Un giorno mia figlia mi chiese:

- Mamma non hai paura di compiere i fatidici cinquanta anni?

Le risposi che non ne avevo timore, che mi sentivo pronta ad affrontare qualsiasi cosa mi sarebbe potuta capitare e che questa scadenza sarebbe stata un tassello da aggiungere alla mia vita.

In realtà, poi mi sono scoperta impreparata a ciò che mi sono trovata ad affrontare.

Una delle sensazioni più brutte e devastanti che una persona possa provare è quella di sentirsi impotente e pensare di non avere le armi per affrontare quello che succede.

Anni fa subii un intervento alla schiena e, per un po' di tempo, mi sembrò di poter godere dei benefici di questa operazione. Invece, dopo circa quattro anni ho iniziato a non stare più bene.

Mi dovevano quindi operare di nuovo, per cercare di risolvere almeno in parte la situazione.

Nel periodo d'attesa tra i due interventi che avrei dovuto subire, ho dovuto ricorrere all’utilizzo di un bastone per potermi sostenere, e ancora oggi ne faccio uso. Per me non è stato facile accettare di vedermi, a soli cinquanta anni, costretta a dover ricorrere ad un appoggio per affrontare la quotidianità.

Pensandoci bene, il fatto di dover utilizzare il bastone non è stata la cosa peggiore che mi sia capitata, lo è stato invece rendermi conto di aver difficoltà nello svolgere anche i più piccoli gesti, come prendere dal frigorifero una bottiglia d'acqua.

-Non ti preoccupare, tu dici cosa ti serve e noi ti aiutiamo- era questa la frase ricorrente, che mio marito e i miei figli mi ripetevano spesso...

Quante lacrime ho versato e a volte verso ancora, perché spesso

ho pensato di essere di peso per la mia famiglia!

Stavo male. Non potevo più essere di aiuto nemmeno per fare la spesa e spesso ero costretta a trascorrere molto tempo sdraiata, per far riposare le gambe. Pensavo di dare l'impressione di non voler fare niente, ma non potevo fare altrimenti.

Al lavoro poi, non andava certo meglio.

Mi rendevo conto che mi era diventato impossibile, in conseguenza delle medicine che dovevo assumere, continuare ad essere efficiente come una volta.

Tra le poche colleghe che mi sono state d'aiuto, una in particolare mi ha insegnato con umiltà a non spegnere mai il sorriso e la speranza e a trovare la forza dentro di me.

Non passava una mattina in cui lei vedendomi mi diceva:

-Anna come va? Dai su che ce la farai..

Era lei a mettermi di buonumore la mattina, anche se il dolore era ogni giorno lì dietro l'angolo.

Quel dolore, che ormai faceva e fa parte del mio camminare, del mio muovermi, nello spazio e nel tempo e che sembrava talora perforarmi il cervello..

A volte ho tentato di reagire con un po’ di ironia, mi dicevo che, col bastone, potevo imparare a fare la majorette.

Quando sono stata costretta a rimanere a casa, mi sono sentita travolgere, come da un torrente in piena, dalla consapevolezza di non farcela ad andare avanti in quello stato.

Mi sentivo veramente impotente, al punto che più volte sono stata tentata di non alzarmi la mattina, sapendo ciò che mi aspettava. Capivo che mi stavano mancando la forza e il coraggio di combattere.

Poi, un giorno, come guidata dall'istinto, mi sono affacciata alla finestra e ho guardato in cortile e... non potevo credere ai miei occhi, rivolta verso mio marito gli ho detto:

-C'è mamma, c'è mamma- ho pronunciato queste due parole come in trance.

Mia madre, con i suoi tanti anni e i suoi acciacchi è arrivata all’improvviso a soccorrermi, sapendo del buio che mi aveva avvolta.

E' impossibile descrivere l'esplosione di emozioni che mi hanno travolta, e in quel preciso momento mi sono detta che non potevo arrendermi. Dovevo riprendermi, dovevo riacquistare a tutti i costi la forza per andare avanti.

Ma dopo la sua partenza era tornato di nuovo il buio.

Trascorrevo i giorni, con sempre meno convinzione che si potesse risolvere la situazione, e il dolore fisico si univa inesorabilmente con il dolore dell'anima. Mi sentivo sempre più sola e inutile.

Spesso pensavo a mia sorella.

Entrambe eravamo perse nelle nostre rispettive vite. Pensavo a quanto poco ci sentivamo, alle chiacchiere mancate e alle confidenze non fatte.

Poi un sabato mattina, alle 8,30 suonano alla porta. Ho aperto chiedendomi chi potesse essere a quell'ora e mi sono trovata davanti lei.

  • Cosa ci fai qui? - le dissi dopo essermi ripresa dallo stupore.

-- Sono venuta per aiutarti e non solo moralmente, ma anche

nelle incombenze domestiche.

Ho pensato subito, che molte persone non hanno questa fortuna: sentirsi amate, anche se i problemi sono sempre lì, sicuramente fa sentire meno soli.

Ho nuovamente pensato che non potevo deludere chi cercava di aiutarmi, e rischiare di rendere vano il loro incoraggiamento a guardare avanti.

Dopo un mese, ho ricevuto la chiamata dall'ospedale.

Ero convinta che, come per magia, subito dopo mi sarei sentita meglio. Invece, nei mesi a seguire, la situazione non cambiò.

Poi un giorno, ho rivisto una donna che incontrai la prima volta, l'anno prima.

Se non mi avessero detto però che era proprio lei non l'avrei riconosciuta. Portava una parrucca ed era gonfia in viso, eppure non sembrava né triste né abbattuta.

Un' amica comune mi ha raccontato la sua storia: da un giorno all'altro aveva scoperto di avere un male incurabile, con una diagnosi terribile.

Ho pensato che, malgrado i miei dolori, potevo solo lontanamente immaginare cosa aveva passato negli ultimi mesi, con il pensiero di avere ormai poco tempo da vivere.

Eppure il suo atteggiamento non era di sconforto. Il suo sguardo sembrava sereno.

Non ho potuto fare a meno di sentirmi una stupida, e di pensare che, per quando avessi potuto soffrire fino a quel momento, avevo comunque le armi per combattere ogni giorno, avevo la possibilità di alzarmi ogni mattina e di affrontare e vivere la mia battaglia.

Questa donna, senza saperlo, mi ha dato una grande lezione di vita.

Ora lei non c'è più, ma fino all'ultimo ha combattuto senza arrendersi.

Grazie a lei sento il grande desiderio di voler vivere questa vita, anche se troppo spesso è come una partita ad alto rischio.

Infatti, nei mesi a seguire, il destino mi ha portato ad un ulteriore ridimensionamento, sia per il lavoro che per la vita quotidiana, costringendomi ad usare la sedia a rotelle.

La prima volta che dovetti usarla, mi sono sentita come una bambina, che deve imparare a fare i primi passi e ho pensato a quando, attiva, correvo di qua e di là: mi sembrava di avere la forza per spostare il mondo, se poi le giornate erano piene d'impegni, mi sentivo davvero bene.

Da subito ho considerato questa “particolare” sedia come una silenziosa amica, poiché ho capito di non avere alternative, dovevo imparare ad affrontare il mondo con lei che avrebbe portato il mio peso ed io il suo.

Non è stato affatto facile, ho voluto e desiderato con tutta me stessa godere ancora del sole e sentire il rumore della pioggia: sperare di poter tornare a camminare ancora per poter essere a stretto contatto con questa terra, della quale sento l'intenso profumo.

Ho chiuso in un cassetto i pensieri negativi e ne ho buttato la chiave!

Pensieri che sono arrivati quando mi sono resa conto di cosa significa dipendere dagli altri, dover utilizzare la pedana del montacarichi, per poter andare in metrò ed essere osservata mentre lentamente – troppo lentamente -- si muove;

Cosa significa avere pazienza in ogni circostanza.

Nel riflettere sulla mia nuova condizione, mi sono soffermata su di un fatto strano: come è cresciuto il livello della mia disabilità, ho acquistato più forza per combatterla e mi sono sentita un vulcano d'idee.

Ho scritto poesie (alcune delle quali pubblicate su “Intimità”); ho partecipato addirittura a dei bandi di concorso per poeti (proprio io che prendevo quattro in italiano!).

Com'è strano il pensare che quando ero fisicamente attiva, i miei pensieri non lo erano, vivevo la quotidianità e tutto finiva lì. Ora, quei pensieri, li trasformo in rima o in prosa.

No!... Non mi sono arresa!! In trepidante e fiduciosa attesa ho seguito le cure imposte dai medici.

Ho pazientato e sopportato il dolore fino a quando - alcuni mesi più tardi - sono riuscita ad alzarmi, utilizzando, da quel momento ad oggi, solo la stampella.

Quel giorno mi sono sentita scoppiare di gioia come se mille fuochi d'artificio esplodessero dentro di me e ad ogni bagliore il mio cuore diventava sempre più brioso e gioioso.

Lo so; sono stata fortunata. Per me il peggio è passato, ma per altri purtroppo, non è così.

Molti sono condannati sulla sedia a rotelle e molti altri riescono a riprendersi, e riescono a reagire... bisogna reagire!!

Nei mesi che ho dovuto usare quella triste sedia, ho capito cosa si prova a dover chiedere sempre aiuto... ma non ci si deve arrendere mai.

Non è stato facile gestire una famiglia da “seduta”, sentirsi spesso di peso, spiegare a tua figlia che non è il caso ti consideri come Wonder Woman solo perché ti sforzi di non lamentarti della tua condizione.

Ho cercato di farle capire quando spesso mi sono sentita stremata ed esasperata, ma ho cercato di tenere tutto dentro di me per non accrescere il dolore e l'apprensione di chi mi stava vicino.

Sono comunque riuscita ad andare avanti. Al di là dell'aiuto fisico avuto dalla mia famiglia, devo dire grazie a quest'affetto intenso e assiduo che ho per me stessa.

La strada per tornare “in forma” è ancora lunga... ma io ce la farò! Per me è stato importante continuare ad amarmi e amare la vita.

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Profilo Autore: Anna Argentino  

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