Innanzi a te sono la virgola che piange per l’imperfezione che l’allontana dal punto. Tu sei il punto che rimette a capo ogni cosa, ai confini di ogni mondo dove alloggiamo, oppure ai margini delle ferite che trasportiamo. Sulla parete liscia tra le scapole ho inferto una carezza che ha levigato i pori da dove le tue emozioni si dividono in mille particelle, lontane da quelle di Dio. Chissà dove sono ora quelle particelle, se si stanno nascondendo dall’estinzione oppure se contribuiscono a guarirci dal nostro amore, arido nei deserti, così umido negli anfratti rocciosi dell’Irlanda. Ogni volta che le mie palpebre lampeggiano di nero ogni cosa che osservo, ricompari con una bellezza inedita, facendomi innamorare più per le diversità che esprime che per la chimica di cui è composta; contagiato da un’adrenalina che non sapevo nemmeno di possedere, mi sono arreso alla molteplicità dei pomeriggi dove ci siamo abbandonati ad orgasmi che hanno reso liquide le speranze d’abbandono che ci eravamo costruiti. Ora non lo so se il mio essere uomo contrasta con la difficoltà dei giorni che sono costretto a contare, oppure se devo redimermi ed affittare un’esistenza che mi renda utile quanto meno alla punteggiatura. Tu resti per me un punto fermo, di inarrivabile bellezza e perfezione, piangi su di me e donami una vita quanto meno commestibile. Altrimenti lasciami morire, ancor prima di nascere.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Henry Lee  

Questo autore ha pubblicato 54 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Torno a casa, fisso le foglie, ma questo non aiuta a nutrirmi. Non sono un albero, quindi, e le mie radici non invadono nessuna superficie. Ok, mi metto il cuore in pace ed attendo che il pomeriggio esaurisca il suo tempo per trascorrere una nuova sera, perché la sera ci sei tu, crei nuovi crateri sulla luna, ma questo poco importa, tanto una buona metà non la vedrà mai nessuno, forse. Vedi, quello è il mare della tranquillità, lo osservo, mi compiaccio e torno a guardarti, calmato soltanto dal profumo delle tue palpebre, che quando non si vedono io vedo cose nuove, esalo respiri che credevo nemmeno esistessero, e mi inebrio di profumi che avevo degustato solo sfogliando vecchi libri, di quelli che le pagine cambiano colore anche quando non le tocchi. Quindi provo a toccarti, perché ho paura che tu possa mutare colore e smettere d’amarmi. Non so se riuscirei a superare questo limite. Quando faccio l’amore, la terra ruota ugualmente, quindi non lo fa per me. Ma quando sei tu a farmi l’amore tutto si ferma, come se tu riuscissi a comandare tutto ciò che è stato creato; è questo l’amore che cantavano i greci? Oppure è l’evoluzione di quello brutale descritto all’epoca dei barbari? No, non lo penso affatto. Leggera come vapore mi indichi il piacere e le direzioni dove attingerlo. Ti sento tremare e credo sia di piacere. Ti stringo in uno dei miei avvolgenti abbracci e tu cullata vorresti morire, perché non hai più nulla da raccogliere. Domani lo rifaremo, senza doverci ripetere. E ti chiederò nuovamente di non lasciarmi mai, perché le foglie cadono ai primi venti ed io sono il solito ingenuo che crede di fermare il tempo con un semplice gesto delle mani.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (1 utente ha gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Henry Lee  

Questo autore ha pubblicato 54 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Quando si passeggiata per le vie di Roma,
Ogni angolo desta meraviglia.
I suoi monumenti raccontano la storia di un popolo grandioso.
La luce del giorno sembra illuminare il set di un film, dove il tecnico Delle luci risalta i colori di uno spettacolo senza tempo.
IlTevere sembra un diamante grezzo incastonato in un anello prezioso e ogni Chiesa che si puo' ammirare,
contribuisce a rendere eccezionale questa citta' antica ma sempre uguale.






1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (1 utente ha gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Michelina  

Questo autore ha pubblicato 11 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
mani e farfallaLe notti in ospedale si vivono in così  tante maniere, questo era  per me un  pensiero ricorrente mentre aspettavo buona ,buona  il giorno del mio intervento.

In effetti la mia notte non era certo uguale a quella della mia vicina di letto, una povera donna di quasi ottant’anni  malata di Alzheimer e di non so più quale malattia per la quale era stata portata in ospedale dalla figlia, una notte ,la sua ,fatta di continui tentativi di fuga verso la lontana masseria nella sua amata Puglia, dove  secondo lei la aspettava sua madre.

La mia notte non era sicuramente uguale a quella dell’altra donna, quella del letto 22 che attendeva impaziente di sottoporsi ad un intervento che le avrebbe donato un seno perfetto , che lei già vedeva e accarezzava ; piccole tette sode sul corpo di una sessant’enne, che si era ricoverata senza dire niente a nessuno ,neanche alla sua unica figlia che  ignara le telefonava, e alla quale  lei con un pò di timore rispondeva di trovarsi in vacanza con una sua carissima amica .

Molti altri vivevano notti agitate e insonni ,un mare di menti piene di perché, un mare di corpi tormentati da ansie e dolori.

Tutto sotto lo sguardo vigile dei medici di turno e degli infermieri.  Notti fatte di stanchezza e insoddisfazione  per alcuni , altri invece pieni di rabbia per turni assurdi , per una carriera che non riesce a decollare, o per quello che li aspetta fuori.

La mia notte quindi, carica di pensieri non miei, di paure e gemiti non miei, la mia notte vuota, vissuta in un eterno stato di incoscienza, come se niente di ciò che stava accadendo riguardasse realmente me, come se l’ago cannula   non fosse conficcato nel mio braccio. In fondo  ho sempre avuto la sensazione di vivere in una specie di stato ipnotico ,o meglio in un continuo letargo che mi allontana da tutto ,anche da me.

Solo  quando il silenzio aveva ormai avvolto l’intero reparto e tutti dormivano o cercavano di farlo, sentii forte il bisogno di dare un ultimo sguardo al mio corpo ancora integro, così mi alzai  entrai in bagno e davanti allo specchio mi spogliai e inumai  mentalmente il seno che ben presto mi avrebbe lasciata, una cerimonia intima senza lacrime, quelle sarebbero venute dopo  appena tornata a letto.

La luce del mattino piano si faceva strada nella stanza, e il via vai nel corridoio ricominciava, medici, infermieri,  malati, terapie e termometri tutto come ogni giorno, tranne il  bicchiere pieno di tintura di iodio dall’odore nauseante, che l’infermiere di turno mi aveva lasciato sul comodino raccomandandosi di  lavarmi completamente con quello.

In piedi, nella vasca da bagno scrostata, ho iniziato a passare sulla mia pelle il disinfettante,   la mia pelle si tingeva di  giallo e questo   mi faceva sentire marchiata, segnata, proprio come quella  vecchia pubblicità  sull’aids , ecco , dopo quel bagno colorato e maleodorante  tutti avrebbero saputo, tutti avrebbero visto e capito che ero una bambola rotta .

Per  fortuna il mio lato bambinesco non mi ha mai abbandonata , e quella mattina appena mi consegnarono il  camice verde col quale si saliva in sala operatoria, lo indossai e per rallegrare le mie compagne di stanza offrii loro una sfilata del tipo piccolo diavolo, “modello Giuditta”,  due risate ci volevano, poi via verso quel sonno profondo e innaturale  che mi avrebbe messa per sempre davanti a una nuova vita.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (1 utente ha gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Marina Lolli  

Questo autore ha pubblicato 57 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Erano le 3 da qualche minuto e l’alba fioriva solo ad una longitudine ben precisa, non la nostra. La simmetria del tuo corpo contrastava apertamente con quella del nostro letto e per quanto cercassi di ripristinarla, la tua anarchia vinse. Ripresi una lettura qualsiasi, quella dove un ragazzino racconta la sua breve vita prima di essere inghiottito dalle sabbie mobili, a nulla valse saltare le pagine, perché da lì non si mosse. E questo mi fece venire in mente un maggio di tanti anni fa, quando sdraiati ad ascoltare i rumori della spiaggia ti raccontai della magia del mare nascosto sotto la sabbia; tu non mi credesti subito, ma solamente dopo aver spostato granello per granello la terra emersa. Il tuo stupore fu incredibile. Il mare sotto la terra ci svelò un profumo diverso, la salsedine invase le narici e noi due ci professammo amore eterno, fondendo i nostri polpastrelli coi lembi di pelle che le sottili magliette tenevano nascosti; da lì riuscimmo, passo dopo passo, ad acquistare anche lotti di cielo, attraverso piccole rate fatte di battiti (l’euro a quell’epoca era soltanto un errore grammaticale) e la nostra libertà ci permetteva di aprire numerose librerie senza porvi un solo libro all’interno di esse, lo avremmo fatto solo una volta tornati a far parte della moltitudine.

Penso a molte cose man mano che il tempo mi schiaffeggia (non capisco mai se lo fa per svegliarmi o perché gli ho sempre tramato alle spalle), ma appoggiato all’altra metà del cielo, qui solo con la compagnia del vapore, mi chiedo se tutti quei granelli che abbiamo spostato per vedere il colore di un sogno, una volta traslocati, avessero coperto, invidiosi, un altro oceano; solo così la vita avrebbe la stessa trasparenza dell’acqua e solo così ogni giorno rimarrebbe lo stesso.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (2 utenti hanno gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Henry Lee  

Questo autore ha pubblicato 54 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Ho sognato che un giorno camminavo tra le vie dell’indifferenza
e tutte queste conducevano nella piazza dell’infelicità.
Ho attraversato vico...li dove i palazzi che vi si affacciavano aprivano i loro portoni,
all’odio, cattiveria e egoismo,
entrandovi tutti ti portavano a vivere nelle stanze della solitudine.
Ho visto città dove i suoi abitanti erano tutti ciechi e sordi,
incapaci di pensare e di vedere la loro vita, perché avevano delegato le loro scelte in mani altrui.
Ho visto un burattinaio grosso, grasso e felice, tirare i fili dell’umanità,
giocando con le vite, di uomini senza fede e speranza.
Ho visto un misero uomo rassegnato e senza futuro.
Ma forse questo è solo un sogno e quando mi sveglierò la realtà sarà migliore. 
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (1 utente ha gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Horion Enky  

Questo autore ha pubblicato 72 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Il tuo giovane cuore scandiva irregolarmente la premura con cui ti accingevi a dar da bere alle piante. Seduto sul confine tra la cucina e la mia libertà ti osservavo fiducioso sul fatto che avresti accarezzato i petali delle gerbere come tuo nonno faceva con te, ogni volta che chiedeva la tua bellezza in cambio di quelle caramelle al gusto di ciliegia. Quelle quattro dita ti rassicuravano, mi raccontasti, più di quattro mura minacciate da un temporale estivo. Dentro di me ho sempre saputo che l’estate è una tua invenzione, ma non ti ho mai dato la soddisfazione di un volto credente, in quanto l’ortodossia delle stagioni l’ho sempre detestata dal momento che rendevano difficoltoso il collegamento tra il mio amore ed il filo da equilibrista che separava la nostra nostalgia (non c’hai mai fatto caso?). Quanto vorrei essere tra i tuoi fiori, per raccogliere l’acqua dalla tua fonte e farmela bastare. Ma agosto è pericolante e crolla quando viene contraddetto.

Ora, mentre ascolto l’inquietudine di Giovanni per la volta numero enne, non riesco a trattenere l’oscillazione delle rughe sulla mia fronte, quel crepitìo che il sale, chiamato in causa, genera; scommetto che se mi vedessi volteresti la tua bellezza dall’altra parte, sei sempre stata insofferente verso la sofferenza, mi diresti semplicemente che le comete come te non per forza devono precipitare, ma possono rimanere sospese. Una logica conseguenza.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (2 utenti hanno gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Henry Lee  

Questo autore ha pubblicato 54 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Alla fine, col calduccio che c’è qui, sarai costretta a dire che ci siamo amati per timore del freddo, anche se sai che la penso diversamente, non abbiamo mai sofferto il freddo. Un’ape smarrita mi ha costretta ad inseguirla e solo per poco non l’ho acchiappata, tutta colpa di un senso dell’orientamento che mi ha costretto a camminare anziché correre; poi mi sono ritrovato perso e (Dio mio!) quanto avrei voluto le sue ali pur di tornare da te, distratto che non sono altro. Solo sui graffiti di un tempo ti ho ritrovata, quelle volte che ti pensavo così raramente che mi premeva inciderlo sui muri, con un pezzo di mattone che avevo estratto apposta dal muro del mio vicino. Ora la sua casa non c’è più, ed il mio rimorso contorce lo stomaco facendomi piegare dal dolore (sono davvero stato io?); solo vedendo altre case crollare la mia memoria si è riformattata, dando la colpa al terremoto e non a te. Quando mai è colpa tua quando sono innamorato? E non riesco a farne a meno, l’hanno detto anche in televisione, nei programmi ad alto tasso di colesterolo, quando il cuore è in serio pericolo. Ora, in questo preciso istante, mi riaffiori nella mente, come un pesce che non vuole affogare, mi abbraccio in posizione fetale, rigando l’aria coi gomiti, non ha senso tapparmi le orecchie perché questo tipo di pensieri, dicono, escono dalla prima porta che trovano. Ma non è colpa tua se sento freddo, sarà che sono finiti i muri, che gli edifici là fuori crescono assieme alle gru, le stesse gru su cui mi sono arrampicato per avvicinarmi a te, ogni volta che aveva senso scaldarti.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (2 utenti hanno gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Henry Lee  

Questo autore ha pubblicato 54 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Uniti dallo stesso compito, quello del “vivere nonostante”, associammo il benessere alla salute, come fossero sinonimi, e già dai primi istanti scoprimmo quanto ne fossimo distanti. “Rendi meglio nella sofferenza”, mi dicesti, scaraventandomi questo epitaffio che io stesso incisi nell’aria e lo respirai un attimo dopo; “Credo tu abbia ragione”, pur non essendo nella ragione, eri confusa ed appena te lo feci notare hai voltato lo sguardo per capire se fuori piovesse o c’era il sole, senza distinguere un muro da un vetro. Vivi a salve ora, creando malumore anche tra le piastrelle separate dal nero delle fughe. “Dai fuggiamo anche noi!”, ma non c’era un minimo di determinazione nella tua voce ieri sera ed i tempi tra una parola e l’altra stavano allungandosi come i pioppi quando tentano di raggiungere il cielo.

Le campane insistono a dichiarare il mezzogiorno, sebbene le ore che ho venduto al mio capo mi indicano che il fuso orario per oggi è mutato, oggi adoperiamo quello di Ankara. “Non tornerò per pranzo”, queste uniche parole che ti ho trasmesso dalla mattina le ho messe da parte per un uso futuro, qualora il tempo mi volesse ingannare nuovamente. Se il mio amore equivalesse i miei pensieri volerei da te e ti direi che ti amo, ma è marzo e l’inverno muore anche nella mia testa. C’è una primavera che attende, non solo tu. Se solo volassi tu per una volta, anche senza usare i mezzi di trasporto, dai, assalta il cielo e piovimi addosso, come fanno le mie lacrime quando percorrono i fossati della mia vecchiaia. Ma tu dai troppo ascolto a quel campanile e quando ti accorgerai che il sacerdote mente come fanno gli uomini, allora io sarò fuggito lasciando nella cassetta postale ogni mio pensiero punito dall’usura. “Non aspettarmi per pranzo, oggi è primavera”.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (3 utenti hanno gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Henry Lee  

Questo autore ha pubblicato 54 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Se non fosse per lo spirito saremmo solo carne viva che mangia carne morta.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (3 utenti hanno gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: nabrunindu*   Socio sostenitore del Club Poetico dal 04-06-2013

Questo autore ha pubblicato 364 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Mi chiedo se la mente
può avere un pò di pace
mi chiedo se le vie che percorrono
sentieri tortuosi avranno
un filo di ragione e consumata
nell'acqua stagnante potrà risvegliare
quei sentimenti assopiti da sogni infiniti
distratti dai suoni, delle voci che urlano
e non finiscono mai di agitarsi
e se ne fregano se qualcuno soffre
vivendo nel dolore più profondo
senza essere capito, mi domando
qual è la cosa da vivere davvero
mentre ogni cosa sembra inutile
quando svanisce anche il silenzio






1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (1 utente ha gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: poesie profonde*   Sostenitore del Club Poetico dal 25-07-2013

Questo autore ha pubblicato 448 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Cari tutti, il risveglio è l’intimo mio terrore, perché quale tipo di ossigeno mi spetta domani? Le porte saranno ancora nel luogo dove le avevo chiuse o il labirinto si è fatto realtà accorpandomi? Bene, il cancro che mi trivella col suo fare inesorabile e cinico proprio come ogni risveglio appunto, bussa ogni attimo e lo fa con l’impugnatura più spessa che trova. E gli estranei sguardi si infittiscono come una pioggia tropicale, con il loro fare così amorevole che vien voglia di abbracciarli forte, più forte, ancora più forte, come fa un mamba con la sua preda. Prego come se ciò bastasse a lenìre il dolore, a restituirmi il sangue perso, “ridonami o Signore le mie orme d’infanzia”. So che Lui mi ascolta, forse è l’unico a farlo veramente; nel momento vuoto di un mio pensiero si fa strada ogni tanto la convinzione che tutto sia irreale, voglio dire niente di quel che accade accade veramente, come se fossimo tutti attori di un gioco orchestrato da un burattinaio invisibile, e per questo letale. Siamo una gigantesca mensa dove il nettare sono i nostri pensieri ancor prima dell’atto di per sé. E non c’è modo di fermare nessuna parte in battaglia, siamo dello stesso colore si dice, e con lo stesso colore si muore. D’altronde ogni giorno ne ha uno nuovo davanti a sé.

Questa mattina riflettevo, e già in questo il mio piede era in pericolo, sulla pienezza delle riflessioni nella tratta ferroviaria, i volti sconosciuti che addormentati rifornivano aria pesante all’invisibile, quantificando il futuro sotto forma di ore. La distinzione secondo me va fatta tra coloro che l’attimo prima di coricarsi contano gli euro e coloro che al contrario contano le persone care. Nel mezzo quel purgatorio d’umanità che resta in vendita al peggior offerente, mimetizzato nella nebbia dell’inutile diletto. Quindi il dubbio amletico sulla vita al di qua o al di là si diffonde durante il giorno solare oppure i cerchi concentrici su cui ci riflettiamo, narcisisti che non siamo altro, ci faranno rinviare l’epilogo?

Il numero di animali che ingoio durante questa eclissi personale sta via via avvicinandosi verso il numero di animali che respirano dentro il recinto della mia vita lavorativa; e non c’è verso di limitarne il numero, l’onda aumenta e lo tsunami della vergogna ricade pesantemente sulle teste emerse. Il fascino dell’anticonformismo vince ed evapora, per far posto a nuovo delirio di bellezza estetica ineccepibile. Il vuoto che riempie altro vuoto, lo zero che si sovrappone allo zero.

Ed io che mi perdo nel rumore del sole e nel silenzio della luna, diritto nella mia strada contorta, a testa bassa, con la consapevolezza crescente che il pettine funzionerà, sbarrerà ogni radice malata e grassa, riportando allo stato iniziale tutte le cose, un reset esistenziale continuo finchè il labirinto non porterà alla giusta porta d’entrata.

Non ultima l’ultima umiliazione inflitta, sguardo basso a cercare auto convinzione dell’assurdo, che dire, nessuna sorpresa. Però la corda si assottiglia, il respiro si fa affannoso e rumoroso, sgomita tra un pensiero ed un altro, in direzione rettilinea ma opposta; finirà? Io dico di no, come le volte in cui ho dovuto dire si, e sono molte credo. Lo stomaco non sempre fa defluire verso la giusta via ciò che viene inghiottito, talvolta questi si affezionano talmente tanto alla strada maestra che si legano per qualche secondo al vecchio anziché al nuovo, un po’ come la società di oggi. A nulla valgono i tentativi di correzione tramite segnaletica, i ciechi vedono benissimo quando devono sbagliare. È così difficile cambiare quando il fascino moltiplicato all’attrazione rende zero ogni cosa, riportando in pochi attimi l’origine nel gradino più alto.

Adoro i film perché quando esce la scritta “fine” significa effettivamente che la proiezione è terminata, ti metti il cuore in pace, analizzi se ti è piaciuto il film e amen, così sia, stop. Non resti nell’attesa di tirare la tenda di velluto pesante e ritrovarti nuovamente nel copione, no! Torni nell’esistenza originale, gli attori ricompaiono, molto migliori rispetto a quelli della pellicola, sorriso e sterco che il più delle volte coincidono, per non perdere il tema concordato, e ancora pedoni giù a dritta nella strada maestra, quella da cui dipendi, da cui rimani appeso con la corda più resistente, in modo da non far soffrire il collo. Mi manca la sensazione della morte fisica perché quella cerebrale è di gran lunga la peggiore, ti spegni come una candela che brama di fuoco ma sputa acqua, senti che il tremolìo che rende instabile il tuo passo non è quello che vedi alla tv nell’ora di cena, quando pensi “spero non capiti mai qui”, quel tremolìo non avrà mai governo che potrà sorreggerlo perché il film che stai interpretando ha un regista la cui pellicola deve ancora arrivare, si arrangia su di te come una canzone grezza in cui nemmeno il suono produce un tono.

Non riesco a convincermi che dopotutto la caduta non farà il male che nel mio inconscio è già inflitto. È una pena che nessuna penna saprà descrivere al meglio, come posso sorridere in mezzo a tanto soffrire? Mi piego e mi rialzo in attesa del prossimo filantropo che raccoglie la mia testa per lucidarmela e ripormela, denti in vista e coltello dietro la schiena, e pensare che la lucidità del suo smalto mi lusingherebbe addirittura. Ho le spalle lucide, con la pellicola ancora intatta, non che la voglia togliere, no, questa soddisfazione non la dò a nessuno, però accidenti se vorrei solo per un attimo scoprire il vento che verrebbe ad accarezzare loro, sapere chi lo conduce, chi ne è leader, ed apprezzarne lo stesso fetido profumo d’assassino, il delitto perfetto. Non riesco più a scrivere, l’imbuto che mi divora le parole ha un buco talmente sottile che da egoista lo tiene per sé in cerca del respiro continuo e rassicurante. Eppure senza ossigeno vivo ugualmente, ho lei accanto, da curare come la più splendida delle orchidee, ma come queste urge di luce e luce non riesco più ad espellere, sono soffocato dalle maleodoranti vite in vita. Ho timore di arrivare al limite senza poter aver mai guardato compiaciuto il tachimetro che mi ha condotto fino a quel punto, ma almeno mi aspetto di sorridere alla mia anima, e che lei sia compiaciuta di me. Me l’hanno rubata giorno dopo giorno in piccole quantità, però so di poterla riavere con me, come la più fedele delle amanti. E ci sarà lei con me.
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Henry Lee  

Questo autore ha pubblicato 54 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Cari, mi duole la schiena, i pensieri cominciano ad
affollare la mia mente ed il loro eccessivo peso mi fa inarcare il mio corpo
all’eccesso, facendo sembrare il tutto come uno zero sghimbescio. Pure i numeri
ora cominciano a dare i numeri ed io ho smesso di contare persino i passi,
figuriamoci le figure. Vuoto assoluto e non è una precoce senilità a
preoccuparmi, neppure i governanti, inutili buffoni; cerco solamente il sonno
che mi restituisca la vita, che non sia d’inerzia o costanti accelerazioni,
voglio volere senza preoccuparmi del dovere. E questa incessante assenza
dell’esaudito desiderio che non arriva? Ho smesso di scrutare il cielo, forse
non del tutto, però adesso passo più ore a lucidarmi le scarpe e questo pesa
ancor di più nelle vertebre, nelle viscere. Sorrido e non smetto di
paralizzarmi di fronte ad una cortese richiesta di osservazione, inchinandomi
nel prepotente mondo dell’apparire, degli Amici e dello Show; polvere eravamo e
polvere ritorneremo, dimissioni permettendo, regime permettendo, volgarità
permettendo. Ed io nel frattempo spero e defeco, solo per scoprire il colore di
questa polvere, se è buona oppure di pessimo taglio. Vedete, più il tempo passa
più passano i valori che in fin dei conti ci hanno cresciuto, voglio dire dal
latte della mattina al segno della Croce con preghierina inclusa nel pacchetto,
ci mancherebbe. I giornali stop, c’è un commercio di lenti da far spavento
quindi basta dita annerite di petrolio, si cambia! Un conservatore chi è? Un
allevatore di musicassette oppure la concretezza, la forma umana della
nostalgia? Non so davvero se questa direzione soltanto rettilinea sia utile o
perlomeno sbrigativa per lo scopo della mèta da raggiungere… perché se poi la
strada è interrotta oppure dissestata o meglio ancora solo sterrata, ecco, io
torno indietro, ho mal di schiena e non voglio sobbalzi ulteriori; il mezzo non
è dotato di retromarcia, tecnologia si ma solo se due-tre passi alla volta.
Quindi il primo non è più dispari, non è più e basta. Sono stanco e mi siedo,
respiro e battito, due sincronìe splendide, musicali, per niente metalliche. E
fischietto, anche se non mi va di farmi una doccia, intanto puzzare non è tra i
miei difetti, semmai odoro, contagio, ma mai nessun fetore. Siamo rimasti molti
in questa folle (Madre?)Terra e vi confido che la mia rabbia sale, tra questo silenzio, 
perchè i molti fanno meno dei pochi; la parola si esaurisce nel significato preistorico del termine,
probabilmente non è per tutti, e pensare che non ho mai creduto e nessun regime, figuriamoci se credo a quello
odierno, passerà come passano le stagioni e gli amori. Torneremo a scorrere?

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (1 utente ha gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Henry Lee  

Questo autore ha pubblicato 54 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Ho passato la vita
ad esaurirmi
come si esaurisce una foglia
quando inizia ad arrivare
il freddo.
Ho ubbidito già prima di nascere,
e già al primo vagito
mi dicevano di stare zitto.
Poi il primo giorno di scuola non ne parliamo
che paura
quando facevo qualche marachella.
Come un lampo è arrivata
l'ora di andare a lavorare
cavolo come ero felice!
Non ci stavo nella pelle
intanto gli anni passavano
così veloci
come passano le nuvole
quando finisce un temporale.
E' stato tutto come un sogno,
mi son trovato subito
alla mezza età
all'inizio non sapevo nemmeno
cosa fosse,
poi ho perso il lavoro 
ed ho capito, ho perso tutto
non dormivo la notte
e non mi vergogno a dirlo
piangevo..
Quanti come me
nella mia stessa situazione,
non ci pensavo per niente
ed invece è la triste realtà,
ieri eri un Dio oggi non sei niente
nemmeno un numero.
Per dire la verità ci ho riprovato
a ributtarmi nel mondo del lavoro
ma tutto è cambiato
ora ci sono i contratti a chiamata i voucher
oggi sei qua domani la
e tiri a campà.
Una volta i contratti erano indeterminati
ora di indeterminato è rimasto solo 
quando ti fanno il funerale.
Ho passato una vita a ubbidire
ad ascoltare senza parlare,
ma ora sono stanco
mi voglio sfogare
e mandare al diavolo
questa assurda società
perché ognuno di noi
ha una dignità
che vale molto di più
di uno sporco ipocrita
contratto...
1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (1 utente ha gradito)
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: conca raffaello  

Questo autore ha pubblicato 577 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Nell'intelletto risiede la naturale forza,

che in un incommensurabile ordine,

regola l'orologio biologico dell'organismo umano.

Di esso non ne comprendiamo il funzionamento

se lo analizziamo in quanto tale non considerando

le sue manifestazioni oggetto di studi accurati.

Esiste la consapevolezza di se stessi

se non è possibile provarla?

Se io so di essere, lo so perché

consapevolmente ne sono cosciente

oppure inconsapevolmente esisto

in modo cosciente.

Ciò che coordina il nostro pensiero

e che di esso ne ricerca l'origine,

può spiegare la sua stessa natura o funzione?

L'interrogativo stesso altro non è

che il dubbio dell'esistenza che vuol dare

corpo a se stessa nel tentativo di

non rendere eterea la sensazione motoria

che governa tutto l'agire dell'individuo.

Potremmo spiegare il pensiero nel suo continuo evolversi

in realtà a cui impropriamente diamo diverse connotazioni.

Cogito ergo sum...

Eppure dovremmo poter spiegare

il motivo del pensare che dà vita alla sua stessa essenza.




Il pensiero dovrebbe essere in grado di svelare

se stesso immaginandosi in una sorta di bilocazione,

in cui un doppio binario consente a due entità,

in tutto e per tutto identiche,di correre parallelamente in un moto perenne,

senza possibilità di intersecarsi ed interagire fra esse.

Potremmo dire che in noi vive un pensiero che in apparenza è singolo

ma che poi si manifesta in modo doppio ed univoco al tempo stesso

essendo una la sua natura.



Io sono,

so di essere ma non posso provarlo se non con un affermazione

basata sul pensiero, ma essendo esso stesso indefinito cade

la certezza della sua definizione.

L'io che dice di essere consapevole non è altro che forma inconsapevole

di consapevolezza.




Ecco che allora l'inesistenza può essere giustificata con l'infinità

rappresentazione di quell'universo che ci ha generato.




L'universo non finito per definizione,

riassume in sé il pensiero,

che per tal motivo entra a far parte di una collocazione infinita.




Quello che è la rappresentazione a cui ci ha abituato la convenzione dell'uomo

e cioè la non misurabilità numerica d'un limite va applicata alla definizione di pensiero

che può dirsi privo d'origini e confini

in quanto paritetica emanazione dell'universo stesso.




Il pensiero diviene allora universale inteso come pura estensione infinita

del tutto che lo circonda.

E se dalla sua universalità scindiamo la fisicità corporale dell'uomo

addiveniamo ad una semplice conclusione:

l'uomo è certo e finito nel corpo,

incerto ed indefinito nell'essenza pensiero.

L'uomo considerato come emanazione di pensiero

diviene universale in un perenne andare illimitato.

Dire che egli è universale equivale a dire

che il suo pensiero lo è in egual misura.

Da ciò ne deriva che il “poetare” derivando

dal pensiero stesso è sua forma universale d'espressione

non soggetta a definizioni e giudizi perché non giustificabili

per definirlo.




“PENSARE VUOL DIRE FAR PARTE DELL'UNIVERSO,

ESSERE UNO E INFINITO

NELL'ARCHETIPO DELLA CREAZIONE.”





1 1 1 1 1 1 1 1 1 1
quanto hai gradito questo testo?
Profilo Autore: Giancarlo Gravili*   Sostenitore del Club Poetico dal 12-10-2016

Questo autore ha pubblicato 178 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
Per maggiori informazioni sui cookie e per gestire le preferenze sui cookie (di prima e/o terza parte) si invitano gli utenti a visitare anche la piattaforma www.youronlinechoices.com. Si ricorda però che la disabilitazione dei cookie di navigazione o quelli funzionali può causare il malfunzionamento del Sito e/o limitare il servizio.