La firma in calce a questa lettera è la tua, o quella che sarà la tua tra cinquant’anni. Ti scrivo dal futuro: non è uno scherzo, ma la realtà. La data di questa mail è due ottobre 2069, ho da poco compiuto settantaquattro anni, è indirizzata a me stesso quando avevo, appena ventiquattro anni. Posso scrivermi dal futuro grazie ad una recente scoperta scientifica che ci consente, almeno per la trasmissione di documenti elettronici, di abbattere le barriere del tempo. Credo che in molti, in questo istante, stiano facendo il mio stesso tentativo: spiegare il futuro per vedere se è possibile cambiarlo.

La popolazione mondiale sta per raggiungere ormai gli undici miliardi, le risorse del pianeta non bastano per tutti; è un fatto che incide sulla vita quotidiana. L’energia è razionata: possiamo utilizzarne la metà di quanto ne avevamo a disposizione all’inizio del secolo. Possiamo usare l’auto solo a giorni alterni, abbiamo dei tetti per l’acquisto di generi alimentari: non possiamo comprare più pane, pasta, carne, di quanto previsto dalla nostra card dietetica giornaliera.  Abbiamo delle tessere elettroniche che controllano tutto, anche la vita privata, è sottoposta a verifiche invasive. Per motivi fiscali, ma non solo.

Qualche anno fa è andato in pensione l’ultimo lavoratore con un contratto a tempo indeterminato; è stato sulle pagine di tutti i quotidiani, il governo ha indetto una giornata di festa nazionale per l’occasione. Il contratto di lavoro più lungo è trimestrale: c’è un’agenzia statale, però, che monitora le necessità delle imprese e si occupa di farci trovare subito un’altra occupazione. Assorbe ormai il dieci per cento della forza lavoro e ha costi spaventosi, ma la disoccupazione non esiste più.

Si va in pensione a settantacinque anni, dato che l’aspettativa di vita ormai ha superato i cento anni. C’è un tetto di venticinque anni anche per il pagamento dell’assegno pensionistico: chi supera il secolo di vita, se non ha un altro reddito, o una famiglia in grado di mantenerlo sino alla fine dei propri giorni, può scegliere di ricorrere all’eutanasia assistita. Neppure la Chiesa ormai si oppone a questa pratica molto comune.

La giornata lavorativa è di dieci ore o più esattamente di otto più due: otto di lavoro e due di studio. Cosa studiamo? Ci aggiorniamo sulle novità tecnologiche, apprendiamo nuovi mestieri per essere pronti, alla scadenza del contratto, ad essere subito produttivi, in un’altra azienda. Il tempo libero è un lusso che non possiamo permetterci: è razionato anche quello.

C’è una card anche per l’amore: in essa sono memorizzati gli appuntamenti scelti dall’agenzia governativa specializzata per farci conoscere l’anima gemella. Funziona così: chi è single è obbligato a compilare un questionario con l’indicazione delle proprie preferenze. Sesso, età, caratteristiche fisiche e caratteriali della persona cercata: un algoritmo provvede a trovare le affinità elettive, i desideri incrociati, le persone le cui preferenze combaciano alla perfezione. C’è l’obbligo d’incontrarsi e di tenersi in contatto almeno per un mese e di fare sesso: se dopo questo periodo la scintilla non scatta, il grande fratello, si metterà alla ricerca di un nuovo partner ideale.

Il matrimonio è stato abolito, sostituito da contratti di cinque anni: alla scadenza si può decidere di rinnovarlo o di separarsi. La Chiesa come l’ha presa? Ha strepitato per un po’ ma poi ha fiutato l’affare e ha concesso il proprio benestare. Da quando ha avuto l’esclusiva delle unioni temporanee, attraverso un’asta pubblica, nuota nell’oro.

La pressione fiscale è arrivata al settanta per cento: il restante trenta per cento, però, grazie alle restrizioni sull’acquisto di generi alimentari, di carburante, di vestiti, basta a sbarcare con dignità il lunario. La moneta è elettronica, il contante è stato abolito già da una ventina d’anni. Il risparmio è razionato: non può superare, per legge il dieci per cento del reddito. Il surplus o è reinvestito o viene trasformato in titoli del debito pubblico a lunga scadenza.

Il Grande fratello controlla tutto: ci sono telecamere in ogni angolo di strada e in tutte le abitazioni. Gli unici luoghi dove è concesso di tenerle spente sono la camera da letto ed i bagni. La privacy è inesistente: ogni discussione è intercettata dai potenti algoritmi dei servizi d’intelligence, la posta elettronica è sotto sorveglianza. Forse il prezzo pagato per sconfiggere la criminalità e per ridurre al minimo i reati è troppo elevato. Le pene per chi spegne le telecamere o i microfoni sono severissime e immediate. Le prigioni non sono piene di ladri e assassini, ma di fanatici della privacy.

Ribellarsi è impossibile: la democrazia rappresentativa non esiste più. Niente elezioni, parlamento, partiti: spazzati via dagli eccessi di corruzione e dall’avvento della società tecnologica. Le decisioni sono prese a maggioranza con referendum on line: chiunque può avanzare una proposta, ed esporla nella bacheca delle leggi da approvare. C’è un mese di tempo per leggerle, discuterle e metterle ai voti. Sono talmente tante, però, che fatalmente non possono essere approfondite dalla maggioranza della popolazione. Spesso vengono votate al buio, senza avere alcun’idea di che cosa significhino: le leggi in vigore, però, non possono essere abrogate prima di due anni di attuazione.

Assemblee e riunioni sono consentite solo attraverso il web, per evitare disturbi alla quiete pubblica: in realtà, ormai, sono una rarità anche in questa forma. La democrazia è diventata un votificio, almeno un’ora della giornata è dedicata all’approvazione o meno delle proposte di legge: non c’è tempo per discussioni di altro tipo.

Niente democrazia, energia e cibo razionati, pensione a scadenza fissa, dieci ore al giorno da dedicare al lavoro e allo studio, vita privata invasa dallo Stato, matrimoni a tempo determinato, relazioni sentimentali obbligatorie almeno per un certo periodo, la galera in caso di ribellione: è questo il futuro che immaginavamo da giovani, quando il web era solo un’occasione di conoscenza, di socializzazione, di svago?

Non credo, ma a cambiare rotta forse si è ancora in tempo: sei ancora in tempo nel 2019, se dai retta all’esperienza dei tuoi prossimi cinquant’anni. 

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“ Ci facciamo gli affari vostri e vi aiutiamo a guadagnare di più”. Protezione, consulenze, strategie di marketing: è ciò che vi offriamo per sviluppare la vostra azienda, inserendola in un tessuto connettivo vitale, in una rete solidale con altre società. L’anziano boss mafioso lesse ad alta voce il volantino che un gruppo d’affiliati al clan aveva distribuito sul territorio.

 “Che cosa è questa roba? Siamo diventati una società d’assicurazioni? Che fa, ci facciamo un bel contrattino a quelli che ci pagano il pizzo? Alle mignotte ci offriamo il pappone gratis? I nostri pusher ci fanno le offerte speciali a chi compra le dosi? Prendi tre e paghi due oppure compra ora e cominci a pagare tra sei mesi? Che vi salta in testa? Volete rendermi ridicolo agli occhi dei “colleghi” per farmi fuori alla prima occasione?

La voce del boss era alterata da una rabbia sincera: lo dimostrava il viso paonazzo, le mani gesticolanti, i passi nervosi nella stanza d’albergo in cui si svolgeva la riunione. Solo suo figlio, l’estensore materiale del volantino, laureato con centodieci e lode alla Bocconi in economia, ebbe il coraggio di ribattere.

 “ Le statistiche non mentono: il fatturato del pizzo è crollato, i negozianti non hanno i soldi per pagarlo, sono sempre più quelli che si rivolgono alle forze dell’ordine per denunciarci e chiedere protezione. La crisi ha dimezzato le loro vendite, noi che facciamo? Se un mese non possono pagarci, gli bruciamo il locale, li minacciamo, li spaventiamo! Dobbiamo renderci conto che noi dovremmo essere i primi interessati al rilancio delle loro attività, che dovremmo investire di più in risorse umane e meno in proiettili e taniche di benzina. E’ vero abbiamo fondato una società d’assicurazioni, ai commercianti della zona proponiamo una speciale polizza: non prendiamo solo i loro soldi, ma forniamo pure dei servizi che li aiutano a rilanciarne le attività. Il modello scelto è quello della solidarietà: chi firma le nostre polizze s’impegna ad acquistare da un elenco di società del nostro gruppo: supermercati, negozi di abbigliamento, di scarpe, pompe di benzina, concessionarie d’auto, società immobiliari etc. I nostri clienti possono ampliare il loro giro d’affari e il pizzo esce dalla sfera dell’illegalità. Ci saranno meno “picciotti” dietro le sbarre, spenderemo meno per le parcelle degli avvocati, senza rinunciare ad alcuna quota di fatturato”.

Il boss restò senza parole, rifletté qualche minuto prima di dare il via libera all’iniziativa: in effetti il fatturato del pizzo era quello che risentiva maggiormente della crisi economica.
L’iniziativa del clan dei “Rapisarda” decollò in fretta: i vecchi pizzi vennero trasformati automaticamente in polizze assicurative, ma nuovi “clienti” chiesero liberamente di poter sottoscrivere i contratti. Il guaio è che riguardavano attività fuori dalla sfera di competenza del clan: era necessario un vertice tra boss, per convalidarli. Fu convocata una riunione al massimo livello, nel solito casolare di campagna, per la domenica successiva. Renzo Rapisarda, avrebbe accompagnato per la prima volta il padre al massimo convegno mafioso.

Le misure di sicurezza erano imponenti: il numero dei “picciotti” impegnati a difendere l’incolumità dei boss ricordava da vicino quello degli agenti delle forze dell’ordine impegnate in un “derby” serale tra Roma e Lazio. Forse, pensò Renzo un uso più puntuale della tecnologia avrebbe potuto ridurre i costi del personale: anche la mafia, aveva bisogno di un’adeguata spending  review. Immaginava un’organizzazione più snella, border line verso la legalità: il suo animo pacifista e legalitario, odiava le faide tra clan, gli attentati contro le forze dell’ordine, le rapine violente, lo sfruttamento dei deboli e delle donne. Era uno degli ultimi marxisti in circolazione, un seguace della democrazia diretta, un Robin Hood circondato da squali affamati di sangue umano.

L’ordine del giorno della riunione prevedeva al primo punto la discussione sul calo del fatturato delle organizzazioni mafiose. La crisi colpiva duro su tutto il fronte: i consumatori di droga, erano costretti a tirare la cinghia, i clienti delle prostitute avevano ridotto qualità e frequenza dei loro incontri, le attività estorsive erano al palo, a causa dei fallimenti e dei suicidi degli imprenditori. Renzo Rapisarda fu il primo a chiedere la parola, dopo la relazione introduttiva del “Capo dei Capi”. Spiegò con calma la sua ricetta per il rilancio del fatturato di “Cosa Nostra”: l’Organizzazione avrebbe dovuto fare ciò che le Banche e lo Stato non facevano più, sostenere gli investimenti in macchinari, in ricerca, in risorse umane. Avrebbe dovuto utilizzare tecniche di marketing per promuovere il consumo di stupefacenti, con sconti, offerte speciali, piccoli prestiti ai consumatori. Avrebbe potuto mettere a disposizione locali per le prostitute, in modo da abbassare i costi delle prestazioni, per venire incontro alle esigenze dei clienti. Avrebbe potuto proporre uno scambio allo Stato: l’acquisto di titoli del debito pubblico e media e lunga scadenza in cambio dell’abolizione del carcere duro per i boss e di un abbassamento del livello di scontro. Il futuro è all’interno della legalità spiegò ai suoi interlocutori: i capitali vanno investiti nel trading, nell’acquisto di azioni e obbligazioni di società quotate in Borsa.

Una standing ovation segnò la fine del suo intervento: a Renzo Rapisarda furono affidati seduta stante i pieni poteri sulla politica di “Cosa Nostra” Un pacifista alla guida della Mafia? E’ come se un generale dell’Esercito fosse messo alla guida della Chiesa, se per diventare deputati si dovesse rinunciare alle ricchezze accumulate. Quasi impossibile.

Scoppiò la pace in Sicilia: fu tutto un proliferare d’iniziative imprenditoriali, di nuovi sportelli bancari che prestavano soldi a tassi “tedeschi”. Sparirono le estorsioni, le prostitute e i pusher dalle strade e dalle piazze, i commercianti videro raddoppiato in tempi brevi il loro fatturato. Le statistiche annotarono tutto: il “pil” dell’isola prese a correre a ritmi “cinesi”. Renzo Rapisarda decise di “scendere in politica”: fondò il “Movimento Pacifista Libertario Italiano”. L’MPLI, fu il partito di maggioranza relativa alle elezioni politiche anticipate: venti giorni dopo la chiusura dei seggi, il suo leader fu nominato alla guida del governo. Si presentò alle camere con un programma di pacificazione nazionale: chiese di mettere fine a un secolo di lotta contro la mafia, in cambio di un clima di collaborazione capace di proiettare l’Italia verso un radioso futuro di pace sociale e benessere. Le misure più popolari, verso i giovani, i poveri, gli emarginati, gli ultimi, furono finanziate dalle casse di “Cosa Nostra”, fu imposto alle Banche di sovvenzionare con speciali agevolazioni l’imprenditoria giovanile, senza gravare sul bilancio dello Stato. Una politica espansiva, abbinata al drastico calo dei reati, a serie garanzie di sicurezza per chi investe, consentì una forte ripresa produttiva e un rilancio impetuoso del Pil.

Un attentato, un’altra autobomba pose prematuramente fine alla vita di Renzo Rapisarda e della sua scorta: le indagini accertarono che fu opera dei servizi segreti deviati, che i mandanti andavano ricercati nella magistratura politicizzata, nelle toghe rosse, nel ceto politico ancora fedele alla Costituzione Repubblicana e contrario a ogni colpo di spugna sul passato. La forza dei simboli: la strada scelta per la strage era ancora quella di Capaci. Un premier pacifista e mafioso ucciso da un complotto della magistratura e dei servizi segreti nei pressi di Capaci: quale trama migliore per un film di fantascienza!

L’improbabile è il futuro: basta solo aspettare per vederlo.

 

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Tu a differenza di lei, lo puoi evitare quell'incontro, tutte le volte che vuoi. Devi liberarti di chi ti fa male di chi fa di tutto per sembrare un agnellino. Colui che è così è solamente un pericolo, una sofferenza letale, accorciandoti la vita. Pian piano ti porta dritta in quella fossa prima del tempo e lui non torna una volta scappato dalle tue mani. Anzi, con le sue ti stringe e diventi un bersaglio colpendoti a più riprese, fino a stordirti completamente e quando succederà sarà troppo tardi per evitarlo, mordendo forte la tua lingua per non averci neanche provato. Lui è bravo a ferirti ma non a sollevarti, anche se te lo fa credere. Sto dicendo la verità, fidati, Marianna. E' un calcolatore e attende il momento giusto. Sapendo quando torni studia il suo piano a pennello recita una parte convincente. Sa di riuscire nel suo intento approfittando del fatto che sei poco felice. Appena arrivi, inizia a calarsi nel ruolo della vittima che non farebbe male neppure ad una mosca ma stai attenta perchè si traveste di morte e non la toglie finchè sete avrà. Se non si disseta veleno continuerà a sputare togliendoti il sorriso trascinandoti nella nebbia che calerà sui tuoi occhi colmi di pianto. Vivi nell'ombra che ti copre e per un istante credi ad un nuovo capitolo che si apre nell'allegria per te una svolta avviene con altri spunti migliori dei primi. Vuoi illuderti, sicuramente per cancellare residui sotterrandoli nell'inconscio. Usciranno fuori da quel recipiente che perde ricollocandosi nella vita minacciata resa soffocante mai pulita. Vivrai sbalzata da un vento fortissimo protagonista della fine. Saprà come finirà questo voler intestardisi, non ammettere d'essere avvolta, da un filo spinato. Ho narrato su quelle pagine tanto, vicende attaccate all'albero genealogico. Parlano di noi, colpite nel profondo e molte scene riapparse come un fulmine a ciel sereno. Ho poca fantasia, quindi la maggior parte del racconto è basato su fatti reali, inventati pochissimi. Scrivo perchè e credimi, nel farlo mi sforzo molto. Lo faccio per una giusta causa che si leggano le mie parole potendo servire lasciando un segno ad un cuore di ferro indisponente, augurandomi che si sciolga. Vorrei che lo leggessi e mi dicessi cosa provi mentre lo fai se hai scoperto dove voglio arrivare per centrare il punto della questione se dopo aver letto hai compreso, forse potremmo sostituire almeno alcuni pezzi senza caldissimi inverni fuori dagli orari delle stagioni. Riempiremo bottiglie, bersagli difficilissimi da colpire ma non per me e te. Fai attenzione ancora è un sogno tutto questo. Vedremo il risultato al rintocco degli orologi e della strada segnata lungo un rettilineo che ci indicherà il percorso più breve per raggiungere, quella pagina attesa per sempre
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Profilo Autore: poesie profonde*   Sostenitore del Club Poetico dal 25-07-2013

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Quando un pomeriggio d’autunno entrò in quel negozio, fu tanto sorpreso nel vedere che si può

vendere stupore con incanto da non cogliere che i fiori erano il primo indizio. Non erano coperti

di rugiada… anche i fiori piangono, pur se in silenzio.

Fino ad allora aveva sorvolato il mare padano nell’Astigiano dove si stendono le colline del vino,

morbido come la flanella, con una macchina da volo con le ali in ossa di balena e la copertura in

finissima cartamoneta. Lì per lì non intese subito che il martin pescatore può aspirare al krill tra

i fanoni di una badiale azzurra balena che inaspettatamente, saltando fuori da un’onda, investe gli

altri cetacei attorno. E nuota distante dall’ora di cena.

A cagionare un sorriso è quasi sempre un altro sorriso, e da quel primo suo sorriso si videro

tante altre volte di chiacchierate a tirar mattino.

Come quando lui le disse con gli occhiali appannati, in un mattino di freddo particolarmente

intenso, che la sola cosa che di lei non amava era la fede che portava al dito.

Quell’ultima sera lei aveva lasciato il marito sulla poltrona col giornale sulla pagina della borsa,

intento a controllare l’andamento delle azioni. Ma l’amore è un baratto imperfetto. Con la mano

nella borsa sulla foto che non gli aveva saputo mostrare, ora che tra loro l’attrazione era forte e si

sarebbero potuti pentire di ogni altro petalo colto, lui in un attimo capì che sarebbe stato meglio

che lei rincasasse con la pioggia che consente di camminare a testa alta con il viso velato di lacrime.

Per lui una buona dormita, ponte tra l’afflizione e la speranza. “Non piangere mai per un uomo

anima mia, ti si sbava il trucco… e il mascara che tanto ti dona vale più di questo stupido cuore.

Verosimilmente desto, arenata sulla spiaggia le siedo mesto accanto… alla balena che salmodia

anche parole antiche, e l’uomo non le ode perché sordo ormai al canto”. Scritto sul fazzoletto

ricamato di stoffa, lucente, nel lembo della manica. “Tornerò dalla cornice senza specchio, l’unica

amica che quando piango nel mio appartamento non ride mai. Lasciami sull’uscio insieme alle

scarpe. Asciuga gli occhi, sorridigli se è sveglio. E sdraiati nel letto insieme al tuo bambino”.

Lei senza un perché si stupirà… anche se non dovrebbe, non dovrebbero. Eppure l'emozione di

pensieri così profondi e dolcemente serviti sarà come un vassoio di mignon... troppo belli da vedere

per essere sprecati mordendoli. Ed allora guarderà l’inchiostro quasi cancellato e penserà, mentre

gli altri, in tutta fretta, persi nella loro ingordigia, lasciano soltanto la lucentezza del cabaret vuoto,

ormai… io continuerò a incantarmi.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Il r.i.s. toro muore
al ris torante a cielo aperto.
Spaghetti allo scoglio e linguine ai granchi.

«Guarda che hai preso un granchio»

I pescatori tornano dalla notte di caccia al polpo.
Uno di loro è sempre in pole position e frega i mitili ai militi.
Cozze e polpi come menù
e onestamente non si può di più.
Un cero come luce sul tavolo,
pizzi di carta
tovaglioli di plastica, forchette
ecoltelli di carruba biodegradati.

«Bella la sinalefe nel precedente verso»

«Mi hai preso per un verso, molla la presa, mi fai male»

E io c'ero nella mattanza della paranza
e barche spiegavano alle vele come aprirsi.
Ma erano tutte ignoranti e poi non s'alzava nemmeno vento.
Un pescatore lungi e mirante, dall'alto dei suoi centodieci centimetri,
guardava lontano con un bi 'n culo.
Sognava una rete a strascico piena e ribollente di vittime ittiche.
La guardia costiera s'accostò alle imbarcazioni e fece una retata.
I pescatori di brodo avevano usato la dinamite.
Davanti al tenente di vascello si giustificarono dicendo
che la Dina, moglie d'uno di loro, era una tipa mite.

«Sì, sì è veramente una Dina mite, tanto Dina mite»

Il maltolto al mare fu funeralizzato sulle banchine del porto
con una salva di cinquanta cannonate: si realizzò calando una fune.
Le salme vennero sepolte in mare.
La pasticceria Sal & Me offrì dei cannoni al pistacchio.

«Cacchio, pistaaaaaaaa, che mi perdo la cerimonia... Ma tu c'eri? O eri dalla Monia a dire il salmo d'addio»

Talune cozze, sfuggite alla funzione finale, furono mangiate e taluni si
beccarono la Salmo e la Nella, due di poco conto che si davano alla prostitudine.
Brutta la solitudine dovuta alla quarantena, a cui dovettero sottoporsi tutti i coinvolti.
Con volti sconvolti si dimisero in blocco, dal blocco sei del policlinico sinfonico, appena il dirigente sanitario concesse l'amnistia suonando una suonata famosa.

«Mi stia bene... E non vada più da quelle due tipe, fanno ammalare di botto»

Un botto segnò il mezzogiorno e la fame si fece sentire.
I pescatori infuriati si tuffarono in mare alla ricerca di mitili e polpi.
La guardia costiera, prevenuta, aveva provveduto, con largo anticipo,
a sguinzagliare i famosi tori da pesca, famelici guardiani della guardia costiera.
I pescatori furono presi nella morsa dai tori da pesca che si scatenarono con morsi alle terga che sapevano di profumo di pesca.

In premio, per l'azione coraggiosa, i tori furono encomiati con una pesca allo sciroppo.
S'alzò un vento di scirocco da Shiraz e vino del loculo si bevve a fiumi e a mari.
L'eco sistema era salvo.
La guardia costiera era ormeggiata a costa.
I pescatori di brodo erano in gattabuia...

«Sola se ne va una gatta per la città,
si spengono le luci di quell'ultimo caffè...
E Modugno, dal cielo trapunto di stelle, canta ancora
e la sua voce risuona nel silenzio della notte buia»

Dalla gattabuia scendono lacrime.
L'orizzonte sul mare non riesce a orizzontarsi nel verso voluto
e le nuvole del tramonto si perdono nei moti e i promontori...

«Nooooooooooooooo, i tori nooooo, per pietà!»iù.

Un cero come luce sul tavolo,
pizzi di carta
tovaglioli di plastica, forchette
ecoltelli di carruba biodegradati.

«Bella la sinalefe nel precedente verso»

«Mi hai preso per un verso, molla la presa, mi fai male»

E io c'ero nella mattanza della paranza
e barche spiegavano alle vele come aprirsi.
Ma erano tutte ignoranti e poi non s'alzava nemmeno vento.
Un pescatore lungi e mirante, dall'alto dei suoi centodieci centimetri,
guardava lontano con un bi 'n culo.
Sognava una rete a strascico piena e ribollente di vittime ittiche.
La guardia costiera s'accostò alle imbarcazioni e fece una retata.
I pescatori di brodo avevano usato la dinamite.
Davanti al tenente di vascello si giustificarono dicendo
che la Dina, moglie d'uno di loro, era una tipa mite.

«Sì, sì è veramente una Dina mite, tanto Dina mite»

Il maltolto al mare fu funeralizzato sulle banchine del porto
con una salva di cinquanta cannonate: si realizzò calando una fune.
Le salme vennero sepolte in mare.
La pasticceria Sal & Me offrì dei cannoni al pistacchio.

«Cacchio, pistaaaaaaaa, che mi perdo la cerimonia... Ma tu c'eri? O eri dalla Monia a dire il salmo d'addio»

Talune cozze, sfuggite alla funzione finale, furono mangiate e taluni si
beccarono la Salmo e la Nella, due di poco conto che si davano alla prostitudine.
Brutta la solitudine dovuta alla quarantena, a cui dovettero sottoporsi tutti i coinvolti.
Con volti sconvolti si dimisero in blocco, dal blocco sei del policlinico sinfonico, appena il dirigente sanitario concesse l'amnistia suonando una suonata famosa.

«Mi stia bene... E non vada più da quelle due tipe, fanno ammalare di botto»

Un botto segnò il mezzogiorno e la fame si fece sentire.
I pescatori infuriati si tuffarono in mare alla ricerca di mitili e polpi.
La guardia costiera, prevenuta, aveva provveduto, con largo anticipo,
a sguinzagliare i famosi tori da pesca, famelici guardiani della guardia costiera.
I pescatori furono presi nella morsa dai tori da pesca che si scatenarono con morsi alle terga che sapevano di profumo di pesca.

In premio, per l'azione coraggiosa, i tori furono encomiati con una pesca allo sciroppo.
S'alzò un vento di scirocco da Shiraz e vino del loculo si bevve a fiumi e a mari.
L'eco sistema era salvo.
La guardia costiera era ormeggiata a costa.
I pescatori di brodo erano in gattabuia...

«Sola se ne va una gatta per la città,
si spengono le luci di quell'ultimo caffè...
E Modugno, dal cielo trapunto di stelle, canta ancora
e la sua voce risuona nel silenzio della notte buia»

Dalla gattabuia scendono lacrime.
L'orizzonte sul mare non riesce a orizzontarsi nel verso voluto
e le nuvole del tramonto si perdono nei moti e i promontori...

«Nooooooooooooooo, i tori nooooo, per pietà!»
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Regolarmente la regina regola la regìa all’asticciola nella  meridiana

 

Di regola regolo la pendola

sicchè col regolare pendolare

penda a favor mio la regìa sulla

quale si regge ogni mia regola basilare.

Mi chiamo Regolo come la stella

della costellazione del leone, sire

che regna nella sua reggia e il regno

pende da quel regnante senza nulla dire.

Mentre regolarmente la regina alla regola

del regolo regola la règia regìa ancestrale,

in attesa che l’ombra dello gnomone

segni l’ora del suo regalo regale. 

 

Qualcheduno rammenta Regolo che di regola regolava regolarmente la pendola?

 

Quei mattacchioni del mattatoio

ammattiscono di risate un martedì

mattina al mese quando per la fiera

di San Matteo scende in paese

la famiglia matriarcale De Mattei.

La matrigna sottobraccio

al mattatore del settore del mattone,

la matrona blatera

col matusa e Matilde

con Mattia, i figli: in tutto sei.

Prendono posto sul matroneo a poche

spanne dalla maestra di matematica

che ha già iniziato a matteggiare,

seduta accanto a quel mattoide

del maitre della pizzeria “Scacco

Matto, pizza al metro e vino in botte.”

Ma al mattatoio questo martedì saranno

autori e non solo fautori nel mattare la

mattanza dei tori: niente più tauromachia,

toreri né tori sui torrioni; non appena avrò

regolato di buon mattino la pendola e sarà

giunto con l’arietta mattutina il metronotte.

 

Ristorante “la Pendola” da Regolo, regolarmente aperto con prezzi regolari

 

Venivo in questo ristoro ai tempi che Berta filava,

quando ancora si chiamava “Dove le capre non

cozzano” per via delle carceri antistanti andate in vacca.

Il proprietario amava avere il mestolo in mano, ma

aveva anche le pigne in testa e il cervello come le

acciughe: il cuoco dismessa la giacca e con una pacca,

dopo aver aspettato la lepre al balzello, stanco di andar

per mare senza biscotto, intraprese un periodo sabbatico

sicuro di andar per via battuta avendo la pentola al fuoco.

Andato vitello e tornato bue, il Signor Leone uscì piedi

avanti andando a sentir cantare i grilli, e con il gatto nella

madia liquidò il locale facendo buon viso a cattivo giuoco.

Così, volendo tenere la borsa stretta, lo acquistai a buon

mercato e, convinto di essere di buccia dura col bernoccolo

per il settore, attaccai il campanello al collo dei gatti.

Pur non ritenendo di avere una ciabatta del Macchiavelli,

ma con gli occhi di Argo e andando a raso riassunsi

la stessa brigata e lo stesso cuoco, una specie di castigamatti.

 

 

In cucina con Regino alla regia nessuno scopa il mare

 

Il giorno seguente l’apertura de “la Pendola” fui

tenuto a rimbrottare Sisifo, sbarbato decisamente

privo di faccia foderata di lamiera ma venuto

come l’asino alla lira a farsi assumere umilmente.

Con venti coperti a mezzodì e altrettanti a cena

abbiam la paglia in becco, anche grazie ai nostri

avventori abituali: il leguleio, segaligno e arrochito,

con un mozzorecchi col naso e il mento rostri

al solito tavolo, col suo scilinguagnolo sciolto

ad andar per rane; e al tavolo retrostante l’archivista.

La bella Isabella, esercente di ninnoli e minuterie che

dopo aver provato il dente del lupo, fa al piazzista

solo ordini regolari durante il pranzo; con indosso

sempre qualcosa col colore del suo nome e borgogna.

Come la lobbia del primo cittadino che chiede sempre

un calice di Borgogna e sogna gli occhi terra d’ombra

di Fedora da cui vuol esser servito, la nostra  cameriera.

Gran lavoratrice dalla bellezza dell’asino, ma facile

ad andare in oca, fidanzata con un ragazzotto solito

a perdere i muli e cercare i capestri; un nobile.

Spesso immischiato in imprese sulla strada per Patrasso.

E infine, con un borsalino ceruleo, in fondo siede l’artiere.

Costui ha bottega a “la Pendola”: sta scrivendo del ponte

de La Lobbia, l’unico qui a far la zuppa nel paniere.

 

Gocce di pianto di Fedora per il copulare impenitente di Teodoro con Isabella

 

Non appena seppi che quell’arpia della madre

di Sisifo aveva buttato l’osso a Regino durante

una notte in capanna d’assi affinchè da pollo,

credendosi figlio della gallina bianca, battesse

due chiodi a una calda, capitai tra capo e collo.

Chef de cuisine capì subito il mio intento di

benedirlo con la granata; mesto, riposto il

mestolo, mi assicurò di bruciare il paglione.

Chiamò il giovane lavapentole e, senza scopo,

iniziò a battere il cane al posto del padrone.

Non volendo battere la grancassa, decisi di bere

d’ogni acqua all’arrivo delle gocce di pianto

di Fedora decisa a buttar via l’acqua sporca

con il bimbo dentro a causa del vezzo del moroso.

Tal Teodoro era solito, con quel scampaforca

del mozzorecchi, correre la cavallina per poi

cercare di cavalcare la tigre, cercando l’asino

nel retrobottega di Isabella ed essendoci sopra.

Consigliai alla dettagliante  non solo di non

comprare la gatta nel sacco, ma al di sopra

di tutto di non consolarsi con l’aglietto per

non cadere a brani; solo per cavar sangue dalle rape.

Di tutto questo era al corrente l’artiere che adorava

citare testi e pentole: chiudeva a sette chiavi ciò che

gli sussurrava il sindaco, ma nel manico ciurlava

alle confidenze dell’archivista, contando

i bocconi agli interessati; ma col leguleio…

Con lui cercava di raddrizzare le gambe ai cani.

Il mio preferito di questo regolato guazzabuglio era

il prestinaio, regolarmente il più regolare dei ruffiani.

 

 

Messere Primo

 

Fu eletto Primo primo cittadino per l’attitudine

a separare il grano dal loglio nell’educaziome

dei minuzzoli, come da consumato sindacalista.

Vinse facile contro Raniero che pensava di dar

da bere alle rane, Cassiano incline a cambiar

casacca ed Erberto suo cugino, noto arrivista,

separato e popolare per dar l’erba trastulla e

incapace di dividere il grano dalla zizzania.

Da quando diede la birra ai tre, cominciò a dare

il calcio dell’asino e smise di dirla in rima.

Addirittura si impegnò a dar nel naso al Raniero

tornato alla sua drogheria, per anni suo compare

dandogli la baia; diede persino lo sbruffo

all’Erberto per fargli dar le mele se non avesse

pagato la mazzetta per un piatto di lenticchie.

Una sera fece venire a “la Pendola” Cassiano per far

dir dal meschino a nuora perché suocera intenda:

si lamentò col chef de rang per due forfecchie

nel piatto, deciso ad insegnare ai gatti a rampicare.

Quel giorno a pranzo Primo prima domandò all’oste

se ha buon vino, per poi dar i confetti di papa Sisto.

Aveva deciso di ottenere sovvenzioni da un

maggiorente della zona in cambio di un trasmutamento:

che un  ristorante diventi un metrò non si è mai visto!

 

 

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Sala grande dell'inTronato.

Interno rivestito di Pellet rossi e cotillons con le cotiche.

Scena prima.

Entra il Re Zaurro e la regina Citronella.

Alzatevi zotici e formaggiate la coppia reale.

Il regista da cenno di lanciare caciotte e caciocavalli.

Tutti si alzano dallo stallo e si mettono in piedi formando appunto un piedistallo

che sa di stalla.

“Via con lo stallattico essiccato prelevato dalle stelle delle farse”

Urla l'aiuto regista.

Deiezioni da comparse che hanno fatto colazione con i Pan di Stelle al cacao.

La scena pare buona.

Ciak 1 avanzi di galera il Re.

Zaurro avanza nel merdificio artificioso con regale snoccoleria,

la regina lo segue con scettro di Scottex Texano all'essenza di Assenza.

Discorso programmato come da copione incallito incarnito.

“IO, abbiamo venuto a voi in compagnia di IO, per dirvi miei cari sudici sudditi, che IO abbiamo deciso di regnare con il consenso di IO nonostante il vostro dissenso al mio assenso. Comprendo la gioia di IO e compiaccio IO di questa elevazione.

La sposa qui presente di IO sarà la vostra regina insieme a IO che sarò un re imparzialmente parzialmente diviso per cariche e gradi: quindi nomino IO nei seguenti nomi da eleggere senza elezione elettiva o consultiva.

Al ministero dei bagordi: Ertramvato 2.

Al ministero per i rapporti non protetti: Hosvald Junior Senior Mc Wolf.

Al ministero della pubblica distruzione: Edipolo Adiposo Chips.

Al ministero dei trasportati defunti: Giordano Maria Antonietto Pussy Pussy.

Al ministero delle fregature: Mastrologo Sperimentato Ammaliato.

Al ministero dell'ambiente saturo: Saturnino Giangiulio 2

Al ministero dell'esterno: Infrattato di Ripamerdosa

Al ministero della Salute Pubblica Mia: Ingegnoso Aliberto Andrea Giuseppe PierBelisario.

Al ministero delle infraditostrutturate: Pia Algisa Maregiatta Magda Borletti.

Al ministero dei misteri: Salamino Salamone Enrico Ulrico di Nostradamola.

Sottosegretario generale per il Parlacollo: Ladovia Lodofica

Sottosegretario dei sottosegretari: Mena Mona Pina Labona.

Portavoce del governo: Me Io Medesimo Stesso Immedesimato In Mestesso di Ntrama Corta.

“E ora dopo l'elencazione dell'elenco dei nomi sopra elencati dichiaro nominati ed eletto Io che sarei noi medesimo col nome di Zaurro Gran Zaurro del regno dei Zaurri”

Applausi finti registrati in playback

Clap... clap... clap... clap... clap...

“Benissimo possiamo alla scena successiva”

Ciak 2 buona si gira.

Interno rosa con patatine rosolate in olio di colza.

Palco degli osceni inquadrato.

Scena prima, atto primo senza profilAttico.

“Oh mia amata sposa ora siamo IO soli con noi e ti possiamo IO abbracciare. Finalmente IO abbiamo raggiunto il potere desolato ma non assolato, possiamo IO ritirarci nelle camere e copulare il binomio in atto unico di farsa salsata con viagrante antipesto di melma”

“Sì mio spusso mi addiverrò insieme a IO, sarò il tuo oliere di sfiducia,

sarò la tua ninfa sugli scoglioni degli Aculei, sarò una discarica fiume

nel suggere il tuo olezzo ribrezzo di merLuzzo. Amami ma Amami come sai amare IO e ti seguiterò come una rintintonita acronima della acronimo anonimo. Sarò brezza del cesso, sarò bitume del fango, sarò scarto industriale, sarò Sara l'amara come un'aranciandata mercanteggiata.

Insomma facendo la somma saremo un popollo unito e unico nella sua unicità con la sua disgiunta molteplicità univoca. Saremo tutto un tuttuno come la vecchia orchestra di Gino Patruno a Porcobello night.

Per farla lunga faremo quello che “cazzo” ci pare.

“Mia sgradita consorte di IO come sparlate bene insieme a IO, siete degna compare di IO che ho ancora bisogno di un sogno d'Edipo che è meglio che non dico. IO possiamo essere soddisfatti di come abbiamo trombamarinato tutti con i ciufoli zufoloni da IO inventati. Ora rechiamci orsa nella reggia

e reggiamo il moccolo del brutto anatroccolo e che si dia giro alla “Trozzola Reale”.




Nuovo applauso degli astanti compassati in comparse con grida di giubileo.

Esterno giorno.

Porcheggio esterno al teatro.

Un ausiliare del traffico multa le molte vipcar dei vip che se ne impipp.

“Astronzo, sono il regista della farsa e le auto sono di IO e dei miei amici, non puoi multarle (Astronzo è il nome dell'ausiliario non coadiuvato da alcuno)”.

“AnZaurro regista Re, tanto ho capito che sei solo te, levate de torno che IO lavoro e nun c'ho da perde tempo”

“Maleducato zoticone porta rispetto per IO, te faccio licenziare”

“A coso mo m'hai rotto veramente faffanculizzati un po' più in là che noi se semo rotti de sti registi de merda”




Pubblicità Regredita

“Per le pieghe indesiderate regalate “STIROTUTT” il sigillone adatto anche per un gran culone... lo troverete nelle migliori drogherie per astinenti”




Esterno notte

Cala il sipario: tutti sono andati via, le maestranze non hanno potuto dimostrare, la comparse non sono comparse e le farse non sono mai apparse.




“Dorme il mondo, dorme l'intelletto tutti in fila per andare a letto”

Grazie a non vederci più alla prossima rappresentazione.

Questa è una satira sociale sulla realtà...
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 17-11-2017

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Nel deserto nero del mondo inesistente, investiti da una violenta tempesta di sabbia, alcuni uomini arrancavano stentati movimenti. Procedevano uno a uno in fila indiana: indosso un cappuccio nero a celare la loro falsità dall'aggressione del tempo infausto. La strada era lunga: a ogni passo compiuto dal loro stomaco uscivano fuori putride frattaglie. Non avendo altro con cui sfamarsi, pur di arrivare alla meta vivi, ognuno mangiava i resti di chi lo precedeva. Durante il cammino tutti intonavano una canzone evocativa per svegliare i morti dall'eterno sonno ed essi adirati ghermivano inesorabilmente le anime più deboli. In questo modo ognuno sperava di arrivare primo e solo alla meta finale. Dopo giorni di peregrinazione arrivarono a un castello: era il regno dei Falsi Ideali, dove li attendeva il Re Fatuo. La salita che portava all’ingresso della reggia era irta e pericolosa. Molti, nel tentativo di prevaricarsi l'un l'altro, cominciarono ad azzannarsi e a mangiarsi. Uno solo arrivò alla meta. Questi, dopo aver messo piede sulla soglia del maniero, si voltò indietro per essere sicuro di essere rimasto l’unico: alle sue spalle vi era il nulla, nemmeno un rivolo di sangue o frammenti umani si scorgeva. “L'uomo rimasto solo, interrogando se stesso, comprese allora d’essere sempre stato solo”. Preso dalla paura bussò con violenza alla porta. Il Re Fatuo lo fece entrare e lo invitò a sedersi a una grande tavola imbandita . Stanco e affamato il viaggiatore, soddisfatto d’aver finalmente raggiunto il suo sogno, s'accomodò e i servitori cominciarono a servire le pietanze: come prima portata fu servita l’invidia, seguita dalla perfidia poi venne il turno dell’accidia e per ultimo venne offerto un dolce che aveva come ingredienti tutti i restanti mali del mondo. L’uomo rimasto sorpreso da tali pietanze chiese al Re come mai gli avesse servito una tale cena, facendogli notare che egli aveva fame di gloria, fortuna, denaro e di tutte le gioie e i piaceri della vita: aveva percorso tanta strada per godere di tutti i privilegi possibili. Questo era quello che in terra aveva promesso un giorno l'indovino Nefasto, sceso dal monte dei Sospiri per parlare agli uomini; quindi quel pasto non poteva averlo di certo saziato. Il Re si alzò dal trono e gli disse: “finora ti sei sempre saziato con il male, ora non ti soddisfa più? D’ora in avanti quello che ti è stato servito oggi sarà quello che dovrai mangiare per il resto della tua vita”. Pronunciate queste parole il Re Fatuo svanì insieme a tutto il resto e l’uomo d'improvviso si ritrovò seduto nel nulla. Quel nulla che lui stesso aveva creato, senza mai averlo saputo.
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“Piove sulle labbra stolte.

Fuma una sigaretta appoggiata alla balaustra,

fuma se stessa in attesa che qualcuno la fumi”.

Il campo dei miracoli mostrava segni di folla.

Folle s'affollavano nella loro follia.

Il gatto e la volpe scavavano una fossa

dopo essere fuggiti da Collodi.

Un sacchetto di monete avrebbe dovuto

saldare i conti con l'assicuratore.

Ma la favola era sbagliata,

il tempo era sbagliato

l'ironia era morta.

Un vociare da lontano portava dove il cielo si piega

e il campo si trasformava lentamente in piazza.

La piazza compì il miracolo e nel cerchio del sacro

divenne finto simulacro.

Una gita di liceali s'abbandonava alle foto classiche

e una chitarra elettrica suonava dalla via.

Tutto voleva creare confusione e nella calca

s'intravedeva il calco del bronzo fuggito da Riace.

Alcune ragazze innamorate passarono la notte accanto a lui.

L'intelligenza artificiale artificiosamente pensava al buio.

La presunzione della presa in giro presumendo che gli altri non presumessero

s'era travestita con l'abito del ramo vita.

Nel tentativo di tentare, spesso s'affacciava al balcone facendo proclami di giustizia.

La giustizia incarcerata da tempo intanto piangeva nelle galere veneziane.

Un piccione viaggiatore recava messaggi in codice non codificati e i destinatari

s'arrogavano il diritto di sentirsi di superiore natura rispetto alla massa dei massificati.

Un telefono d'una dimenticata cabina telefonica segnava l'ora con tre squilli e mandava

contemporaneamente fax con elogi e congratulazioni pensando di passare inosservata

a chi l'osservava con attenzione.

Un temporale correva a grandi passi sulla piazza mentre un'astronave aliena con a bordo

il Gran Furbone dei Marziani distribuiva dotti epiteti a tutti.

L'acquazzone si trasferì di luogo trasformandosi in acqua a zone differenziate.

Furgoni con pompe sommerse provvidero alla disinfezione dalle pulci bagnate.

Il mondo sembrava una grande scacchiera dove il re mangiava tutti i pedoni e, dopo

aver sodomizzato un fante, usciva insieme alla regina che lo aveva tradito con il cavallo.

Intanto il circo Barnum aveva contattato l'ufficio dei riassicuratori non assicurati che

per consuetudine truffavano i truccatori dei dadi truccati.

Dal ristorante al Duomo un odore di brodo di colombo usciva a piedi non avendo più le ali.

Il tenente della serie televisiva indagava di nascosto sulla capacità cognitiva degli sconosciuti.

L'aperitivo dell'amico Sheridan era sbiadito dall'imbecillità della gang del limone meccanico.

Un noto regista registrava sulla torre il remake delle comiche di Stan e Oliver.

Sotto il popolo rideva a crepapelle non trattenendo i liquidi corporei.

L'enorme quantità d'umido unita alla tempesta fece inclinare gli animi e le riprese della fiction

furono interrotte bruscamente.

Dal pianeta rosso si preparava l'invasione della terra e gli infami erano pronti con le loro soffiate.

Il sindaco dei sindacati autonomi smise la tuta da operaio e vestì il camice bianco di professore

ad honorem dell'università normale.

Il peggio venne e le astronavi dei Marrani invasero tutti i bar della zona impadronendosi del potere.

I difensori che da sempre si spacciavano per difensori cercarono di difendersi.

Nulla fu possibile contro le preponderanti forze messe in campo dagli invasori invasati.

I prigionieri furono moltissimi e dopo aver subito il lavaggio del cervello furono cosparsi

con il borotalco proveniente dal Bosforo.

Un manipolo di uomini però ancora resisteva asserragliato nel serraglio della serratura della pazzia.

Al centro di igiene mentale, abolito oramai da tempo, il medico di turno provvide a provvedere alla fornitura di cervelli superiori per fini inferiori con obiettivi infimi.

Ecco che ognuno aveva stabilito il proprio ruolo non sapendo esattamente cosa fare.

Nel mezzo della generale confusione s'erse dal pulpito la voce della pura imbecillità

che, con un gran discorso, convinse tutti a lasciar perdere le proprie attività e a seguirla

nel mondo delle miniere di polpette fritte al petrolio che si trovava nell'animo degli eletti non eletti ma reietti.

Dante, dal suo soggiorno infernale, percorse pochi chilometri e deviò per evitare la strada della torre

ben sapendo che il vecchio palazzo non era gradito in quei luoghi.

Arrivò con non poca fatica alla fonte della vita eterna e, con l'ausilio d'un dirigibile non dirigibile a comando, sparse sul campo dei miracoli l'aura di Virgilio.

Una mail inviata per errore al capo dei pirati scatenò l'inferno, causando le ire del Sommo Poeta

che s'arrogava il copyright sul regno dei morti.

Un clan combinò un clan clan sul pulmino dei beati ignoranti della santa ignoranza devota ma ignota. Nel frattempo dal mare s'avvicinava minaccioso, a bordo della sua pentola a pressione, capitan Bifidus, un vecchio serpente di mare che non mostrava certo segni di pentimento.

Nel caos iniziale della creazione le forze dei cavalieri Jedi si concentrarono tutte sul centro della piazza, creando un campo magnetico che dotò i pensieri di naturale magnetismo negativo.

Il gran gran Kan Kublai Ndo Vai non volle fare una figura da cani e si presentò vestito

da classico Verme in verde facendo lo spaccone e proferendo frasi improferibili.




Strana storia questa cari lettori disattenti, però il Kan disse veramente così “Vi prenderò tutti in giro

perché la mia intelligenza superiore è talmente superiore che non farete in tempo a pensare che v'avrò fregato pure il portafoglio di tasca senza che ve rendiate conto. Io sono così ironico e presuntuoso che faccio ridere solo me stesso. Vi chiamerò tutti maestri e gran poeti così mentre vi rimirate allo specchio vi fregherò pure tutta l'argenteria di casa e a nulla serviranno le polizze contro furto e incendio...” Mi fermo qua, avendo ovviamente edulcorato con parole semplici quelle vere pronunciate dal tal individuo.




Il tempo va così dove i miracoli si fanno ogni giorno e la narrata vicenda vuol dimostrare che, nella folla che s'accalca ogni giorno nella calca, emerge sempre la figura del gran “intelligentone” che tutto sa, vede, prevede e presume di sapere.

Quanti di questi individui popolano i popoli della terra e del cielo.

Come stelle e pianeti girano fra le forze gravitazionali: essi fan girare le sfere in terra agli uomini di buona volontà che per buona volontà lasciano che essi girino nella loro pazza ruota.

Lasciamo allora che la giostra finisca il giro e che l'uomo prenda in giro ciò che non gira secondo dettati canoni.

La serietà della chiusa non chiude ma apre la porta al teatro delle gran magie dove troverete tutto quello che vi serve e anche quello che non serve.




Caro Uomo che di te pensi in alto, scendi dal palco dell'imbecillità e beccati in faccia

pomodori in quantità... che altro non aspettano gli spettatori di qualità.




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Eravamo sereni
Del gran sogno americano
 Un romanzo da vivere in due.
  Si cenava con la stessa minestra
  Si guardava dalla stessa finestra.
Eravamo liberi
Sotto il simbolo dei fiori,
L'erba vera e le serate.
     Mangiavamo con gioia le patate!

L’impero era sconfitto
Ormai senza avvenire.
Lo ripetevamo con coraggio
Rivederlo? 
 Meglio morire!
Furono tecnici,
Specialisti del linguaggio
Adulti minuscoli
      A confondere le carte e ogni poesia.

Adesso, si!

 Ogni statua brucia,
 nel disastro feroce
 Nel lutto che non piange
la rivolta tace
   e ogni chiesa fuma senza pace.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
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Profilo Autore: Hera  

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