Quella notte scattò in Francesco la scintilla giusta: decise che avrebbe ricominciato a scrivere, era la sua passione che amava tanto. Quella notte non andò neppure a letto e si mise sul terrazzo dove la visuale del mare era davvero stupenda. Con carta e penna ed iniziò a scrivere…


Lei lo guardava dal divano e sognava il suo bellissimo scrittore firmare autografi su dei libri. Decise che voleva aiutare l’economia della casa.


Il giorno dopo iniziò a girare per la cittadina a chiedere se qualcuno aveva bisogno di una Tata, mentre Francesco riposava aveva scritto quasi tutta la notte e la sera iniziava a lavorare come cameriere in un locale in città.


Sembrava che la fortuna girasse bene perché alla prima fermata  che fece Elena in un panificio, per chiedere se volevano qualcuno che curasse i bambini, la signora le disse “stavo appunto cercando qualcuno per la mia nipotina! Mia figlia lavora qua con me, ha una bambina di soli due anni e non può lasciarla la mattina prestissimo per venire qua” “sa questo è un lavoro che si svolge la mattina presto” “se a lei non le crea problemi credo che mia figlia ne sia felice” Elena era un po' perplessa ma disse lo stesso di si, voleva guadagnarsi qualche soldino.


Si misero d’accordo che si vedevano nel pomeriggio con la figlia per andare a conoscere la bambina che doveva curare.


Si mise a camminare sul lungo mare e a pensare al lavoro che forse aveva già trovato.


“Ma si” disse Elena “forse andrà bene cosi Francesco lavora la sera fino a tardi ed io la mattina presto fino a mezzogiorno poi avremo il pomeriggio per stare tutti e due insieme” aveva deciso di lavorare e questo andava benissimo con i suoi piani.


Quando tornò a casa Francesco stava facendo il caffè, Elena aveva comprato dei cornetti in panificio, “buongiorno amore” esclamò Elena “buongiorno a te” ribattè Francesco, “Ti porto una bella novità ho trovato un piccolo lavoro che mi occuperà la mattinata la signora del panificio ha bisogno di una persona che faccia da baby sytter per la sua nipotina” Francesco la guardò la prese fra le braccia è la baciò, un lungo ed intenso bacio…


“amore sei straordinaria” le disse “il futuro non mi spaventa più saremo felici insieme” Francesco era sorpreso di questa decisione ma felice.


Sapeva con quanto amore avrebbe accudito quella bambina con lo stesso amore che un giorno crescerà i nostri figli pensò Francesco, gli occhi divennero lucidi per l’emozione era molto contento il futuro in quella cittadina finalmente non lo spaventava più di tanto.

Francesco aveva lasciato sparsi sul tavolo alcuni fogli…

Elena ne prese uno ed iniziò a leggere:


“Avanzava lentamente senza distogliere lo sguardo dalla sua preda. Vincenzo Nardi aveva gli occhi spalancati dal terrore, teneva la bocca serrata, il suo cuore era vicino a gli ultimi battiti, si stava ghiacciando. Sperava fosse un incubo. Il sole stava calando velocemente. - Addio !! 


Alle ventuno e trenta, di quello stesso giorno, dovevo recarmi a casa di un certo Vincenzo Nardi, ex maresciallo dei Carabinieri, in pensione, da tanti anni amico di famiglia dei Donati, vive da solo, almeno dieci chilometri fuori dal paese, in una casa lungo la provinciale e distante da altri fabbricati. Silvia mi aveva detto di averlo incontrato, casualmente, due settimane prima. A casa mangiai qualcosa in fretta, per essere puntuale all’appuntamento. Presi le chiavi dell’auto percorsi una delle vie che porta fuori dal paese, alla mia destra una serie di villette tutte colorate, i pioppi scorrevano velocemente, il giorno, se ne stava andando. Adesso il paesaggio iniziava a mutare, procedevo lento, avevo la sensazione di essere seguito. La provinciale presentava alcune curve a gomito, in quel tratto, una certa angoscia iniziava ad assalirmi. Quando parcheggiai, l’auto che apparentemente mi seguiva, proseguì dritto e scomparve; ero davanti al numero trecentosettantanove. Le rughe sul mio volto iniziavano a distendersi, gli occhi riacquistavano serenità. C’era un cancello ed il citofono, il nome illeggibile, premei il pulsante in ottone. Mi accorsi che il cancello era socchiuso, emise un cigolio sinistro e doloroso, appena cercai di spingerlo, un silenzio gelido, nonostante facesse molto caldo, regnava in quel giardino. La facciata della casa, a pochi metri da me, era trascurata e scalcinata, non vedeva l’opera di un muratore chissà da quanti anni. Il sole, se ne era andato e la luce lo aveva seguito. 

Girai dietro la casa, con la speranza di vedere qualcuno o almeno una luce accesa, quel luogo appariva deserto, ma ero certo di non aver sbagliato indirizzo, al telefono la descrizione della casa, fattami dal Nardi, corrispondeva esattamente. Una piccola porta era completamente spalancata, pronunciai il nome del padrone di casa ad alta voce, ma non ebbi risposta. Pensai di aspettare qualche minuto. Poi decisi di entrare. 

Era tutto buio intorno, cercavo un interruttore per accendere almeno una lampadina, ero immerso nella oscurità più totale. Un sussulto dovuto ad un rumore improvviso mi inchiodò alla parete, dovevo calmarmi e pensare. Tornai fuori, la luce dei fari di un auto di passaggio, mi illuminò il percorso verso la mia auto, avrei preso una torcia. Tornai all’interno, ero in un piccolo locale adibito a lavanderia, un lavello in pietra ed un filo teso per stendere i panni ad asciugare, una caldaia apparentemente in disuso. Aldilà di una porta di legno vecchissima mi trovai nella cucina, il tavolo al centro era apparecchiato ed avvicinandomi compresi che il Signor Nardi aveva cenato lì poco prima. Non capivo perché non riuscissi ad accendere la luce. Percepii un movimento al piano superiore, il solaio era in tavole di legno, con due grandi travi in abete, che facevano da rompi tratto, il gelo mi assalì, ma non potevo permettermelo in quella circostanza, qualcuno era sicuramente presente, sentivo come strisciare, trascinarsi, iniziai a muovermi cercando la scala, lentissimamente e prestando attenzione ad ogni movimento, ero finito in un corridoio stretto e lungo, una finestrella su lo sfondo, con le imposte serrate, immaginai che alla fine del corridoio avrei trovato la rampa delle scale. Il gelo dentro di me, si era trasformato in sudore su la pelle, le gocce mi scendevano lungo le tempie, i miei occhi si fermavano dappertutto, su tutto quello, che la torcia riusciva ad illuminare, avvertivo che qualcuno fosse sempre più vicino a me, mi sentivo indifeso, trasparente, le mura erano gonfie di umido, quel corridoio pareva non finire mai, odori malsani, faticavo a respirare, il soffitto pareva abbassarsi, il caldo e l’umido la facevano da padroni, avrei voluto vomitare. Una rauca richiesta di aiuto, interruppe il fragore delle mie emozioni, trovai il coraggio di salire le scale, riverso sul pianerottolo giaceva un uomo, mi resi subito conto che le sue condizioni erano disperate, dal mio cellulare chiamai una autoambulanza pregando di avvisare anche i carabinieri. L’uomo presentava diverse ferite all’addome, nei pressi un coltello da cucina, insanguinato. Mormorava che aveva paura, di tutto e di tutti, parlava di ombre che vedeva intorno a lui, le poche parole gli uscivano dalle labbra come fumo, cercavo di farmi dire chi lo aveva ridotto così e quale fosse il suo nome, non parlava più, un sussulto, l’espressione del volto distorta, il ghigno del viso spaventoso, come la morte. Quando giunsero gli altri, non poterono che constatarne il decesso. Un’altra persona collegata a Silvia era stata uccisa, ero certo, che fosse così. 


“Quando di notte sogno quel giorno, vuol dire che devo uccidere. Non so se esco dalla porta o dalla finestra, voglio tenere gli occhi aperti, per vedere quale bestia ho ucciso. “


Elena, si guardò intorno, estasiata da quanto aveva letto,  bellissimo pensò.



E ricordando ancora i primi giorni, durante i quali si era conosciuti, prese un foglio bianco, la penna e scrisse di getto questo pensiero:


Un uomo ti stupisce perchè non lo aspettavi, è per questo che pensi, felice, che sia il momento giusto.

Quando smetti di pensare, quando riesci ad abbandonare le tue tristezze, quando smetti di essere distratta, eccolo che arriva, che entra nella tua vita e dentro di te, lo fa nel modo più naturale e semplice possibile. E ci resta anche quando non c'è.

Lo lasciò sul tavolo accanto ai fogli di Francesco.

Si aprì la luna, per versare il suo liquido incolore a terra. Francesco stava tornando dal lavoro, e non c'era atmosfera migliore perché i suoi pensieri fiorissero. I suoi petali notturni erano come il pelo di un lupo, arruffato e in attesa di fili che lo trascinassero verso un luogo indefinito, per sopravvivere. Ultimamente era solito accompagnare il proprio borsello con un blocco note, da utilizzare nel caso in cui gli fossero sopraggiunte idee da integrare nelle sue scritture. Pensò, fra sé e sé: "Ah, Luna, quanti mondi finiti nello spazio! Inudibili, intoccabili, irrecuperabili. Di me si è perso qualche pezzo, sciolto nel vento acido dell'universo, ma queste perdite vanno limitate. Spero che così sia tutto migliore". Effettivamente, il problema di Francesco era chiaro: aveva idee, pensieri, scorci di opere che invadevano la sua mente in ogni momento della giornata, persino mentre lavorava. Ciò lo preoccupava, dato che molte di queste scintille si univano al Sole e al suo tramonto, finendo in un fastoso cimitero. Fu anche questo a interrompere la sua voglia di scrivere, oltre al tempo da dedicare alla sua famiglia e al mondo del Capitale, re supremo del mondo. 

 Erano quasi le due di notte, quando egli rincasò dopo un'ora di straordinari. Elena era in procinto di coricarsi, quando udì la porta lamentare spensierata il proprio movimento. "Sono a casa amore! Scusa il ritardo" disse lui. "Bentornato caro, e non preoccuparti. Dev'essere stata una serata molto pesante, ti preparo qualc…" "No Ele, vai a dormire. Sgranocchio qualcosa al volo e dormo, non ti devi disturbare. Domattina alle 8:00 devi essere dalla bambina, non puoi restare ancora sveglia. I tuoi occhi poi la spaventerebbero!" rispose ridendo di gusto Francesco, che in quel periodo era particolarmente in vena di battute. "Hai ragione! Se non mi riposo a dovere, non farò una bellissima impressione alla mia assistita. Buonanotte amore, dormi bene". I due si baciarono, per poi l'una abbracciare il cuscino, l'altro aprire il frigo per procurarsi un po' di insalata. Mentre consumava il proprio pasto, lo sguardo cadde sui fogli che aveva lasciato lì vicino, e notò con stupore dell'inchiostro che non aveva versato. Leggendo ciò che Elena scrisse prima del suo ritorno, ebbe un lampo di benessere, era una delle poche volte in cui si sentì consapevole della propria fortuna, e di chi la curava ogni giorno, deviando la sua traiettoria da quella di scorie potenzialmente pericolose, che qualche volta riuscivano a colonizzare i pensieri dello scrittore. Gli venne l'idea di andare subito a ringraziare la sua amata per quelle parole, ma non aveva la minima intenzione di disturbare il suo sonno. 

"Come resta la luce che vediamo nel più cupo dei mondi, resteranno queste parole, impresse sul testamento delle nostre Menti, viaggiatrici e divoratrici di sensi" 

E andò a coricarsi di fianco all'altra mente, che con la propria forza opprimeva il sonno, in un duello vinto ancor prima dell'arrivo della stella cadente, cinque minuti dopo. Ma questo, purtroppo per loro, è stato visto solo dal narratore di questa storia, spirito evanescente.

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Profilo Autore: Alessio  

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Commenti  

Silvana Montarello*
+1 # Silvana Montarello* 25-09-2019 15:33
Molto bella questa ultima parte bravissimo Alessio, complimenti andiamo avanti con questo bellissimo racconto vediamo cosa ne esce.
Alessio
# Alessio 25-09-2019 22:15
Grazie Silvana, vediamo come proseguirà. Un saluto

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