, il nostro bacio divenne intenso e focoso, quasi violento. Le sue braccia strinsero il mio corpo, facendo si che avvicinanandomi alla sua piccola bocca, ne avrei esplorato l’interno più amorevolmente.

Il suo abbraccio fece intendere che per nessuna ragione al mondo mi avrebbe lasciato andare. Quelle mani vollero stringere la sicurezza e la protezione che erano andate a cercare per anni. Senza interrompere il movimento delle labbra, andai ad accarezzarle la schiena. I miei palmi avvertirono gli abbondanti disegni del suo corpo. Alzandole leggermente la maglietta le accarezzai i fianchi. Lei sospirò, aprendo leggermente gli occhi; l’eccitazione si scolpì intensamente sul suo viso. Ritornò a baciarmi con impeto, permettendo alle mie mani di beneficiare delle sue forme. Ascoltando il suo respiro affannoso e senza smettere di guardarla negli occhi, le tolsi la maglietta. Lei fece altrettanto con la mia, senza preoccuparsi di eventuali visitatori indesiderati. Nell’atto di privarla del reggiseno bianco lei mi disse : “Sono tua…”. Ogni bacio a quegli stupendi attributi tanto desiderati per anni, mi parve eterno. Ritornai focoso a baciarle il collo, con le sue mani che, morbide e delicate raggiungevano ogni angolo del mio corpo. Con il vento che soffiava ancora spietato, restammo entrambi nudi sulla superficie legnosa di quella casetta. Stando sopra di lei, la amai perdutamente come se quello fosse il nostro ultimo giorno sulla Terra. Provando immenso piacere, strinse le mie braccia e la mia schiena affondandovi le unghie. Quando sfiniti ci ritrovammo abbracciati, il sole stava per tramontare. Tra gli stupendi colori del cielo ci alzammo da terra rimettendoci i vestiti. Nessuna parola servì a commentare il nostro lungo amplesso; solamente sguardi d’amore e lunghi abbracci. La preoccupazione dei mesi precedenti scomparve definitivamente sul volto di Clara, come se fosse il ricordo di una vita precedente.

Scendendo la piccola scalinata, mi strinse la mano. La caviglia non le fece più male; i suoi passi divennero stabili e precisi. Avvicinandosi alla sua bicicletta prese la borsa nel cestino. Con taquino e penna tra le mani si diresse verso il davanzale ai lati della casa. Ai piedi delle mura ricoperte di foglietti vi erano alcune puntine; ne raccolse una con la speranza che avrebbe retto il piccolo foglietto bianco alla parete.

08-07-2016. Tutto ciò che sogni, prima o poi si avvera… Luca e Clara” . La puntina arruginita permise al foglio di restare appeso sulla muraglia legnosa.

Posandole la mano sulla spalle le dissi : “E’ tutto quello che ho sempre desiderato…”.  Lei rispose alle mie parole avvicinando le sue labbra profumate alle mie.

“Aspetta!”. Esclamò fermandosi a pochi millimetri dalla mia bocca. Avvicinandosi rapidamente alla sponda di un canaletto alla destra del pensatoio, tolse la vera dall’anulare. Un lancio diretto la fece cadere nell’acqua che la inghiottì senza troppi complimenti.

“Ora sono definitivamente tua…”.
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Profilo Autore: luke676  

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Alla festa, oltre che ai coniugi Cislaghi e Oldani, non mancarono nemmeno i miei genitori. Da anni mamma e papa erano stretti amici dei genitori di Clara. “Come sei pallido. Non mangi?”. Domandò mia madre che da anni non si fidava della cucina di Lucia. Ripensandoci, da un lato aveva ragione; ma allo stesso tempo le sue domande mi davano un fastidio enorme.

La fortuna volle che quell’anno Lucia lavorasse al pomeriggio. Fu un sollievo non vederla sbuffare e isolarsi con l’I-Phone in un angolo.

I genitori di Lucia sono di mentalità inquadrata : per Carlo e Simona non esistono nient’altro che il lavoro e i grandi guadagni.

Parecchie volte, tra i loro sguardi di disapprovazione, mi sono sentito in colpa a lavorare poche ore al giorno. Una volta dissero che erano contenti del fatto che rendevo felice la loro figlia. Peccato che della mia felicità loro non se ne preoccuparono mai.

Vedendo i nostri genitori discutere e ridere come un tempo, insorse la solita cara vecchia malinconia. Mi accorsi che erano mesi che vivevo nel passato. Ricordare ogni volta quei tempi lontani fu anche una specie di terapia : mi aiutarono a distrarmi da un presente pieno di dubbi e incertezze.

“Sei dimagrito?”. Mi chiese Marina passandomi un piatto di plastica colmo di pasticcini. Quell’anno cambiò pettinatura, adottando un taglio a caschetto molto simile a quello che portò Clara diversi anni prima. Mettendole accanto, chiunque avrebbe affermato che fossero sorelle. Ad eccezione del colore azzurro degli occhi di Marina, parevano due gocce d’acqua. La dimora di Vincenzo e Marina non era cambiata molto : passeggiando tra le stanze, sentii ancora quel fascino magico dei nostri giochi e di tutti i pomeriggi d’estate passati insieme. Nella maggior parte di esse vennero installati dei condizionatori che ci ripararono dalla calura di quel pomeriggio di inizio luglio. Vincenzo, ovvero il proprietario della casa e il padre di Clara, è un ex biker. Da lui Clara ereditò la passione per l’Hard Rock e le moto, poi sfociata grazie a me all’Heavy Metal e alle pellicole Horror. Passai molte serate al bar di sua proprietà chiamato Victory,  dove Clara vi lavorava come cameriera. Nonostante fossero passati degli anni, Vincenzo non aveva abbandonato l’abbigliamento tipico biker. Quel giorno lo vidi vestito esattamente come allora : gilet in pelle smanicato, gli immancabili pantaloni di pelli e rayban da vista.  I capelli lunghi raccolti in una lunga coda risultarono leggermente brizzolati senza evidenti segni di calvizie. Per sua fortuna, riuscì a ottenere la pensione poco prima che l’Italia divenne un paese improponibile per aprire una qualsiasi attività. L’anno in cui chiuse il Victory, si dedicò alla sua collezione di dischi e a lunghe gite in moto.

Come me, Clara è figlia unica. Crebbe sotto norme rigide ma con la giusta libertà. Grazie agli onesti quattrini che portava il bar, Marina ebbe la possibilità di dedicarsi pienamente a crescerla e alle faccende domestiche.

Quando giunse l’ora di cena, ricordai a Clara degli scritti. Roberto, impegnato a discutere di automobili con i nostri genitori, non si accorse nemmeno che lei udendo la mia proposta, mi invitò a salire in mansarda. Ci alzammo dal tavolo del giardino inosservati, con passi brevi a raggiungere la porta di casa. Provai inquietudine a trovarmi solo con lei a salire le scale : una infinita rampa portava alla piccola mansarda. All’interno osservai tutti i vecchi giocattoli di Clara accuratamente incellofanati.

“Ecco, quando ho del tempo libero vengo qui in questa casa ad aiutare mamma e poi salgo qua…”. Disse calma appoggiando la mano su di un tavolo di colore bianco.  “Mi siedo qui, prendo la penna e comincio a scrivere”.

“Bello…”. Commentai stupito.

Camminando lentamente verso un mobile in acero si abbassò ai suoi piedi. Sospirando leggermente, aprì con forza il penultimo cassetto. Quel grande cassetto conteneva alcuni quaderni di vari colori. Li strinse tra le mani minute e sempre elegantemente smaltate. Alzandosi prese due vecchie sedie che adagiò sotto il tavolo bianco.

 “Prima voglio che tu legga questo”. Disse sfogliando delicatamente le pagine del primo quaderno di colore giallo.

La pagina presentava un racconto breve. Senza troppe difficoltà a decifrare la sua calligrafia, iniziai a leggerlo ad alta voce. La storia, senza titolo, narrava di due bambini che si conoscono in vacanza. Piero e Martina, questi i nomi dei fanciulli, soggiornando nello stesso Hotel chiamato “Arc En Ciel” a Diano Marina.

Si divertono insieme, costruendo castelli di sabbia e inventando nuovi giochi. Trascorsi quindici giorni, Pieto ritorna a casa insieme alla famiglia. Nel viaggio di ritorno sente di aver lasciato una parte di se in quel luogo di villeggiatura. Ricordando Martina, Piero avverte la tristezza per la prima volta in vita sua.

“Bello!”. Esclamai al termine della breve lettura. ”Hai descritto ottimamente la nostalgia attraverso gli occhi di un bambino. Cla, è fantastico!”. Le mie parole furono sincere.

“Non esagerare”. Il tono della sua voce possedeva la stessa timidezza che provai quando lei mi fece i complimenti per le mie sceneggiature. “Ho riflettuto sul fatto che forse gli adulti dovrebbero riconsiderare queste sensazioni fanciullesche. Ogni volta che guardiamo un bambino dovremmo ricordarci che anche noi eravamo così…”.

“Clara…”. Lei fissò la mia grande mano avvolgere la sua. Alzando lo sguardo, i suoi occhi divennero umidi. Come nel sogno, non resistetti a quelle travolgenti e stupende iridi. Con un calore terribile in tutto il corpo, mi avvicinai al suo volto. Un invitante profumo di cannella riempì il mio naso mentre i nostri occhi andavano a chiudersi.

“Clara! Dove sei?”. Il fracasso della porta d’ingresso fece spalancare immediatamente i miei occhi.

“Sono qui!”. Clara era già balzata in piedi dalla sedia. In mezzo secondo la vidi uscire fuori dalla porta. Alzandomi con il cuore in gola la seguii scendere le scale.

“Stiamo ordinando le pizze per stasera, quale vuoi?”. La voce di Marina si fece sempre più vicina.

Vedendoci accanto alla scalinata assunse un espressione interrogativa.

“Io… al prosciutto! E tu?”.

“Anche… per me va bene al prosciutto…”.

“Ok, bene. Ma… che stavate facendo in mansarda?”. La domanda tanto temuta giunse puntuale.

Clara rispose con un tono convincente : “Noi stavamo guardando i vecchi LP di papà, c’era un titolo che interessava a lui…”.

“Oh. Le faccio portare per le sette e mezzo, dammi una mano a preparare la tavola”.

Vedendo Clara allontanarsi insieme alla madre non seppi più dove andare. Confuso accesi una sigaretta sugli scalini della porta d’ingresso. Il cielo venne invaso da nuvole minacciose che annunciavano l’arrivo di un temporale. Quando caddero le prime gocce d’acqua, Roberto si alzò di corsa dai tavoli insieme ai miei genitori. Tutti e tre corsero in casa a ripararsi. “Arriva! Arriva!”. Gridarono allegri vicino a me.

In cucina Clara e Marina finirono di imbandire la tavola. Tentai di incrociare il suo sguardo, ma ogni volta lei sembrò scacciare i miei occhi. Per tutto il resto della serata mi parlò solamente ponendo domande scontate tipo : “Vuoi del vino?”; “Vuoi la frutta?”.

Sulla strada verso casa non smisi di pensare al racconto di Piero. Addormentandomi, sognai di essere un bambino che giocava in riva al mare. Davanti a me un grande castello di sabbia e al mio fianco una bambina bionda con le treccine. Terminata l’opera, la bambina mi diede un breve ed innocente bacio sulla bocca.

Di buon mattino, mi svegliai più rilassato del solito con Lucia al mio fianco che dormiva ancora. Dentro di me fui felice di aver conosciuto un nuovo lato della personalità di Clara. Mai desiderai come in quella giornata di averla nuovamente di fronte a me per avvertire il profumo di cannella. Quando scese di nuovo il buio, l’ insolita felicità tramuntò in un’ angoscia logorante.

Pensai a come avrebbe potuto reagire Roberto se sarebbe venuto a sapere che stavo per baciare sua moglie. Fisicamente lo temevo tantissimo e non morivo dalla voglia di vederlo incazzato. Sorsero mille dubbi anche sul parere di Clara riguardo il nostro breve (anzi brevissimo) contatto fisico. Mi domandai se davvero sentì le mie stesse sensazioni; dei sentimenti che, detto sinceramente, non provai mai prima d’ora. Invece riguardo a Lucia, beh… sarebbe cascato il mondo! 

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Profilo Autore: luke676  

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“Ti sei divertita?”.

“Certo, a te non è piaciuto?”.

“Insomma, ad un certo punto non sentivo più le gambe… una gita è fatta per rilassarsi!”.

“Mmmm…”.

Il discorso non proseguì, Lucia si addormentò sul mio petto. Adagiandola sul cuscino, restai nuovamente solo con la notte. Desiderai avere in casa una di quelle tisane miracolose di cui parlò Roberto, ma oltre la camomilla e il the verde non esisteva nient’altro in quella casa. Osservando ancora una volta sorgere il sole, decisi che era giunto il momento di trovarmi una “distrazione”. Vista la mia passione per il cinema, presi in considerazione la possibilità di iscrivermi ad un corso di sceneggiatura. Inevitabilmente Lucia si iscrisse ad un corso di inglese. La situazione si evolse nel seguente modo : durante le ore libere dovetti farle gli esercizi che l’insegnate assegnava per il lunedì. Il mio corso invece si tenne a Milano in via Fulvio Testi. Essendo un breve corso gratuito, venne frequentato da molte persone. I coordinatori parlarono spesso di Gastaldi, Sacchetti, Age e Scarpelli, ecc. In quel periodo scrissi una ventina di sceneggiature che feci leggere anche ad un mio compagno di corso, un tale Zanni.

“Ho come l’impressione che tu scriva di getto, scendendo in particolari che bloccano un po’ il ritmo narrativo. Questa non vuole essere una critica, tutti i grandi scrittori si perdevano in particolari eccessivi”. Mi disse una volta.

Spesso mi incontrai al bar con Zanni per discutere appunto di cinema e di donne, da sempre grandi ispiratrici di poeti e registi.

Zanni mi disse anche che tanti anni prima aveva lavorato per alcune riviste indipendenti di cinema di genere. Raccolse interviste con Umberto Lenzi, Enzo G. Castellari, Aldo Lado e anche Mario Bianchi. Quando telefonò a Lenzi, effettuando una interurbana che gli costò come uno stipendio, venne il turno di porgli qualche domanda riguardo il suo film “Cicciabomba”. Lenzi, al solo pronunciare del titolo gli chiese a sua volta : “Ma lei mi sta pigliando per il culo?”. “No assolutamente, non mi permetterei mai!”. Rispose Zanni. “Ecco, neanch’io!”. Nelle successive telefonate altri registi non lo fecero nemmeno finire di presentarsi, riappendendo la cornetta con tanto di insulti gratuiti. Fu piacevole condividere questa passione con Zanni, ma quando il corso terminò si trasferì a Bologna. Ricevette una importante proposta di lavoro alla quale non si sentì di rifiutare.

Lucia non ebbe parole carine leggendo i miei scritti : “Sembrano tutti un miscuglio di tette e culi. Ma poi chi è questa Marisa? Una di cui dovrei essere gelosa??”. Non le risposi nemmeno. Involontariamente la figura di Marisa, per un certo senso ispirata al personaggio interpretato da Pamela Tiffin in “Straziami, Ma Di Baci Saziami”, possedeva gli attributi di Clara. Dolce, sensibile ma allo stesso tempo determinata e battagliera. In una sceneggiatura che intitolai “Immensamente”, Marisa tradisce il fidanzato Nino, un onesto lavoratore. Ogni volta che andavo a scrivere la parola “tradimento”, una fitta si insidiava nella mia testa. Il fatto positivo fu però che restai impegnato a scrivere racconti che rilassarono la mia mente.

I messaggi di Clara non furono molto frequenti e l’ultima volta che la vidi fu durante la gita di Arona. Le nostre conversazioni via Whatsapp si limitavano a domande e risposte di semplice routine.

Una mattina le mie poche ore di lavoro mi permisero di recarmi al mercato settimanale di Inveruno. Fui ufficialmente incaricato da Lucia ad acquistare due etti di prosciutto cotto.  In quella giornata grigia e piovosa alzai l’ombrello più volte per farmi spazio nella folla.

Tra quel marasma lei mi apparve davanti all’improvviso. Provai imbarazzo a fissarla nei suoi occhi stupiti.

“Tu al mercato??”. Chiese ironicamente spostandosi verso il marciapiede.

Involontariamente, i nostri ombrelli si incastrarono tra di loro.

“Oh scusa!”. Dissi tentando di sciogliere quell’assurdo impiglio del quale lei parve divertirsi.

“Ecco! Finalmente ce l’abbiamo fatta”. Qualche secondo dopo fummo lontani dal chaos con quei dannati ombrelli magicamente ritornati al loro posto.

“Sono venuto a prendere il cotto”.

“Ah già! Martedì è il giorno del prosciutto… io cercavo una gonna di jeans ma le bancarelle vendono solo robaccia!”.

“Gia…”.

Osservai il suo elegante e insolito giubbotto per un giorno di pioggia d’estate. Portava anche una sciarpa bianca e delle scarpe invernali.

“Come stai?”. Ancora una volta quegli occhi tentarono di rapirmi.

“Bene Cla, e tu?”.

“Insomma, oggi proprio non va…”.

“Ma non lavori oggi?”.

“No, avevo delle ferie arretrate. Tu hai finito prima oggi?”.

“Si, al martedì faccio solamente due ore”.

“E’ vero… ma ce lo beviamo un caffè?”.

“Si, perché no?”.

“Fammi prima prendere il prosciutto se no quella mi ammazza!”

Con una risata divertita Clara mi seguì fino al camion del salumiere. Terminato il mio compito entrammo nel bar Magret. Clara volle sedersi in tutta tranquillità al tavolino accanto alla vetrina. Togliendo il cappello viola di lana, apparvero freschi e lisci i suoi capelli biondi.

“Sembri vestita come una che deve andare in Alaska!”.

“Ho… freddo”. Le sue parole sembrarono nascondere mille significati.

“Cosa stai facendo di bello in questo periodo?”. Mi chiese togliendosi il giubbotto adagiandolo sullo schienale della sedia.

“Mi sono iscritto ad un corso di sceneggiatura…”

“Cosa? E non mi dici niente?”. Un domanda che suonò di rimprovero lontano un miglio.

“Beh, ho sempre da fare…”.

“Racconta dai!”.

Scesi nei minimi dettagli, sentendomi un po’ in colpa di averla resa partecipe troppo tardi di quella esperienza.

“Hai scritto delle storie?? Voglio assolutamente leggerle!”.

“No dai…”. Il rossore alle guance puntuale.

“Cosa “no dai”? Assolutamente si!”. Seppi fin dall’inizio che aveva già vinto.

“Ok, te le manderò via mail…”.

“Perfetto! Grazie, non vedo l’ora!”.

La salutai dicendole che dovevo tornare a casa ad attendere l’imbianchino per un preventivo. Dopo pranzo andai in salotto ad accendere il PC. Revisionai tutti i miei scritti, cercando di eliminare tutti gli errori e le eventuali storpiature.

Leggendo e rileggendo, conclusi che ero uno scrittore poco più che mediocre. Le mie opere mi apparvero scontate e piene zeppe di luoghi comuni. Non riuscii nemmeno ad immaginare cosa avrebbe potuto pensarne Clara.

“Luca.. ma sono stupende!”. Questa la risposta alla mail in cui allegai le mie sceneggiature.

Replicai con un banale : “Grazie Cla!”.

Il giorno dopo mi chiamò al cellulare. Dato che stavo prestando assistenza ad un utente, le risposi indaffarato. Lei propose di richiamarmi più tardi. Sempre con quell’inseparabile brivido in tutto il corpo la salutai dicendo che ciò andava benissimo. Nel pomeriggio richiamò.

“Che è successo?”. Le chiesi preoccupato appena portai il telefono all’orecchio.

“Niente! Che deve succedere? Avevo voglia di parlarti, tutto qui!”.

“Ah!”. Seguirono cinque secondi di silenzio.

“Quindi che fai?”.

“Niente, sono appena tornato dalla spesa. Lucia sta facendo il secondo turno”.

“Io sono in pausa… che palle, questa giornata sembra non finire più. Comunque volevo dirti che i tuoi racconti sono splendidi. Se fossi un regista ti avrei già proposto un film!”.

“Addirittura?”. La mia risposta volle essere di incredulità, ma fu difficile nascondere tanta gioia.

“Davvero! Hai una dote particolare a descrivere emozioni che non sono per niente facili da trasportare sulla carta”.

Sentii un impulso infrenabile nel vederla e spiegarle tutto ciò che mi aveva ispirato a scrivere quelle storie.

“Anch’io scrivo…”.

“Non… non me lo hai mai detto!”.

“Siamo pari : come tu non mi hai informato del tuo corso, io non ti ho detto che scrivo!”.

“Allora dovrai farmi leggere anche tu!”.

“Non sono niente di che…”.

“Eddai! Ora non puoi rifiutarti!”.

“Questa domenica c’è il compleanno di mamma…”. Quasi mi scordai dell’appuntamento annuale con il compleanno della signora Marina. Clara disse che se ci tenevo tanto, mi avrebbe fatto leggere i suoi racconti a casa dei suoi genitori. Accettai entusiasta la proposta iniziando a contare i giorni che mancavano alla domenica successiva.
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Per raggiungere la nostra meta usai la mia macchina. Lucia mi raccomandò di non scegliere canzoni troppo estreme per il viaggio. Il risultato fu che per buona parte chiacchierammo del più e del meno, fino a quando Clara propose di accendere il lettore cd. L’unico cd presente in macchina era “Haunting The Chapel” degli Slayer.

“Manda avanti, manda avanti!”. Disse Clara dai sedili posteriori. Sapevo bene che la title track era la sua preferita da sempre. La canzone fu la colonna sonora di quegli anni, esattamente quando duplicai su cassetta il cd che lei aveva comperato. Sorridendo la guardai nello specchietto retrovisore. Per un attimo i suoi capelli ritornarono a caschetto e il viso le si fece ancora più rotondo. Quanto erano deliziose le fossette scolpite sulle sue guance.  Al mio fianco camminava con lo zaino in spalla e la giacca beige. I jeans attillati con ampi buchi le scoprivano le ginocchia. La vidi nell’intervallo impegnata a rollare una sigaretta della quale mi lasciava sempre i due ultimi tiri. “Sei il mio maestro!”. Mi diceva sempre per ringraziarmi di averle fatto scoprire tanti gruppi. Il suo entusiasmo a scoprire nuove forme d’arte mi parve un ricordo così vecchio, così distante. Alla sua sinistra Roberto le stava vicino, ma senza sfiorarla. Un paio di volte le mostrò dei link “divertenti” al cellulare per i quali finse di mostrare interesse. Credo che i nostri sguardi d’intesa nello specchietto commentarono da soli quei link.

La presunta gita si trasformò in un vero e proprio tour de force. Roberto autoproclamandosi “guida turistica” ci face battere ogni centimetro quadrato di Arona. Non essendo abituato alle lunghe camminate, incominciai a sentir reclamare le gambe. Dopo aver visitato l’ennesima chiesa della quale poco mi importava, proposi di sederci per un aperitivo. “Non prima di aver fatto una passeggiata in riva al lago!”. Rispose sorridente Roberto posando la sua enorme mano sulla mia spalla.

Dal mio sguardo traspariva l’odio più puro e il desiderio di ritrovarmi a casa sulla mia poltrona. Clara si divertì ad osservare le mie manifestazioni di impazienza, interrotte sul nascere dalle gomitate di Lucia.

Scendendo sulla piccola spiaggia, il cielo sopra di noi fu prossimo al tramonto. Al mio fianco Lucia fu impegnata a fotografare il panorama. Clara invece, restò a braccia conserte ad osservare il sole scomparire. Se avessi avuto il dono della pittura, avrei dipinto un ritratto stupendo : i lunghi capelli mossi dal vento, l’amorevole profilo a disegnare una visione d’incanto e la debole luce del sole ad illuminare l’interno del labbro inferiore dolcemente bagnato. Camminando lentamente andò a sedersi su un masso. Da lì si  poteva ammirare l’immensità del lago e le basse montagne verdi. Quando calano le tenebre esse formicolano di tanti puntini luminosi. Si, sarebbe stato proprio un bel quadro…

Per mia gioia, finalmente ci sedemmo in un bar. Lucia si sedette davanti a me, ansiosa di mostrami le foto appena scattate. Clara godendo il suo Campari, si allungò a raggiungere il cestello di patatine portato dalla cameriera. In quel modo la morbidezza del suo seno accarezzò la mia spalla destra. Era una così dolce, tanto calda e confortevole. In quel momento cercai di rimuovere l’unico episodio in cui la vidi in reggiseno. Accadde dopo un concerto. Vicino alla mia macchina, lontano da occhi curiosi, si cambiò la maglietta zuppa di sudore. Il mio sguardo non volle saperne nemmeno di distogliersi da un tanto divino splendore. Nel reggiseno quegli immensi seni sembravano esplodervi, lisci e leggermente bagnati. Candida e profumata e totalmente a proprio agio, cercò un’altra birra nel portabagagli. Sempre quella sera, quando ritornai a casa entrai nel bagno. Il pensiero di quello che vidi mi provocò una onesta erezione. Abbandonai l’idea di masturbarmi. Al solo pensiero mi sentii terribilmente sporco.

“Tesoro tutto bene??”. Chiese Lucia a proposito del mio sguardo assente.

“Si,si… solo un po’ stanco. Stanotte… ho dormito poco”.

“Oh! Maledetta insonnia! Io prendo spesso una tisana a base di melatonina…”. Roberto elencò le possibili cure per i vari disturbi del sonno : l’ennesimo discorso che sembrava non conoscere fine.

Quella specie di gita aveva risucchiato tutte le mie energie. Diedi la colpa alla lunga camminata che ci fece fare Roberto, ma anche a tutti quei pensieri che non avevano ancora deciso di abbandonarmi. Dopo aver terminato la cena alla pizzeria “Da Aldo”, dissi che non me la sentivo proprio di guidare. Gentilmente Clara si offrì come autista del nostro viaggio di ritorno. Attendendo che Lucia e Roberto salissero in macchina mi sorrise. Nessuno dei due fece in tempo ad aprire le portiere posteriori che Clara schizzò via a tutta velocità.

“Ma che fai??”. Le domandai spaventato, mentre i due gesticolavano impazziti alle nostre spalle.

“Semplice : li lasciamo qui”. Proseguendo a tutta velocità, la sua voce fu calma e rilassata.

 “D-dove andiamo?”. Le chiesi ancora scosso.

“Andiamo a fare una camminata sulla spiaggia del lago di Stresa, abbiamo bisogno di distrarci un po’… ti va?”.

Percependo una strana eccitazione accettai. Nella mia testa ronzarono mille domande senza risposta e non mi resi perfettamente conto di quello che accadde.

La guardai preoccupato : “Che c’è Clara? Cosa ti è successo?”.

“Te lo spiego quando siamo sulla spiaggia”.

Clara parcheggiò la mia macchina poco distante dal lungolago. Mi sembrò di essere ritornato a dieci anni prima, quando prima di confidarmi un segreto voleva essere lontana da tutto e da tutti.

La spiaggia illuminata debolmente dal chiarore lunare, mi apparve infinita. Dopo aver percorso un breve tratto, Clara incominciò a frugare nello zaino che si era portata da casa.

“Ecco qua”.  Felice, estrasse un telo da spiaggia.

“Che fai?”.

“Mi sono portata l’occorrente per un bagno”. 

“Un che?”.

“Un bagno. Ti ricordi quando andavamo al mare insieme con i nostri genitori?”.

“S-si ma… a quest’ora?”.

“Avanti vieni, io ho sotto il costume…”.

“Io… beh, faccio il bagno in mutande!”.

Rise mentre si denudava al mio fianco. Sotto quei vestiti si nascondeva un corpo modellato secondo le leggi dell’amore. Il costume intero, di colore nero, ricopriva la stupenda floridità. Mi soffermai ad ammirarle le gambe stupendamente generose e i fianchi larghi che avrei voluto tanto stringere. Vicino al tallone sinistro spicca il tatuaggio di una rosa; i suoi petali hanno la particolarità di  gocciolare sangue. I piedi, magnifici arti dolcemente minuti, sono di color del latte, con le unghie questa volta minuziosamente smaltate di viola.

Clara mi prese la mano. Avvicinandoci alla riva bagnammo i nostri piedi nell’acqua del lago. Una sensazione di brivido e freschezza si estese sulla mia pelle. Godemmo immensamente della nostra follia, rimembrando i vecchi giochi che facevamo nei nostri bagni al mare. Poco dopo, uscendo dall’acqua ci distendemmo sul lenzuolo. La gente che ci vide dal lungolago avrà sicuramente pensato che fossimo dei pazzi.

Mi accorsi che non vedevo Clara con i capelli bagnati da anni. Notai che in quello stato assumeva ulteriore fascino. Le gocce d’acqua sul suo corpo  mi provocarono sete lussuriosa; quella sfrenata voglia di stendere la bocca sulla sua pelle e assaporare il gusto dell’acqua.

In posizione prona mi guardò negli occhi senza mai smettere di ridere. Delicatamente la mia mano raggiunse la sua schiena bagnata. Il suo sorriso scomparve. Con uno sguardo profondo allungò la mano ad accarezzare il mio viso. Sollevandosi, si sedette sulle ginocchia. I nostri visi furono distanti pochi centimetri l’uno dall’altro. La  guardai intensamente negli occhi : quanti incantevoli mari in quell’iride verde. Rapito nel travolgente oceano di colore verde, le accarezzai il mento giocando con le sue labbra. Timidamente assaporai l’acqua leggermente salata, mentre la sua bocca rispose prontamente ai miei lenti baci. Le sue mani accarezzarono i miei capelli, stringendoli tra le dita mentre andavo a baciarle i punti caldi. Leggero, il suo corpo si mosse sensuale sopra di me; i lunghi capelli biondi le nascondevano il volto a tratti. Mentre raggiunse l’orgasmo, il vento spostò i capelli dal suo volto : Lucia!    

“Luca! Calmati!”. Clara strinse il mio braccio, davanti a me un semaforo rosso.

“Cos’è successo?”.

“Devi aver sognato. Ti sei addormentato e hai gridato : “Noooo!” .

“D-dove siamo?”.

“Siamo quasi a casa”. Dal sedile posteriore Roberto rispose per lei.

Appena comparì il verde Clara svoltò a sinistra. Il solito triste viale alberato che porta ad Inveruno apparve subito dopo. Nei pressi del cancello di casa sua parcheggiò la macchina.

“Cosa hai sognato?”. La spia si accese puntuale all’apertura delle portiere, i suoi occhi verdi mi fissarono.  “Niente…”. Le risposi.
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Nuovi pensieri angosciosi comparvero insieme all’arrivo dell’estate. La mia stagione preferita si fece attendere più del solito. Nei mesi di maggio e giugno, brutto tempo e temporali furono all’ordine nel giorno. L’estate si attende per vari motivi : c’è chi non vede l’ora di andare in vacanza, chi è ansioso di organizzare barbecue all’aria aperta e chi aspetta le feste della birra. Per noi  era abitudine annuale recarsi all’Anfiteatro di Casorezzo per assistere alla “Beer Fest”.  Al secondo giorno dell’avvenimento, ovvero al sabato, mangiammo la cena tutti insieme. Ho due ricordi nitidi e precisi riguardo ciò : la pasta al ragù insipida e la carne di plastica. Questo poco importava; l’importante era godere della buona compagnia. Nel corso delle serata Lucia mi parve più alla mano : si era abbigliata in modo più sexy del solito (erano anni che non indossava quella maglietta rossa e scollata), inzuppandosi anche del profumo pagato una fortuna da Victoria’s Secret. Mi sono sempre chiesto quante Lacoste possiede Roberto. Ogni volta ne indossava una di un colore diverso; quella sera scelse il colore verde. La stessa scelta di colore la fece anche Clara. Il suo abito era allacciato intorno al collo con due sottili spalline. Davanti, le ricamature erano a forma di trifoglio : un omaggio alla sua amata Irlanda. Il vestito proseguiva trasformandosi in una gonna ne troppo lunga e ne troppo corta, sufficiente a mettere in risalto le gambe formose. I suoi piedi delicati calzavano un paio di sandali bianchi modello "anna field".  Per un attimo la immaginai vestire un accappatoio color panna e appoggiare il piede sul bordo della vasca. Delicata e curante nell'atto della tintura, avrebbe tinto le sue unghie di quel rosso vivo.  

Bevuto il caffè, ci alzammo dal tavolo. Passeggiando tra la folla ridemmo e scherzammo : eravamo tutti e quattro di buon umore. Avanzavamo nel seguente modo : io e Roberto davanti e Clara e Lucia dietro di noi.

Tra i discorsi lavorativi di Roberto, ritrovai Clara al mio fianco. Lucia passò in avanti intervenendo nel discorso : le andava dannatamente a genio l’idea di una petizione per abolire il “jobs act”.

“Senti che odore di aceto”. Disse Clara arricciando il naso e godendo dell’aroma. “Che voglia di salamella… Roby!”. Roberto si girò verso di lei.

“Mangi un panino alla salamella con me? Facciamo a metà!”

“No, non mi va…”. Gli occhi verdi di Clara si spostarono verso di me.

“Si! Sai che difficilmente dico di no sul cibo!”.

La accompagnai alla cassa, mentre Roberto e Lucia si misero in un angolo a proseguire il loro discorso. Seguendola, una piacevole vista mi si parò davanti. I glutei si muovevano perfettamente sotto il vestito. Abbondanti e morbidi accennarono una danza sensuale. La vidi voltarsi più volte verso di me, sempre con quel delicato sorriso. Forse incominciò a sentire i miei occhi incollati al suo corpo. Riuscimmo a fare lo scontrino. Gentilmente le chiesi se voleva metà dei soldi del panino. La risposta non arrivò, solamente uno sguardo inquisitore vociferare : “Smettila! Ci conosciamo da vent’anni!”.

“Ho ancora fame ci credi??”. Clara addentò il panino voracemente.

“Cla…”. Le dissi. “Ma stai facendo qualche dieta?”.

Una lunga risata. “Ti pare che una che dopo cena mangia un panino con la salamella sta facendo la dieta?”.

“No, è che…”

“Che mi è sparito un po’ il culone?”. L’abilità di saper completare le frasi.

“Ecco, si”.    

 “Beh ecco, diciamo che sto più attenta rispetto un tempo.” Giunta a metà mi passò il panino. Delicatamente si lecco le dita, facendo sparire ogni traccia di unto.

“In che senso stai più attenta?”. Le chiesi masticando un boccone.

“Ultimamente non sto molto bene di stomaco, forse ho delle intolleranze.”.

Fu strano udire quelle parole. Da sempre Clara mangiava tutto ciò che esisteva sulla Terra. E pure in quantità abbondanti! Successivamente elencò tutti i cibi che sembravano procurarle problemi. Tra di essi, per mio stupore, vi erano i suoi preferiti.

“Ma con questa specie di dieta stai meglio almeno?”.

“Si… raggiungiamo gli altri o altrimenti ci danno per dispersi!”.

A notte fonda fui dispiaciuto di ritornare a casa, anche se dallo sguardo di Lucia venni a intuire che aveva un programmino particolare per concludere la nottata. Appena varcata la porta d’ingresso, mi afferrò per le spalle. Tra tutti quei baci sensuali i brividi tardarono ad arrivare. Spogliandosi, avvicinò la bocca al mio collo mentre sensualmente tolse la mia maglia. Quel corpo giunonico che un tempo amai follemente, non mi regalò più quell’incontrollabile eccitazione. Quando la sua bocca si fece strada verso il mio inguine, chiusi nervosamente gli occhi.

“Beh? Che succede?”. Domandò delusa davanti alla totale mancanza di erezione.

“Devo aver mangiato troppo…”. Tentati di giustificarmi con l’intento di farla breve.

Sbuffando, rapidamente si alzò dalle mie gambe coricandosi nella sua parte di letto. Ancora nuda, coprì il suo corpo con il lenzuolo. Girandomi verso destra fui di nuovo costretto a fissarle la schiena.

Su di essa le immagini corsero veloci : le unghie smaltate di Clara, le dita unte di aceto e ketchup e la sua nuova dieta, che più che mirata a risolvere le intolleranze, pensai che la adottò per un disturbo psicosomatico.

Il mattino dopo Lucia non accennò minimamente al mio “problemuccio” : tutto proseguì secondo i noiosi canoni giornalieri. “Scopiamo perché si deve scopare”. Queste parole di Clara ritornarono ad assillarmi. Mi accorsi di ritrovarmi nella sua stessa situazione di qualche anno prima. Volevo credere e sperare che fosse felice della sua vita intima con Roberto e che almeno per lei, i problemi del passato fossero scomparsi.  Sentendomi un oggetto in balìa della mia partner, non seppi cosa fare e come reagire. Da un lato pensai che potevo contare su Clara. Parlandole mi sarei sicuramente sollevato, ma nutrivo paura. La considerai da sempre “la sorella minore che non avevo mai avuto”, anche se questa definizione ultimamente sembrò vacillare. Scesa la sera del giorno dopo, decisi ancora di non scriverle. Le motivazioni del mio gesto erano molte. La ragione principale non volli ammetterla nemmeno a me stesso.

Il giorno dopo attendendo che Lucia rincasasse dal primo turno, le feci trovare la cena pronta. Quel mezzogiorno notai in lei una insolita allegria. Ringraziandomi per la cena mi baciò focosamente, come se il fattaccio della notte prima non fosse mai accaduto. Di ottimo umore, mi propose una gita ad Arona nel weekend che stava per arrivare. L’idea mi parve subito interessante; era da parecchio tempo che non passavamo un weekend lontano da Inveruno. “Lo dico anche a Clara e Roby?”. Al pronunciare del nome Clara, il mio stomaco si contorse. Un misto di tensione e felicità nell’immaginare la presenza della mia cara amica. Senza esitare troppo fui più che d’accordo.
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Trascorsa una settimana dal matrimonio, sentii che stavo per affogare nella tristezza. Non riuscivo a togliermi dalla testa i suoi occhi implorare aiuto e quella stretta al mio braccio, come se fosse sul punto di confidarmi qualcosa. Da una settimana il mio telefono aveva smesso di squillare; il suo ultimo messaggio di Whatsapp annunciava l’ora di ritrovo prima della cerimonia. Avrei tanto voluto scriverle ma non ne fui capace : la convinzione di risultare inopportuno mi bloccò. Poi, ripensandoci bene, non avrei saputo nemmeno cosa scriverle. Pensai che avrei fatto meglio a lasciare che godesse il suo viaggio di nozze. Lei e Roberto furono indecisi su due tappe : Irlanda o Spagna. Alla fine optarono per Barcellona.

“Tanto quest’estate lo convincerò ad andare anche in Irlanda!”. Mi disse poco prima di sposarsi.

Sentendomi ridicolo, provai una strana sensazione. La lontananza di Clara rese le mie giornate ancora più lunghe. Da parte mia, vi fu un desolato mutismo : rispondevo alle domande di Lucia solamente se era necessario. Lei, facendo finta di niente, si accorse subito di questo mio atteggiamento; forse ne aveva davvero abbastanza di continuare a litigare. Una notte piansi. Per fortuna, da mesi io e Lucia dormivamo con le schiene una di fronte l’altra. I miei occhi si inumidirono automaticamente, distorcendo il buio davanti a me. E’ così terribile piangere di notte, tra ombre danzanti che sembrano stringere il collo soffocando la poca vita rimasta. Sulla parete dove si rifletteva la sagoma della tapparella, disegnai il volto di Clara. La immaginai felice reggere il bouquet, poco prima di ricevere il nostro regalo. Poi la immaginai addentare una brioche alla marmellata al bancone del Sunflower. Famosi erano i suoi improvvisi attacchi di fame alle ore più improbabili. Quel giorno bigiammo insieme la scuola, visitando ogni angolo di Inveruno. La punta del campanile era coperta dalla nebbia; faceva un freddo terribile in quel giorno di inizio dicembre.

Nulla ci spaventava : nemmeno gli schiaffi dei genitori una volta che scoprivano che avevamo saltato le lezioni. Girandomi nel letto, osservai la figura di Lucia abbandonata al sonno. Avrei voluto allungare la mano a spostarle le mutandine, proprio come facevo durante i tempi splendenti del nostro amore. D’istinto la mia mano si fermò; se l’avessi svegliata avrebbe brontolato per una mezz’ora buona e non avevo assolutamente voglia di risentire la sua voce. Strano ma vero, riuscii ad addormentarmi. Mi svegliai in tempo per preparare la colazione e affrontare un’altra giornata di lavoro. Lucia era solita svegliarsi un’ora prima di me per recarsi al Lampugnani. Come tutte le mattine, lasciò un biglietto scritto in cucina. Questa volta mi raccomandava di far cuocere le zucchine non appena sarei tornato a casa. Accartocciai il biglietto gettandolo nell’immondizia e terminai la colazione. La brezza mattutina risultò ancora molto fredda per il mese di maggio, ma soprattutto possedeva una malinconia penetrante. La prima sigaretta aumentò il mio senso di malessere, andando a spegnersi in breve tempo nel posacenere del terrazzo. Le giornate successive mi passarono davanti nello stesso modo, se non in maniera peggiore. Quando fui ormai persuaso di essere condannato ad una vita assurda, arrivò un messaggio sul mio telefono. Era Clara : “Luchi, scusa la settimana di silenzio ma non avevo l’opportunità di ricaricare da nessuna parte. Come stai? Tutto bene? Noi stiamo benissimo, qui è stupendo!!! Credo che Barcellona sia la mia seconda casa, anche se faccio un torto mostruoso all’Irlanda. Ti saluta Roberto, tu saluta Lucia da parte nostra. Un abbraccio”.

Bene : ora voi vi aspetterete che proseguirò elencando le mie sensazioni di gioia giusto? E’ vero : ho avvertito una piacevole sensazione a leggere il messaggio. Questa sensazione cancellò per un attimo la cupidigia dei giorni precedenti, ma svanì immediatamente.

Questo perché? E’ semplice : il messaggio era stato scritto da Clara, ma senza il suo cervello. Potevo sentirmi sicuro di questo fatto; difficilmente mi sbagliavo su di lei.

Sapendo che anche Roberto avrebbe letto la mia risposta, scrissi le frasi più banali possibili. Riflettendo però, conclusi che forse Clara felice lo era per davvero. Arriva un punto delle nostre esistenze dove tutti i nostri dolori svaniscono e veniamo ripagati di tutto il tempo perso. No, non ho mai creduto negli stereotipi e tanto meno fui disposto ad incominciare a credervi. Dopo quel messaggio, seguì da parte sua un’altra settimana di silenzio. Quando rientrarono ad Inveruno, ricevemmo un invito per una cena a casa loro. Dopo varie discussioni riguardo i giorni liberi di Lucia, riuscimmo a fissare la data. La sera del 26 maggio ci recammo in via Fodera, dove al centro di un grande prato sorgeva la villa dei coniugi Oldani. “La Cislaghi la induvinà al ternu al lot a spusà l’Oldani”. Dicevano in paese. In molti si fermavano a contemplare quella immensa villetta a due piani : pura riflessione del sostanzioso patrimonio di Roberto. Il menù prevedeva : polpette vegetariane, risotto radicchio e zola e cotoletta alla milanese con patatine. Entrando in casa, salutai Clara impegnata a cucinare tutti questi piatti sfiziosi. Non ebbi nemmeno il tempo di chiederle come stava che fui trascinato da Roberto a prendere un drink in salotto. Mi raccontò nel dettaglio il loro viaggio di nozze, che sembrava essere stato organizzato con una precisione impeccabile. Seduto nel confortevole divano bianco, non vidi l’ora di mettere le gambe sotto il tavolo e gustare la cena. Nel bel mezzo di un discorso, finalmente apparve Clara reggendo una teglia piena di polpette. Trovai il suo aspetto decisamente migliore rispetto all’ultima volta. Il viso era al naturale, ma non per questo meno affascinante. I capelli, raccolti da un fermaglio nero, freschi di una nuova tinta rossiccia a coprire il biondo naturale. Quel colore le donava un’aria nuova, genuina.

Mentre consumammo la generosa cena, respirai un’atmosfera felice. Quella felicità che però mi spaventò a morte.

Non posso dire di non essermi divertito quella sera, ma sinceramente non vedevo l’ora di restare solo con Clara. Le volevo chiedere cosa la turbava, anche se sapevo già la risposta.

Rimasti soli sul balcone a fumare una sigaretta con Roberto e Lucia impegnati a guardare la T.V. sul divano, decisi di tentare. Neanche a farlo apposta, la risposta fu quella che mi aspettai :

“Qualcosa che non va? No, va tutto benissimo, cosa dovrebbe esserci che non va?”.

“Non so, ultimamente ti vedo un po’ triste…”.

“Triste??”. Sembrò sorpresa di udire quell’aggettivo. “No, ti assicuro che va tutto bene!”.

“Ok! Si è fatto tardi, mi sa che noi andiamo”.

“E’ solo che… mi sento un po’ stanca. Sai, il viaggio, i preparativi del matrimonio…”.

“Certo, capisco”. Mi sentii un po’ in colpa a voltarle le spalle e raggiungere Lucia.

Clara non mancò di sfoggiare il suo dolce sorriso, lusingata per tutti i ringraziamenti e i complimenti riguardo la cena. Il mattino seguente ricevetti un nuovo messaggio :

Grazie per esserti preoccupato ieri sera. Sono contenta che posso contare su di te.”.

Io le risposi che avrei ascoltato ogni suo dubbio, ogni pensiero; non avrebbe dovuto esitare nemmeno un secondo a chiedere qualsiasi tipo di aiuto.

Stai tranquillo, va tutto bene. Fin troppo bene”. L’emoticon sorridente a fine messaggio non mi fece presumere nulla di buono.

In quel momento, recandomi verso la casa di un utente, desiderai che la mia macchina subisse un guasto. In quel modo avrei potuto recarmi in “Oldani Ricambi”, salire in ufficio e vederla. Ma andò tutto benissimo, fin troppo bene appunto.
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Profilo Autore: luke676  

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Lo immaginavo : non ricordo più l’incipit di questo… come voglio chiamarlo? Romanzo? Racconto? Riflessione? Preferisco assegnargli il comune nome “scritto”. Non amo molto etichettare le cose; eppure chi mi conosce mi considera molto selettivo. Erano giorni che avrei voluto scrivere una nuova storia, ma è un periodo vuoto : uno di quei periodi dove l’ispirazione tarda ad arrivare. Tutto profuma di vecchio e gli avvenimenti giornalieri sono di una banalità sconcertante. Quando spengo lo stereo o la televisione, cade un silenzio fastidioso : sembra quasi che i rumori all’esterno smettono improvvisamente, comunicandomi che non c’è niente di nuovo.  Per fortuna, sempre grazie a tutto ciò che vedo, tocco e sento, l’ispirazione seppur lieve e tarda, è arrivata anche questa volta. A darmi l’idea di stendere questo “scritto” è stata una fotografia. Un’ immagine che osservai durante la ricorrenza del 25 aprile, uno di quegli scatti che risveglia parecchi ricordi. Un sorriso sforzato si disegnò sul mio volto : ero proprio ridicolo con quello smoking e quella cravatta che impiegai secoli ad annodare. Il mio occhio sinistro era semichiuso per l’abuso alcolico, mentre la mia mano si appoggiava alle gracili spalle di Alessio. Alla nostra destra vi erano un gruppo di persone a reggere calici di vino e spumante. Lo sfondo è quello della maestosa Villa Garbo, con il suo immenso giardino e il terreno ricoperto di sassi. Lei era così bella, lo è sempre stata : un lungo abito bianco le scopriva le spalle avvolgendole maestosamente i seni in due coppe generose. Il velo lo aveva abbandonato poco prima, dicendo che le scompigliava l’elegante acconciatura; l’avrebbe indossato solamente quando sarebbe giunto il momento della grande promessa.

Il fisico possente di Roberto vestiva un abito vittoriano di colore grigio scuro; con la barba accorciata il suo viso acquistava un aria decisamente pulita, anche se i capelli arruffati a metà orecchio gli donavano sempre quel senso di trasandato.

Ricordai il suo famoso discorso a fine cerimonia. I fumi dell’alcol modificarono la sua voce già di per se greve e grossolana, facendolo barcollare a tal punto da farmi temere che sarebbe cascato sopra la tavola alle sue spalle. “Volevo preparare un discorso…”. Esordì tra i nostri applausi e i fischi d’incoraggiamento. “Volevo preparare un discorso, ma non l’ho fatto… però, quando io e Clara siamo entrati qui abbiamo visto che non ce n’era bisogno, perché tutto questo è stato abbastanza”. Una pioggia di applausi senza precedenti.

Già, proprio un piacevole ricordo. Era stata una lunga giornata di metà aprile di molti anni fa. Al tempo io e Lucia avevamo appena deciso di intraprendere la nostra convivenza, anche se lei per tutto il giorno continuò a ripetermi : “Amore, quand’è che anche tu mi porterai all’altare?”. Clara invece, continuò a chiedermi se il vestito le donava e se aveva il trucco a posto.

“Sei bellissima”. Le risposi più volte. Alle mie lusinghe, i suoi verdi occhi guardavano verso il basso e le guance si tingevano del colore di uno stupendo tramonto.

 Ad un certo punto della serata, andai a sedermi a braccia aperte sopra  un dondolo in un angolo di quell’enorme giardino.

“Lucone, non ce la fai più eh? Sono i finiti i tempi del Country Star!”. Gridò Beppe per sfottermi.

Lucia, dopo i suoi rimproveri, si rassegnò a pettegolare con le altre amiche presenti, tenendo comunque l’occhio vigile su di me.

Con la vista annebbiata vidi qualcosa di bianco avvicinarsi. Clara si sedette al mio fianco facendo scricchiolare il dondolo.

“Tirati su di qui! E’ peggio se resti in questa posizione!”.

“Io… vedo gli uomini scendere dai lampioni!”. Le dissi per rimembrare una celebre frase dei vecchi tempi. Lei rise, mentre tentai di alzarmi per assumere una posizione decisamente più presentabile.

“Allora come ti è sembrato?”.

“Cosa?”. Le domandai passando la mano tra i capelli.

“Tutto…”.

“Oh beh, stupendo! Tutto organizzato splendidamente e… Cla, sono felice per te!”.

“Grazie, siete stati fantastici tu e Lucia, come tutti del resto…”.

Barcollando, mi alzai. Lei fece lo stesso, senza però restare vittima dei troppi bicchieri di Blanc De Noir.

“Luca…”. Vidi la sua mano stringermi il braccio.

“Si?”. Anche se la mia vista non era del tutto ritornata nitida, notai il suo sguardo preoccupato.

“Vieni, è ancora tempo di fare altre foto…”.

Ci dirigemmo nella sala da pranzo, dove il mio fegato fu messo ancora a dura prova. Preferisco dimenticare le espressioni che assunsi in quelle foto, che fortunatamente non ho mai avuto occasione di vedere.

Ci vollero quattro giorni per “rientrare nelle grazie” di Lucia. Lunghi silenzi conseguono alle serate in cui alzai il gomito più del dovuto. Quella volta raggiungemmo il record di quattro giorni, interrotti con il suo solito : “Io non ce l’ho con te, ma non sopporto proprio quando bevi!”. Strano, le prime volte che uscivamo insieme dovevo sempre scendere dalla macchina ad aiutarla ad aprire il cancello di casa. “Poi si cambia…”. Dice lei.

Ma perché si cambia? Più che “cambiamento”, la sua la definirei “rinuncia forzata”; un altro modo di giustificare una vita fatta di regole assurde che altri le hanno imposto. Quando la conobbi, Lucia andava contro ogni tipo di privazioni imposte soprattutto dai cosiddetti “superiori” o da chiunque crede di “essere più in alto di noi”.  Feci la sua conoscenza quando entrambi lavoravamo alla R.S.A. Lampugnani di Nerviano. Io avevo appena terminato il corso di O.S.S. (Operatore Socio Sanitario), mentre lei prestava già servizio in struttura da anni. Durante il mio breve periodo lavorativo, mi affiancarono a Piera : una quarantenne dai capelli rossi cotonati con un carattere più acido dell’aceto. L’unico sollievo di quel lavoro, che poi abbandonai per dedicarmi all’assistenza domiciliare, era vedere Lucia e farci lunghe chiacchierate nelle pause. Scoprimmo di avere molti interessi in comune, oltre all’attrazione fisica. La statura bassa, gli occhi neri penetranti e i lunghi capelli lisci e castani, furono alcuni dei particolari che mi fecero innamorare. Il suo corpo assomiglia tanto a quello di una venere, tanto soffice e delicato. Adoravo anche la sua generosità e la capacità di ascolto. Quando decidemmo di metterci insieme, diventò la ragazza che ho sempre odiato : imitava il mio modo di vestire, di apparire e anche il mio modo di parlare. Disse che per lei la relazione ideale era quella in simbiosi, ovvero : non era decisa a mollarmi neppure un secondo.

Poco a poco, e riguardo a questo non smetterò mai di darmi la colpa, vidi tutti i miei amici scomparire : li vedevo solamente una volta alla settimana al bar per un birra, senza più confidare gioie, dolori e aneddoti divertenti. Lucia ottenne il suo scopo. L’unica amica che non riuscì a farmi “abbandonare” fu Clara, la mia compagna di giochi d’infanzia. I tentativi di Lucia furono molti, visto che non le andava a genio nessuno che le presentavo, ma con Clara le cose andarono diversamente. Il carattere possessivo di Lucia venne piegato dal nostro forte legame d’amicizia, aiutato dalla mia buona volontà a non cadere ancora in ridicoli errori.

La vidi rassegnarsi per la prima volta, osservando la loro amicizia nascere ed evolversi.

Parecchi anni fa, ci fu un periodo in cui persi di vista Clara. Dopo aver concluso l’ultimo anno di liceo scientifico, ottenendo il massimo dei voti, decise di accettare una proposta di lavoro a Londra. Riuscivo a sentirla quando si collegava da un Internet Cafè, comunicando tramite il vecchio sito di studenti.it. Tra tutti quegli Hermes, mi disse che aveva conosciuto un ragazzo londinese che lei chiamava Ralph. A soli diciannove anni, pensò di avere trovato l’amore della sua vita, ma quando ritornò in Italia qualcosa nel suo sguardo era cambiato. Di fronte a me non c’era più la bambina con cui giocavo a “un due tre stella”, ma una splendida donna. Fece crescere i suoi capelli biondi, abbandonando il taglio a caschetto che portò fino ai diciotto anni. Il fisico, pur sempre formoso in passato, si abbellì di graziose forme. Il petto gonfiava amorevolmente la bianca t-shirt, facendo intravedere un nero reggiseno in pizzo. Le labbra graziosamente sottili e autrici di sublimi sorrisi, presentavano un rossetto smagliante. Il volto rotondo, con le guance piene di salute, era rimasto lo stesso; forse leggermente pallido, ma sempre caratterizzato da un aria fanciullesca. Furono gli occhi a subire un mutamento : al loro interno non si leggeva più la spensieratezza dell’infanzia e dei ricordi piacevoli, ma bensì rammarico e sofferenza.

Clara mi spiegò che la sua fiducia negli uomini aveva raggiunto un punteggio assai basso. Ralph le fece credere che le favole esistono ancora. Lei non si arrese, decidendo che era ancora il caso di riprovarci.

Qualche anno dopo conobbe Roberto, incallito giocatore di rugby e titolare della ditta Oldani Ricambi. Non persi nemmeno un dettaglio della loro storia. Ogni volta che Clara ci litigava, veniva a confidarsi con me. Viceversa, quando litigavo con Lucia non vedevo l’ora di scriverle per leggere le sue risposte di incoraggiamento. Incominciammo ad uscire in coppia, dove ebbi l’occasione di conoscere meglio Roberto.

Durante quelle uscite desiderai tanto possedere la sua forza di carattere, la sua abilità a risolvere qualsiasi situazione, ma allo stesso tempo non volevo essere lui. Non lo vidi baciare Clara nemmeno una volta, se non durante il loro matrimonio. Clara mi confidò che nelle quattro mura di casa era ancora peggio : “Scopiamo perché si deve scopare. Se non lo facciamo c’è qualcosa di sbagliato”. Mi spiegò che non sarebbe mai capace di piangere di fronte a lui o di avere il coraggio di urlagli in faccia tutte le sue pene. Una sera mi disse : “Capisci che ho paura a mollarlo? Se dovessi farlo, questo va al Sunflower si ubriaca, prende la macchina e si ammazza contro il muro”. Poco dopo, vista l’ennesima riappacificazione, non me ne parlò più. Parve che la loro storia proseguì a gonfie vele fino al matrimonio. Certo ci furono ancora litigi e incomprensioni, ma poco prima del matrimonio rividi Clara felice come un tempo. Spensierata, mi espose che lei e Roberto avevano trovato il giusto equilibrio. Fui contento per loro, ma lo fui di meno riguardo il mio rapporto con Lucia. Mi chiesi più volte se tutto ciò era davvero quello che desiderai nella vita, cioè : convivere con una ragazza “normale” senza problemi mentali e casi di suicidio in famiglia. La mia indole ha sempre avuto la calamita verso ragazze problematiche le quali, dopo avermi raccontato la storia della loro vita, mi stufavano peggio di un reality show. Lucia non ebbe grandi cose da “raccontare”, facendomi più volte porre la domanda : “Ma a questa cosa le piace??”.

L’improvviso positivismo di Clara fece nascere un sospetto : dentro di me sentii che non mi aveva raccontato tutto riguardo la sua relazione con Roberto; il presentimento che un grande macigno le pesasse sul cuore divenne sempre più frequente.
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