Ricordo ancora di ciò che disse il professore quel giorno, spiegando il funzionamento di una cellula vegetale. Si interruppe: "Vedete la complessità della vita?"- Il silenzio fu assordante. Riprese poi a spiegare, come niente fosse. Avevo ragione a non aver parole, solo che me ne sarei reso conto soltanto anni dopo. Un bicchiere vuoto, un posacenere strabordante ed una sigaretta elettronica ad alleviare i sensi di colpa. Se fosse un quadro, direi che qualcosa lo stia divorando a partire dalla cornice. Ho cercato il diavolo troppo a lungo prima di accorgermi che troppi peccatori, in questa macabra colletta, offrono un pezzo di sé per definire il tuo peccato. Dopotutto, va costruito il mostro prima di farlo fuori. Credo che la mia debolezza mi stia trascinando con tutta la sua forza in questo mulinello senza soluzione di continuità. Esso gira, gira; soltanto alla fine ti accorgi delle coazioni a ripetere. Alla fine sei tu il mostro che costruisci, ma sei troppo forte per distruggerti. Alla fine, ciò che decidi esula dalla morale se la vacuità diviene la meccanica dei desideri. E il magnetismo bilaterale non fa altro che suggerire che ogni forza, per quanto intensa, se immagine speculare di se stessa non fa altro che tenerti fermo. Se potessi dire di più, sarebbe una risposta assoluta. Ma, dato che essa non esiste, mi limiterò alla fine del topo, ossia figliare nel labirinto.
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Profilo Autore: Nicola Matteucci  

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La vita è piena di domande e piena di perché...È come un questionario Che non finisci di compilarlo mai.
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Profilo Autore: Dado Salcarini  

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È da tanto che non scrivo qualcosa.
Quello che si dice è vero: bisogna essere ispirati. Non ha alcun senso mettersi là con la penna in mano e il foglio davanti sperando di scrivere qualcosa, magari non tuo, magari che non ti appartiene. A volte io ho sbagliato. Mi sono sforzato troppo per scrivere cose che magari in quel momento provavo ma non intensamente. Ora, dopo tanto tempo, mi trovo qua a fare i conti con me stesso e con la tua mancanza. Da quando non ci sei ho perso una parte della mia vita. Non riesco ancora a metabolizzare ciò che è successo e quando le persone mi chiedono di te, del tuo futuro e delle tue ambizioni, parlo come se nulla fosse, come se tra noi fosse tutto normale, come se noi ci fossimo ancora. Tu però non ci sei più. C'è solo la tua mancanza. Una mancanza che pesa più di una presenza. Una mancanza che non mi lascia un secondo. È sempre con me, un po' come lo sei stata tu. Mi hai lasciato un vuoto incolmabile che nemmeno le parole di conforto ricevute e qualche distrazione riescono a colmare.
Passerà mi sento dire. A volte dico che è così, passerà come tutto. Poi però, guardandomi attorno, noto come tutte le persone, le parole e i sorrisi sono lì per me, in quel preciso istante, e un attimo dopo non ci sono più. Loro non lo sanno, ma in tutto quello che vedo, riesco ad intravedere te. Tu che non mi hai mai lasciato solo e mi hai sempre sostenuto in ogni mia scelta, tu che hai sognato insieme a me e che hai sempre voluto condividere la tua felicità con me, mostrandoti anche fragile ai miei occhi perché sapevi che loro ti avrebbero capito e aiutata a diventare chi sei diventata adesso.
L'ultima volta in cui abbiamo parlato mi hai detto che ciò ci avrebbe aiutato a crescere e a diventare grandi. Io però, senza di te, non riesco a fare alcun passo avanti perché è sempre stato così: un mio difetto per un tuo pregio. Un mio pregio per un tuo difetto.
Ho ancora bisogno dei tuoi pregi.
Mi manchi.
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Profilo Autore: Andrea Pagliara  

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Quanto vento si sta liberando


quante debolezze


profonde mutavano ma non capivi


quali errori dovevi eliminare


Forse ora lo sai, allontanata 


dai frastuoni, dalle incessanti


frustrazioni, che si commentavano


da soli, sparite nella terra insieme a te


che resteranno nel cuore di tutti noi



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Profilo Autore: poesie profonde*   Sostenitore del Club Poetico dal 25-07-2013

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La storia di uomini mediocri ė passata inosservata anche se motore della rinascita di un paese. Il "titolo" di Italiano medio é uno sberleffo, una risata sguaiata sputata in faccia ad anni di sacrifici. Cittadini medi, indegni di memoria, sudore asciugato e perduto. Pensiamoci un attimo; le fabbriche, i campi, famiglie da proteggere e amare. Ragazzi che diventavano padri, giovani mamme. Nonni a regalare coscienza in un tempo ignaro di quanta fame avrebbe avuto un futuro che si sarebbe sbranato un paese di anime e sangue che adesso sembra venduto.
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Profilo Autore: Davide Bergamin  

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Appare la speranza
in una stanza vuota
appare misteriosa
si china pregando
e nel pregare sogna
di potercela fare
ma pensa a ciò
che è stato, un solo piccolo
istante, soffiato dal vento
fra mani chiuse, con rigidità
che vorrebbero lavare
tutta quanta la sporcizia
della disonestà
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Profilo Autore: poesie profonde*   Sostenitore del Club Poetico dal 25-07-2013

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Dovrò adottare una strategia più efficace per togliere al mare il privilegio di bagnare la terra. Non è un paese pronto per l’acqua il nostro, se lasciamo l’aridità di ogni battito all’arbitrio. Ma non è nemmeno pronto ad un secondo intervento, di riparazione o di preparazione.

Respiro.

Rubo al mio fiato un altro istante, diventando formica in attesa di un lungo inverno; il mio non è timore di perdere, ma diffidenza su ciò che posso guadagnare da una vita che a stento riesce a riconoscersi tale. Vivo un amore e nel frattempo se ne consuma un altro, non per forza adiacente al mio cuore, ma comunque forte, intenso, di quello che ridere fa bene se può aiutare a nascondere il male. Mille volte ti ho spiegato di cosa si tratta.

Respiro.

Preparo le mie quattro cose per un viaggio attorno a te, circumnavigando la sfera dei tuoi occhi, dove si appoggiano adagio le note di una musica sconosciuta, ascoltata mille volte ad occhi chiusi, perché ad ogni bacio di ciglia il mondo ricominciava a vivere, le albe soffrono d’egoismo e rifiutano il solo pensiero di somigliare ad altre. Quindi il rosso di questa mattina noi non l’abbiamo mai vissuto (ci rifaremo nei tramonti).

Respiro.

Che ridicola la storia che ogni bussola debba mostrare il nord! Ogni costringimento è insopportabile. Scese le tende non abbiamo più direzione dove appoggiarci, non ci resta che affiancare le teste e rinvigorire la fiamma, ricordi quella che vinse il freddo? Era così flebile nei lunghi autunni che dovette attraversare, che pareva dovesse essere novembre ogni giorno, ma il tempo non è così ingenuo e non si lascia ingannare dal primo vento che trova. Ora però dovremmo affrontarlo questo sole (useremo gli alberi come protezione).

Respiro.

So che incontri difficoltà nel comprendermi, ma sei così lontana e queste lettere (parole) mi aiutano ad assottigliare gli spazi e beffare la morte (è morta il momento stesso che l’ho pronunciata). Sul dorso della mia mano lascio camminare una formica, ha speso fatiche per arrivare quassù e chissà cosa stia mai tramando, forse sei tu che cerchi di comunicare con me in una forma che non ho ancora contemplato; ed allora sono io quello in difficoltà. Parlami, sussurrami, contagiami di ogni avversità se può aiutarmi a rivederti, in questi attimi bui che attraversano il mio corpo e lo trafiggono come San Sebastiano. Resto in attesa di ogni cosa che si muove, per veder restituitami almeno la gioia del movimento, di qualcosa o di qualcuno. O di me stesso che, affannato, resto seduto su questa battigia, a crederti innamorata, a volerti vissuta.

Respiro.
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Profilo Autore: Henry Lee  

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Che fine hai fatto amico mio? Dove le tracce tue hanno smarrito ogni ritorno? Abbiamo bevuto acqua di fonte, scolorito papaveri, fallito nella costruzione di mattoni utilizzando della semplice polvere. Ed ogni frase, anche la più insensata, si concludeva col tuo sorriso anziché utilizzare punti, perché ogni classifica a noi non interessava (a parte quella sulle ragazzine…). Mi manchi sai? Di quella mancanza che tiene contratto il diaframma, mi leva il fiato e soffoco ad ogni respiro; sarà colpa degli anni usurati, di lei che non c’è più, quella lei che tu chiamavi sempre “sposa”, facendola arrabbiare sistematicamente perché di sposarti non glielo hai chiesto mai. I solchi di ogni vinile suonano diversamente adesso, non c’è più il diamante, ci sono i polpastrelli, che poi potrebbero lo stesso essere carbone, ma ad osservarlo potremmo sbagliarci. Credo che il figlio di questi tempi non sia una brava persona, utilizza la parola per offendere, non come ai nostri tempi quando la bellezza era il mezzo e non il fine. La bellezza è dappertutto, su questo siamo sempre stati in accordo, solo per quella dei campi coltivati abbiamo avuto una differente attrazione, a te il grano piegava le ginocchia, a me il verde acerbo del granturco ha sempre suscitato un senso di mistero, non mi arrestava, ma mi restava. Vedi, la parola adesso è diversa, non immobilizza più, c’è dietrologia anche nel preparare il caffè. Credo che il nostro tempo non ritorni più, facciamocene una ragione, qualora non ci riuscissimo, basta attendere che qualcuno ce la crei. Si crea e si distrugge. Ed ora lasciami qui, riflesso nello specchio degli “ieri”, ferito a morte dagli “eri”, nel sottile mentre ti immagino come ho sempre fatto, infallibile come un ricordo.
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Profilo Autore: Henry Lee  

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Inseguo i miei pensieri nella speranza che al momento della cattura non oppongano resistenza, ma si lascino impadronire, creare corpo e stupire. Li immagino svolazzanti mentre temono di essere rinchiusi in barattoli dove solitamente fermentano marmellate. Ho sempre desiderato essere trasparente come loro ed esser io a decidere la destinazione, se in una testa martellata di un pittore fiammingo, oppure in quella convulsa che accetta solo decisione reazionarie, volte al cambiamento, che poi sono le più indecise. Nelle azioni quotidiane mi lascio vincere da desideri estremi di libertà, ma allo stesso tempo dico: “non è che la libertà, questa, ha subìto un errore d’anagrafe?”. Quella che ricordo io non aveva stampi sulla maglietta e la bandiera veniva adoperata solo in caso di torcicollo, dove la seta non è solo evoluzione di un bozzolo ma una cura fortemente sospirata. Sono sicuro che il tempo che sto usando sia rallentato dalla paura intrinseca che ho di sparire dagli occhi delle persone che amo, come fanno i pennacchi delle navi all’orizzonte, quando trascinano con sé ambizioni e aspettative di ogni colore e tema, e nessuno si sente in obbligo di giudicarle, vivono, si esauriscono e rinascono, in un ciclo meraviglioso che nessuna eclissi può oscurare. Nel palmo delle mani cerco di capire la lunghezza della mia vita, ma se le volgo verso il cielo sarà Dio a farlo e credo che lui sia di gran lunga più attendibile di me. Anche se non è mai stato dimostrato questo. Ecco… tra una fuga e l’altra dal presente mi sono fermato, anche se credo di essere solamente inciampato su un ciottolo (segnale di qualcosa che non va, ma non voglio crederci). Non ho raggiunto nessun pensiero, ma temo d’averti mentito.
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Profilo Autore: Henry Lee  

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Io non credo alle gare

 

Quelle tra poeti

sanno di Stalin: Esenin\Majakowskji

 

di gas: Sexton\ Plath

 

oppure di gravità: Ruggieri\Rosselli

 

e di alcool Thomas\ Kerouac

 

Corda, caduta libera e colpo di pistola

Sento nell’aria

Sempre

 

Il resto è rumore di gnu e coccodrilli
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Profilo Autore: fintipa2  

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Innanzi a te sono la virgola che piange per l’imperfezione che l’allontana dal punto. Tu sei il punto che rimette a capo ogni cosa, ai confini di ogni mondo dove alloggiamo, oppure ai margini delle ferite che trasportiamo. Sulla parete liscia tra le scapole ho inferto una carezza che ha levigato i pori da dove le tue emozioni si dividono in mille particelle, lontane da quelle di Dio. Chissà dove sono ora quelle particelle, se si stanno nascondendo dall’estinzione oppure se contribuiscono a guarirci dal nostro amore, arido nei deserti, così umido negli anfratti rocciosi dell’Irlanda. Ogni volta che le mie palpebre lampeggiano di nero ogni cosa che osservo, ricompari con una bellezza inedita, facendomi innamorare più per le diversità che esprime che per la chimica di cui è composta; contagiato da un’adrenalina che non sapevo nemmeno di possedere, mi sono arreso alla molteplicità dei pomeriggi dove ci siamo abbandonati ad orgasmi che hanno reso liquide le speranze d’abbandono che ci eravamo costruiti. Ora non lo so se il mio essere uomo contrasta con la difficoltà dei giorni che sono costretto a contare, oppure se devo redimermi ed affittare un’esistenza che mi renda utile quanto meno alla punteggiatura. Tu resti per me un punto fermo, di inarrivabile bellezza e perfezione, piangi su di me e donami una vita quanto meno commestibile. Altrimenti lasciami morire, ancor prima di nascere.
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Profilo Autore: Henry Lee  

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Torno a casa, fisso le foglie, ma questo non aiuta a nutrirmi. Non sono un albero, quindi, e le mie radici non invadono nessuna superficie. Ok, mi metto il cuore in pace ed attendo che il pomeriggio esaurisca il suo tempo per trascorrere una nuova sera, perché la sera ci sei tu, crei nuovi crateri sulla luna, ma questo poco importa, tanto una buona metà non la vedrà mai nessuno, forse. Vedi, quello è il mare della tranquillità, lo osservo, mi compiaccio e torno a guardarti, calmato soltanto dal profumo delle tue palpebre, che quando non si vedono io vedo cose nuove, esalo respiri che credevo nemmeno esistessero, e mi inebrio di profumi che avevo degustato solo sfogliando vecchi libri, di quelli che le pagine cambiano colore anche quando non le tocchi. Quindi provo a toccarti, perché ho paura che tu possa mutare colore e smettere d’amarmi. Non so se riuscirei a superare questo limite. Quando faccio l’amore, la terra ruota ugualmente, quindi non lo fa per me. Ma quando sei tu a farmi l’amore tutto si ferma, come se tu riuscissi a comandare tutto ciò che è stato creato; è questo l’amore che cantavano i greci? Oppure è l’evoluzione di quello brutale descritto all’epoca dei barbari? No, non lo penso affatto. Leggera come vapore mi indichi il piacere e le direzioni dove attingerlo. Ti sento tremare e credo sia di piacere. Ti stringo in uno dei miei avvolgenti abbracci e tu cullata vorresti morire, perché non hai più nulla da raccogliere. Domani lo rifaremo, senza doverci ripetere. E ti chiederò nuovamente di non lasciarmi mai, perché le foglie cadono ai primi venti ed io sono il solito ingenuo che crede di fermare il tempo con un semplice gesto delle mani.
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Profilo Autore: Henry Lee  

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Quando si passeggiata per le vie di Roma,
Ogni angolo desta meraviglia.
I suoi monumenti raccontano la storia di un popolo grandioso.
La luce del giorno sembra illuminare il set di un film, dove il tecnico Delle luci risalta i colori di uno spettacolo senza tempo.
IlTevere sembra un diamante grezzo incastonato in un anello prezioso e ogni Chiesa che si puo' ammirare,
contribuisce a rendere eccezionale questa citta' antica ma sempre uguale.






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Profilo Autore: Michelina  

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mani e farfallaLe notti in ospedale si vivono in così  tante maniere, questo era  per me un  pensiero ricorrente mentre aspettavo buona ,buona  il giorno del mio intervento.

In effetti la mia notte non era certo uguale a quella della mia vicina di letto, una povera donna di quasi ottant’anni  malata di Alzheimer e di non so più quale malattia per la quale era stata portata in ospedale dalla figlia, una notte ,la sua ,fatta di continui tentativi di fuga verso la lontana masseria nella sua amata Puglia, dove  secondo lei la aspettava sua madre.

La mia notte non era sicuramente uguale a quella dell’altra donna, quella del letto 22 che attendeva impaziente di sottoporsi ad un intervento che le avrebbe donato un seno perfetto , che lei già vedeva e accarezzava ; piccole tette sode sul corpo di una sessant’enne, che si era ricoverata senza dire niente a nessuno ,neanche alla sua unica figlia che  ignara le telefonava, e alla quale  lei con un pò di timore rispondeva di trovarsi in vacanza con una sua carissima amica .

Molti altri vivevano notti agitate e insonni ,un mare di menti piene di perché, un mare di corpi tormentati da ansie e dolori.

Tutto sotto lo sguardo vigile dei medici di turno e degli infermieri.  Notti fatte di stanchezza e insoddisfazione  per alcuni , altri invece pieni di rabbia per turni assurdi , per una carriera che non riesce a decollare, o per quello che li aspetta fuori.

La mia notte quindi, carica di pensieri non miei, di paure e gemiti non miei, la mia notte vuota, vissuta in un eterno stato di incoscienza, come se niente di ciò che stava accadendo riguardasse realmente me, come se l’ago cannula   non fosse conficcato nel mio braccio. In fondo  ho sempre avuto la sensazione di vivere in una specie di stato ipnotico ,o meglio in un continuo letargo che mi allontana da tutto ,anche da me.

Solo  quando il silenzio aveva ormai avvolto l’intero reparto e tutti dormivano o cercavano di farlo, sentii forte il bisogno di dare un ultimo sguardo al mio corpo ancora integro, così mi alzai  entrai in bagno e davanti allo specchio mi spogliai e inumai  mentalmente il seno che ben presto mi avrebbe lasciata, una cerimonia intima senza lacrime, quelle sarebbero venute dopo  appena tornata a letto.

La luce del mattino piano si faceva strada nella stanza, e il via vai nel corridoio ricominciava, medici, infermieri,  malati, terapie e termometri tutto come ogni giorno, tranne il  bicchiere pieno di tintura di iodio dall’odore nauseante, che l’infermiere di turno mi aveva lasciato sul comodino raccomandandosi di  lavarmi completamente con quello.

In piedi, nella vasca da bagno scrostata, ho iniziato a passare sulla mia pelle il disinfettante,   la mia pelle si tingeva di  giallo e questo   mi faceva sentire marchiata, segnata, proprio come quella  vecchia pubblicità  sull’aids , ecco , dopo quel bagno colorato e maleodorante  tutti avrebbero saputo, tutti avrebbero visto e capito che ero una bambola rotta .

Per  fortuna il mio lato bambinesco non mi ha mai abbandonata , e quella mattina appena mi consegnarono il  camice verde col quale si saliva in sala operatoria, lo indossai e per rallegrare le mie compagne di stanza offrii loro una sfilata del tipo piccolo diavolo, “modello Giuditta”,  due risate ci volevano, poi via verso quel sonno profondo e innaturale  che mi avrebbe messa per sempre davanti a una nuova vita.
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Profilo Autore: Marina Lolli  

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Erano le 3 da qualche minuto e l’alba fioriva solo ad una longitudine ben precisa, non la nostra. La simmetria del tuo corpo contrastava apertamente con quella del nostro letto e per quanto cercassi di ripristinarla, la tua anarchia vinse. Ripresi una lettura qualsiasi, quella dove un ragazzino racconta la sua breve vita prima di essere inghiottito dalle sabbie mobili, a nulla valse saltare le pagine, perché da lì non si mosse. E questo mi fece venire in mente un maggio di tanti anni fa, quando sdraiati ad ascoltare i rumori della spiaggia ti raccontai della magia del mare nascosto sotto la sabbia; tu non mi credesti subito, ma solamente dopo aver spostato granello per granello la terra emersa. Il tuo stupore fu incredibile. Il mare sotto la terra ci svelò un profumo diverso, la salsedine invase le narici e noi due ci professammo amore eterno, fondendo i nostri polpastrelli coi lembi di pelle che le sottili magliette tenevano nascosti; da lì riuscimmo, passo dopo passo, ad acquistare anche lotti di cielo, attraverso piccole rate fatte di battiti (l’euro a quell’epoca era soltanto un errore grammaticale) e la nostra libertà ci permetteva di aprire numerose librerie senza porvi un solo libro all’interno di esse, lo avremmo fatto solo una volta tornati a far parte della moltitudine.

Penso a molte cose man mano che il tempo mi schiaffeggia (non capisco mai se lo fa per svegliarmi o perché gli ho sempre tramato alle spalle), ma appoggiato all’altra metà del cielo, qui solo con la compagnia del vapore, mi chiedo se tutti quei granelli che abbiamo spostato per vedere il colore di un sogno, una volta traslocati, avessero coperto, invidiosi, un altro oceano; solo così la vita avrebbe la stessa trasparenza dell’acqua e solo così ogni giorno rimarrebbe lo stesso.
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Profilo Autore: Henry Lee  

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