Alto e magro come la fame,scruta a destra e a manca fra le panche e le sedie alla ricerca di monete che cadono, a volte, dai borsellini delle parrocchiane quando elargiscono un obolo e cantano devotamente. Bastiano vuole diventare il confessore di  Clementina e la convince facilmente che può cedere a lui il peso delle sue colpe con una confessione straordinaria. Lei è ingenua e fiduciosa, crede a Bastiano. Una mattina presto entra in chiesa e lo scorge nella penombra, mentre le fa cenno con la mano villosa di avvicinarsi al confessionale. La giovane  è titubante, ma poi si accosta e si inginocchia, mentre tutto è immerso nel silenzio più profondo.Il confessionale troneggia imponente di legno massiccio, intarsiato e scolpito finemente.Le tende rosse coprono la testa e il busto di Clementina, lasciando scoperta la gonna a pieghe di colore blu a pois bianchi.
Clementina Garofalo custodisce un segreto mai svelato, ma ora è convinta che Bastiano u sacristanu le darà lui l'assoluzione...
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Suo padre si cura poco di lei, ma la lascia fare perché è sotto la protezione di Don Amilcare che la considera oltre che una provocante tentazione anche una perpetua ad ore che spazza la chiesa, lava i marmi e lucida le statue dei Santi Onofrio e Baldassare. Lei ride dapprima sommessamente, poi a squarciagola, quando i picciotti entrano in chiesa e fanno finta di pregare per avvicinarla e palpeggiarla pesantemente. Le risate riecheggiano per la volta delle navate e i carusi a turno ora soffocano la sua voce ora la toccano dove è possibile allungare le mani. Poi Clementina fa l'offesa e li minaccia di dire tutto al padre parroco che non è sempre in chiesa perché assiste spiritualmente i malati dell'Ospedale "Misericordia Dei". Bastianu u sacristanu non ha le mani lunghe ,ma occhi che ardono come tizzoni infuocati...
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Clementina Garofalo custodisce un segreto mai svelato. Non avrebbe il coraggio di confessare a Don Amilcare le sue colpe indecenti. Eppure si confessa ogni sabato, prima della messa domenicale, timorosa dell'aspetto fisico del parroco e dei suoi predicozzi, nonché timorata del volto dolorante del Cristo che grava in equilibro come lo zenith sull'altare della navata centrale. Il Cristo però non volge il viso verso di lei perché guarda verso il confessionale da dove si sente alta la voce stentorea di Don Amilcare che bacchetta i fedeli e distribuisce pesanti penitenze.
Clementina è un'orfana che è stata adottata all'età di 9 anni dall'avvocato Garofalo Gerolamo sposato con Elena Calì. Senza figli, sono convinti che Dio non ha benedetto la loro unione con la nascita di un figlio che ha invece preferito tenere con sé in attesa di genitori migliori. Certo l'avvocato è un uomo forte e vigoroso che cornifica la moglie, una donna spenta e quieta, che per la sua floridezza di carni chiamano nel paese natio " bedda comu na quagghia". Ma di figli neanche l'ombra, mentre le malelingue vociferano che Nino Guardabasso, il figlio di Tonino 'u porcaro, sia nato da una relazione dell'avvocato con Concettina Aquaforte, moglie del suddetto porcaro.
All'età di 18 anni Clementina Garofalo è già una donna prosperosa che assomiglia alla madre, senza però che ci sia alcun legame di sangue. A differenza di Elena, tutta casa e chiesa, la ragazza con la scusa di seguire le funzioni religiose trascorre  tutta la giornata in chiesa, inginocchiandosi e biascicando rosari da far invidia alle vecchie  beghine del paese. E' scura di carnagione, alta e formosa, con lunghi capelli neri lasciati scivolare sulle spalle. La camicetta di cotone bianco tira prepotentemente sul seno e i bottoncini di madreperla farebbero a gara per schizzare in aria, se un respiro affannoso dovesse provocare il sollevamento delle giovani mammelle. Clementina ha poco cervello perché è nata ritardata e crede a tutti i maschi che la circuiscono con i loro pretestuosi complimenti.
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Profilo Autore: Libero  

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In una giornata d’autunno, una di quelle dove si percepivano ancora fragranze di un’estate
oramai passata, del lontano millequattrocento sessant’otto, un viandante ormai attempato
il cui sguardo era spento dalle traversie della vita e del quale non si sapeva
né da dove venisse e né chi fosse, anche se il suo nome si seppe che era Antonio,
giunse alle mura di Gragnano, entrato nella cittadina raggiunse,
dove trovò riparo per alcuni giorni, la chiesa della SS. Maria dell’Assunta.
Una mattina ascoltata la S. Messa e presa l’eucarestia, essendosi voluto confessare
prima e anche per questo il suo dire e il suo narrarsi era celato dal segreto della confessione,
raccolse la vecchia bisaccia che custodiva poche cose, il bastone con cui era solito
accompagnare i suoi passi e uscì dalla chiesa.
Si diresse verso una delle porte del maniero, l’oltrepassò incamminandosi sulla strada
che dalla valle delle Ferriere conduceva ad Amalfi; lui non sapeva che avrebbe raggiunto
tale località: dal confessore gli venne indicata la strada per il mare, essendo che chiese
indicazioni per raggiungere il mare, prima di distogliersi dal confessionale
accanto al quale stava genufletto.
Non del luogo ed essendo che non comprese bene le indicazioni dategli si smarrì.
Attraversò monti, boschi, radure e costeggiò e attraversò torrenti e ruscelli;
durante il tortuoso cammino, dove esso costeggiava una delle cascata,
si riposò, le logore e traforate calzature gli facevano lacerare
i piedi dai tortuosi sentieri che calpestava.
Quello che non incontrò fu un’anima ad incrociare i suoi passi.
Attese che le sue ferite si rimarginassero e le gambe riprendessero le forze
e lo sorreggessero, riparandosi in una grotta.
Non si sa quale fu il suo sostentamento.
Durante l’incalzare d’un temporale, all’alba, ricominciò a dare i suoi passi verso la meta.
Prima di farlo lasciò la bisaccia in quel che fu riparo e rifugio, per lui un tesoro
essendo che era tutto quello che possedeva ed era l’unico legame col passato,
accertandosi di nasconderla in modo che non fosse trovata da qualcuno;
forse era sua intenzione ripassare a riprenderla.
Giunto nella cittadina amalfitana e dopo aver girovagato in cerca d’elemosina
o di cibo si diresse verso una piccola spiaggia di scura sabbia situata in una conca,
alla quale si accedeva dopo aver percorso una serie di ripidi discese.
Lì restò assorto nei suoi pensieri e mentre la vita e i ricordi gli fluivano
dinanzi agli occhi iniziò a passeggiare su e giù per battigia.
Le onde s’infrangevano accarezzando la sabbia e i suoi piedi;
lo sciabordio risultava ad Antonio un dolce canto.
L’oro del tramonto iniziava a lambire il cielo quando decise di proseguire il suo vagabondare,
ma all’improvviso, quando rivolse un ultimo sguardo al mare, la sua attenzione fu rapita
da una figura non chiara all’orizzonte che emerse all’improvviso dalle acque
e incominciò a nuotare nella scia di luce verso la spiaggia, restò a guardarla arrivare;
arrivò presso di lui manifestandosi per quello che era, per cui egli divenne marmoreo.
I suoi occhi erano increduli e sbarrati per ciò che vedevano: una sirena!
Di colorito bronzeo, la chioma, corvina e folta adornata da variopinti coralli,
le scendeva fin sui nudi seni facendoli solo intravedere; il vermiglio degli occhi,
profondi e luminosi, era tutt’uno con quello del mare
e l’argentea coda luccicava nelle limpide acque.
Porse all’uomo la mano adornata da bracciali di conchiglie invitandolo a seguirla
con voce suadente e un sorriso che le riempiva l’ovale viso.
Antonio con voce tremante, che nessuno, tranne i monaci che lo accolsero,
ai quali non raccontò apertamente dettagli della sua storia,
nei giorni che si trovò a Gragnano udì<< Sto sognando o non sei mitologia?
Non ho mai amato il mare se pur l’ho solcato, m’affascina il suo essere oceano misterioso
e scrigno di mondo parallelo a quello su cui si posano e restano proprie orme.>>
Lei non rispose ma continuava a tenere la ma protesa in segno d’invito a seguirla.
Se pur titubante l’uomo entrò in acqua prendendo la mano della marina fanciulla, i due insieme, mano
nella mano, iniziarono a nuotare.
Lontani dalla terra ferma s’ immersero nel ventre degli abissi,
nel tempo in cui gli ultimi istanti di tramonto scomparivano all’orizzonte.
L’uomo, che non si voltò neppure una volta indietro, non fece più ritorno nelle zone
in cui fu visto in quel tempo e neppure si seppe più nulla di lui.
Però una leggenda di pescatori del luogo narra che nella notte di S. Lorenzo
si possono scorgere,
mentre le stelle cadenti sembrano spente sagitte che s‘infrangono in cielo,
lontano dalla costa e da occhi indiscreti, Antonio e la sirena, illuminati dal chiarore di luna
danzare dinanzi ad Amalfi tra le onde del mare.

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Profilo Autore: Vincenzo Patierno  

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Stavo in una nuvola di fumo di sigarette, e col bicchiere sempre pieno alla scrivania a sentirmi

un po’ Gianni Brera, quando per posta elettronica mi arriva su quel che ho da poco terminato

di scrivere

…anche solo il titolo

di quel che Dio ha voluto

donarci “Vita” è un

perfetto insieme di accordi.

La nostra assonanza lo sarà

ancora di più: giorni resi

sempre freschi dall’abitudine

dei nostri sguardi

come un tackle scivolato in zona Cesarini, il messaggio di un caro amico che a dire il vero ha poco

a che fare con il football.

Parla di ansia immensurabile di ripetere una tale notte che ti inonda di fremiti per la ricordanza dei

sublimi tremiti donati dal suo accarezzamento, e della sua libidine che premeva contro di lui alla

ricerca di ripetuti amplessi. Della bocca di lei avvezza agli eccessi, della sua lingua umettata, i suoi

baci lascivi, le mani che lambivano senza sosta i corpi dell’uno, dell’altro. Dice che sentiva il suo

piacere dall’antro della sua bocca erompere incontrollato. E l’eccitazione accrescere, e poi di nuovo,

e ancora. E ancora che stava lì per raggiungere l’acme, e lei altresì gliene dava di quel piacere che

rende incalzanti i palpiti… Poi mi saluta dicendomi che ora lo aspetta il lavoro e la giornata che ha

davanti, ma stasera in pochi CLICK , in pochi istanti …@libido… e lei sarà di nuovo con lui.

Infine una serie di apprezzamenti sul suddetto indirizzo web, e il consiglio di provare a visitarlo.

Come pensavo questo sito internet ha poco a che vedere con palloni in cuoio e scarpini.

Ma, dopo questa digressione inappropriata, torniamo a noi. Volevo parlare di chi ha voglia di

dimenticare ed iniziare a dipingere una nuova tela, di chi cerca tra le tempere e non trova

i colori. E allora s’inventa un’amnesia… così, solo per cercare di ricominciare.

Lei si stropiccia gli occhi, ancora assonnata, lei. Lei è l’amore mio, è l’unica, l’unica al mondo.

Il solo pensare a lei mi fa perdere la concentrazione. Ha il viso di chi vorrebbe trovarsi in una grotta

d’acqua, di quelle in cui non filtra neppure il blu del mare. Invece di essere avvolta da una luce così

insistente e inopportuna.

Mi piace quando finge di immaginare che squilli il telefono… lo porta all’orecchio e mi guarda

mentre ascolta la mia voce registrata che ha sentito tante volte “Ho ancora addosso il profumo della

tua pelle, il profumo di te. E vorrei essere lì e ricominciare a fare l’amore, fino a notte per poi

addormentarmi un po’… ci sei? So che mi ascolterai. Mi sembra di impazzire. Torno a casa…

non alzarti, non truccarti, voglio trovarti così… assonnata, spettinata, voglio sentire ancora il mio

odore su di te ”.

Io con la mano le copro gli occhi dalla luce, io che ho appoggiato i miei sogni proprio accanto

all’atrio del suo cuore.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Mi capita di travestirmi da me stesso e bagnare la gola in qualche localino sui Navigli, o di sedere

al tavolo di un imprecisato ristorante in Brera.

Coppie che ne scrutano altre, anch’esse taciturne, il cui unico dio rimasto vivo gode del dito

ancorato alla tastiera. E’ comprensibile che tra Adamo ed Eva la conversazione fosse difficile

in quanto non avevano nessuno di cui sparlare, ma…

Presto saturo, insieme al paltò mi eclisso nelle viette e in quel particolare crocevia mi dico

che non scriverò più d’amore e condiscendenza. Un uomo ci ha provato e lo hanno crocifisso.

Il televisore di un bistrot… e poi nella testa solo scighera.

Con il cinguettio del cardellino da suoneria nel telefono trilla la sveglia, e forse l’unico dio rimasto

vivo è il senzatetto che deve avermi offerto la sua coperta.

Ho l’emicrania, e puzzo di alcool… e non ricordo che ci faccio in questo posto, e cosa sia

questo posto. Spegnendo la suoneria trovo una chiamata senza risposta, Celeste…

E ancora un WhatsApp con un vocale… di nuovo Celeste. Chi è Celeste!?

18 giugno 2019, 23:40 “Mirko non ho segreti per te, non ho segreti per nessuno in fondo. 

La mia vita la conosci, è quella che ti ho sempre raccontato: sono una donna vulcanica, ma anche 

estremamente pigra... rubo i gli spazi al tempo per fare mille cose, ma in realtà cerco solo 

di riempire tutti gli spazi vuoti. Pensare mi fa paura... 

Sono ironica, forte, sorridente, ma anche estremamente fragile. Non ho nemici, almeno credo. 

Non porto rancore...solo, prendo le distanze da quel che mi fa stare male. E ho tanti amici, o forse 

nessuno. Ci sono per tutti, tutti ci sono per me. Ma è facile avere amici quando va tutto bene... 

Chissà… Mirko, ti ho fatto del male? Quando stasera mi hai scritto di aver bisogno di pensare, 

mi sono sentita morire… Cosa avresti voluto dirmi? 

E chi è Mirko!? Di nuovo Mirko… che sia io Mirko!?

“…l'amore è conoscenza, condivisione, quotidiano. Credimi, ti direi, vieni… ti aspetto. 

Te lo giuro, ma poi? Perchè dovremmo farci del male? Perchè rischiare di innamorarci davvero? 

Corro troppo veloce? Non raggiungermi, allora.... aspettami in un sogno. 

Buonanotte mio dolce poeta, dormirò con te stanotte... abbracciami”. 

Poeta… Mirko, certo… e quel biglietto “Mi spaventano gli occhi che non osservo e non 

mi osservano, le profondità che non conosco… ma anche tu, Mirko, un po’ mi spaventi. Celeste”. 

Celeste… Già, Celeste. Finalmente a casa. Dal finestrone in stile abbadia della cucina guardo

la Brianza svanita come lei nella scighera, lei che ieri è uscita prima che mi svegliassi.

E sorseggio il mio caffè.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Purtroppo la tua festa non la festeggi più insieme a me, ma festeggerai comunque nella Casa del Padre. Non posso più regalarti una torta ma ti dono il mio cuore che ti lancio lassù nel Cielo. Tu in questo mese sei morta, quindi a dir la verità non dovrei festeggiare la tua morte, ti festeggio perché ti sei guadagnata il Paradiso. Te lo sei guadagnato con i tuoi dolori e sofferenze che hai dovuto patire durante il periodo della tua malattia, e che sei riuscita a tollerare pazientemente. E con la tua voglia di vivere che avevi allungavi così il tuo breve viaggio qui sulla terra. Ora sei diventata una stella luminosa che brilla per me lassù nel Cielo. E ti posso vedere ogni qualvolta è sereno. Ora tu non dimori più in questa casa ma dimori nella casa del mio cuore.

Arrivederci mamma!

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Profilo Autore: Alberto Berrone  

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Una mattina gelida, il 10-febbraio - 2013.
Come gelido era il mio cuore, la mia rinuncia alla vita aveva basi antiche, non speravo più in nulla, non aspettavo nessuno.
Ero in giro da sola, finalmente fuori casa, quella casa che mi opprimeva, le mura trasudavano infelicità, era una tomba, e io sapevo che sarei sprofondata con lui.
In giro per appuntamenti medici, queste erano le mie uscite, e nulla di più.
Entrai in una caffetteria per riscaldarmi un po', la malinconia, la tristezza facevano parte di me, sentivo che gli occhi pungevano, avevo sempre le lacrime in tasca, piangevo anche senza motivo.
Ordinai un caffè e andai a sedermi ad un tavolino in disparte, aprii la borsa per cercare un fazzolettino di carta, ormai stavo piangendo al pensiero di dover ritornare a casa, ed a tutto quello che comportava.
Le mie borse sembrano trolley, dentro ci sta di tutto, sono anche sbadata e mi si rovesciò il contenuto tutto a terra.
Imbarazzatissima sempre con gli occhi che colavano mi chinai per raccogliere il contenuto, vidi una mano che mi allungava un fazzolettino, alzai un po' la testa e incontrai gli occhi più verdi che avessi mai visto.
Mi aiutò in silenzio a raccogliere le cose sparse per terra, poi si sedette vicino a me, per la prima volta dopo tanti anni sentii il cuore che batteva all'impazzata, lui si alzò, andò ad ordinare qualcosa, poi ritornò a sedersi, ci portarono una cioccolata in tazza per me e un caffè per lui. " Piacere Francesco, ti ho preso una cioccolata perché hai bisogno di dolcezza" - Con fatica spiccicai il mio nome, e pensai-" Ma cosa ci faccio qui con uno sconosciuto con tutti i guai che ho" - Parlammo per un'oretta, lui era vedovo, io sposata.
Mi chiese il n. di telefono, gli dissi di no, ci salutammo... feci finta di non vedere il biglietto furtivo che mi fece scivolare in borsa.
Arrivata a casa presi il biglietto e lo gettai nella carta, cercavo di non pensare a quel biglietto, ma quando venne il momento di gettare la spazzatura... rovistai fino al recupero dello stesso.
La sera stessa feci quel numero restando in silenzio, dall'altra parte una voce :" Ti aspettavo da sempre" - da quel momento iniziarono le nostre interminabili telefonate notturne, la sua voce mi giungeva come un canzone d'amore, ed inizia a volare, la sera stessa gli dissi: " Francesco! - con il tuo canto mi hai spinto dentro alla vita"
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Profilo Autore: Liviana Poletti  

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Nata e cresciuta nella città meno poetica

così dicono.

Però vari cantautori sono proprio della “mia” Milano.

Una Milano che ha visto bombe e tafferugli e morti e...

Piazza Fontana, mia madre era lì vicino.

Un miracolo non se la portò via.

Piazza Duomo, più o meno nel ’70, bombe lacrimogene.

Ricordo, parlava Almirante.

All’improvviso un fuggi fuggi.

Mio padre mi prese per mano e mi fece nascondere.

C’era e credo ci sia ancora, un’edicola.

Nascosta lì per far passare la buriana.

Questa la Milano di fuoco.

La Milano dei paninari e le bande notturne.

Ma in quel 1961 nacqui io.

Splendida bimba (si fa per dire)

Nata con la voglia di vivere.

Settimina di un chilo e settecento grammi.

Un robino che pensavano dovesse morire.

Ma il mio strillo fece dire all’infermiera.

“questa non molla”.

Così fu.

40 giorni in culla emostatica.

Ho corso il pericolo di morire per un raffreddore.

Mia zia se ne accorse, stavo soffocando.

Ma chi m’ammazza!!!

Eccomi qui, non so perchè racconto questo.

Sentivo di farlo.

Oggi vivo giorno per giorno come ...

Come dicono i ragazzi???

Come non ci fosse un domani

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Profilo Autore: Maria Cristina Manfrè  

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Si incrociarono per la prima volta circa all'altezza del pavimento di un bar.
Una pausa per prendermi un caffè, mattina malinconica, lacrime che pungevano, ringrazio la mia sbadataggine, borsa aperta, tutto il contenuto per terra, lacrime in attesa iniziarono a bagnarmi le gote. 
Imbarazzata mi chino per raccattare il tutto, una mano si allunga verso di me, un fazzolettino di carta, incrocio i suoi occhi e mi perdo in un verde prato. 
Mi invita a sedermi, mi offre un caffè, i nostri occhi sono attratti come calamite, un biglietto furtivo mi scivola in tasca, mi lascio travolgere da una girandola d'emozioni.
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Profilo Autore: Liviana Poletti  

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