Girovagando su una Jeep insieme a
un DJ di nome Jonathan nei pressi
di Johannesburg e ascoltando alla radio
"Lady Jane, mi ricordai che in Italia
stavano votando il Job-Act.
Per scacciare questo brutto pensiero
mi sparai nel gargarozzo un
bicchiere di Johnny Walker, mi
feci un Black Jack, un panino
al Jamon Pata Negra, presi un
jet della Japan air lines diretto
nello Jemen ma, per paura della
Jihad, deviai per lo Jutland dove
incontrai Joe di Tonno,Jerry Cala'
e la controfigura di Jesse James.
Mi infilai poi dei jeans di Jersey,
telefonai a Jessica che faceva joggins
ascoltando Jazz con 40 gradi Joules
che mi disse d'aver incontrato
Jovanotti che ballava a passo di Java
leggendo Jack Kerouack e le penultime
lettere di Jacopo Ortis mentre
un Juke Box suonava "Jingle Bells".
Ripresi allora un Jumbo come uno
del Jet-set e mi ritirai" in the jungle"
con le foto di Jennifer Lopez, un
vecchio jo-jo, due casse di joghurt,
un joystick e gli autografi di Jerry
Scotti, Tom & Jerry e Jeremy Irons!
Alla fine, a bordo di una Jaguar Xj,
andai a Rio de Janeiro al bar Jamaica
vestito da judoka e, bevendo J&B,
intonai uno Jodler tirolese con
un tizio di nome Joseph vestito
con dei jeans made in Japan
e uno splendido jabot in jacquard!
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Astrusa infiorescenze di ortiche si insinua tra le calle con le gambe aperte che ridacchiano al ritmo sinoviale di revolver verticali dentro un'omofobica apatia di spettrografi invadenti.
Schiavi spartani si spartiscono agorai agognando rose pallide in caverne prezzolate cotonate con il phon.
Supino servitore di parrucche bolsceviche avvezzo ai cereali tra begonie vanitose
si attarda come un tordo a scolpire marionette
tra paioli di polenta e foto fatte a Saint Tropez.
Ahi Pisa ! Cataplasma edulcorato !
Sono un salice piangente
guardo in tralice la gente
giro in moto senza il casco
due panini e il vino in fiasco

corro forte tra gli ulivi

... si, ma dai.. che cazzo scrivi !!
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La firma in calce a questa lettera è la tua, o quella che sarà la tua tra cinquant’anni. Ti scrivo dal futuro: non è uno scherzo, ma la realtà. La data di questa mail è due ottobre 2069, ho da poco compiuto settantaquattro anni, è indirizzata a me stesso quando avevo, appena ventiquattro anni. Posso scrivermi dal futuro grazie ad una recente scoperta scientifica che ci consente, almeno per la trasmissione di documenti elettronici, di abbattere le barriere del tempo. Credo che in molti, in questo istante, stiano facendo il mio stesso tentativo: spiegare il futuro per vedere se è possibile cambiarlo.

La popolazione mondiale sta per raggiungere ormai gli undici miliardi, le risorse del pianeta non bastano per tutti; è un fatto che incide sulla vita quotidiana. L’energia è razionata: possiamo utilizzarne la metà di quanto ne avevamo a disposizione all’inizio del secolo. Possiamo usare l’auto solo a giorni alterni, abbiamo dei tetti per l’acquisto di generi alimentari: non possiamo comprare più pane, pasta, carne, di quanto previsto dalla nostra card dietetica giornaliera.  Abbiamo delle tessere elettroniche che controllano tutto, anche la vita privata, è sottoposta a verifiche invasive. Per motivi fiscali, ma non solo.

Qualche anno fa è andato in pensione l’ultimo lavoratore con un contratto a tempo indeterminato; è stato sulle pagine di tutti i quotidiani, il governo ha indetto una giornata di festa nazionale per l’occasione. Il contratto di lavoro più lungo è trimestrale: c’è un’agenzia statale, però, che monitora le necessità delle imprese e si occupa di farci trovare subito un’altra occupazione. Assorbe ormai il dieci per cento della forza lavoro e ha costi spaventosi, ma la disoccupazione non esiste più.

Si va in pensione a settantacinque anni, dato che l’aspettativa di vita ormai ha superato i cento anni. C’è un tetto di venticinque anni anche per il pagamento dell’assegno pensionistico: chi supera il secolo di vita, se non ha un altro reddito, o una famiglia in grado di mantenerlo sino alla fine dei propri giorni, può scegliere di ricorrere all’eutanasia assistita. Neppure la Chiesa ormai si oppone a questa pratica molto comune.

La giornata lavorativa è di dieci ore o più esattamente di otto più due: otto di lavoro e due di studio. Cosa studiamo? Ci aggiorniamo sulle novità tecnologiche, apprendiamo nuovi mestieri per essere pronti, alla scadenza del contratto, ad essere subito produttivi, in un’altra azienda. Il tempo libero è un lusso che non possiamo permetterci: è razionato anche quello.

C’è una card anche per l’amore: in essa sono memorizzati gli appuntamenti scelti dall’agenzia governativa specializzata per farci conoscere l’anima gemella. Funziona così: chi è single è obbligato a compilare un questionario con l’indicazione delle proprie preferenze. Sesso, età, caratteristiche fisiche e caratteriali della persona cercata: un algoritmo provvede a trovare le affinità elettive, i desideri incrociati, le persone le cui preferenze combaciano alla perfezione. C’è l’obbligo d’incontrarsi e di tenersi in contatto almeno per un mese e di fare sesso: se dopo questo periodo la scintilla non scatta, il grande fratello, si metterà alla ricerca di un nuovo partner ideale.

Il matrimonio è stato abolito, sostituito da contratti di cinque anni: alla scadenza si può decidere di rinnovarlo o di separarsi. La Chiesa come l’ha presa? Ha strepitato per un po’ ma poi ha fiutato l’affare e ha concesso il proprio benestare. Da quando ha avuto l’esclusiva delle unioni temporanee, attraverso un’asta pubblica, nuota nell’oro.

La pressione fiscale è arrivata al settanta per cento: il restante trenta per cento, però, grazie alle restrizioni sull’acquisto di generi alimentari, di carburante, di vestiti, basta a sbarcare con dignità il lunario. La moneta è elettronica, il contante è stato abolito già da una ventina d’anni. Il risparmio è razionato: non può superare, per legge il dieci per cento del reddito. Il surplus o è reinvestito o viene trasformato in titoli del debito pubblico a lunga scadenza.

Il Grande fratello controlla tutto: ci sono telecamere in ogni angolo di strada e in tutte le abitazioni. Gli unici luoghi dove è concesso di tenerle spente sono la camera da letto ed i bagni. La privacy è inesistente: ogni discussione è intercettata dai potenti algoritmi dei servizi d’intelligence, la posta elettronica è sotto sorveglianza. Forse il prezzo pagato per sconfiggere la criminalità e per ridurre al minimo i reati è troppo elevato. Le pene per chi spegne le telecamere o i microfoni sono severissime e immediate. Le prigioni non sono piene di ladri e assassini, ma di fanatici della privacy.

Ribellarsi è impossibile: la democrazia rappresentativa non esiste più. Niente elezioni, parlamento, partiti: spazzati via dagli eccessi di corruzione e dall’avvento della società tecnologica. Le decisioni sono prese a maggioranza con referendum on line: chiunque può avanzare una proposta, ed esporla nella bacheca delle leggi da approvare. C’è un mese di tempo per leggerle, discuterle e metterle ai voti. Sono talmente tante, però, che fatalmente non possono essere approfondite dalla maggioranza della popolazione. Spesso vengono votate al buio, senza avere alcun’idea di che cosa significhino: le leggi in vigore, però, non possono essere abrogate prima di due anni di attuazione.

Assemblee e riunioni sono consentite solo attraverso il web, per evitare disturbi alla quiete pubblica: in realtà, ormai, sono una rarità anche in questa forma. La democrazia è diventata un votificio, almeno un’ora della giornata è dedicata all’approvazione o meno delle proposte di legge: non c’è tempo per discussioni di altro tipo.

Niente democrazia, energia e cibo razionati, pensione a scadenza fissa, dieci ore al giorno da dedicare al lavoro e allo studio, vita privata invasa dallo Stato, matrimoni a tempo determinato, relazioni sentimentali obbligatorie almeno per un certo periodo, la galera in caso di ribellione: è questo il futuro che immaginavamo da giovani, quando il web era solo un’occasione di conoscenza, di socializzazione, di svago?

Non credo, ma a cambiare rotta forse si è ancora in tempo: sei ancora in tempo nel 2019, se dai retta all’esperienza dei tuoi prossimi cinquant’anni. 

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Profilo Autore: mybackpages  

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Quella notte scattò in Francesco la scintilla giusta: decise che avrebbe ricominciato a scrivere, era la sua passione che amava tanto. Quella notte non andò neppure a letto e si mise sul terrazzo dove la visuale del mare era davvero stupenda. Con carta e penna ed iniziò a scrivere…


Lei lo guardava dal divano e sognava il suo bellissimo scrittore firmare autografi su dei libri. Decise che voleva aiutare l’economia della casa.


Il giorno dopo iniziò a girare per la cittadina a chiedere se qualcuno aveva bisogno di una Tata, mentre Francesco riposava aveva scritto quasi tutta la notte e la sera iniziava a lavorare come cameriere in un locale in città.


Sembrava che la fortuna girasse bene perché alla prima fermata  che fece Elena in un panificio, per chiedere se volevano qualcuno che curasse i bambini, la signora le disse “stavo appunto cercando qualcuno per la mia nipotina! Mia figlia lavora qua con me, ha una bambina di soli due anni e non può lasciarla la mattina prestissimo per venire qua” “sa questo è un lavoro che si svolge la mattina presto” “se a lei non le crea problemi credo che mia figlia ne sia felice” Elena era un po' perplessa ma disse lo stesso di si, voleva guadagnarsi qualche soldino.


Si misero d’accordo che si vedevano nel pomeriggio con la figlia per andare a conoscere la bambina che doveva curare.


Si mise a camminare sul lungo mare e a pensare al lavoro che forse aveva già trovato.


“Ma si” disse Elena “forse andrà bene cosi Francesco lavora la sera fino a tardi ed io la mattina presto fino a mezzogiorno poi avremo il pomeriggio per stare tutti e due insieme” aveva deciso di lavorare e questo andava benissimo con i suoi piani.


Quando tornò a casa Francesco stava facendo il caffè, Elena aveva comprato dei cornetti in panificio, “buongiorno amore” esclamò Elena “buongiorno a te” ribattè Francesco, “Ti porto una bella novità ho trovato un piccolo lavoro che mi occuperà la mattinata la signora del panificio ha bisogno di una persona che faccia da baby sytter per la sua nipotina” Francesco la guardò la prese fra le braccia è la baciò, un lungo ed intenso bacio…


“amore sei straordinaria” le disse “il futuro non mi spaventa più saremo felici insieme” Francesco era sorpreso di questa decisione ma felice.


Sapeva con quanto amore avrebbe accudito quella bambina con lo stesso amore che un giorno crescerà i nostri figli pensò Francesco, gli occhi divennero lucidi per l’emozione era molto contento il futuro in quella cittadina finalmente non lo spaventava più di tanto.

Francesco aveva lasciato sparsi sul tavolo alcuni fogli…

Elena ne prese uno ed iniziò a leggere:


“Avanzava lentamente senza distogliere lo sguardo dalla sua preda. Vincenzo Nardi aveva gli occhi spalancati dal terrore, teneva la bocca serrata, il suo cuore era vicino a gli ultimi battiti, si stava ghiacciando. Sperava fosse un incubo. Il sole stava calando velocemente. - Addio !! 


Alle ventuno e trenta, di quello stesso giorno, dovevo recarmi a casa di un certo Vincenzo Nardi, ex maresciallo dei Carabinieri, in pensione, da tanti anni amico di famiglia dei Donati, vive da solo, almeno dieci chilometri fuori dal paese, in una casa lungo la provinciale e distante da altri fabbricati. Silvia mi aveva detto di averlo incontrato, casualmente, due settimane prima. A casa mangiai qualcosa in fretta, per essere puntuale all’appuntamento. Presi le chiavi dell’auto percorsi una delle vie che porta fuori dal paese, alla mia destra una serie di villette tutte colorate, i pioppi scorrevano velocemente, il giorno, se ne stava andando. Adesso il paesaggio iniziava a mutare, procedevo lento, avevo la sensazione di essere seguito. La provinciale presentava alcune curve a gomito, in quel tratto, una certa angoscia iniziava ad assalirmi. Quando parcheggiai, l’auto che apparentemente mi seguiva, proseguì dritto e scomparve; ero davanti al numero trecentosettantanove. Le rughe sul mio volto iniziavano a distendersi, gli occhi riacquistavano serenità. C’era un cancello ed il citofono, il nome illeggibile, premei il pulsante in ottone. Mi accorsi che il cancello era socchiuso, emise un cigolio sinistro e doloroso, appena cercai di spingerlo, un silenzio gelido, nonostante facesse molto caldo, regnava in quel giardino. La facciata della casa, a pochi metri da me, era trascurata e scalcinata, non vedeva l’opera di un muratore chissà da quanti anni. Il sole, se ne era andato e la luce lo aveva seguito. 

Girai dietro la casa, con la speranza di vedere qualcuno o almeno una luce accesa, quel luogo appariva deserto, ma ero certo di non aver sbagliato indirizzo, al telefono la descrizione della casa, fattami dal Nardi, corrispondeva esattamente. Una piccola porta era completamente spalancata, pronunciai il nome del padrone di casa ad alta voce, ma non ebbi risposta. Pensai di aspettare qualche minuto. Poi decisi di entrare. 

Era tutto buio intorno, cercavo un interruttore per accendere almeno una lampadina, ero immerso nella oscurità più totale. Un sussulto dovuto ad un rumore improvviso mi inchiodò alla parete, dovevo calmarmi e pensare. Tornai fuori, la luce dei fari di un auto di passaggio, mi illuminò il percorso verso la mia auto, avrei preso una torcia. Tornai all’interno, ero in un piccolo locale adibito a lavanderia, un lavello in pietra ed un filo teso per stendere i panni ad asciugare, una caldaia apparentemente in disuso. Aldilà di una porta di legno vecchissima mi trovai nella cucina, il tavolo al centro era apparecchiato ed avvicinandomi compresi che il Signor Nardi aveva cenato lì poco prima. Non capivo perché non riuscissi ad accendere la luce. Percepii un movimento al piano superiore, il solaio era in tavole di legno, con due grandi travi in abete, che facevano da rompi tratto, il gelo mi assalì, ma non potevo permettermelo in quella circostanza, qualcuno era sicuramente presente, sentivo come strisciare, trascinarsi, iniziai a muovermi cercando la scala, lentissimamente e prestando attenzione ad ogni movimento, ero finito in un corridoio stretto e lungo, una finestrella su lo sfondo, con le imposte serrate, immaginai che alla fine del corridoio avrei trovato la rampa delle scale. Il gelo dentro di me, si era trasformato in sudore su la pelle, le gocce mi scendevano lungo le tempie, i miei occhi si fermavano dappertutto, su tutto quello, che la torcia riusciva ad illuminare, avvertivo che qualcuno fosse sempre più vicino a me, mi sentivo indifeso, trasparente, le mura erano gonfie di umido, quel corridoio pareva non finire mai, odori malsani, faticavo a respirare, il soffitto pareva abbassarsi, il caldo e l’umido la facevano da padroni, avrei voluto vomitare. Una rauca richiesta di aiuto, interruppe il fragore delle mie emozioni, trovai il coraggio di salire le scale, riverso sul pianerottolo giaceva un uomo, mi resi subito conto che le sue condizioni erano disperate, dal mio cellulare chiamai una autoambulanza pregando di avvisare anche i carabinieri. L’uomo presentava diverse ferite all’addome, nei pressi un coltello da cucina, insanguinato. Mormorava che aveva paura, di tutto e di tutti, parlava di ombre che vedeva intorno a lui, le poche parole gli uscivano dalle labbra come fumo, cercavo di farmi dire chi lo aveva ridotto così e quale fosse il suo nome, non parlava più, un sussulto, l’espressione del volto distorta, il ghigno del viso spaventoso, come la morte. Quando giunsero gli altri, non poterono che constatarne il decesso. Un’altra persona collegata a Silvia era stata uccisa, ero certo, che fosse così. 


“Quando di notte sogno quel giorno, vuol dire che devo uccidere. Non so se esco dalla porta o dalla finestra, voglio tenere gli occhi aperti, per vedere quale bestia ho ucciso. “


Elena, si guardò intorno, estasiata da quanto aveva letto,  bellissimo pensò.



E ricordando ancora i primi giorni, durante i quali si era conosciuti, prese un foglio bianco, la penna e scrisse di getto questo pensiero:


Un uomo ti stupisce perchè non lo aspettavi, è per questo che pensi, felice, che sia il momento giusto.

Quando smetti di pensare, quando riesci ad abbandonare le tue tristezze, quando smetti di essere distratta, eccolo che arriva, che entra nella tua vita e dentro di te, lo fa nel modo più naturale e semplice possibile. E ci resta anche quando non c'è.

Lo lasciò sul tavolo accanto ai fogli di Francesco.

Si aprì la luna, per versare il suo liquido incolore a terra. Francesco stava tornando dal lavoro, e non c'era atmosfera migliore perché i suoi pensieri fiorissero. I suoi petali notturni erano come il pelo di un lupo, arruffato e in attesa di fili che lo trascinassero verso un luogo indefinito, per sopravvivere. Ultimamente era solito accompagnare il proprio borsello con un blocco note, da utilizzare nel caso in cui gli fossero sopraggiunte idee da integrare nelle sue scritture. Pensò, fra sé e sé: "Ah, Luna, quanti mondi finiti nello spazio! Inudibili, intoccabili, irrecuperabili. Di me si è perso qualche pezzo, sciolto nel vento acido dell'universo, ma queste perdite vanno limitate. Spero che così sia tutto migliore". Effettivamente, il problema di Francesco era chiaro: aveva idee, pensieri, scorci di opere che invadevano la sua mente in ogni momento della giornata, persino mentre lavorava. Ciò lo preoccupava, dato che molte di queste scintille si univano al Sole e al suo tramonto, finendo in un fastoso cimitero. Fu anche questo a interrompere la sua voglia di scrivere, oltre al tempo da dedicare alla sua famiglia e al mondo del Capitale, re supremo del mondo. 

 Erano quasi le due di notte, quando egli rincasò dopo un'ora di straordinari. Elena era in procinto di coricarsi, quando udì la porta lamentare spensierata il proprio movimento. "Sono a casa amore! Scusa il ritardo" disse lui. "Bentornato caro, e non preoccuparti. Dev'essere stata una serata molto pesante, ti preparo qualc…" "No Ele, vai a dormire. Sgranocchio qualcosa al volo e dormo, non ti devi disturbare. Domattina alle 8:00 devi essere dalla bambina, non puoi restare ancora sveglia. I tuoi occhi poi la spaventerebbero!" rispose ridendo di gusto Francesco, che in quel periodo era particolarmente in vena di battute. "Hai ragione! Se non mi riposo a dovere, non farò una bellissima impressione alla mia assistita. Buonanotte amore, dormi bene". I due si baciarono, per poi l'una abbracciare il cuscino, l'altro aprire il frigo per procurarsi un po' di insalata. Mentre consumava il proprio pasto, lo sguardo cadde sui fogli che aveva lasciato lì vicino, e notò con stupore dell'inchiostro che non aveva versato. Leggendo ciò che Elena scrisse prima del suo ritorno, ebbe un lampo di benessere, era una delle poche volte in cui si sentì consapevole della propria fortuna, e di chi la curava ogni giorno, deviando la sua traiettoria da quella di scorie potenzialmente pericolose, che qualche volta riuscivano a colonizzare i pensieri dello scrittore. Gli venne l'idea di andare subito a ringraziare la sua amata per quelle parole, ma non aveva la minima intenzione di disturbare il suo sonno. 

"Come resta la luce che vediamo nel più cupo dei mondi, resteranno queste parole, impresse sul testamento delle nostre Menti, viaggiatrici e divoratrici di sensi" 

E andò a coricarsi di fianco all'altra mente, che con la propria forza opprimeva il sonno, in un duello vinto ancor prima dell'arrivo della stella cadente, cinque minuti dopo. Ma questo, purtroppo per loro, è stato visto solo dal narratore di questa storia, spirito evanescente.

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Profilo Autore: Alessio  

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Voluttuoso come una vongola verace in vacanza nella vasca di un vivaio dell'alto varesotto, volsi le mie voglie verso una vistosa villeggiante vestita in Versace , venuta in Versilia da Varsavia.
Vivacizzai l'evento con un vorticoso giro di valzer in una vecchia balera di Viareggio, in un vis-a-vis ravvicinato, poi, ritornando al tavolo,
tra un vermuth e un vol-au vent, appoggiai per sbaglio la mano in un vaso di violette dove si era annidata una vipera vigliacca la quale,  mi inoculo' il suo veleno, procurandomi una rara forma virale di varicella verrucosa!
Fortunatamente nel locale c'era un valente veterinario che mi curò velocemente con una sua speciale pomata a base di verdure sbiancate nella varechina e così, vivaddio, dopo una cenetta con vellutata alla valeriana, coda alla vaccinara e un buon vermentino vivace, mi risollevai come Vercingetorige verso i Visigoti e rivolsi allora le mie voglie verso altri versanti.
Cosi, vuoi per un mio velleitarismo virtuoso, vuoi per una mia predisposizione verso le vene varicose, mi dedicai vivamente alla pratica del volo a vela con l'aiuto di un valoroso veterano del volo su Vienna. Mi venne però il voltastomaco fino al venerdi
successivo e così, visto il mio viso bianco come una verza anemica, mi recai velocemente in via Visconti di Vimodrone da un noto visagista che, con un validissimo trattamento a base di lava vulcanica e Vov, mi fece rinascere come Venere dalle acque ! Evviva !
Veni, vidi, vici !
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Zoppicando come uno zingaro di Zagabria con degli zoccoli con la zeppa in zirconio, entrai al bar Zanzibar e bevvi uno zibibbo con una zolletta di zucchero, guardando un film di Zorro con sottotitoli in zairese e azzardando pure un passo di zumba con una zoologa di Zurigo con l'erpes zoster !
Ma uno zoticone di Zara mi zompo' sulla zucca come una zecca e dovetti chiamare mio zio Zaccaria per portarmi in ospedale con una Fiat Ziguli', appartenuta al nipote del dottor Zivago, grande estimatore degli zibellini, dei libri di Zoroastro e dello zapping più sfrenato.
Finii la serata con una zingara dalle grosse zinne, che aveva uno zuccherificio in società con un tal Zaccheo che faceva contrabbando di zerbini in una zona dello Zaire e aveva un debole per lo zabaglione e le canzoni della Zanicchi e di Zampaglione !
Che zuppa...!!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Difficile capire i propri sentimenti reali,

amore e gelosia si intrecciano indissolubilmente. 

La perdita della persona amata aiuta a fare chiarezza,

beffardamente,

lasciando mari di rimpianti,
sensi di colpa;

neii quali dibattersi,

disperatamente,

cercando appigli,

di qualsiasi genere,

per sopravvivere,

Alle onde,

della solitudine.

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Profilo Autore: Aspera  

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“ Ci facciamo gli affari vostri e vi aiutiamo a guadagnare di più”. Protezione, consulenze, strategie di marketing: è ciò che vi offriamo per sviluppare la vostra azienda, inserendola in un tessuto connettivo vitale, in una rete solidale con altre società. L’anziano boss mafioso lesse ad alta voce il volantino che un gruppo d’affiliati al clan aveva distribuito sul territorio.

 “Che cosa è questa roba? Siamo diventati una società d’assicurazioni? Che fa, ci facciamo un bel contrattino a quelli che ci pagano il pizzo? Alle mignotte ci offriamo il pappone gratis? I nostri pusher ci fanno le offerte speciali a chi compra le dosi? Prendi tre e paghi due oppure compra ora e cominci a pagare tra sei mesi? Che vi salta in testa? Volete rendermi ridicolo agli occhi dei “colleghi” per farmi fuori alla prima occasione?

La voce del boss era alterata da una rabbia sincera: lo dimostrava il viso paonazzo, le mani gesticolanti, i passi nervosi nella stanza d’albergo in cui si svolgeva la riunione. Solo suo figlio, l’estensore materiale del volantino, laureato con centodieci e lode alla Bocconi in economia, ebbe il coraggio di ribattere.

 “ Le statistiche non mentono: il fatturato del pizzo è crollato, i negozianti non hanno i soldi per pagarlo, sono sempre più quelli che si rivolgono alle forze dell’ordine per denunciarci e chiedere protezione. La crisi ha dimezzato le loro vendite, noi che facciamo? Se un mese non possono pagarci, gli bruciamo il locale, li minacciamo, li spaventiamo! Dobbiamo renderci conto che noi dovremmo essere i primi interessati al rilancio delle loro attività, che dovremmo investire di più in risorse umane e meno in proiettili e taniche di benzina. E’ vero abbiamo fondato una società d’assicurazioni, ai commercianti della zona proponiamo una speciale polizza: non prendiamo solo i loro soldi, ma forniamo pure dei servizi che li aiutano a rilanciarne le attività. Il modello scelto è quello della solidarietà: chi firma le nostre polizze s’impegna ad acquistare da un elenco di società del nostro gruppo: supermercati, negozi di abbigliamento, di scarpe, pompe di benzina, concessionarie d’auto, società immobiliari etc. I nostri clienti possono ampliare il loro giro d’affari e il pizzo esce dalla sfera dell’illegalità. Ci saranno meno “picciotti” dietro le sbarre, spenderemo meno per le parcelle degli avvocati, senza rinunciare ad alcuna quota di fatturato”.

Il boss restò senza parole, rifletté qualche minuto prima di dare il via libera all’iniziativa: in effetti il fatturato del pizzo era quello che risentiva maggiormente della crisi economica.
L’iniziativa del clan dei “Rapisarda” decollò in fretta: i vecchi pizzi vennero trasformati automaticamente in polizze assicurative, ma nuovi “clienti” chiesero liberamente di poter sottoscrivere i contratti. Il guaio è che riguardavano attività fuori dalla sfera di competenza del clan: era necessario un vertice tra boss, per convalidarli. Fu convocata una riunione al massimo livello, nel solito casolare di campagna, per la domenica successiva. Renzo Rapisarda, avrebbe accompagnato per la prima volta il padre al massimo convegno mafioso.

Le misure di sicurezza erano imponenti: il numero dei “picciotti” impegnati a difendere l’incolumità dei boss ricordava da vicino quello degli agenti delle forze dell’ordine impegnate in un “derby” serale tra Roma e Lazio. Forse, pensò Renzo un uso più puntuale della tecnologia avrebbe potuto ridurre i costi del personale: anche la mafia, aveva bisogno di un’adeguata spending  review. Immaginava un’organizzazione più snella, border line verso la legalità: il suo animo pacifista e legalitario, odiava le faide tra clan, gli attentati contro le forze dell’ordine, le rapine violente, lo sfruttamento dei deboli e delle donne. Era uno degli ultimi marxisti in circolazione, un seguace della democrazia diretta, un Robin Hood circondato da squali affamati di sangue umano.

L’ordine del giorno della riunione prevedeva al primo punto la discussione sul calo del fatturato delle organizzazioni mafiose. La crisi colpiva duro su tutto il fronte: i consumatori di droga, erano costretti a tirare la cinghia, i clienti delle prostitute avevano ridotto qualità e frequenza dei loro incontri, le attività estorsive erano al palo, a causa dei fallimenti e dei suicidi degli imprenditori. Renzo Rapisarda fu il primo a chiedere la parola, dopo la relazione introduttiva del “Capo dei Capi”. Spiegò con calma la sua ricetta per il rilancio del fatturato di “Cosa Nostra”: l’Organizzazione avrebbe dovuto fare ciò che le Banche e lo Stato non facevano più, sostenere gli investimenti in macchinari, in ricerca, in risorse umane. Avrebbe dovuto utilizzare tecniche di marketing per promuovere il consumo di stupefacenti, con sconti, offerte speciali, piccoli prestiti ai consumatori. Avrebbe potuto mettere a disposizione locali per le prostitute, in modo da abbassare i costi delle prestazioni, per venire incontro alle esigenze dei clienti. Avrebbe potuto proporre uno scambio allo Stato: l’acquisto di titoli del debito pubblico e media e lunga scadenza in cambio dell’abolizione del carcere duro per i boss e di un abbassamento del livello di scontro. Il futuro è all’interno della legalità spiegò ai suoi interlocutori: i capitali vanno investiti nel trading, nell’acquisto di azioni e obbligazioni di società quotate in Borsa.

Una standing ovation segnò la fine del suo intervento: a Renzo Rapisarda furono affidati seduta stante i pieni poteri sulla politica di “Cosa Nostra” Un pacifista alla guida della Mafia? E’ come se un generale dell’Esercito fosse messo alla guida della Chiesa, se per diventare deputati si dovesse rinunciare alle ricchezze accumulate. Quasi impossibile.

Scoppiò la pace in Sicilia: fu tutto un proliferare d’iniziative imprenditoriali, di nuovi sportelli bancari che prestavano soldi a tassi “tedeschi”. Sparirono le estorsioni, le prostitute e i pusher dalle strade e dalle piazze, i commercianti videro raddoppiato in tempi brevi il loro fatturato. Le statistiche annotarono tutto: il “pil” dell’isola prese a correre a ritmi “cinesi”. Renzo Rapisarda decise di “scendere in politica”: fondò il “Movimento Pacifista Libertario Italiano”. L’MPLI, fu il partito di maggioranza relativa alle elezioni politiche anticipate: venti giorni dopo la chiusura dei seggi, il suo leader fu nominato alla guida del governo. Si presentò alle camere con un programma di pacificazione nazionale: chiese di mettere fine a un secolo di lotta contro la mafia, in cambio di un clima di collaborazione capace di proiettare l’Italia verso un radioso futuro di pace sociale e benessere. Le misure più popolari, verso i giovani, i poveri, gli emarginati, gli ultimi, furono finanziate dalle casse di “Cosa Nostra”, fu imposto alle Banche di sovvenzionare con speciali agevolazioni l’imprenditoria giovanile, senza gravare sul bilancio dello Stato. Una politica espansiva, abbinata al drastico calo dei reati, a serie garanzie di sicurezza per chi investe, consentì una forte ripresa produttiva e un rilancio impetuoso del Pil.

Un attentato, un’altra autobomba pose prematuramente fine alla vita di Renzo Rapisarda e della sua scorta: le indagini accertarono che fu opera dei servizi segreti deviati, che i mandanti andavano ricercati nella magistratura politicizzata, nelle toghe rosse, nel ceto politico ancora fedele alla Costituzione Repubblicana e contrario a ogni colpo di spugna sul passato. La forza dei simboli: la strada scelta per la strage era ancora quella di Capaci. Un premier pacifista e mafioso ucciso da un complotto della magistratura e dei servizi segreti nei pressi di Capaci: quale trama migliore per un film di fantascienza!

L’improbabile è il futuro: basta solo aspettare per vederlo.

 

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Francesco quel giorno, non era stato molto fortunato, l'unico posto di lavoro che era riuscito a trovare era presso un ristorante, dove cercavano un cameriere, orario pessimo di lavoro, ne avrebbe parlato con lei…

Vagava per quel piccolo paese, quando la vide, seduta su un muretto che guardava il mare, con il sole che la scaldava, quel tanto agognato sole che entrambi avevano sempre cercato e desiderato, avevano scelto quel luogo anche per questo. Francesco le si fece vicino " Mi sei mancata, brutta, sono state troppo lunghe due ore senza di te, adesso che sei tutta mia ".

Elena indossava in completo giacca e pantaloni blu, Francesco aveva sempre sostenuto che il blu, non le stava molto bene, ma quel giorno gli sembrò che il blu fosse il colore più adatto per lei.

" Allora dai raccontami dell’arredamento" disse Francesco mentre si accendeva una sigaretta.

" Niente, non ti dico niente, sorpresa, mi hai detto di fare come volevo e così non ti dico proprio niente, antipatico" Si alzò e si mise a correre verso un giardino, la guardavo allontanarsi, ogni poco si voltava, sorridendo…  anche le suola delle scarpe, che correndo si alzavano da terra, sorridevano.

In un attimo che era voltata, mi nascosi dietro un grande albero, dove non avrebbe potuto vedermi, rimasi in attesa... Non c'era quasi nessuno intorno, escluso un nonno con il nipotino. Riuscivo a vederla in lontananza, si era fermata e si guardava attorno, cercandomi. Ripercorse camminando lo stesso tratto, che aveva fatto, poco prima, correndo, tornò fino a quel muretto, dove l'avevo trovata seduta, un broncio che conosco bene, si fece strada sul suo volto, su le sue labbra,aveva quell'espressione dolce, che mille volte mi aveva fatto morire, uscii dal nascondiglio e mi vide, mi avvicinai " Ti va un bacio?" le proposi.

" No" rispose voltandosi dall'altra parte. " Sicura ? " aggiunsi, e lei " Si, lo voglio, ma non lasciarmi, mai più da sola " disse sorridendomi. Appoggiai le mie labbra alle sue, leggermente e la strinsi forte a me. " Dai alziamoci, ho fame " le dissi tendendole la mano sinistra.

Mi piaceva perfino vederla mangiare ied è da quando la conobbi che mi chiesi e me lo chiedo ancora adesso ma dove sei stata tutti questi anni, senza aver mai incrociato la mia strada ?

Per un attimo mi guardò, con l'espressione preoccupata " Francesco i camerieri fanno orari, che non mi piacciono, io la sera voglio stare con te " le risposi " non vuoi nemmeno che provi? che vediamo come va? " e lei " Io non vorrei, ma se credi sia giusto così, fallo pure". Non le avevo mai rivelato, dal giorno in cui avevamo deciso di trasferirsi là, che la mia intenzione era di trovare un luogo che mi trasmettesse tranquillità e che la sua compagnia mi donasse quella serenità, di cui avevo bisogno, per scrivere, si avrei voluto riprendere a scrivere.

Volevo il mare, la vita di mare, una piccola casa, una terrazza che mi aiutasse a fantasticare ed a riportare tutte queste emozioni su un pezzo di carta, ma sopratutto volevo lei, adesso avevo tutto quello che mi serviva per provarci ed in quel preciso istante, stringendole una mano e perdendomi in quelli occhi scuri le dissi " Signora, mi sopporti per un pò, se decidessi di rimettermi a scrivere? "

" E' quello che volevo anch'io, perchè so che ti piacerebbe, devi farlo Francesco, o quanto meno provarci, adesso devo scappare è quasi l’ora, a dopo amore "

Alzandosi, posò le sue labbra su le mie e scomparve alla mia vista, dopo pochi attimi. La immaginavo salire quella scala che conduce al primo piano, dove c'è il nostro appartamento, entrare quasi di corsa felice e apprensiva nello stesso tempo...la vedevo cambiarsi, indossare una tuta nera e le scarpe da ginnastica bianche, raccogliere i capelli alla nuca ed un filo di rossetto su le labbra….

 

"Andrò a fare una passeggiata" disse fra se e se, "cosi al ritorno mi fermo al mobilificio per dare conferma della cucina". Intanto si godeva il paesaggio intorno a lei, piccole casette, stradine con i sanpietrini, a dare risalto nei negozi piccole luci colorate, vetrine allestite con manichini e fiori, un negozio attira la sua attenzione..Un bellissimo divano color champagne tre posti più penisola "Belloooooo" esclamò "mi piace molto il colore" entrò molto timorosa, aveva paura che costasse molto.
Pensava "se poi Francesco non guadagnerà abbastanza come faremo" chiese alla commessa il prezzo si rese conto che ci poteva stare, disse "ripasserò ci penso un pò grazie" "prego" le rispose la commessa "arrivederci" intanto si diresse verso quel lungo mare fantastico, osservò che giravano i Gabbiani gli piaceva il verso che facevano.
Le onde si consumavano sulla sabbia, in lontananza una piccola Barchetta attraversava il tramonto ormai vicino, "che pace che serenità in questo luogo" era sempre più felice di esser arrivata li con il suo amore.

 

Nella sua testa molti pensieri passano, molte preoccupazioni, ma molta felicità per una vita che stava prendendo una piega che a lei piaceva molto. un pensiero insistente ma che lei ricacciava subito indietro passava sempre più spesso, ma prima di quello ci sono molte cose da risolvere, da cambiare, nel suo futuro e in quello di Francesco lei sognava un piccolo fagottino...un bambino, lo aveva sempre sognato, sempre voluto, ma per il momento c'era il cambiamento della casa, della città, pensava di trovare un lavoro per aiutare pure lei al fabbisogno della casa. Era giusto che Francesco riprendesse la sua passione che amava tanto.

 

Camminando, sognando e ridacchiando sotto sotto, "potrei fare la baby sytter" intanto che arriverà il mio di Bambino gli si illuminarono gli occhi, "farò cosi si" era al settimo cielo felice come non mai. Entrò nel mobilificio a dare conferma per la cucina il commesso gli promise che il giorno dopo sarebbero andati a montarla subito, una musica dentro di lei si scatenò per la felicità.
Si incamminò verso casa per attendere il suo amato uomo, si fermò sulla spiaggia era troppo bello il tramonto per passare cosi di corsa, voleva intrappolare quella magia, era troppo bello.
"Domani verrò con Francesco a vedere questo spettacolo" Intanto doveva pensare qualcosa per la cena visto che ancora non avevano la cucina.
Sulla spiaggia passeggiava un uomo con un cagnolino "scusi forse potrebbe indicarmi un posto carino dove andare a cena con il mio amore?" il signore la guardò e gli disse "si signora se vuole posso indicargli la mia Osteria che si trova a due passi basta solo che attraversate la strada" "certamente sarò felice di cenare da lei grazie lei è molto gentile, sa ci siamo trasferiti qua da un giorno non conosciamo nessuno" nessun problema signora" le disse "qualsiasi cosa le serve chieda pure a me sarò felice di aiutare due giovani appena arrivati in città" Elena era ancora più felice di prima, "grazie allora a più tardi grazie" grazie a lei signora a dopo"

 

Avevano un sogno da realizzare, un fuoco in spiaggia…

Quella notte era bellissima, la luna illuminava tutto l’arenile.
Avevano indossato entrambi i jeans, scarpe di gomma, lei bianche , lui grigie;
Francesco l’aveva preceduta di qualche minuto, aveva fatto una buca che riempì di legna, raccolta qua è la su la spiaggia.
Lei arrivò dopo poco era tanto brutta quanto incantevole.
Quei jeans la fasciavano completamente e sopra aveva indossato una maglia pesante presa nel cassetto di lui, era nera, sembrava un abito per lei, era proprio come piace a lui. Aveva uno zaino con dentro una bistecca, due piatti, le posate, un solo bicchiere, una bottiglia dì acqua ed una piccolissima di vino toscano, quando la tirò fuori lo guardò e disse: ” Antipatico deve bastarti, mica vorrai diventare brutto e ciccione?”. Francesco sorrise, su queste cose non l’avrebbe mai contraddetta.
Intanto il fuoco era acceso, dovevano aspettare che si creasse un pò di brace per cuocere la carne, si misero seduti, lui a gambe divaricate, lei nel mezzo appoggiando la schiena sul petto di Francesco.
Guardavano il fuoco ed oltre il fuoco c’era il mare…
Si facevano cullare dal dolce suono della risacca. Gli occhi di lei si specchiavano nelle fiamme, lui non la vedeva, ma sapeva che stava sorridendo.
Non lasceranno mai che il tempo cancelli quelle ore.
Lei si era innamorata della sua voce all’improvviso disse:
” Parlami… ”
A lui piaceva parlarle e:
” Riesci ad ascoltare il suono del cuore, il suo incessante battere, pensa a ieri, vivi oggi, sogna il domani.
Io faccio così e mi dicono che sono matto. Vorrebbero farmi vivere di ricordi, dimenticare il presente, per programmare il domani.
Ma la gioia ha trovato altre mete? O sono io ad avere ideali diversi ?
Ovunque mi volto, vedo persone smarrite, perse nel quotidiano, nell’accontentarsi.
Vedo felicità solo negli occhi di pochi e nei tuoi.”
Lei pensava a ciò che ascoltava, ma lui non aveva finito, quella nuova vita lo aveva coinvolto erano ormai complici!
E riprese:

“Gesù disse a Giovanni: “ Non puoi essere felice, perché hai creduto solo dopo avermi visto, sono beati coloro che non mi hanno visto ed hanno creduto “.

Abbiamo sempre la necessità di avere i piedi ben saldi sul terreno, guai a lottare per un’idea, non si deve fare è pericoloso, solo i matti lo fanno.
Ebbene noi ci siamo lanciati, lotteremo per questo sogno e non staremo con gli occhi chiusi, è bellissima l’avventura.
Se sceglierai solo semplicità, otterrai semplicità.
Se sceglierai ciò che non sai, potresti ottenere molto, ma anche poco.

A me piace rischiare.
Non ignorare quel treno che senti fischiare e che non sai dove ti porterà, sali sopra, abbi fiducia in te stessa.

Abbiamo deciso di evitare di guardarci mille volte e di restare con il pensiero sospeso… perchè il tempo fugge.

Abbiamo deciso di non aspettare oltre. Ti volevo e ti ho presa, tu mi volevi e mi hai preso.
E’ oggi che conta. E se domani ci accorgessimo di aver sbagliato ?
Beh ..avremmo perso, ma almeno abbiamo giocato.

Da quando siamo qua e stanotte in particolare abbiamo acquisito la capacità di percepire i colori ed i suoni, i lamenti ed i sussurri, la voce ed i sorrisi. Non potevamo negarceli per la paura del domani.
Quando mi venne in mente, due mesi fa, di proporti di venire a vivere qua, lontano da tutto, nella mente mi martellava un pensiero: Dai matto, costruisci la tua nave e se la condurrai su quella spiaggia lontana fatti questa domanda:

“Ciao ti ricordi di me ?”

“Si, sei il mio io.”

Gli anni passano restano le stelle, il mare, il sole, la luna.

Noi abbiamo preso il volo, ci siamo tolti dalla testa, il timore di ciò che avremmo potuto incontrare e stiamo assaporando il gusto della vita.

Rimasero entrambi in silenzio per svariati attimi, poi lei:

” Ho scoperto in te una dolcezza inaspettata che ha minato la mia vivace baldanza, la passione che riesci a trasmettere è una carezza dolce, un gioco che non ha regole ed è una nuova vita.”
In tre righe era riuscita a sintetizzare quello che lui aveva detto per almeno quindici minuti.
Ma a lui piaceva ricamare con le parole, farcire i discorsi di aggettivi, di avverbi e di verbi, lei era diversa, ma non per quello meno attraente.

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Profilo Autore: Silvana Montarello*   Socio sostenitore del Club Poetico dal 30-04-2013

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Si era spento da tempo nella sua giacca grigia, e camminava soltanto per fare credere che

fosse tutto passato: il ricordo passato, l’amore morto e passato; anche se era sempre più triste e fuori di sé.

Una mattina, un oltraggio, nessun sole sul faggio, e la sua giacca grigia qualche metro più in là;

tanta gente passava, distrattamente passava, senza neanche un pensiero sbadato da perdere.

Tutte piene delle loro frette, angosce di scarpe e di biciclette, procedevano senza segni di strazio o di qualche interesse, comodamente, verso il loro consueto

“chissà”.

“Non guardare, cammina” disse il nonno al nipote quando questi di colpo esclamò: “c’è un uomo nudo che dorme nel prato, la testa è sotto a quel ramo spezzato”.

Qualcuno, colpito da tanta indecenza (un ramo spezzato non è cosa da dare a vedere, si porti pazienza) fece un fischio, così un vigile accorse lentissimo nei suoi

passi di
lardo, e ciondolò fino al ramo, dove, pestando una mano a quello senza la giacca, prese fiato e ansimando sbuffò: “il ramo, certo, lo faccio levare, ma il

disgraziato -nudo- schiacciato lì sotto, che ha voluto farsi questo bel volo, io lo conosco, l’ho visto
anche ieri come ogni sera, seduto per terra che rideva e beveva

vaneggiando da solo.

Arrivata la zia, a dar qualche conferma, e senza pene alla fine giurò che lo prometteva ormai da tantissimo tempo con la luce degli occhi: “questo è l’albero che da

sempre cercò”.

La vecchia intonò una strana preghiera, e guardandosi intorno sperava che qualcuno pregasse con lei: “Santa Pace tu che perdoni ed accogli, tu che a nessuno

neghi la tua pietà, fa che questo fallito perdente ritrovi in attesa tra le tue braccia i suoi vecchi libri di sempre, un po’ di dolci innocenti promesse, e qualche vanità”.

Il vigile non si scompose, e tra la gente che non s’era accorta, ammirando il culo a quattro ragazze, disse che gli spazzini avrebbero fatto assai presto, e si sarebbe

tolto quel ramo senza dubbi e senza pretesto, ma il povero infame, sarebbe rimasto a levare la fame a qualche randagio, o ai topi e alle gazze.

La madre distrutta quel dì non accorse, e, struggendo in pianti per quel dolore immorale, frugò affranta nella sua agenda cercando un fabbro capace, ed un

giardiniere.

Il padre afflitto sospirava al pensiero, mettendoci tutta la passione e la cura, che per le docce del sabato sera, finalmente finiva la grande tortura.

Il prete stesso, che non conosceva, promise di chiedere all’Onnipotente, tanta pazienza e qualche moneta di vile perdono: anche se, morendo a quel modo, s’era

fatta palese l’essenza scadente di tutta la vita di un inutile uomo.

Settembre -intanto- pioveva sui campi e le strade, mentre qualcuno essiccava del grano, e in quel profumo, volando lontano, si accompagnavano nell’ultimo viaggio

un anima stanca e la sua libertà, mentre ormai il
 giorno vestiva da sera le solite misere storie di chi non ce la fa.

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Profilo Autore: Davide Bergamin  

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