Regolarmente la regina regola la regìa all’asticciola nella  meridiana

 

Di regola regolo la pendola

sicchè col regolare pendolare

penda a favor mio la regìa sulla

quale si regge ogni mia regola basilare.

Mi chiamo Regolo come la stella

della costellazione del leone, sire

che regna nella sua reggia e il regno

pende da quel regnante senza nulla dire.

Mentre regolarmente la regina alla regola

del regolo regola la règia regìa ancestrale,

in attesa che l’ombra dello gnomone

segni l’ora del suo regalo regale. 

 

Qualcheduno rammenta Regolo che di regola regolava regolarmente la pendola?

 

Quei mattacchioni del mattatoio

ammattiscono di risate un martedì

mattina al mese quando per la fiera

di San Matteo scende in paese

la famiglia matriarcale De Mattei.

La matrigna sottobraccio

al mattatore del settore del mattone,

la matrona blatera

col matusa e Matilde

con Mattia, i figli: in tutto sei.

Prendono posto sul matroneo a poche

spanne dalla maestra di matematica

che ha già iniziato a matteggiare,

seduta accanto a quel mattoide

del maitre della pizzeria “Scacco

Matto, pizza al metro e vino in botte.”

Ma al mattatoio questo martedì saranno

autori e non solo fautori nel mattare la

mattanza dei tori: niente più tauromachia,

toreri né tori sui torrioni; non appena avrò

regolato di buon mattino la pendola e sarà

giunto con l’arietta mattutina il metronotte.

 

Ristorante “la Pendola” da Regolo, regolarmente aperto con prezzi regolari

 

Venivo in questo ristoro ai tempi che Berta filava,

quando ancora si chiamava “Dove le capre non

cozzano” per via delle carceri antistanti andate in vacca.

Il proprietario amava avere il mestolo in mano, ma

aveva anche le pigne in testa e il cervello come le

acciughe: il cuoco dismessa la giacca e con una pacca,

dopo aver aspettato la lepre al balzello, stanco di andar

per mare senza biscotto, intraprese un periodo sabbatico

sicuro di andar per via battuta avendo la pentola al fuoco.

Andato vitello e tornato bue, il Signor Leone uscì piedi

avanti andando a sentir cantare i grilli, e con il gatto nella

madia liquidò il locale facendo buon viso a cattivo giuoco.

Così, volendo tenere la borsa stretta, lo acquistai a buon

mercato e, convinto di essere di buccia dura col bernoccolo

per il settore, attaccai il campanello al collo dei gatti.

Pur non ritenendo di avere una ciabatta del Macchiavelli,

ma con gli occhi di Argo e andando a raso riassunsi

la stessa brigata e lo stesso cuoco, una specie di castigamatti.

 

 

In cucina con Regino alla regia nessuno scopa il mare

 

Il giorno seguente l’apertura de “la Pendola” fui

tenuto a rimbrottare Sisifo, sbarbato decisamente

privo di faccia foderata di lamiera ma venuto

come l’asino alla lira a farsi assumere umilmente.

Con venti coperti a mezzodì e altrettanti a cena

abbiam la paglia in becco, anche grazie ai nostri

avventori abituali: il leguleio, segaligno e arrochito,

con un mozzorecchi col naso e il mento rostri

al solito tavolo, col suo scilinguagnolo sciolto

ad andar per rane; e al tavolo retrostante l’archivista.

La bella Isabella, esercente di ninnoli e minuterie che

dopo aver provato il dente del lupo, fa al piazzista

solo ordini regolari durante il pranzo; con indosso

sempre qualcosa col colore del suo nome e borgogna.

Come la lobbia del primo cittadino che chiede sempre

un calice di Borgogna e sogna gli occhi terra d’ombra

di Fedora da cui vuol esser servito, la nostra  cameriera.

Gran lavoratrice dalla bellezza dell’asino, ma facile

ad andare in oca, fidanzata con un ragazzotto solito

a perdere i muli e cercare i capestri; un nobile.

Spesso immischiato in imprese sulla strada per Patrasso.

E infine, con un borsalino ceruleo, in fondo siede l’artiere.

Costui ha bottega a “la Pendola”: sta scrivendo del ponte

de La Lobbia, l’unico qui a far la zuppa nel paniere.

 

Gocce di pianto di Fedora per il copulare impenitente di Teodoro con Isabella

 

Non appena seppi che quell’arpia della madre

di Sisifo aveva buttato l’osso a Regino durante

una notte in capanna d’assi affinchè da pollo,

credendosi figlio della gallina bianca, battesse

due chiodi a una calda, capitai tra capo e collo.

Chef de cuisine capì subito il mio intento di

benedirlo con la granata; mesto, riposto il

mestolo, mi assicurò di bruciare il paglione.

Chiamò il giovane lavapentole e, senza scopo,

iniziò a battere il cane al posto del padrone.

Non volendo battere la grancassa, decisi di bere

d’ogni acqua all’arrivo delle gocce di pianto

di Fedora decisa a buttar via l’acqua sporca

con il bimbo dentro a causa del vezzo del moroso.

Tal Teodoro era solito, con quel scampaforca

del mozzorecchi, correre la cavallina per poi

cercare di cavalcare la tigre, cercando l’asino

nel retrobottega di Isabella ed essendoci sopra.

Consigliai alla dettagliante  non solo di non

comprare la gatta nel sacco, ma al di sopra

di tutto di non consolarsi con l’aglietto per

non cadere a brani; solo per cavar sangue dalle rape.

Di tutto questo era al corrente l’artiere che adorava

citare testi e pentole: chiudeva a sette chiavi ciò che

gli sussurrava il sindaco, ma nel manico ciurlava

alle confidenze dell’archivista, contando

i bocconi agli interessati; ma col leguleio…

Con lui cercava di raddrizzare le gambe ai cani.

Il mio preferito di questo regolato guazzabuglio era

il prestinaio, regolarmente il più regolare dei ruffiani.

 

 

Messere Primo

 

Fu eletto Primo primo cittadino per l’attitudine

a separare il grano dal loglio nell’educaziome

dei minuzzoli, come da consumato sindacalista.

Vinse facile contro Raniero che pensava di dar

da bere alle rane, Cassiano incline a cambiar

casacca ed Erberto suo cugino, noto arrivista,

separato e popolare per dar l’erba trastulla e

incapace di dividere il grano dalla zizzania.

Da quando diede la birra ai tre, cominciò a dare

il calcio dell’asino e smise di dirla in rima.

Addirittura si impegnò a dar nel naso al Raniero

tornato alla sua drogheria, per anni suo compare

dandogli la baia; diede persino lo sbruffo

all’Erberto per fargli dar le mele se non avesse

pagato la mazzetta per un piatto di lenticchie.

Una sera fece venire a “la Pendola” Cassiano per far

dir dal meschino a nuora perché suocera intenda:

si lamentò col chef de rang per due forfecchie

nel piatto, deciso ad insegnare ai gatti a rampicare.

Quel giorno a pranzo Primo prima domandò all’oste

se ha buon vino, per poi dar i confetti di papa Sisto.

Aveva deciso di ottenere sovvenzioni da un

maggiorente della zona in cambio di un trasmutamento:

che un  ristorante diventi un metrò non si è mai visto!

 

 

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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