Era uno di quei pomeriggi autunnali ma miti, il vento accarezzava quei veli fiorati davanti le finestre e portava con sé l'odore dei ciclamini schiusi, nella tenera notte.
Camilla rientrata da poco dopo una mattinata intensa di lavoro si accingeva a riposare un po' sul divano, guardando un film...
Gli altri erano ognuno nella propria stanza e lei si godeva il silenzio, il suo amato silenzio.

Aveva un tormento dentro, radicato nell'anima, l'amore, quello della sua vita, quello che le aveva fatto perdere il controllo, la stabilità, quello che l'aveva portata in paradiso e scaraventata nell'abisso infernale più profondo.
Quell'amore che gli invadeva i pensieri, gli violentava l'anima costantemente e lei, doveva fingere, doveva ostentare, sempre più spesso, quella sicurezza fiera, oramai perduta, forse per sempre e, tirare il viso in una smorfia di sorriso, guardare avanti, coprendo quei suoi occhi ormai spenti,con occhiali sempre più scuri

Era destino .. si diceva, ripetendolo a se stessa .

Tutto sempre uguale, tutto da riscrivere, passo su passo, un dolore che sbiadiva alla luce di un neon colorato che illuminava, le vie di una statica e piena città.
Piena e vuota simultaneamente, libera e incatenata, incarcerata come lei, fra le pieghe, di in tempo che vuole fiorire, andarsene e poi morire.
Così si sentiva lei, morta dentro, uno zombi che andava avanti senza alcun entusiasmo, senza quel senso, il senso dell'amore, che tutto muove e, tutto ciò da quel maledetto giorno in cui le loro strade si svincolarono in direzioni opposte!

Si erano conosciuti per caso, un Foulard impigliatosi tra i sediolini di un pullman pieno di gente, un pullman che conosceva ogni segreto racchiuso nei respiri e sospiri di una disincantata Camilla, stretta in una morsa che ogni giorno la inghiottiva sempre più, imprigionandola in una quotidianità che le aveva rubato sogni e passioni.

Tommaso l'aveva addocchiata tempo addietro, le piaceva guardarla con la sua aria sognante persa in quello scenario che scorreva tra i vetri di quel vecchio bus.
Lui era un avvocato quarantacinquenne , sposato e più disincantato di lei, perso nelle sue insoddisfazioni personali ed intime.
Il sorriso di Camilla per lui era il sole in un dipinto di pioggia, la guardava, vedeva quelle smorfie che  il suo viso faceva senza manco accorgersene.
Quel Foulard gli diede l'occasione giusta per conoscerla, tutto si avvicendò in un attimo, sembrava uno di quei film romantici che fanno sognare.
Guance arrossate, sorrisi accennati, sguardi timidi e carezze che facevano rimbombare nell'aria i profumi di emozioni acerbe e di passioni adolescenziali, ma vissute con una consapevolezza che intimidiva il mondo.

Rumori e vapori, facevano da sipario, ad una guerra di sensazioni, pagine di vita scritte, su muri che origliavano quell'amore.

Poi le nubi, il buio, soffiò il vento del dolore, il silenzio inghiottí tutto.

Dovettero rinunciare a vivere per le innumerevoli responsabilità, per le scelte fatte in un tempo sbagliato!
Lui l'ultima volta che la fece sua tra quelle lenzuola che ormai desideravano il calore di quei corpi che s'incastravano, le lascio un biglietto con su scritto "Ti vengo a prendere dove ci siamo persi" e poi...

E poi sparì, dissolvendosi nella foschia di una sera  accennata, portandosi con sé il cuore di Camilla e lasciandogli il suo.

A lei, in quel solitario risveglio rimase quella macchia di colore, diventata parola urlante, uno scarabocchio che col tempo andava consumandosi.
Urla mute, sommerse che tacciono se non ascoltate...
Tutto camuffato da un tam tam quotidiano, tutto rinchiuso in un cassetto segreto anche quel biglietto sbiadito, tutto ad ossigenare un sogno che prima o poi lei era sicura si sarebbe realizzato.

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Profilo Autore: ...Io...❤️... Moronese Maria Angela  

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Quella notte scattò in Francesco la scintilla giusta: decise che avrebbe ricominciato a scrivere, era la sua passione che amava tanto. Quella notte non andò neppure a letto e si mise sul terrazzo dove la visuale del mare era davvero stupenda. Con carta e penna ed iniziò a scrivere…


Lei lo guardava dal divano e sognava il suo bellissimo scrittore firmare autografi su dei libri. Decise che voleva aiutare l’economia della casa.


Il giorno dopo iniziò a girare per la cittadina a chiedere se qualcuno aveva bisogno di una Tata, mentre Francesco riposava aveva scritto quasi tutta la notte e la sera iniziava a lavorare come cameriere in un locale in città.


Sembrava che la fortuna girasse bene perché alla prima fermata  che fece Elena in un panificio, per chiedere se volevano qualcuno che curasse i bambini, la signora le disse “stavo appunto cercando qualcuno per la mia nipotina! Mia figlia lavora qua con me, ha una bambina di soli due anni e non può lasciarla la mattina prestissimo per venire qua” “sa questo è un lavoro che si svolge la mattina presto” “se a lei non le crea problemi credo che mia figlia ne sia felice” Elena era un po' perplessa ma disse lo stesso di si, voleva guadagnarsi qualche soldino.


Si misero d’accordo che si vedevano nel pomeriggio con la figlia per andare a conoscere la bambina che doveva curare.


Si mise a camminare sul lungo mare e a pensare al lavoro che forse aveva già trovato.


“Ma si” disse Elena “forse andrà bene cosi Francesco lavora la sera fino a tardi ed io la mattina presto fino a mezzogiorno poi avremo il pomeriggio per stare tutti e due insieme” aveva deciso di lavorare e questo andava benissimo con i suoi piani.


Quando tornò a casa Francesco stava facendo il caffè, Elena aveva comprato dei cornetti in panificio, “buongiorno amore” esclamò Elena “buongiorno a te” ribattè Francesco, “Ti porto una bella novità ho trovato un piccolo lavoro che mi occuperà la mattinata la signora del panificio ha bisogno di una persona che faccia da baby sytter per la sua nipotina” Francesco la guardò la prese fra le braccia è la baciò, un lungo ed intenso bacio…


“amore sei straordinaria” le disse “il futuro non mi spaventa più saremo felici insieme” Francesco era sorpreso di questa decisione ma felice.


Sapeva con quanto amore avrebbe accudito quella bambina con lo stesso amore che un giorno crescerà i nostri figli pensò Francesco, gli occhi divennero lucidi per l’emozione era molto contento il futuro in quella cittadina finalmente non lo spaventava più di tanto.

Francesco aveva lasciato sparsi sul tavolo alcuni fogli…

Elena ne prese uno ed iniziò a leggere:


“Avanzava lentamente senza distogliere lo sguardo dalla sua preda. Vincenzo Nardi aveva gli occhi spalancati dal terrore, teneva la bocca serrata, il suo cuore era vicino a gli ultimi battiti, si stava ghiacciando. Sperava fosse un incubo. Il sole stava calando velocemente. - Addio !! 


Alle ventuno e trenta, di quello stesso giorno, dovevo recarmi a casa di un certo Vincenzo Nardi, ex maresciallo dei Carabinieri, in pensione, da tanti anni amico di famiglia dei Donati, vive da solo, almeno dieci chilometri fuori dal paese, in una casa lungo la provinciale e distante da altri fabbricati. Silvia mi aveva detto di averlo incontrato, casualmente, due settimane prima. A casa mangiai qualcosa in fretta, per essere puntuale all’appuntamento. Presi le chiavi dell’auto percorsi una delle vie che porta fuori dal paese, alla mia destra una serie di villette tutte colorate, i pioppi scorrevano velocemente, il giorno, se ne stava andando. Adesso il paesaggio iniziava a mutare, procedevo lento, avevo la sensazione di essere seguito. La provinciale presentava alcune curve a gomito, in quel tratto, una certa angoscia iniziava ad assalirmi. Quando parcheggiai, l’auto che apparentemente mi seguiva, proseguì dritto e scomparve; ero davanti al numero trecentosettantanove. Le rughe sul mio volto iniziavano a distendersi, gli occhi riacquistavano serenità. C’era un cancello ed il citofono, il nome illeggibile, premei il pulsante in ottone. Mi accorsi che il cancello era socchiuso, emise un cigolio sinistro e doloroso, appena cercai di spingerlo, un silenzio gelido, nonostante facesse molto caldo, regnava in quel giardino. La facciata della casa, a pochi metri da me, era trascurata e scalcinata, non vedeva l’opera di un muratore chissà da quanti anni. Il sole, se ne era andato e la luce lo aveva seguito. 

Girai dietro la casa, con la speranza di vedere qualcuno o almeno una luce accesa, quel luogo appariva deserto, ma ero certo di non aver sbagliato indirizzo, al telefono la descrizione della casa, fattami dal Nardi, corrispondeva esattamente. Una piccola porta era completamente spalancata, pronunciai il nome del padrone di casa ad alta voce, ma non ebbi risposta. Pensai di aspettare qualche minuto. Poi decisi di entrare. 

Era tutto buio intorno, cercavo un interruttore per accendere almeno una lampadina, ero immerso nella oscurità più totale. Un sussulto dovuto ad un rumore improvviso mi inchiodò alla parete, dovevo calmarmi e pensare. Tornai fuori, la luce dei fari di un auto di passaggio, mi illuminò il percorso verso la mia auto, avrei preso una torcia. Tornai all’interno, ero in un piccolo locale adibito a lavanderia, un lavello in pietra ed un filo teso per stendere i panni ad asciugare, una caldaia apparentemente in disuso. Aldilà di una porta di legno vecchissima mi trovai nella cucina, il tavolo al centro era apparecchiato ed avvicinandomi compresi che il Signor Nardi aveva cenato lì poco prima. Non capivo perché non riuscissi ad accendere la luce. Percepii un movimento al piano superiore, il solaio era in tavole di legno, con due grandi travi in abete, che facevano da rompi tratto, il gelo mi assalì, ma non potevo permettermelo in quella circostanza, qualcuno era sicuramente presente, sentivo come strisciare, trascinarsi, iniziai a muovermi cercando la scala, lentissimamente e prestando attenzione ad ogni movimento, ero finito in un corridoio stretto e lungo, una finestrella su lo sfondo, con le imposte serrate, immaginai che alla fine del corridoio avrei trovato la rampa delle scale. Il gelo dentro di me, si era trasformato in sudore su la pelle, le gocce mi scendevano lungo le tempie, i miei occhi si fermavano dappertutto, su tutto quello, che la torcia riusciva ad illuminare, avvertivo che qualcuno fosse sempre più vicino a me, mi sentivo indifeso, trasparente, le mura erano gonfie di umido, quel corridoio pareva non finire mai, odori malsani, faticavo a respirare, il soffitto pareva abbassarsi, il caldo e l’umido la facevano da padroni, avrei voluto vomitare. Una rauca richiesta di aiuto, interruppe il fragore delle mie emozioni, trovai il coraggio di salire le scale, riverso sul pianerottolo giaceva un uomo, mi resi subito conto che le sue condizioni erano disperate, dal mio cellulare chiamai una autoambulanza pregando di avvisare anche i carabinieri. L’uomo presentava diverse ferite all’addome, nei pressi un coltello da cucina, insanguinato. Mormorava che aveva paura, di tutto e di tutti, parlava di ombre che vedeva intorno a lui, le poche parole gli uscivano dalle labbra come fumo, cercavo di farmi dire chi lo aveva ridotto così e quale fosse il suo nome, non parlava più, un sussulto, l’espressione del volto distorta, il ghigno del viso spaventoso, come la morte. Quando giunsero gli altri, non poterono che constatarne il decesso. Un’altra persona collegata a Silvia era stata uccisa, ero certo, che fosse così. 


“Quando di notte sogno quel giorno, vuol dire che devo uccidere. Non so se esco dalla porta o dalla finestra, voglio tenere gli occhi aperti, per vedere quale bestia ho ucciso. “


Elena, si guardò intorno, estasiata da quanto aveva letto,  bellissimo pensò.



E ricordando ancora i primi giorni, durante i quali si era conosciuti, prese un foglio bianco, la penna e scrisse di getto questo pensiero:


Un uomo ti stupisce perchè non lo aspettavi, è per questo che pensi, felice, che sia il momento giusto.

Quando smetti di pensare, quando riesci ad abbandonare le tue tristezze, quando smetti di essere distratta, eccolo che arriva, che entra nella tua vita e dentro di te, lo fa nel modo più naturale e semplice possibile. E ci resta anche quando non c'è.

Lo lasciò sul tavolo accanto ai fogli di Francesco.

Si aprì la luna, per versare il suo liquido incolore a terra. Francesco stava tornando dal lavoro, e non c'era atmosfera migliore perché i suoi pensieri fiorissero. I suoi petali notturni erano come il pelo di un lupo, arruffato e in attesa di fili che lo trascinassero verso un luogo indefinito, per sopravvivere. Ultimamente era solito accompagnare il proprio borsello con un blocco note, da utilizzare nel caso in cui gli fossero sopraggiunte idee da integrare nelle sue scritture. Pensò, fra sé e sé: "Ah, Luna, quanti mondi finiti nello spazio! Inudibili, intoccabili, irrecuperabili. Di me si è perso qualche pezzo, sciolto nel vento acido dell'universo, ma queste perdite vanno limitate. Spero che così sia tutto migliore". Effettivamente, il problema di Francesco era chiaro: aveva idee, pensieri, scorci di opere che invadevano la sua mente in ogni momento della giornata, persino mentre lavorava. Ciò lo preoccupava, dato che molte di queste scintille si univano al Sole e al suo tramonto, finendo in un fastoso cimitero. Fu anche questo a interrompere la sua voglia di scrivere, oltre al tempo da dedicare alla sua famiglia e al mondo del Capitale, re supremo del mondo. 

 Erano quasi le due di notte, quando egli rincasò dopo un'ora di straordinari. Elena era in procinto di coricarsi, quando udì la porta lamentare spensierata il proprio movimento. "Sono a casa amore! Scusa il ritardo" disse lui. "Bentornato caro, e non preoccuparti. Dev'essere stata una serata molto pesante, ti preparo qualc…" "No Ele, vai a dormire. Sgranocchio qualcosa al volo e dormo, non ti devi disturbare. Domattina alle 8:00 devi essere dalla bambina, non puoi restare ancora sveglia. I tuoi occhi poi la spaventerebbero!" rispose ridendo di gusto Francesco, che in quel periodo era particolarmente in vena di battute. "Hai ragione! Se non mi riposo a dovere, non farò una bellissima impressione alla mia assistita. Buonanotte amore, dormi bene". I due si baciarono, per poi l'una abbracciare il cuscino, l'altro aprire il frigo per procurarsi un po' di insalata. Mentre consumava il proprio pasto, lo sguardo cadde sui fogli che aveva lasciato lì vicino, e notò con stupore dell'inchiostro che non aveva versato. Leggendo ciò che Elena scrisse prima del suo ritorno, ebbe un lampo di benessere, era una delle poche volte in cui si sentì consapevole della propria fortuna, e di chi la curava ogni giorno, deviando la sua traiettoria da quella di scorie potenzialmente pericolose, che qualche volta riuscivano a colonizzare i pensieri dello scrittore. Gli venne l'idea di andare subito a ringraziare la sua amata per quelle parole, ma non aveva la minima intenzione di disturbare il suo sonno. 

"Come resta la luce che vediamo nel più cupo dei mondi, resteranno queste parole, impresse sul testamento delle nostre Menti, viaggiatrici e divoratrici di sensi" 

E andò a coricarsi di fianco all'altra mente, che con la propria forza opprimeva il sonno, in un duello vinto ancor prima dell'arrivo della stella cadente, cinque minuti dopo. Ma questo, purtroppo per loro, è stato visto solo dal narratore di questa storia, spirito evanescente.

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Profilo Autore: Alessio  

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Francesco quel giorno, non era stato molto fortunato, l'unico posto di lavoro che era riuscito a trovare era presso un ristorante, dove cercavano un cameriere, orario pessimo di lavoro, ne avrebbe parlato con lei…

Vagava per quel piccolo paese, quando la vide, seduta su un muretto che guardava il mare, con il sole che la scaldava, quel tanto agognato sole che entrambi avevano sempre cercato e desiderato, avevano scelto quel luogo anche per questo. Francesco le si fece vicino " Mi sei mancata, brutta, sono state troppo lunghe due ore senza di te, adesso che sei tutta mia ".

Elena indossava in completo giacca e pantaloni blu, Francesco aveva sempre sostenuto che il blu, non le stava molto bene, ma quel giorno gli sembrò che il blu fosse il colore più adatto per lei.

" Allora dai raccontami dell’arredamento" disse Francesco mentre si accendeva una sigaretta.

" Niente, non ti dico niente, sorpresa, mi hai detto di fare come volevo e così non ti dico proprio niente, antipatico" Si alzò e si mise a correre verso un giardino, la guardavo allontanarsi, ogni poco si voltava, sorridendo…  anche le suola delle scarpe, che correndo si alzavano da terra, sorridevano.

In un attimo che era voltata, mi nascosi dietro un grande albero, dove non avrebbe potuto vedermi, rimasi in attesa... Non c'era quasi nessuno intorno, escluso un nonno con il nipotino. Riuscivo a vederla in lontananza, si era fermata e si guardava attorno, cercandomi. Ripercorse camminando lo stesso tratto, che aveva fatto, poco prima, correndo, tornò fino a quel muretto, dove l'avevo trovata seduta, un broncio che conosco bene, si fece strada sul suo volto, su le sue labbra,aveva quell'espressione dolce, che mille volte mi aveva fatto morire, uscii dal nascondiglio e mi vide, mi avvicinai " Ti va un bacio?" le proposi.

" No" rispose voltandosi dall'altra parte. " Sicura ? " aggiunsi, e lei " Si, lo voglio, ma non lasciarmi, mai più da sola " disse sorridendomi. Appoggiai le mie labbra alle sue, leggermente e la strinsi forte a me. " Dai alziamoci, ho fame " le dissi tendendole la mano sinistra.

Mi piaceva perfino vederla mangiare ied è da quando la conobbi che mi chiesi e me lo chiedo ancora adesso ma dove sei stata tutti questi anni, senza aver mai incrociato la mia strada ?

Per un attimo mi guardò, con l'espressione preoccupata " Francesco i camerieri fanno orari, che non mi piacciono, io la sera voglio stare con te " le risposi " non vuoi nemmeno che provi? che vediamo come va? " e lei " Io non vorrei, ma se credi sia giusto così, fallo pure". Non le avevo mai rivelato, dal giorno in cui avevamo deciso di trasferirsi là, che la mia intenzione era di trovare un luogo che mi trasmettesse tranquillità e che la sua compagnia mi donasse quella serenità, di cui avevo bisogno, per scrivere, si avrei voluto riprendere a scrivere.

Volevo il mare, la vita di mare, una piccola casa, una terrazza che mi aiutasse a fantasticare ed a riportare tutte queste emozioni su un pezzo di carta, ma sopratutto volevo lei, adesso avevo tutto quello che mi serviva per provarci ed in quel preciso istante, stringendole una mano e perdendomi in quelli occhi scuri le dissi " Signora, mi sopporti per un pò, se decidessi di rimettermi a scrivere? "

" E' quello che volevo anch'io, perchè so che ti piacerebbe, devi farlo Francesco, o quanto meno provarci, adesso devo scappare è quasi l’ora, a dopo amore "

Alzandosi, posò le sue labbra su le mie e scomparve alla mia vista, dopo pochi attimi. La immaginavo salire quella scala che conduce al primo piano, dove c'è il nostro appartamento, entrare quasi di corsa felice e apprensiva nello stesso tempo...la vedevo cambiarsi, indossare una tuta nera e le scarpe da ginnastica bianche, raccogliere i capelli alla nuca ed un filo di rossetto su le labbra….

 

"Andrò a fare una passeggiata" disse fra se e se, "cosi al ritorno mi fermo al mobilificio per dare conferma della cucina". Intanto si godeva il paesaggio intorno a lei, piccole casette, stradine con i sanpietrini, a dare risalto nei negozi piccole luci colorate, vetrine allestite con manichini e fiori, un negozio attira la sua attenzione..Un bellissimo divano color champagne tre posti più penisola "Belloooooo" esclamò "mi piace molto il colore" entrò molto timorosa, aveva paura che costasse molto.
Pensava "se poi Francesco non guadagnerà abbastanza come faremo" chiese alla commessa il prezzo si rese conto che ci poteva stare, disse "ripasserò ci penso un pò grazie" "prego" le rispose la commessa "arrivederci" intanto si diresse verso quel lungo mare fantastico, osservò che giravano i Gabbiani gli piaceva il verso che facevano.
Le onde si consumavano sulla sabbia, in lontananza una piccola Barchetta attraversava il tramonto ormai vicino, "che pace che serenità in questo luogo" era sempre più felice di esser arrivata li con il suo amore.

 

Nella sua testa molti pensieri passano, molte preoccupazioni, ma molta felicità per una vita che stava prendendo una piega che a lei piaceva molto. un pensiero insistente ma che lei ricacciava subito indietro passava sempre più spesso, ma prima di quello ci sono molte cose da risolvere, da cambiare, nel suo futuro e in quello di Francesco lei sognava un piccolo fagottino...un bambino, lo aveva sempre sognato, sempre voluto, ma per il momento c'era il cambiamento della casa, della città, pensava di trovare un lavoro per aiutare pure lei al fabbisogno della casa. Era giusto che Francesco riprendesse la sua passione che amava tanto.

 

Camminando, sognando e ridacchiando sotto sotto, "potrei fare la baby sytter" intanto che arriverà il mio di Bambino gli si illuminarono gli occhi, "farò cosi si" era al settimo cielo felice come non mai. Entrò nel mobilificio a dare conferma per la cucina il commesso gli promise che il giorno dopo sarebbero andati a montarla subito, una musica dentro di lei si scatenò per la felicità.
Si incamminò verso casa per attendere il suo amato uomo, si fermò sulla spiaggia era troppo bello il tramonto per passare cosi di corsa, voleva intrappolare quella magia, era troppo bello.
"Domani verrò con Francesco a vedere questo spettacolo" Intanto doveva pensare qualcosa per la cena visto che ancora non avevano la cucina.
Sulla spiaggia passeggiava un uomo con un cagnolino "scusi forse potrebbe indicarmi un posto carino dove andare a cena con il mio amore?" il signore la guardò e gli disse "si signora se vuole posso indicargli la mia Osteria che si trova a due passi basta solo che attraversate la strada" "certamente sarò felice di cenare da lei grazie lei è molto gentile, sa ci siamo trasferiti qua da un giorno non conosciamo nessuno" nessun problema signora" le disse "qualsiasi cosa le serve chieda pure a me sarò felice di aiutare due giovani appena arrivati in città" Elena era ancora più felice di prima, "grazie allora a più tardi grazie" grazie a lei signora a dopo"

 

Avevano un sogno da realizzare, un fuoco in spiaggia…

Quella notte era bellissima, la luna illuminava tutto l’arenile.
Avevano indossato entrambi i jeans, scarpe di gomma, lei bianche , lui grigie;
Francesco l’aveva preceduta di qualche minuto, aveva fatto una buca che riempì di legna, raccolta qua è la su la spiaggia.
Lei arrivò dopo poco era tanto brutta quanto incantevole.
Quei jeans la fasciavano completamente e sopra aveva indossato una maglia pesante presa nel cassetto di lui, era nera, sembrava un abito per lei, era proprio come piace a lui. Aveva uno zaino con dentro una bistecca, due piatti, le posate, un solo bicchiere, una bottiglia dì acqua ed una piccolissima di vino toscano, quando la tirò fuori lo guardò e disse: ” Antipatico deve bastarti, mica vorrai diventare brutto e ciccione?”. Francesco sorrise, su queste cose non l’avrebbe mai contraddetta.
Intanto il fuoco era acceso, dovevano aspettare che si creasse un pò di brace per cuocere la carne, si misero seduti, lui a gambe divaricate, lei nel mezzo appoggiando la schiena sul petto di Francesco.
Guardavano il fuoco ed oltre il fuoco c’era il mare…
Si facevano cullare dal dolce suono della risacca. Gli occhi di lei si specchiavano nelle fiamme, lui non la vedeva, ma sapeva che stava sorridendo.
Non lasceranno mai che il tempo cancelli quelle ore.
Lei si era innamorata della sua voce all’improvviso disse:
” Parlami… ”
A lui piaceva parlarle e:
” Riesci ad ascoltare il suono del cuore, il suo incessante battere, pensa a ieri, vivi oggi, sogna il domani.
Io faccio così e mi dicono che sono matto. Vorrebbero farmi vivere di ricordi, dimenticare il presente, per programmare il domani.
Ma la gioia ha trovato altre mete? O sono io ad avere ideali diversi ?
Ovunque mi volto, vedo persone smarrite, perse nel quotidiano, nell’accontentarsi.
Vedo felicità solo negli occhi di pochi e nei tuoi.”
Lei pensava a ciò che ascoltava, ma lui non aveva finito, quella nuova vita lo aveva coinvolto erano ormai complici!
E riprese:

“Gesù disse a Giovanni: “ Non puoi essere felice, perché hai creduto solo dopo avermi visto, sono beati coloro che non mi hanno visto ed hanno creduto “.

Abbiamo sempre la necessità di avere i piedi ben saldi sul terreno, guai a lottare per un’idea, non si deve fare è pericoloso, solo i matti lo fanno.
Ebbene noi ci siamo lanciati, lotteremo per questo sogno e non staremo con gli occhi chiusi, è bellissima l’avventura.
Se sceglierai solo semplicità, otterrai semplicità.
Se sceglierai ciò che non sai, potresti ottenere molto, ma anche poco.

A me piace rischiare.
Non ignorare quel treno che senti fischiare e che non sai dove ti porterà, sali sopra, abbi fiducia in te stessa.

Abbiamo deciso di evitare di guardarci mille volte e di restare con il pensiero sospeso… perchè il tempo fugge.

Abbiamo deciso di non aspettare oltre. Ti volevo e ti ho presa, tu mi volevi e mi hai preso.
E’ oggi che conta. E se domani ci accorgessimo di aver sbagliato ?
Beh ..avremmo perso, ma almeno abbiamo giocato.

Da quando siamo qua e stanotte in particolare abbiamo acquisito la capacità di percepire i colori ed i suoni, i lamenti ed i sussurri, la voce ed i sorrisi. Non potevamo negarceli per la paura del domani.
Quando mi venne in mente, due mesi fa, di proporti di venire a vivere qua, lontano da tutto, nella mente mi martellava un pensiero: Dai matto, costruisci la tua nave e se la condurrai su quella spiaggia lontana fatti questa domanda:

“Ciao ti ricordi di me ?”

“Si, sei il mio io.”

Gli anni passano restano le stelle, il mare, il sole, la luna.

Noi abbiamo preso il volo, ci siamo tolti dalla testa, il timore di ciò che avremmo potuto incontrare e stiamo assaporando il gusto della vita.

Rimasero entrambi in silenzio per svariati attimi, poi lei:

” Ho scoperto in te una dolcezza inaspettata che ha minato la mia vivace baldanza, la passione che riesci a trasmettere è una carezza dolce, un gioco che non ha regole ed è una nuova vita.”
In tre righe era riuscita a sintetizzare quello che lui aveva detto per almeno quindici minuti.
Ma a lui piaceva ricamare con le parole, farcire i discorsi di aggettivi, di avverbi e di verbi, lei era diversa, ma non per quello meno attraente.

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Profilo Autore: Silvana Montarello*   Socio sostenitore del Club Poetico dal 30-04-2013

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Se ne erano andati da un giorno, un viaggio lungo, ma che a loro sembrò tanto bello. Arrivarono in quel paese del nord Sicilia. Francesco aveva provveduto ad acquistare un piccolo appartamento sul lungomare: un soggiorno con terrazza abitabile, cucinotto, camera e servizio con doccia. Parve ad entrambi piccola, quella casa, ma senza dirselo pensarono che sarebbe loro stata sufficiente, almeno per un pò di tempo. Un imbianchino trovato per pura combinazione aveva provveduto a rendere le pareti bianche e pulite il resto dell'abitazione era completamente vuoto. Elena si avviò verso la terrazza, appoggiando la spalla sinistra allo stipite in pietra della porta e guardando fuori, cercava di impare a conoscere quel posto e tutto ciò con cui aveva deciso di convivere. Francesco avrebbe voluto avvicinarsi ed appoggiare il petto alla schiena di lei, ma non lo fece, pensò che quel momento era tutto suo e rimase fermo ad osservarla. Passarono alcuni minuti, lei si ricordò di non essere sola, girò il capo verso destra, voltandosi e chiamandolo con un sorriso dei suoi, sorrisi che ormai lui conosceva bene. G. si avvicinò, le cinse la vita con entrambe le braccia ed appoggiò il mento su la spalla di lei,

Ti piace? le sussurrò....

Lei strinse le mani di lui, forte, ed un " mh, mh " le uscì dalle labbra.

Era ancora presto quella mattina di primavera inoltrata, c'era da trovare un lavoro, da arredare la casa e come minimo avere un letto per quella sera. Ma era difficile, per entrambi, interrompere quel magico momento.

Da lì a poco si separarono, con intenti diversi...lei alla ricerca dell'arredamento per la camera, lui alla ricerca di un posto di lavoro. Si sarebbero ritrovati, alle 13:00 a quel bar, sotto la rocca, dove avevano fatto colazione. Entrambi spaesati si lasciarono. Faceva già caldo, in quella piccola città del sud. Elena aveva un compito preciso avere una camera montata in casa, per quella sera, la notte precedente trascorsa in auto, era bastata ad entrambi. Si accorse girovagando qua e là, che quello era un paese ricco, bei negozi, bella gente, tutto completamente ristrutturato, davvero carino.

Un negozio di arredamento la costrinse a fermarsi...entrò. Non era da lei decidere e scegliere subito la cosa da acquistare, ma era arrivata in quel posto, con la convinzione di voler essere diversa, con tanta voglia di decidere, di fare, di essere contenta. La commessa del negozio l'accompagnò sul retro dove era allestita una grande mostra di camere da letto, alcune le piacquero, ed una particolarmente moderna la attrasse, le fu detto che era disponibile nel magazzino, identica a quella a stava osservando.
Sorrise dentro di sé, e pregò la commessa di pazientare un attimo, prese il cellulare allontanandosi di qualche passo..." Francesco, avrei trovato una cosa che mi piace, ma prima di acquistarla vorrei dirti come è, di che colore è, insomma metterti al corrente".

"Signora, se a te piace, piacerà sicuramente anche a me".?
"Tu dici? In ogni caso, non mi piace fare acquisti utili a entrambi senza avertene prima parlato con cura. Il letto è in legno di quercia, con un materasso così morbido che ci farà sognare cose mai scoperte da nessuno. Mi ci stavo quasi per addormentare sopra! Il comò è sempre in legno, ma più chiaro, tendente all'arancione. Ha qualche venatura qua e là che io trovo veramente azzeccata. Sai, con la luce della lampada potrebbero diventare dei portali, usando l'immaginazione! So di essere una sognatrice, ma so anche che in questo ci compatiamo da sempre.

"Eh già amore, noi sappiamo davvero essere pazzi. La camera comunque mi piace. Te l'avevo detto che ciò che piace a te sarebbe stato anche di mio gradimento! Ma tu non mi credi mai!"
"Ah tesoro, manca l'armad..."
"Ele, va bene così. L'armadio sarà sicuramente ottimo e adatto a noi. Puoi pure comprarla, sono convinto!"
"Non vedo l'ora di scrutare dalla finestra il furgone davanti a casa nostra! Ma dimmi, hai qualche novità riguardo alla tua ricerca?"
"Purtroppo no. In zona c'è molto poco, quindi devo cercare in città per sperare di trovare qualcosa. Ne parleremo stasera amore, ora devo andare. Ti amo". 
"Ti amo anch'io. A stasera". 

Morì il sole, e con lui gli uccelli. Si alzò un vento fiabesco che portava musica per le stradine del paese, mentre in lontananza un clacson emetteva il suo secco lamento. Francesco tornò a casa con aria visibilmente soddisfatta, visto ciò che aveva precedentemente trovato nella città vicina. La camera era montata, mancavano solo le ultime formalità, per le quali Elena voleva aspettare il suo amato.
"Una firma qui, prego" - "E un'altra qui" - "perfetto, ora siamo a posto. Le auguriamo una buona serata signori, arrivederci". 

Era mattino. Nell'aria c'erano ancora strascichi di sogni, persi o ricordati. Il sole era nato, e con lui gli uccelli, a comporre la melodia del risveglio. Francesco stava preparando i documenti da portare in città per il suo nuovo lavoro, mentre Elena cercava altri elementi per abbellire il loro modesto ma ora caldo appartamento.
"La semplicità, amore, è una delle cose più complesse da ottenere. Ma non per noi. Adoro come stiamo plasmando il nostro covo, e ancora di più il fatto che siamo solo all'inizio!"
"Amore, restiamo con piedi per terra, dai! So che costringere una rondine con le ali di un'aquila a non volare è un peccato, ma potremmo cadere e non riuscire più ad alzarci."
"Ma su, non indossare ancora la tua maschera da triste filosofo, noi sogniamo e siamo fatti per questo! Ricordi quella canzone... Quella sera..."

Francesco era appena uscito di casa, mentre la sua compagna scrutava i meandri di internet sul suo laptop, con lo scopo di trovare delle occasioni per arredare la casa.
"Mmh... Ora però mi è venuta voglia di riascoltare quella canzone! Apro un'altra finestra e la cerco dai, non posso non avere un sottofondo musicale per la mia ricerca."
Tutta contenta, digitò il nome della canzone ("Dreams", dei Cranberries) e la fece partire, mentre la tenda soffiò un flebile raggio in direzione della ragazza, quasi come un gesto di approvazione.
*Musica*" They'll come true, impossible not to do..."

“Diventeranno realtà, non è vero? In parte già lo sono...”

 Ed ecco, come per incanto arrivò un'immagine sullo schermo di una cucina dai colori caldi ed accoglienti, una piccola cucina con tutto il necessario per affrontare i primi tempi della convivenza in quella casa che piano piano prendeva forma, il forno alto come piaceva a lei, piano cottura grigio perla, il lavandino con una vasca bianco perla, i pensili con le antine di due colori, uno color miele l'altro nocciola chiaro, il frigo con un piccolo congelatore sotto - "ecco questo è quello che mi piace piccola e bella esclamò Elena"!

"Bene, adesso speriamo di trovare un soggiorno con un bel divano per le nostre serate!
Intanto mi dedicherò a prendere tutte le misure per avere la certezza che tutto combaci alla perfezione". subito partì come una scheggia impazzita con carta, penna e un metro.
Il gioco è fatto! Misura di qua... misura di là... Ed ecco apparire sul suo viso un sorriso che mostrava tutta la sua felicità
"sììì ci sta...Ci sta...
Le misure vanno benissimo, la nostra vita può iniziare così" - voleva rendere partecipe anche Francesco di questa scelta cosi lo chiamò al telefono, ma lui non potè rispondere, dato che era impegnato con un colloquio di lavoro abbastanza importante.
Fu così che Elena prese la decisione da sola, questa volta. [Disse fra sé e sé] "Deciderò io da sola, sono sicura che Francesco ne sarà felice. Prese il telefono per chiamare il mobilificio: "sì mi interessa una cucina che ho visto in esposizione online... Potrei venire a vederla?". "Certo - rispose il commesso dall'altra parte del telefono - mi dica quando vuole venire che prendiamo appuntamento, in modo da illustrarle anche altre cose per arredare". "Sì, magari! - rispose felice lei - allora io le direi che vengo stasera per le 18:00, le potrebbe andare bene?". "Certamente - rispose il commesso - mi farò trovare qui, così vi seguirò io personalmente. Grazie e a stasera signora". Cosi iniziò a sognare e girovagare per casa, saltellando come una trottola per la felicità. 
"Inizia una nuova vita..." "...il futuro mi sorride!": erano queste le frasi che la rendevano orgogliosa e felice.
Dal terrazzo l'odore della sabbia arrivava fino a dentro casa, l'odore dell'amore per la famiglia. L'odore dell'amore.

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La via longa alle spalle della chiesa raccoglie i mormorii e le risate della gente, un'eco di buoni propositi nel segno della croce delle donne che velano ancora il capo in segno di penitenza. Ci sei anche tu pallida per l'affanno della corsa sui gradini, rossa sulle guance come il rosso della gonna che scopre le ginocchia, trafelata per la paura d'essere importunata dai giovanotti che cazzeggiano eccitati alla vista delle femmine odorose di talco e di sapone di bucato. Ti lasciano in pace perché c'è anche tuo fratello che ti fa segno di andare avanti, borioso per la sua maschia bellezza, geloso quasi della tua perché mamma tua non l' aveva saputo dividere in parti uguali , e lui si cruccia di dover difenderti dagli sguardi e dai complimenti pesanti degli amici e dei padri di famiglia. Tu obbedisci a tuo fratello come il cane che sa trovare la strada di casa al fischio del padrone e ti vergogni di quella gonna rossa che attira tanto i giovani sciupafemmine, quelli che si vantano di averti rubato un bacio e di averti sollevato la sottana per toccarti le cosce bianche e sode. Tuo fratello è un giuda traditore che finge di non sentire quando dovrebbe castigare quegli zotici, e allora fuma nervosamente, mentre pensa alla figlia del fornaio per distogliere la mente da quei malsani pensieri. Ora   entri in chiesa, t'inginocchi e preghi che lui sia nell'altra panca, poco distante da te. C'è. Ti bacia con gli occhi neri, furbi, maliziosi, predatori. Tu preghi la Madonna che t'impalmi prima che nasca il bambino che cresce nel tuo grembo e che tuo fratello non lo uccida con le sue stesse mani. Ora è tempo di concedersi al Signore Iddio e di pentirti della colpa d'amare l'unico uomo che ami veramente.  

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Alto e magro come la fame,scruta a destra e a manca fra le panche e le sedie alla ricerca di monete che cadono, a volte, dai borsellini delle parrocchiane quando elargiscono un obolo e cantano devotamente. Bastiano vuole diventare il confessore di  Clementina e la convince facilmente che può cedere a lui il peso delle sue colpe con una confessione straordinaria. Lei è ingenua e fiduciosa, crede a Bastiano. Una mattina presto entra in chiesa e lo scorge nella penombra, mentre le fa cenno con la mano villosa di avvicinarsi al confessionale. La giovane  è titubante, ma poi si accosta e si inginocchia, mentre tutto è immerso nel silenzio più profondo.Il confessionale troneggia imponente di legno massiccio, intarsiato e scolpito finemente.Le tende rosse coprono la testa e il busto di Clementina, lasciando scoperta la gonna a pieghe di colore blu a pois bianchi.
Clementina Garofalo custodisce un segreto mai svelato, ma ora è convinta che Bastiano u sacristanu le darà lui l'assoluzione...
In verità, Clementina non ebbe il tempo di pentirsi della sua colpa perché fu sollevata dalla forza sovrumana di Don Amilcare.
Imponente come il confessionale e con due mani simili ad artigli restituì alla luce che penetrava dalle alte vetrate la povera ragazza, incredula e spaventata.Si rincantucciò in una panca, gemente e piangente, la testa tra le ginocchia che sussultava per i singhiozzi.Bastiano uscì da quella indecorosa alcova simile a Lazzaro redivivo, vacillante sulle magre gambe e con le mani aggrappate alla cintura dei pantaloni.
Dopo quell'episodio Clementina seguì con attenzione e umiltà il predicozzo del padre parroco e promise che si sarebbe confessata con lui, solo con lui. Bastiano non è più il sacrestano ed ora lavora come porcaro nella fattoria di Agatino Curreri, soprannominato da chi lo conosce "Agatino armale" (l'animale).
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Suo padre si cura poco di lei, ma la lascia fare perché è sotto la protezione di Don Amilcare che la considera oltre che una provocante tentazione anche una perpetua ad ore che spazza la chiesa, lava i marmi e lucida le statue dei Santi Onofrio e Baldassare. Lei ride dapprima sommessamente, poi a squarciagola, quando i picciotti entrano in chiesa e fanno finta di pregare per avvicinarla e palpeggiarla pesantemente. Le risate riecheggiano per la volta delle navate e i carusi a turno ora soffocano la sua voce ora la toccano dove è possibile allungare le mani. Poi Clementina fa l'offesa e li minaccia di dire tutto al padre parroco che non è sempre in chiesa perché assiste spiritualmente i malati dell'Ospedale "Misericordia Dei". Bastianu u sacristanu non ha le mani lunghe ,ma occhi che ardono come tizzoni infuocati...
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Clementina Garofalo custodisce un segreto mai svelato. Non avrebbe il coraggio di confessare a Don Amilcare le sue colpe indecenti. Eppure si confessa ogni sabato, prima della messa domenicale, timorosa dell'aspetto fisico del parroco e dei suoi predicozzi, nonché timorata del volto dolorante del Cristo che grava in equilibro come lo zenith sull'altare della navata centrale. Il Cristo però non volge il viso verso di lei perché guarda verso il confessionale da dove si sente alta la voce stentorea di Don Amilcare che bacchetta i fedeli e distribuisce pesanti penitenze.
Clementina è un'orfana che è stata adottata all'età di 9 anni dall'avvocato Garofalo Gerolamo sposato con Elena Calì. Senza figli, sono convinti che Dio non ha benedetto la loro unione con la nascita di un figlio che ha invece preferito tenere con sé in attesa di genitori migliori. Certo l'avvocato è un uomo forte e vigoroso che cornifica la moglie, una donna spenta e quieta, che per la sua floridezza di carni chiamano nel paese natio " bedda comu na quagghia". Ma di figli neanche l'ombra, mentre le malelingue vociferano che Nino Guardabasso, il figlio di Tonino 'u porcaro, sia nato da una relazione dell'avvocato con Concettina Aquaforte, moglie del suddetto porcaro.
All'età di 18 anni Clementina Garofalo è già una donna prosperosa che assomiglia alla madre, senza però che ci sia alcun legame di sangue. A differenza di Elena, tutta casa e chiesa, la ragazza con la scusa di seguire le funzioni religiose trascorre  tutta la giornata in chiesa, inginocchiandosi e biascicando rosari da far invidia alle vecchie  beghine del paese. E' scura di carnagione, alta e formosa, con lunghi capelli neri lasciati scivolare sulle spalle. La camicetta di cotone bianco tira prepotentemente sul seno e i bottoncini di madreperla farebbero a gara per schizzare in aria, se un respiro affannoso dovesse provocare il sollevamento delle giovani mammelle. Clementina ha poco cervello perché è nata ritardata e crede a tutti i maschi che la circuiscono con i loro pretestuosi complimenti.
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Stavo in una nuvola di fumo di sigarette, e col bicchiere sempre pieno alla scrivania a sentirmi

un po’ Gianni Brera, quando per posta elettronica mi arriva su quel che ho da poco terminato

di scrivere

…anche solo il titolo

di quel che Dio ha voluto

donarci “Vita” è un

perfetto insieme di accordi.

La nostra assonanza lo sarà

ancora di più: giorni resi

sempre freschi dall’abitudine

dei nostri sguardi

come un tackle scivolato in zona Cesarini, il messaggio di un caro amico che a dire il vero ha poco

a che fare con il football.

Parla di ansia immensurabile di ripetere una tale notte che ti inonda di fremiti per la ricordanza dei

sublimi tremiti donati dal suo accarezzamento, e della sua libidine che premeva contro di lui alla

ricerca di ripetuti amplessi. Della bocca di lei avvezza agli eccessi, della sua lingua umettata, i suoi

baci lascivi, le mani che lambivano senza sosta i corpi dell’uno, dell’altro. Dice che sentiva il suo

piacere dall’antro della sua bocca erompere incontrollato. E l’eccitazione accrescere, e poi di nuovo,

e ancora. E ancora che stava lì per raggiungere l’acme, e lei altresì gliene dava di quel piacere che

rende incalzanti i palpiti… Poi mi saluta dicendomi che ora lo aspetta il lavoro e la giornata che ha

davanti, ma stasera in pochi CLICK , in pochi istanti …@libido… e lei sarà di nuovo con lui.

Infine una serie di apprezzamenti sul suddetto indirizzo web, e il consiglio di provare a visitarlo.

Come pensavo questo sito internet ha poco a che vedere con palloni in cuoio e scarpini.

Ma, dopo questa digressione inappropriata, torniamo a noi. Volevo parlare di chi ha voglia di

dimenticare ed iniziare a dipingere una nuova tela, di chi cerca tra le tempere e non trova

i colori. E allora s’inventa un’amnesia… così, solo per cercare di ricominciare.

Lei si stropiccia gli occhi, ancora assonnata, lei. Lei è l’amore mio, è l’unica, l’unica al mondo.

Il solo pensare a lei mi fa perdere la concentrazione. Ha il viso di chi vorrebbe trovarsi in una grotta

d’acqua, di quelle in cui non filtra neppure il blu del mare. Invece di essere avvolta da una luce così

insistente e inopportuna.

Mi piace quando finge di immaginare che squilli il telefono… lo porta all’orecchio e mi guarda

mentre ascolta la mia voce registrata che ha sentito tante volte “Ho ancora addosso il profumo della

tua pelle, il profumo di te. E vorrei essere lì e ricominciare a fare l’amore, fino a notte per poi

addormentarmi un po’… ci sei? So che mi ascolterai. Mi sembra di impazzire. Torno a casa…

non alzarti, non truccarti, voglio trovarti così… assonnata, spettinata, voglio sentire ancora il mio

odore su di te ”.

Io con la mano le copro gli occhi dalla luce, io che ho appoggiato i miei sogni proprio accanto

all’atrio del suo cuore.

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Mi capita di travestirmi da me stesso e bagnare la gola in qualche localino sui Navigli, o di sedere

al tavolo di un imprecisato ristorante in Brera.

Coppie che ne scrutano altre, anch’esse taciturne, il cui unico dio rimasto vivo gode del dito

ancorato alla tastiera. E’ comprensibile che tra Adamo ed Eva la conversazione fosse difficile

in quanto non avevano nessuno di cui sparlare, ma…

Presto saturo, insieme al paltò mi eclisso nelle viette e in quel particolare crocevia mi dico

che non scriverò più d’amore e condiscendenza. Un uomo ci ha provato e lo hanno crocifisso.

Il televisore di un bistrot… e poi nella testa solo scighera.

Con il cinguettio del cardellino da suoneria nel telefono trilla la sveglia, e forse l’unico dio rimasto

vivo è il senzatetto che deve avermi offerto la sua coperta.

Ho l’emicrania, e puzzo di alcool… e non ricordo che ci faccio in questo posto, e cosa sia

questo posto. Spegnendo la suoneria trovo una chiamata senza risposta, Celeste…

E ancora un WhatsApp con un vocale… di nuovo Celeste. Chi è Celeste!?

18 giugno 2019, 23:40 “Mirko non ho segreti per te, non ho segreti per nessuno in fondo. 

La mia vita la conosci, è quella che ti ho sempre raccontato: sono una donna vulcanica, ma anche 

estremamente pigra... rubo i gli spazi al tempo per fare mille cose, ma in realtà cerco solo 

di riempire tutti gli spazi vuoti. Pensare mi fa paura... 

Sono ironica, forte, sorridente, ma anche estremamente fragile. Non ho nemici, almeno credo. 

Non porto rancore...solo, prendo le distanze da quel che mi fa stare male. E ho tanti amici, o forse 

nessuno. Ci sono per tutti, tutti ci sono per me. Ma è facile avere amici quando va tutto bene... 

Chissà… Mirko, ti ho fatto del male? Quando stasera mi hai scritto di aver bisogno di pensare, 

mi sono sentita morire… Cosa avresti voluto dirmi? 

E chi è Mirko!? Di nuovo Mirko… che sia io Mirko!?

“…l'amore è conoscenza, condivisione, quotidiano. Credimi, ti direi, vieni… ti aspetto. 

Te lo giuro, ma poi? Perchè dovremmo farci del male? Perchè rischiare di innamorarci davvero? 

Corro troppo veloce? Non raggiungermi, allora.... aspettami in un sogno. 

Buonanotte mio dolce poeta, dormirò con te stanotte... abbracciami”. 

Poeta… Mirko, certo… e quel biglietto “Mi spaventano gli occhi che non osservo e non 

mi osservano, le profondità che non conosco… ma anche tu, Mirko, un po’ mi spaventi. Celeste”. 

Celeste… Già, Celeste. Finalmente a casa. Dal finestrone in stile abbadia della cucina guardo

la Brianza svanita come lei nella scighera, lei che ieri è uscita prima che mi svegliassi.

E sorseggio il mio caffè.

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