Eravamo sereni
Del gran sogno americano
 Un romanzo da vivere in due.
  Si cenava con la stessa minestra
  Si guardava dalla stessa finestra.
Eravamo liberi
Sotto il simbolo dei fiori,
L'erba vera e le serate.
     Mangiavamo con gioia le patate!

L’impero era sconfitto
Ormai senza avvenire.
Lo ripetevamo con coraggio
Rivederlo? 
 Meglio morire!
Furono tecnici,
Specialisti del linguaggio
Adulti minuscoli
      A confondere le carte e ogni poesia.

Adesso, si!

 Ogni statua brucia,
 nel disastro feroce
 Nel lutto che non piange
la rivolta tace
   e ogni chiesa fuma senza pace.

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Profilo Autore: Hera  

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Come nulla fosse
viviamo i disordini e le ingiustizie
e la vita si scioglie di rosso sangue all’orizzonte.
 
Siamo madri, padri e figli
di un male che ci vuole cancellare ,
siamo anime sotto le stelle di questo agitato mare.
 
Profonde le paure supplicano lo stesso DIO
lo stesso cielo.
 
Sotto il suo riflesso di vetro
gli occhi vegliano il niente
il niente appare 
solo onde e lacrime da bere
centinaia di  occhi bruni senza traccia e senza nome .
 
Se mai arriveremo nella terra del sole
impareremo a sorridere
senza ali 
impareremo a volare.
 
Profonda è la ferita che ci  lacera il cuore
invisibile cicatrice che segna
come l’acqua santa la fine di un tormento.
 
Mai ti dimenticheremo “ amata terra ”
lasciamo solo che il tempo scorra vivendo
guardando spesso dalla finestra
questo  immenso ed agitato   mare.


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Profilo Autore: Caterina Morabito*   Socio sostenitore del Club Poetico dal 14-03-2014

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La ruche   del piccolo vestito azzurro svolazzava al fresco vento di fine estate, e la  piccola Stella aggrappata alla tua gamba emetteva gridolini di gioia per l’ inaspettata uscita mattutina. Avevi deciso che era venuto il momento per te di tornare al lavoro, dopo un anno e mezzo trascorso in casa ad accudire la tua bimba e a digerire la sua disabilità, un anno e mezzo passato ad osservare quel batuffolo che nessuno mai avrebbe detto malata. Riccioli biondi ad incorniciare un visino sveglio, occhi azzurri e luminosi già pieni di perché. Un'unica cosa tradiva quella perfezione: la lentezza e la difficoltà nel compiere anche il più semplice dei movimenti.

Tornare al lavoro avrebbe significato dover lasciare la piccola in un asilo per molte ore ed era palese che nessuna scuola materna, comunale o statale, avrebbe accolto Stella oltre le sedici e tu col tuo pazzo orario di lavoro dovevi poter contare su ben altro. E quella mattina l’ avreste dedicata alla ricerca del posto perfetto. Con questo pensiero ti sei avviata verso l’ automobile, la bambina in braccio e la borsa piena di documenti e certificati. Chissà, forse sareste riuscite al primo colpo! Stella seduta sul suo seggiolino ti guardava impaziente di capire dove sarebbe andata. Le hai lanciato uno sguardo pieno di speranza ed hai avviato il motore. Gemma, la tua più cara collega di lavoro, ti aveva consigliato una scuola privata, un istituto religioso tenuto da suore. Lei portava lì il suo bambino e ne era molto soddisfatta. Arrivata davanti al  cancello hai suonato il campanello, appena sotto la grande targa sulla quale si leggeva la dicitura  “ ANCELLE DEL SACRO CUORE“. Hai guardato tua figlia e le hai sussurrato << speriamo bene....>>.

Dopo qualche minuto il pesante cancello si spalancò e vi trovaste davanti  una piccola suora, forse filippina, che indossava sopra la tonaca un grande grembiule grigio pieno di tasche dalle quali facevano capolino vari utensili da giardino, un paio di guanti gialli e neri, una piccola zappa e delle cesoie. Vi accolse sorridente e con parole affettuose per Stella, che nel frattempo si stava dirigendo col suo passo incerto verso la grande fontana al centro del piccolo parco pieno di fiori e giochi colorati. La tua bambina era raggiante: quello le doveva sembrare un luogo incantato. I suoi capelli brillavano al sole e le sue manine toccavano quei giochi così belli e nuovi. Avrebbe voluto certamente  restare lì a giocare ma la madre superiora avvisata dalla suora vi stava aspettando nel suo ufficio. Così, presa in braccio Stella, vi siete avviate verso una possibile soluzione.

L’ interno dell’ istituto era piacevole, le grandi finestre  in legno scuro  abbellivano i corridoi così come le aule che erano spaziose e colorate, il pavimento di  marmo chiaro  rendeva ancor più luminoso l’ ambiente. In cuor tuo, guardandoti intorno, speravi che la tua piccola potesse vivere lì le sue ore lontano da te. Certo la retta era alta! Ma c’ era lo stipendio di tuo marito al quale a breve si sarebbe aggiunto il tuo, anche se poco consistente, e poi dovevi assolutamente tornare a lavorare.

La madre superiora vi aspettava,  seduta nella sua comoda  poltrona nera, una di quelle ergonomiche... Certo doveva essere una suora attenta alla salute  o comunque moderna, oltre che  ricca, per potersi permettere un simile lusso. Il suo volto era serio e ti mise in allarme, anche perchè avevi notato che il suo sguardo si era posato più volte sulla tua bambina che cercava  invano di portarsi il biberon pieno di acqua alla bocca. “ Forse la sua bambina e’ stanca?”, ti chiese, aggiungendo che aveva notato il suo andare ciondolante e lento dalla finestra dell’ ufficio  che affacciava proprio sul parco. Un sospiro profondo uscì dalla tua bocca: ora iniziava la battaglia. Dopo esserti accomodata sulla sedia accanto alla scrivania  hai iniziato a raccontare di Stella, della sua  malattia e di quanto lei nonostante tutto fosse piena di voglia di vivere, di fare e conoscere. La superiora ti guardava, il viso piegato da un lato un sopracciglio alzato e un sorriso stupido che ti fece sentire un idiota... Dalla sua bocca uscirono una quantità infinita di luoghi comuni e di prevedibili banalità <<..non abbiamo  personale  specializzato, né abbiamo mai accolto bambini con problemi.. forse gli altri bambini non si sentirebbero a loro agio.. la nostra struttura non e’ preparata..>>  e così via! Le sue parole ormai non erano altro che un indefinito rumore per le tue orecchie. Senza parlare ti sei girata verso la bambina, ti sei alzata e con una calma che non conoscevi hai preso in braccio la piccola e te ne sei andata,   mentre quell’ ancella di non so che cosa  continuava a parlare. Mentre ti avviavi verso il cancello cercavi di mandare indietro le lacrime e di reprimere la rabbia che montava  e spingeva per uscire. Avresti gridato e imprecato, ma dovevi pensare. Non potevi e non dovevi fare altro.

Dove potevi andare ora? Da chi? L’ automobile correva senza meta e tu ripensavi a quanto tempo avevi perso quella mattina per preparare Stella e per rendere te  presentabile. Tutto quel tempo davanti allo specchio per scegliere un vestito adatto,  il più bello, per te e  per la bimba, così da non sfigurare troppo davanti alle altre mamme ovviamente ricche, con figli sicuramente alla moda.

La bimba sonnecchiava sul suo seggiolino, ignara di essere stata etichettata e rifiutata, mentre tu continuavi   a guidare vagabondando tra le vie del tuo quartiere, non riuscivi proprio a tornare a casa, il semaforo davanti a te non accennava a dare il via, e mentre tamburellavi con le dita sul volante, la soluzione tanto agognata si materializzò lì davanti a te e camminava tranquillamente sulle strisce bianche del passaggio pedonale. << Francesca! >> gridasti a gran voce dal finestrino aperto, mentre la tua mano continuava a spingere sul claxon velocemente.

Continuasti a chiamare fino a quando la donna si voltò, accostasti rapida accanto al marciapiede proprio accanto a Francesca, la tua amica d’ infanzia con la quale avevi condiviso giochi, sogni, merende. Francesca che si era laureata in pedagogia  ed aveva aperto un kinderheim, quella donna  minuta  e sorridente che vedeva sempre il bicchiere mezzo pieno, ora ti stringeva tra le braccia. E in quell’ abbraccio finì il tuo affannoso cercare,   in quegli occhi neri e profondi finì la tua rabbia, mentre senza rendertene conto le stavi raccontando il tuo problema, Francesca ti guardò in silenzio. Poi sfoderò uno dei suoi soliti sorrisi disarmanti e disse << dov’è il problema? Stella può iniziare già domani a frequentare il mio asilo e con me sarà come a casa. Tutto   lì e’ a misura di bambino, lento o veloce, che differenza fa? In piedi o seduto, dov’è il problema? >> Dov’è il problema, continuasti a pensare mentre felice accompagnavi la tua bimba per il suo primo giorno di asilo.
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Profilo Autore: Marina Lolli  

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Vivo in un mondo diviso da terre, scempi ed epoche differenti
paradossali oserei dire.

Vivo in un mondo dove scruto la luna dalla scrivania
della mia camera senza finestra.

Vivo in un mondo dove basta aprire un rubinetto per dissetarsi,
dove è così scontato soddisfare i bisogni primari che hanno smesso di essere tali.

Vivo in un mondo che non comprende mondi diversi
dove la paura di cambiare è più forte della fame.

Vivo in un mondo dove un malato viene curato,
dove non muore denutrito un neonato.

Vivo in un mondo dove si viaggia per piacere e non per sofferenza,
dove se senti un boato probabilmente è festa.

Vivo in un mondo dove l’istruzione è alla portata di tutti
l’Umanità nei cuori di pochi.

Vivo in un mondo fatto di valori
per le cose.

Vivo in un mondo diviso da terre, scempi ed epoche differenti
paradossali oserei dire.

Vivo in un mondo dove altre persone vivono un mondo diverso dal mio. 
Rifletto.
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Profilo Autore: Clemente Valentino  

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Lo sguardo vitreo di una fragile donna fissa un punto sulla parete. Non sono occhi che guardano un film d'amore dove scorrono immagini strappalacrime. Non sono sospiranti pagine di vita, osservate con nostalgia. È lo sguardo di una donna a cui sono stati strappati gli occhi. Marina non può confrontarsi né parlare con qualcuno delle sue ambizioni: le hanno tolto la voce. Polsi e piedi legati al letto le impediscono di indicare una semplice cosa o di cerchiare col rosso una data importante. Non può minacciare neanche con un dito. Osserva assente un qualcosa che non si vede e che probabilmente non c'è più. Avrebbe voluto o potuto dire, spiegare e raccontare, ma le hanno spento il pianto, smorzato il sorriso. È bastato applicarle degli elettrodi nelle tempie per tacerla. Non può urlare quando avverte dolore. Non può esprimere un'aggressività che avrebbe potuto dileguarsi fra le braccia di un amico. Le hanno rubato l'anima. È troppo fragile Marina, per vivere in un mondo ambiguo e perverso, dove le parole feriscono più dei pugnali, le mani non sempre accarezzano e si dà la caccia agli animali per indossarne la pelliccia. In un mondo dove l'erba puzza di bruciato e vengono estirpati i fiori al posto delle erbacce, non c'è posto per l'amore. Marina, piccola e gracile donna tradita, un bel giorno,  si avvia verso la casa materna cercando di ottenere risposte. Già da tempo ha interrotto tutti i suoi rapporti sociali per dedicarsi al suo uomo. Una donna dall'aspetto sofferto e trasandato, racchiusa nelle sue umili vesti e con troppe rughe per la sua età, le apre la porta. Quanto dolore prova Marina nell'ascoltare le solite e insulse frasi, biascicate in maniera distratta, da una donna che non avrebbe mai dovuto essere madre: "Cosa vuoi che sia un tradimento!" Quanto male procurano le parole, quando infieriscono su ferite già sanguinanti! Convinta di essere nel torto e piena di sensi di colpa, Marina ritorna nella sua gabbia: si accoccola accanto al suo uomo e illudendosi, si assopisce e sogna. Vivaci e scoppiettanti focolari, paesaggi soleggiati, fragole mature, ciliegie rosse e corbezzoli amaranto e poi spighe di grano ed altro. Quante sequenze di caldi colori sfilano dinanzi ai suoi occhi! Si sveglia e calda d'amore, spinge la sua mano sul letto vuoto. Ella sa solo amare e vuole vivere di questo, ma l'aridità e la cattiveria, la trasformano in un avvizzito e gracile giunco piegato dal vento. Ad ogni mortificazione verbale che le viene inferta, ella risponde con scuse. Ad ogni ceffone, succedono implorazioni di perdono. Con indosso i segni della violenza, Marina procede a lenti passi e col capo chino. Tutto il suo amore si trasforma in paura, poi in terrore ed infine precipita nella follia. In camicia da notte, seduta sui gradini di casa, coi piedi bruciati dal gelo e con lo sguardo perso nel vuoto, Marina viene raccolta come un misero cencio dalla strada e affidata alle cure di un ospedale psichiatrico. Viene abbandonata lì, in mezzo a tanti corpi deprivati del loro contenuto, a vegetare. Di tante Marina, si riempie il mondo ogni giorno, ogni ora. Una, cento, mille donne non scappano, non si ribellano, perdono e troppo spesso muoiono. Muoiono per ignoranza, per gelosia, per possesso. Muoiono lapidate, perché osano mostrare il loro volto. Muoiono ignorando la vastità del mondo, perché costrette a guardarlo a scacchi attraverso un burka. Muoiono perché deturpate, infibulate e mutilate dei loro genitali. Fortunatamente, tante altre meravigliose donne non chiedono perdono, non si inginocchiano, non si sottomettono e lottano per difendere il loro diritto ad esserci, ad esistere. Combattono e quando si trovano dinanzi ad un bivio, decidono di percorrere la strada che le rende protagoniste della loro vita. Lottano per difendere i propri diritti, perchè sanno che quella è la scelta giusta.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Ero stanca e volevo solo dormire con la mia bambola. Ricordi? Tu me l'avevi regalata! Mi avevi detto, prendendomi in braccio come fanno tutti i papà, che volevi donare una figlioletta alla tua bambina. Io ero felice e stringevo forte al petto la mia piccola creatura, che aveva gli occhi grandi come i miei. Quegli occhi enormi che spiccano sui volti paffuti dei bambini.I piccoli hanno gli occhi così immensi...! Si spalancano meravigliati sul mondo come fiammelle accese nel desiderio di immagazzinare mille e più emozioni. Col passare degli anni, gli occhi si rimpiccioliscono e si allarga il cuore, sede di ricordi e sentimenti. Il mio cuore è già enorme e gonfio, ma non per amore. I miei occhi sono gonfi di pianto e allargati, ma non di gioia e conoscenza. Sono a letto nella mia stanzetta e non riesco a dormire. Tu, mamma, non sei qui. Sei innamorata del tuo compagno e della tua camera dipinta di rosa. E' tutto troppo rosa dentro e fuori di te e tu non riesci a vedere le oscure ombre che stanno oltraggiando il tuo mondo fatto di tinte tenui e teneri colori. Io ho iniziato a piangere. Non verso lacrime capricciose; semplici e innocenti lacrime di bambini. Piango di paura e perplessità. Sono troppo piccola per capire un'infinità di cose. Dov'eri mamma, mentre il lupo cattivo era intento a cogliere un frutto troppo acerbo. Il sole era occupato a riscaldare la mela sul ramo che emozioni e calore avrebbero maturato. Col tempo sarebbe divenuta una frutta gustosa, e avrebbe perso quel sapore, agre e pungente, che solo le cose raccolte troppo in fretta hanno. Mamma tu non sai che, mentre sei fuori per lavoro, lui mi tocca e mi dice di stare buona e tranquilla, di non parlarne con te. Io voglio parlarti. Devo raccontarti che la mia amichetta di banco mi ha rubato il disegno che avevo fatto per la maestra. Devo farmi spiegare un'infinità di cose da te. Lo fanno sempre le bambine con le loro mamme. Perché non posso dirti che quando sei fuori, lui mi tocca e poi si fa accarezzare il sedere e in mezzo alle gambe. Perché non posso parlarti di quando lo sento arrivare e il cuore mi batte forte e la mia piccola bambola, mi scivola dalle mani. Lo sai mamma che, appena tu esci, lui è già lì? Viene da me, ma non mi rimbocca le coperte e non mi porge la bambola per farmi dormire tranquilla. Non mi bacia sulla fronte come solitamente fanno i papà. Voglio dirti, mamma, che quando mi ritraggo, lui mi sorride promettendomi in regalo una bambola più bella. Improvvisamente si apre la porta d'ingresso. Sta accadendo ora. Mi hai ascoltato mamma. Mi divincolo dalla sua morsa e a piedi nudi percorro il corridoio per venirti incontro. "Mamma!" è l' unica parola che riesco a pronunciare, e intanto tremo. Forse ho freddo, oppure ho paura. Non lo so. Capisco solo che ti ringrazio per essere lì con me e in quel momento. Il tuo volto, interdetto e stanco, coniuga mille espressioni e intanto un uomo, il tuo uomo, appare come un orco uscito da un incubo. Improvvisamente, tutto il rosa di cui andavi fiera si tinge di tinte scure. Osservi stupita, colui che amavi definire il tuo leale compagno. Dinanzi a te, un essere spregevole e disgustoso si espande miseramente, fino ad esplodere in un mare di infinito e miserabile sudiciume.
Sono trascorsi diversi anni da allora, ma ancora rammento la faccia del mostro, quando con i suoi bagagli, si allontanava da noi, portando con sé le nostre speranze calpestate e i tuoi sogni, andati miseramente in frantumi. Un pesante macigno. Ricordo di un passato da cancellare. Basterà seppellire stupore, paura e tanto infinito disgusto? Non lo sappiamo. Intanto seguitiamo a camminare...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Una volta a casa dello zio, approfittando del fatto che la zia era fuori per compere, Ignazio affrontò subito l'argomento, dandogli del vigliacco e accusandolo della misera fine della madre, nonché di non aver mai avuto il coraggio di far uscir fuori la verità.

Lo zio Piero, impressionato dalla rabbia del nipote/figlio, lo lasciò parlare e riversargli addosso tutto il rancore, poi lentamente gli disse:

-  Ignazio, potrai mai perdonarmi? Quello che ho fatto non si può riparare purtroppo...

 I miei errori ti hanno privato della tua vera madre, hai avuto un buco nero riguardante le  tue origini, io non so perché ti ho fatto questo, ma so che non volevo fare del male a  nessuno. Volevo bene a tua madre, lei era fresca come la rugiada nel bosco al mattino.

Con lei, ho colto il più bel fiore che potessi avere tra le mani in tutta la mia vita!

Le cose non dovevano andare così, io volevo lasciare mia moglie ma non ne ebbi il coraggio, Angela non insistette, disse che avrebbe tenuto il bambino e avrebbe aspettato che io potessi sistemare la faccenda con mia moglie... Tutto però andò diversamente.    

Inaspettatamente morì poco dopo averti dato alla luce. Avrei voluto prenderti con me. Mio fratello, che non poteva avere figli, ti volle a tutti i costi, facendomi giurare di rinunciare per sempre a te. Io ho promesso...

Ecco, questo è stato il mio inferno, il rimorso per la morte di tua madre, non poterti dare la buonanotte tutte le sere, non poterti chiamare mai una volta: figlio mio! 

Lo zio Piero smise di parlare ed iniziò a piangere. Vedere un uomo di quasi ottant'anni piangere, non fa di certo bene al cuore. Si sciolse ad un tratto, tutto l'odio che si era gonfiato nell'animo di Ignazio, guardò con occhi compassionevoli lo zio e lo abbracciò.

Non poteva ancora perdonarlo, ma ci avrebbe lavorato sopra in futuro; ora però, la sua priorità, era quella di andare a trovare sua madre al cimitero.

Andò a casa, sconvolto, trovò la moglie intenta a preparare il pranzo; le spiegò a grandi linee ciò che era venuto a sapere, le raccontò del sogno, di Floriana, di tutta la storia.

La povera donna restò sbigottita, incredula a tratti, per quella scottante verità, prendendo anche un pò per matto il marito, che credeva fermamente d'aver fatto un tuffo nel passato, e che ciò che aveva vissuto nel sogno, fosse invece assolutamente reale.

Accettò di buon grado di andare a cercare quella fantomatica Floriana, all'indirizzo che il marito ricordava perfettamente..

Una volta arrivati, bussarono alla porta, aprì una donna anziana e sovrappeso, alla quale Ignazio chiese di Floriana Monticelli. La donna, diffidente, gli chiese cosa volesse da lei, quando lui le spiegò che aveva un credito in denaro verso una certa Angela, la cugina, la donna trasalì. Cosa mai poteva sapere lui di Angela, che era morta oltre 40 anni fa?

Tuttavia, capì che non c'era nulla da temere e li fece entrare nel salotto.

Una volta seduti tutti comodamente su divano e poltrone, la donna disse di essere Floriana, "quella" Floriana, proprio la cugina di Angela. Ma Ignazio non l'aveva potuta riconoscere di certo! A quel tempo,quello del sogno, lei di anni ne aveva meno di trenta, ed ora mostrava di averne oltre settanta.Lui con prontezza disse che una sua zia suora, che stava in un convento in collina, tanti anni prima aveva prestato del denaro ad una ragazza che aspettava un bambino, e si chiamava Angela. Floriana allora disse che non ne sapeva nulla e che comunque sia, la sua cara cugina non era più su questa terra da oltre quarant'anni.

Lui allora le fece capire che non l'importava tanto dei soldi, ma di sapere quanto più possibile su quella donna che era... sua madre. L'anziana signora si commosse, e raccontò di quanto Angela fosse dispiaciuta, di non poter allattare il suo bambino, per via degli antibiotici che prendeva... Ne ricordava ancora l'espressione triste. Ora riposava per sempre, nel freddo abbraccio d'una lastra di marmo.

Ignazio la volle andare a trovare al cimitero; prima però passò in campagna e raccolse un mazzo di fiori di campo. Fiordalisi, margherite, papaveri, denti di leone...

Arrivò al camposanto e la trovò; la riconobbe, era proprio lei , Angela, quella ragazza che aveva visto in sogno, la sua mamma. Gli vennero in mente tutte le volte che aveva pensato d'essere stato abbandonato da sua madre, del rancore che aveva provato, dei pensieri cattivi che aveva fatto.

Quella piccola foto sembrava parlargli; l'espressione semplice e allegra di quel viso, era ciò che voleva vedere da tutta una vita. Finalmente aveva ritrovato le sue radici, era ciò che sperava da sempre, anche se aveva trovato dei risvolti amari.

E tutto ciò grazie ad un sogno. Già, un sogno improbabile, che lo aveva spinto a scavare...

Anche il lunedì mattina, mentre si preparava per andare al lavoro, ripensava a quel sogno.

Si ripeteva che era stato solo un sogno, uno struggente e magnifico sogno...

Accadde però, che mentre preparava la sua solita borsa da lavoro, ebbe l'idea di svuotarla del tutto; non lo faceva da molto tempo. Tirò fuori vecchi scontrini, carte di caramelle, graffette di varie misure, tappi ormai dimenticati di penne esaurite...inaspettatamente si trovò tra le dita un piccolo pezzettino di stoffa,lo portò allo sguardo distrattamente, poi sgranò gli occhi, era bianco con pezzi di una stampa fucsia e verde smeraldo.

Si ricordò del vestito di Angela, aveva proprio quei colori! Si ricordò anche che le si era impigliato il vestito nella chiusura lampo della sua borsa. No, non era possibile, quello era accaduto in un sogno, non era la realtà, non poteva essere cosí...

Perplesso, rimise nella borsa il pezzetto di stoffa, sorrise tra sé e sé e si avviò alla stazione.

Mentre il treno viaggiava verso Firenze, Ignazio ripensando a tutta la storia, a tratti sorrideva, e capì che il tempo è fatto di piani sovrapposti, ordinati in stretta sequenza matematica, ma a volte questo ordine si sovverte...



(Il racconto è frutto della fantasia dell’autrice. Ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale). 
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Profilo Autore: Maria Rosa Schiano  

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Passò tempo, tanto tempo. Le stagioni si avvicendavano ed Ignazio di quella ragazza non seppe più nulla. Era davvero desideroso di sapere come le erano andate le cose, se stavano bene lei e il bambino, dove si trovavano... Tutte domande alle quali non avrebbe mai avuto risposta. A meno che, le risposte, non se le fosse andato a trovare da solo.

Lei per lui non era davvero nulla, ma c'era in lui una curiosità quasi morbosa che doveva essere soddisfatta...
Decise che era venuto il momento di conoscere la sorte di Angela. Un giorno, anziché recarsi al lavoro, prese un permesso, e andò nella località di campagna che lei gli aveva indicato, quindi, cercò della famiglia Monticelli. Non fu facile individuare la casa di Angela, anche se lei gliel'aveva descritta, a lui quelle case coloniche sembravano tutte uguali.
Finalmente arrivò a quella che doveva essere la casa di Angela, ma era disabitata. Non era in decadenza. Era vuota e chiusa. Allora chiese in giro là vicino; si ricordò di Floriana, la cara cugina di Angela che lei nominava sempre. Cercò di lei e le indicarono dove trovarla, proprio l'ultima fattoria, al confine della strada con i campi coltivati.
Andò quindi in quella direzione a passo svelto e dopo poco arrivò alla meta. C'erano delle donne nello spiazzo davanti alla casa e chiese a loro di Floriana.
Lei abitava lì, ma al momento era in città per commissioni, decise di aspettare il suo rientro.
Arrivò la sera, Ignazio sconsolato stava per andarsene, ma proprio allora Floriana arrivò.
Vide una macchina avanzare verso la casa, immaginò che fosse lei, infatti lo era, in compagnia del fidanzato stava rientrando per la cena.
Allora le andò incontro, deciso ad avere notizie di Angela. Non si conoscevano, ma lui affrontò l'argomento con la scusa che cercava la cugina per farsi restituire il denaro che le aveva prestato. Floriana ammutolì e rabbuiò lo sguardo, poi, piano piano, prese a raccontare...
Angela era morta pochi giorni dopo il parto e il bambino era stato dato in adozione.
Inutile chiedere dove fosse, o quale famiglia lo avesse adottato, Floriana non ne sapeva nulla, sapeva solo che era un maschietto. Gli disse anche che lei si stava per sposare, e dopo il matrimonio sarebbe andata a vivere in città, la casa era già quasi pronta. Gli diede l'indirizzo e gli assicurò che se avesse avuto notizie del bambino, quando lui la sarebbe andata a trovare, glie le avrebbe date.
Firenze! Firenze! La prossima stazione! - Il capotreno urlava nell'altoparlante.
Ignazio si svegliò appena in tempo per prendere la borsa e scendere al volo!
Che sogno... Non gli capitava spesso di addormentarsi in treno, mentre andava al lavoro, ma stavolta era stato un sonno profondo, accompagnato da quel sogno cosí strano...
Mentre percorreva a piedi, il tragitto dalla stazione all'azienda dove lavorava, ripensò ai personaggi che aveva visto in sogno, alla storia che aveva vissuto, a quella ragazza...

Come si chiamava? Ah già Angela. E c'era anche... Si, sua cugina, una certa... Floriana!
Ignazio era impressionato di come quel sogno gli sembrasse vero, e le persone fossero familiari, come averle conosciute davvero...
Trascorse la sua giornata di lavoro rimuginando di come sia strano ciò che passa per la testa ad un uomo quando dorme, e quanto possa sembrare vero un sogno. Durante il viaggio di ritorno, il pensiero del sogno era svanito, lasciando il posto al suo solito cruccio: le sue radici.
Non era sereno, e non lo sarebbe mai stato, senza sapere la sua storia.
Finí la settimana e la domenica pensò di andare a trovare il padre, che dopo la morte della moglie, era rimasto solo. Ignazio era deciso a mettere alle strette il suo papà adottivo, per tirargli fuori qualche notizia sulle sue origini e sulla sua vera madre.
Una volta tirato in ballo l'argomento, il padre cercò di tirarsi indietro e di non parlare di nulla, ma Ignazio era determinato a non desistere, e cosí fece.
Il padre allora capitolò e gli disse tutta la verità.
Il suo fratello maggiore, il medico, lo zio Piero adorato da Ignazio, in gioventù aveva una segretaria, così semplice che veniva dalla campagna, quanto bella e sincera.
Lui era sposato da poco, un matrimonio riparatore, la moglie infatti aspettava un figlio suo... Si invaghì della bella segretaria campagnola, ma non poté fare nulla se non tirarsi indietro, quando seppe che anche lei aspettava un figlio da lui. La ragazza continuò a lavorare un altro poco allo studio medico e poi sparì. Fu la cugina, che otto mesi dopo, si recò da lui per informarlo che la povera ragazza era morta pochi giorni dopo il parto, che aveva avuto un bel maschietto, e che qualcuno lo avrebbe adottato. Visto che la famiglia per evitare scandali non ne voleva sapere, e anzi l'aveva confinata in un convento a trascorrere gli ultimi mesi di gravidanza. Per questo era morta, il parto era stato difficile e là non aveva avuto l'assistenza necessaria, un'infezione la portò via al suo bambino in appena una decina di giorni.
Era lá in convento che aveva visto Ignazio per la prima volta, accompagnando suo fratello a vederlo. Lui non lo poteva adottare, aveva già un figlio suo nato da appena un mese e non poteva certo raccontare tutta la storia alla moglie.
Cosí ti presi io, mia moglie non poteva avere figli, ci sembrò la soluzione migliore per tutti.
Lui, lo zio Piero ti ha sempre seguito, si era pentito di come erano andate le cose, ma ormai gli restava solo di poterti veder crescere, starti vicino come zio... È stato lui a sostenere le spese per la tua universitá, lo sai?
Ed è stato lui, per suo volere, l'unico presente quando hai discusso la tesi di laurea, ed è stato sempre lui a proporsi ed imporsi, come padrino per i tuoi figli, lo rammenti?
Solo lui ed io siamo a conoscenza di tutta la storia, e la cugina...

- Aspetta papà, non continuare... come si chiamava mia madre?-
- Angela -
- E la cugina? Aspetta, credo di saperlo, Floriana vero? -
Il padre si sentiva più leggero nell'anima, ora che aveva raccontato al figlio tutta la storia.
Ignazio si sentiva sospeso tra la realtà e la fantasia, decise comunque di andare dallo zio e fargli delle domande. Perché aveva lasciato che suo figlio, venisse cresciuto da altri?
E soprattutto perché era stato così vigliacco con quella povera ragazza abbandonandola? Già, quella ragazza, sua madre... che per dargli la vita aveva perso la sua. Voleva anche cercare la cugina, Floriana, lei gli avrebbe detto com'era sua madre, dove si trovava sepolta, se avesse sofferto...
Salutò il padre e andò incontro al suo passato, a prendersi finalmente tutte le risposte che aspettava da tutta una vita. Si recò per prima cosa dallo zio Piero, pensando a come avrebbe dovuto chiamarlo, da ora in poi... Ripensò anche, ora, con occhi nuovi, al rapporto stretto che c'era sempre stato con suo cugino Arnaldo, sempre incoraggiato dallo stesso padre Piero... Ora quadrava davvero tutto, ora vedeva tutta la sua vita passata sotto un'altra luce.

(Il racconto è frutto della fantasia dell'autrice. Ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale).




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Che sole stamane! Questo è il primo pensiero che gli veniva in mente quella mattina, mentre il treno correva via veloce. Nulla di nuovo si diceva, come al solito, c'era un tarlo nella sua mente che non smetteva mai di scavare...

Ignazio era un impiegato di una grossa azienda che produceva profilati in metallo, destinati all'industria edile. Lui era la punta di diamante dell'ufficio sviluppo, le sue capacità di disegnatore industriale, erano indispensabili per la messa in produzione di intere nuove linee di prodotti, via via sempre più ergonomici e competitivi sul mercato.
Lui abitava a Napoli, e tutte le mattine all'alba, prendeva il treno per recarsi al lavoro in un'altra città.
Era un uomo sulla quarantina, con i capelli scuri appena spruzzati di grigio, non molto alto ma asciutto nel fisico. Una famigliola affiatata, la moglie insegnante di Scuola Elementare, due bambini e... la sua famiglia adottiva.
Già, Ignazio era stato adottato da piccolino. La mamma adottiva non parlava volentieri di questo argomento, e tantomeno il padre.
Per lui però, scoprire di più sul suo passato era importante, un tarlo appunto.
Desiderava tanto conoscere la sua storia, sapere se la sua madre naturale fosse ancora viva...
Le avrebbe fatto tante domande, chiesto quale segreto nascondeva quell'abbandono, perché l'aveva fatto.
Ma le sue domande sembravano essere destinate a restare senza risposte; intanto la vita scorreva comunque.
Ora però, che la mamma adottiva era morta, la voglia di conoscere il suo passato era più prepotente che mai.
Fuori dal finestrino la solita campagna, dentro la sua testa i soliti pensieri.
E cosí, mentre rimuginava, si aprí la porta dello scompartimento ed entrò una ragazza sulla ventina. Gentile ma affannata, chiese se poteva sedersi ai presenti.
Tutti risposero di si ovviamente, c'erano due posti ancora liberi, ma la sua entrata lí, rischiò di far scoppiare tutti a ridere. Aveva un vestito a fiori, come non se ne vedevano da anni ormai, rose di uno sgargiante fucsia e foglie verde smeraldo. I sandali rasoterra e una piccola borsa che era decisamente fuori moda, che lei stringeva come se contenesse un tesoro.
Si era seduta proprio di fronte ad Ignazio e poco dopo iniziarono a parlare. Si presentarono, lei si chiamava Angela. Era una ragazza della campagna intorno a Napoli, e stava andando anche lei verso il nord. Non aveva avuto la possibilità di studiare, ma sperava di poterlo fare una volta avviata al lavoro, tramite le scuole serali. Per il momento si diceva felice di aver trovato un impiego che le avrebbe consentito di uscire dalla miseria dell'entroterra rurale.
Andava a prendere il posto di un'amica che si sposava, e doveva lasciare il lavoro di segretaria in uno studio medico. Per il momento solo tre giorni a settimana, ma era meglio di niente, quindi partiva da Napoli il lunedí mattina e rientrava il giovedí sera. 
Questa volta il tempo ad Ignazio era passato in un lampo, la voce del capotreno annunciava che era prossima la stazione di Firenze, scese anche la ragazza dal vestito a fiori, lui la voleva salutare, ma lei appena scesa si dileguò.
Quel giorno al lavoro, Ignazio stranamente di sentí sereno e meno nervoso del solito, pensava a quella ragazza, ai suoi sogni, a quanto poco aveva avuto dalla vita, alla sua allegria.
Passò tempo e il pensiero di quella ragazza lo aveva già lasciato, quando un lunedí mattina...La rivide, con il solito vestito a fiori e la sua aria semplice e felice.
Lui salí insieme a lei e si mise nello stesso scompartimento e di nuovo iniziarono a parlare come se il tempo non fosse passato. Lei gli raccontò dei suoi dubbi circa quel lavoro, si doveva fermare a dormire nello studio medico, e il dottore la insidiava, non le dava pace.
Mentre lei parlava, Ignazio si accorse che il vestito di Angela era rimasto impigliato nella chiusura lampo della sua borsa da lavoro. Ci volle un pò ma riuscí a disincastrare il vestito della ragazza.
Arrivati a Firenze, si salutarono e andarono ognuno per la propria strada.
Si incontrarono tante altre volte, ed ogni volta si raccontavano qualcosa di più e si conoscevano sempre meglio. Si erano conosciuti in primavera, era ormai arrivata l'estate, e Ignazio andò in ferie con la famiglia in agosto.
Al rientro a settembre, sperava di rivedere quella ragazza, sapere che vita facesse, se si fosse sbrogliata la faccenda delle attenzioni del dottore...
Finalmente un lunedí mattina...
La vide alla stazione di Napoli, seduta su una panca di marmo, con le mani in grembo e lo sguardo fisso a terra. Gli sembrò alquanto strano quell'atteggiamento mesto, non era da Angela...Lei era sempre allegra e fiduciosa nel futuro. Si, doveva essere successo qualcosa di sicuro. La vedeva come una figlia e sentiva verso di lei un senso di protezione. Si avvicinò a lei a passo svelto, quindi le si sedette accanto.
- Buongiorno. Come stai Angela?
Lei sobbalzò, non si aspettava di sentire una voce amica, lo guardò negli occhi e gli si gettò al collo piangendo a dirotto.
Cosa poteva mai essere successo? La ragazza tra le lacrime gli confidò di aspettare un bambino...del dottore dello studio medico di Firenze.
- Brutta faccenda...- Disse Ignazio, e poi ancora : - E lui lo sa? 
- E incalzò : - Ha intenzioni serie vero? Ti ha chiesto di sposarlo, non è cosí? - 
Ma Angela non rispondeva affatto, anzi continuava a tenere gli occhi bassi e lacrimosi.
Allora lui le prese il viso delicatamente con la mano e la tirò su per vederla in faccia, a quel punto le disse: - Non ne vuole sapere vero? - A quel punto Angela iniziò a parlare, raccontò di come erano man mano aumentate le insistenze del dottore nei suoi confronti. Di quanto fosse gentile con lei, le faceva regalini, le diceva che lei gli faceva girare la testa, le promise mari e monti... Angela, che veniva da una realtà contadina, povera e arretrata, fu affascinata da quell'uomo che non solo era medico, ma mostrava d'essere molto colto, serio, e innamorato di lei.
Ma la realtà era ben diversa... Il dottore la sedusse e iniziò una relazione con lei, ma di lì a poco la ragazza, scoprí che lui era sposato e non solo, la moglie aspettava un figlio.
Una volta venuta a conoscenza di tante bugie, lei mise il dottore di fronte ad un bivio: o lei o la moglie. Lui, da buon vigliacco, scelse la moglie; tra l'altro le disse che poteva restare a lavorare nello studio se voleva. Cosa che Angela fece, avendo un grande bisogno di lavorare. Disperata disse ad Ignazio: - Ecco dove mi hanno portato la mia miseria e la mia ingenuitá.- E poi ancora: - Ma non è tutto, quando ho scoperto proprio in questo ultimo mese, di aspettare un bambino anche io, lui se ne è lavato le mani, non si vuole assumere alcuna responsabilità, tantomeno la paternità.-
Ignazio non aveva più parole, non sapeva come poter aiutare quella povera ragazza, tuttavia, preso dall'istinto paterno, tirò fuori il portafoglio e diede alla ragazza tutto quello che aveva. Non era molto, ma era comunque un aiuto, lo fece cosí, di getto, perché non sapeva se e quando l'avrebbe rivista. Lei dal canto suo, di fronte a quel gesto, rimase colpita e disse che un giorno avrebbe restituito il favore, anzi a tale proposito gli disse il suo cognome, Monticelli, gli disse anche dove abitava, parlandogli di una cugina, Floriana, che era la sua più cara amica e confidente, che abitava vicina a lei. In questo modo lui l'avrebbe anche potuta far ricercare in un futuro, per farsi restituire quel denaro. Lui sorrise, per niente convinto che mai avrebbe voluto indietro quei soldi, erano stati dati a lei per una buona causa, e a lei dovevano restare...
Rivide Angela un altro paio di volte, la pancia cresceva, lei continuava a lavorare e confidò ad Ignazio che la famiglia tra poco tempo, quando la gravidanza sarebbe divenuta troppo evidente, l'avrebbe confinata in un convento in collina, per evitare lo scandalo.(Il racconto è frutto della fantasia dell’autrice. Ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale).
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ACCENDO IL TELEVISORE

 

Programma demenziale interrotto con notevole frequenza da pubblicità idiota, falsa e

diseducativa. Passo ad altro canale; Film poliziesco (in genere americano), sparatorie

violenza inaudita , inseguimenti su strade trafficate , assolutamente improbabili, esplosioni.

Questi gli ingredienti principali, visto uno, visti tutti. Pubblicità.

Cambio canale; la TV del dolore imperversa , protagonisti presi dalla strada ma debitamente

istruiti, raccontano la loro storia lacrimosa, le conduttrici consapevoli della loro

notorietà, fingono di commuoversi. Pubblicità.

Cambio canale; TELEGIORNALE , conduttori prezzolati a seconda della collocazione

politica del network, sciorinano notizie più o meno attendibili, (a volte non attendibili)

e comunque approssimate, riservandosi le più importanti e credibili, per la fine del

telegiornale. Pubblicità.

Cambio canale; dibattiti politici, praticamente un pollaio, dove chi ha la voce più forte

e più stridente, impone il proprio punto di vista. Pubblicità

Cambio canale; come sopra. Pubblicità

Cambio canale; programma culturale relegato ad ore antelucane o di scarsissimo ascolto.

Poca pubblicità.

Cambio canale; concorso per nuovi artisti, seduti nei loro scanni le vecchie glorie dello

spettacolo giudicano severi le performance di giovani aspiranti artisti, una buona parte

di costoro scomparirà nel nulla, qualcuno arriverà al successo, allo stesso livello di coloro

che l'hanno giudicati, cioè mediocre.

 

SPENGO IL TELEVISORE, mi avvicino alla finestra e.......................

 

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Profilo Autore: Vittorio  

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