Dal balcone di questa palazzina, oggi, sento più caldo del solito. La via è deserta, il bar di fronte ha i tavoli vuoti. Oggi è ferragosto e sono solo. Una solitudine cercata, voluta, ma oggi faccio fatica a non pensare, a non ricordare, a non fare un bilancio della mia vita.

“Mamma dove sono le scarpe?” Cercale! All’improvviso sulla mia guancia il solito bruciore. Era uno schiaffo dato con la solita cattiveria da mio padre. “Sei il solito disordinato cercale sbrigati vai via da qua!”.  E il viso di mia madre con quegli occhi che dicevano tutto. Mi abbracciava, “Ecco le scarpe, dai vai a scuola”.

Mia sorella Sara era incinta,  mia sorella Luisa era in America, mia sorella Carmen si era sposata giovanissima ed aveva due figli, mio fratello studiava pedagogia all’università.

In casa con me c’erano mia mamma, mio papà, Sara, io e mio fratello. L’appartamento, ora che sono solo, mi sembra grande, ma allora era piccolo per cinque persone.

Io ero il più piccolo, studiavo, ero alle scuole superiori. A scuola facevo finta di niente, non dicevo che a casa mia era un “casino”.Non potevo dire che mio pare era alcolizzato, mia madre una “Santa”, mia sorella diciottenne era rimasta incinta. Facevo finta che andasse tutto bene.

Mi piacevano le ragazze mi consolavo con loro. Passavo da una fidanzata all’altra.

“Hanno telefonato i carabinieri, accompagnami in stazione!”  “Mamma cos’è successo?”  “Tuo padre, andiamo”. In auto non dissi una parola, mia madre aveva lo sguardo fisso, i suoi occhi non erano quelli di sempre.

Arrivati in stazione ci scortarono al binario tre. Un gruppo di persone attorno ad una panchina. Scorsi mio padre con la testa reclinata all’indietro con la bocca aperta. Mia madre non pianse, non parlò per giorni.

Io e mio fratello pensammo a tutto, il funerale riuscimmo a pagarlo grazie ad una colletta fatta dai colleghi di mio papà.

Nacque mia nipote . Io e mio fratello per studiare dovevamo chiuderci in una stanza e a turno facevamo i baby sitter. Mia sorella Sara lavorava presso una famiglia come collaboratrice domestica, mia mamma faceva lavoretti di cucito per i vicini da casa.

Da questo balcone vedo le palazzine tutte uguali, ai margini della città, con i piccoli giardinetti davanti e la strada il cui asfalto ha buchi qua e là. Un tempo erano più curate, ora versano in uno stato di semi abbandono.  Queste palazzine le hanno costruite per noi, per noi profughi dell’ex Jugoslavia. Non ero ancora nato quando i miei arrivarono qua, ma dai racconti di mia madre ho nelle mie ossa tutto il dolore.

“Dove abiti?” , in fondo al rione Castello. “Ah! Al villaggio profughi!, lì è pieno di drogati”.

Io rimango qua, questo gruppo di palazzine è l’altra parte di me. Io ho il cervello i muscoli e questo villaggio ha il mio cuore e le mie vene. Quando me ne andrò sarò morto.

Mio fratello si fidanzò, si innamorò e lasciò gli studi per sposarsi. Trovò un lavoro e se ne andò. Altro dolore per mia madre, che con tanti sacrifici sperava di avere il figlio laureato e magari insegnante.

“Mamma, non fare così! Lui è felice, lascialo fare!” In realtà anch’io pensavo fosse scemo e mi stava antipatica mia cognata.

Ogni tanto pensavo come potessi fare felice mia madre. “Non l’abbandonerò mai” ,pensavo.

Mia sorella Sara allevò la sua bambina da sola e con il nostro aiuto, perché il suo ragazzino di allora andò a vivere in Germania e lei non ebbe più sue notizie.

Quando mia sorella andava a lavorare spesso stavo con mia nipote, lei era carina, ma non mi sentivo portato per stare con i bambini. Forse perché ero giovane  e avrei voluto fare altro. Fu in quel periodo che decisi che io non avrei mai avuto figli.

In casa mia spesso c’erano anche i figli di mia sorella Carmen che faceva l’infermiera e aveva un marito, che mi ricordava tanto mio padre.

Con tutti quei bambini facevo fatica a concentrarmi nello studio, speravo di trovare un lavoro dopo il diploma e trascorrere la mia vita senza “mocciosi” tra i piedi.

Sara si fidanzò con uno che all’apparenza sembrava un bravo ragazzo e andò a vivere con lui.

“Vado io a pagarti le bollette, tranquilla. Dammi i contanti,  mi diceva, poi se li teneva e non so cosa facesse e che problemi avesse”. Ci confidò una sera mia sorella. Mia madre, che ne aveva passate già tante, chiese a me di aiutarla. Io allora ero già diplomato e lavoravo in un centro di vacanza come inserviente, con i soldi guadagnati avrei voluto aiutare mia madre o farmi una vacanza, invece li diedi a mia sorella per pagare gli arretrati di luce, gas ecc.

Forse fu in quel periodo che decisi che non mi sarei mai sposato, non avrei mai convissuto con una donna.

Continuavo a passare da una ragazza all’altra. Stare con una ragazza mi faceva stare bene, non pensavo ai problemi della mia vita tutta in salita. Parlavo volentieri con loro e le ascoltavo.

Avevo il terrore di innamorarmi, forse per quello dopo un po’ di tempo facevo in modo che la relazione si interrompesse. Sembra una contraddizione? Avevo paura delle responsabilità, dello vivere assieme, delle difficoltà che la vita ti dona quasi quotidianamente. Non mi fidavo di me stesso. Oggi mi va bene tutto, ma domani? Con dei figli piccoli cosa avrei fatto? Un figlio è una cosa seria. Sarei stato un buon padre? Pensavo di no. Non volevo rischiare, non volevo far soffrire una donna, un figlio.

Ogni tanto pensavo che io non avrei potuto innamorarmi, per amare bisogna avere la mente sgombra. Da ragazzo pensavo solo a tirarmi fuori dal pantano della mia esistenza.

Mi andava bene così. Il primo periodo con una donna è un incanto, ognuno dona il meglio di sé. Anche mia madre sarà stata felice i primi tempi con mio padre. Forse il matrimonio non ha ragione di esistere.

“Luigi, domani parteciperò alle selezioni per 20 posti in ferrovia” “In bocca al lupo, speriamo bene”, mi disse il barista che mi aveva visto crescere. Penso di aver detto più cose a lui che a mio padre. Il bar davanti a casa mia era un altro luogo dove mi sentivo bene, ero circondato da ragazzi di famiglie problematiche , spesso violenti, alcuni spacciavano. Mi chiamavano  “Il bravo ragazzo”, mio fratello non frequentava il bar altrimenti lo sarebbe stato anche lui.

Un giorno eravamo seduti davanti alla tv sul retro del bar, dove Luigi a volte ci faceva stare. Abbiamo iniziato a guardare un film romantico, nessuno voleva vederlo. Io dissi” E’ un bel film, io ho letto il libro!”

“Ti piacciono ste cose? Tu sei strano sai”, mi disse Rudy  “Sai cosa sei tu? Un uomo con l’animo da femmina!”

A Rudy piacevano i film d’azione, dovevano esserci sparatorie e morti. Era una ragazzo energico e sportivo. Giocava  a calcio. Lasciò la scuola dopo la terza media, andò un po’ a lavorare come carpentiere. Poi incontrò “La belva”. L’eroina ti devastava lentamente. Ho visto Rudy, dimagrire, rubare, spacciare. E’ arrivato anche a picchiare il padre per procurarsi il denaro.

Io sono la testimonianza del fatto che non sia vero che le “cattive compagnie” ti possano coinvolgere. Loro non erano cattivi erano solo fragili. La vita è dura e per un adolescente e un giovane ragazzo ancora di più. Noi eravamo ai margini in tutti sensi. Ai margini della città ed eravamo “quelli del villaggio profughi”, per forza degli spacciatori, ladri o drogati.

Da sempre ho pensato che la droga potesse solo aumentare i miei problemi e mi faceva paura. Ho visto Rudy morire. E’ morto solo su di una panchina, come mio padre.

Se non avevo una ragazza con cui stare, spesso leggevo o ascoltavo musica. I libri mi hanno aiutato, mi calavo nelle storie che leggevo e volavo via dalla mia casa, dal ghetto in cui vivevo, dal mondo.

Se in tutti i posti degradati ci fossero donatori di  libri, donatori di abbracci, donatori di sorrisi,insegnanti pazienti, palestre gratuite, forse i ragazzi più fragili non si drogherebbero, chissà…

Vinsi il concorso in ferrovia, finalmente uno stipendio tutti i mesi. In casa eravamo rimasti io e mia madre avevo 33 anni. Anche al bar eravamo rimasti pochi, alcuni avevano cambiato città, alcuni sposati, alcuni sotto terra.

Con i primi stipendi volli fare una regalo a mia mamma. “Mamma cosa vorresti?” Una cucina nuova, guarda questa come è ridotta! Era come se vedessi la mia cucina nei particolari per la prima volta. Era come se i mobili di casa mia mi proteggessero. Hanno visto tutto in questa piccola cucina: quando a pranzo c’eravamo tutti e dovevamo fare i turni per sederci attorno al tavolo, quando dovevamo stare attenti a non mangiare troppo perché non bastava per tutti a quando mio padre urlava e ci picchiava per un nonnulla… testimoni silenziosi.

Mi spiaceva cambiarli, ma non dissi niente e la cucina nuova arrivò. Vedere mia madre contenta mi faceva stare bene. Chissà se mia madre nella sua vita è stata mai veramente felice.

Abbandonare la propria terra caricando poche cose, è come strappare un pezzo dell’anima di una persona. Chissà se il pezzo rimasto ha potuto donarle ancora un po’ di gioia.

Quando oggi guardo le immagini alla tv di altri profughi, sento tutto il loro dolore, quelle donne di colore con stretti tra le  braccia i loro bambini hanno gli occhi di mia madre. Faccio fatica a guardare.

Nella storia dell’uomo c’è sempre qualcuno che scappa e c’è sempre qualcuno che ha paura di chi arriva.

“Non ti sposi? “ chiese un giorno mia madre. “Eppure le ragazze non ti mancano, ma sono sempre diverse!”

“Non ho ancora trovato quella giusta”, le dissi.

Quando mia madre morì avevo 38 anni. Al funerale rividi dopo tanto tempo mia sorella Luisa che viveva in America e i miei nipoti ormai due ragazzi. Sara era impiegata presso la caserma dei vigili del fuoco e finalmente aveva trovato una brava persona, Carmen si era separata, mio fratello era impiegato al teatro comunale della mia città e aveva due figli. Tutto si aggiusta, pensavo. Quanta fatica e dolore per “aggiustare”, mia madre ne sapeva qualcosa.  Ma ora se ci potesse vedere tutti qua con i nipoti sarebbe contenta … tutto si aggiusta.

La mia relazione più lunga è durata due anni, anche lei si faceva, l’ho scoperto dopo.

Un  ferragosto, ero solo. La solitudine anche se cercata prende un’altra forma a Natale e a Ferragosto. Scartando l’ipotesi di andare da uno dei miei fratelli. Presi l’agenda e guardai i numeri di telefono, trovai il suo, quello della ragazza con la quale ho trascorso più tempo e la chiamai. Lei abitava in un’altra città.

Ci siamo incontrati, lei era strana. Ci appartammo in auto e quando si spogliò vidi che aveva una cicatrice sul basso ventre. Lei scoppiò a piangere. Mi disse che si accorse di essere incinta dopo un mese dalla nostra separazione.

Non riuscivo a mettere in ordine i miei pensieri, non mi uscirono le parole nella giusta successione, farfugliai qualcosa. Lei proseguì: “ Non potevo tenerla, non me l’hanno fatta vedere. Era una bambina è stata data in adozione.”

Mi arrabbiai talmente tanto che non feci nulla di quello che potrebbe fare  uno veramente arrabbiato. Ero abituato fin da piccolo a fagocitare rabbia e dolore e a farli implodere dentro di me.

Dissi solo ” Perché non me l’hai detto?”   C’eravamo lasciati  e … “ E cosa?  Gridai?”  “ Mi buco, cioè mi bucavo”

Tante volte ho pensato e immaginato quella bambina. Chissà dov’è, chissà se è felice. Chissà cosa avrei fatto se me lo avesse detto? Mi sarei sposato, avrei avuto moglie e figlia,  una moglie con dei problemi …

Chissà se tutto si sarebbe sistemato?

Da questo balcone vedo la via deserta. Oggi c’è facebook,  farei presto a contattare qualcuno ma rimango qua, solo, a pensare.

Arriva il furgone dell’SDA. Si ferma nella mia via. Scende una donna, si guarda in giro. Mi vede sul balcone.

“Scusi, sa dirmi dove abita Luigi D.?” È Il proprietario del bar, apre verso le 19. “Posso lasciare il pacco a lei?” “Certo, venga su!”  Ok, tanto ho finito il giro.

Strano vedere una donna che svolge questa professione, ma oggi  sono inserite in settori dove un tempo era difficile trovarle, poi un tempo non esisteva SDA e Amazon.

Tanto che penso questo, mi appare davanti alla porta, ha circa la mia età, è carina e sorridente.

“Vuole qualcosa da bere? “ Grazie, oggi fa così caldo! Penso subito a portarla a letto. Poi mi pento e ringrazio il destino che ha voluto che oggi non rimanessi solo. Rimango a parlare con lei, noto i suoi occhi lucidi. Io le donne le amo a modo mio, tutte. Le ho sempre rispettate.

“Oggi è l’ultimo giorno, domani vado in ferie. Lei niente ferie?  “Sono in ferie! “ , ho risposto guardandola mentre stava bevendo. “Non va via? ” Come dirle che in ferie da solo è triste, come spiegarle la mia scelta di vita. Avrei voluto raccontarle tante cose, anche che spesso mi penso vecchio e solo in una casa di riposo circondato da infermieri scocciati.

Sorrido e dico in un fiato: “No, aspettavo una bella donna come lei”  Abbassa lo sguardo e ride con me.

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Profilo Autore: Barbara  

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Commenti  

Davide Bergamin
+1 # Davide Bergamin 03-02-2019 10:13
Molto piacevole, leggerlo è stato un attimo di sospensione, di trasporto e anche di riflessione. Hai fatto centro. Brava.
Ibla
+1 # Ibla 04-02-2019 10:41
Che bello! Ti dico solo che c'è stato un punto dove sei riuscita a farmi piangere.
Brava!
Un saluto da Ibla.
Barbara
+1 # Barbara 06-02-2019 15:10
Grazie Davide, infatti con uno scritto molto semplice avevo come scopo quello di far riflettere su alcuni temi attuali.
Grazie Ibla, sono contenta che ti sia piaciuto e di averti emozionata.

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