C’era una grande famiglia di oche, ora sulle sponde del fiume.

Si rincorrevano e starnazzavano, si azzuffavano fra loro, di tanto in tanto, mentre i piccoli paperi cercavano di stare dietro alle mamme col loro buffo e tipico camminare quando, ovviamente, non erano nell’acqua nella quale procedevano in fila indiana, con aspetto quasi regale! Poi, il tramonto quietava il loro verso assordante e sul fiume scendevano gli ultimi riflessi di sole; piano, le ultime luci cominciavano a spegnersi e, lentamente come un rituale, le mamme accoglievano sotto l’ala i paperini per la nanna.

Per quella sera, lì sulle sponde, erano stati messi dei piccoli lumini, di quelli che creano atmosfere magiche anche in casa, nei momenti particolari, ad esempio a Natale o quando si vuole rendere un’atmosfera più intima e particolare.

Ma, ora, l’atmosfera creata era diversa: mistica, di dolore, di ricordo. Sembravano piccole lucciole di maggio scese sul fiume per sfiorare l’acqua e quasi baciarla. La loro luce fioca diffondeva calore simbolico, al piccolo borgo di pescatori; scaldava i cuori che, intristiti, restavano muti in silenziosa meditazione e preghiera.

Una lunga fila di lucine a destra e a sinistra del letto,

continuava giù, giù, fino al mare: l’immenso mare azzurro, orgoglio del paese, di quel piccolo tratto costiero.

Triste, quasi muto, tranquillo quel grande mare che aveva inghiottito, allora, tanti corpi, avvolgendoli tra le acque cupe, che accoglievano una pioggia incessante e devastatrice. Una bocca divoratrice, un inferno di acqua che si era allungato fino al centro del borgo e aveva distrutto, assorbito, infangato e molto era scomparso nel nulla.

Anima posseduta dal diavolo che aveva devastato ma ora, nella calma, sembrava piangesse quelle sue vittime.

... E scorreva ancora sotto il ponte, il fiume, sotto gli sguardi lucidi e i pensieri tristi e nella sua pacatezza sembrava ignaro, dimentico di quel dì. Qualcuno, passando, si soffermava a guardarlo restando in silenzio affacciandosi, mormorando di qualche ricordo. Poi lasciava cadere un piccolo fiore sulle acque, scarse ma limpide, che gorgogliavano appena; immagine che cozzava con quella di allora: voraci, grasse e demoniache, traditrici, avevano squarciato la semplicità e l’umiltà di quel borgo, con la mano della morte.

... Ora il silenzio, tanto silenzio in ricordo della paura e il troppo frastuono di quei momenti che affogavano nel fango; di quella notte di fiumana, del suo buio umido di lacrime, di pianti vaganti nell’aria, e di cuori lacerati e doloranti.

 Nenie si spandevano nell’aria, per le anime venute sul fiume e che aleggiavano tenendosi per mano, come in un girotondo di pace.

Sì, di pace: esse si riconciliavano con quel mare e con il fiume che le avevano portate via per sempre.

... S’innalzò una preghiera unanime, nel borgo e la fiamma dei piccoli lumini ebbe come un guizzo: sembrò diventasse più grande e il fiume, d’un tratto, brillò mentre quel luccichìo scivolava giù fino al mare, a quella grande bocca che ora era un abbraccio. Due braccia aperte ad accogliere tutte le anime che vi arrivavano: un grosso abbraccio, come quello di una mamma che stringe e consola e dà sollievo...

E, intanto, la notte piano andava spegnendo ogni rumore, ogni passo si faceva lieve, come timoroso di spezzare un incantesimo, una magia.

Il vento, stranamente dolce, accarezzava i visi mesti e spalmava nell’aria l’odore acre di salsedine.

Ogni davanzale restava muto: unico cenno di vita, che vi si vedeva, la luce della fiammella dei lumini, che si rincorrevano; l’uno vicino all’altro, da una finestra all’altra, in una lunga fila, una processione, da una casa all’altra e quasi s’inchinavano, di tanto in tanto, alla solennità di quei momenti quando agli occhi pareva volessero spegnersi.

Tutto il borgo era muto, l’atmosfera pressappoco surreale.

... Intorno la collina e le case sparse, che guardavano giù, al mare, il lieve rintocco di un orologio che scandiva le ore, i giorni, gli anni passati. Ora, la notte aveva steso tutto il suo manto su quel ricordo, per un’altra volta ancora...

Calma e serena, o piovosa e fredda, stellata e dolce come una sera di aprile; o umida d’autunno oppure ventosa o anche già invernale: ogni volta è la stessa notte, comunque!

...E’ il 25 ottobre, giorno della memoria.

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Profilo Autore: Giò  

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Commenti  

Rocco Michele LETTINI
+1 # Rocco Michele LETTINI 28-10-2015 19:05
PIACEVOLE... SCORREVOLE ET... ESPRESSIVO RACCONTO. LIETA SERATA.
nabrunindu
+1 # nabrunindu 28-10-2015 19:19
commovente! :-)
Gigggi
+1 # Gigggi 29-10-2015 08:46
Quando Oca indica tutto il contrario di ciò che il senso comune attribuisce al dolce animale...Oca come emblema di semplicità,di natura, di sorriso...Ed in questo ambito la nostra Giò non può che essere la regina di queste eccezzionali OCHE....E lo starnazzare è solo declamazione di splendida poesia!
Giò
+1 # Giò 29-10-2015 18:22
Grazie ragazzi.
Era il 25 ottobre 1954: un'alluvione devastò i miei luoghi portando morte e distruzione.
Un saluto tutti.. ^-^
Silvana Montarello*
# Silvana Montarello* 31-10-2015 16:45
La natura a volte diventa devastante, commovente racconto, esposto benissimo, solo una grande poetessa come te poteva farlo, ciao.

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