La ruche   del piccolo vestito azzurro svolazzava al fresco vento di fine estate, e la  piccola Stella aggrappata alla tua gamba emetteva gridolini di gioia per l’ inaspettata uscita mattutina. Avevi deciso che era venuto il momento per te di tornare al lavoro, dopo un anno e mezzo trascorso in casa ad accudire la tua bimba e a digerire la sua disabilità, un anno e mezzo passato ad osservare quel batuffolo che nessuno mai avrebbe detto malata. Riccioli biondi ad incorniciare un visino sveglio, occhi azzurri e luminosi già pieni di perché. Un'unica cosa tradiva quella perfezione: la lentezza e la difficoltà nel compiere anche il più semplice dei movimenti.

Tornare al lavoro avrebbe significato dover lasciare la piccola in un asilo per molte ore ed era palese che nessuna scuola materna, comunale o statale, avrebbe accolto Stella oltre le sedici e tu col tuo pazzo orario di lavoro dovevi poter contare su ben altro. E quella mattina l’ avreste dedicata alla ricerca del posto perfetto. Con questo pensiero ti sei avviata verso l’ automobile, la bambina in braccio e la borsa piena di documenti e certificati. Chissà, forse sareste riuscite al primo colpo! Stella seduta sul suo seggiolino ti guardava impaziente di capire dove sarebbe andata. Le hai lanciato uno sguardo pieno di speranza ed hai avviato il motore. Gemma, la tua più cara collega di lavoro, ti aveva consigliato una scuola privata, un istituto religioso tenuto da suore. Lei portava lì il suo bambino e ne era molto soddisfatta. Arrivata davanti al  cancello hai suonato il campanello, appena sotto la grande targa sulla quale si leggeva la dicitura  “ ANCELLE DEL SACRO CUORE“. Hai guardato tua figlia e le hai sussurrato << speriamo bene....>>.

Dopo qualche minuto il pesante cancello si spalancò e vi trovaste davanti  una piccola suora, forse filippina, che indossava sopra la tonaca un grande grembiule grigio pieno di tasche dalle quali facevano capolino vari utensili da giardino, un paio di guanti gialli e neri, una piccola zappa e delle cesoie. Vi accolse sorridente e con parole affettuose per Stella, che nel frattempo si stava dirigendo col suo passo incerto verso la grande fontana al centro del piccolo parco pieno di fiori e giochi colorati. La tua bambina era raggiante: quello le doveva sembrare un luogo incantato. I suoi capelli brillavano al sole e le sue manine toccavano quei giochi così belli e nuovi. Avrebbe voluto certamente  restare lì a giocare ma la madre superiora avvisata dalla suora vi stava aspettando nel suo ufficio. Così, presa in braccio Stella, vi siete avviate verso una possibile soluzione.

L’ interno dell’ istituto era piacevole, le grandi finestre  in legno scuro  abbellivano i corridoi così come le aule che erano spaziose e colorate, il pavimento di  marmo chiaro  rendeva ancor più luminoso l’ ambiente. In cuor tuo, guardandoti intorno, speravi che la tua piccola potesse vivere lì le sue ore lontano da te. Certo la retta era alta! Ma c’ era lo stipendio di tuo marito al quale a breve si sarebbe aggiunto il tuo, anche se poco consistente, e poi dovevi assolutamente tornare a lavorare.

La madre superiora vi aspettava,  seduta nella sua comoda  poltrona nera, una di quelle ergonomiche... Certo doveva essere una suora attenta alla salute  o comunque moderna, oltre che  ricca, per potersi permettere un simile lusso. Il suo volto era serio e ti mise in allarme, anche perchè avevi notato che il suo sguardo si era posato più volte sulla tua bambina che cercava  invano di portarsi il biberon pieno di acqua alla bocca. “ Forse la sua bambina e’ stanca?”, ti chiese, aggiungendo che aveva notato il suo andare ciondolante e lento dalla finestra dell’ ufficio  che affacciava proprio sul parco. Un sospiro profondo uscì dalla tua bocca: ora iniziava la battaglia. Dopo esserti accomodata sulla sedia accanto alla scrivania  hai iniziato a raccontare di Stella, della sua  malattia e di quanto lei nonostante tutto fosse piena di voglia di vivere, di fare e conoscere. La superiora ti guardava, il viso piegato da un lato un sopracciglio alzato e un sorriso stupido che ti fece sentire un idiota... Dalla sua bocca uscirono una quantità infinita di luoghi comuni e di prevedibili banalità <<..non abbiamo  personale  specializzato, né abbiamo mai accolto bambini con problemi.. forse gli altri bambini non si sentirebbero a loro agio.. la nostra struttura non e’ preparata..>>  e così via! Le sue parole ormai non erano altro che un indefinito rumore per le tue orecchie. Senza parlare ti sei girata verso la bambina, ti sei alzata e con una calma che non conoscevi hai preso in braccio la piccola e te ne sei andata,   mentre quell’ ancella di non so che cosa  continuava a parlare. Mentre ti avviavi verso il cancello cercavi di mandare indietro le lacrime e di reprimere la rabbia che montava  e spingeva per uscire. Avresti gridato e imprecato, ma dovevi pensare. Non potevi e non dovevi fare altro.

Dove potevi andare ora? Da chi? L’ automobile correva senza meta e tu ripensavi a quanto tempo avevi perso quella mattina per preparare Stella e per rendere te  presentabile. Tutto quel tempo davanti allo specchio per scegliere un vestito adatto,  il più bello, per te e  per la bimba, così da non sfigurare troppo davanti alle altre mamme ovviamente ricche, con figli sicuramente alla moda.

La bimba sonnecchiava sul suo seggiolino, ignara di essere stata etichettata e rifiutata, mentre tu continuavi   a guidare vagabondando tra le vie del tuo quartiere, non riuscivi proprio a tornare a casa, il semaforo davanti a te non accennava a dare il via, e mentre tamburellavi con le dita sul volante, la soluzione tanto agognata si materializzò lì davanti a te e camminava tranquillamente sulle strisce bianche del passaggio pedonale. << Francesca! >> gridasti a gran voce dal finestrino aperto, mentre la tua mano continuava a spingere sul claxon velocemente.

Continuasti a chiamare fino a quando la donna si voltò, accostasti rapida accanto al marciapiede proprio accanto a Francesca, la tua amica d’ infanzia con la quale avevi condiviso giochi, sogni, merende. Francesca che si era laureata in pedagogia  ed aveva aperto un kinderheim, quella donna  minuta  e sorridente che vedeva sempre il bicchiere mezzo pieno, ora ti stringeva tra le braccia. E in quell’ abbraccio finì il tuo affannoso cercare,   in quegli occhi neri e profondi finì la tua rabbia, mentre senza rendertene conto le stavi raccontando il tuo problema, Francesca ti guardò in silenzio. Poi sfoderò uno dei suoi soliti sorrisi disarmanti e disse << dov’è il problema? Stella può iniziare già domani a frequentare il mio asilo e con me sarà come a casa. Tutto   lì e’ a misura di bambino, lento o veloce, che differenza fa? In piedi o seduto, dov’è il problema? >> Dov’è il problema, continuasti a pensare mentre felice accompagnavi la tua bimba per il suo primo giorno di asilo.

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Profilo Autore: Marina Lolli  

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Commenti  

Giancarlo Gravili*
+1 # Giancarlo Gravili* 18-03-2017 08:59
La soluzione d'un dramma interiore che investe in pieno la vita si trova nella casualità che ci governa e a volte essa si presenta all'improvviso nella forma più semplice e inaspettata. Mai cercare la via dove vi sono spine che si nascondono sotto i petali di rosa.
La superficialità dell'essere si trova in posti dove non ci aspetta di trovarlo. Molto bello e ben scritto.
Rocco Michele LETTINI
+1 # Rocco Michele LETTINI 19-03-2017 07:48
UN ACUTO RACCONTO FIRMATO DILIGENTEMENTE. .. E' IL VIVER CHE SCORRE STRAMBO A DETTARLO...
IL MIO ELOGIO E LA MIA LIETA DOMENICA.
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