Mentre la perversione del cielo si limitava a lampeggiare i silenzi delle case, noi restammo in attesa del fulmine perfetto, sopraffatti dalla bravura con cui il vento scolpiva la parte fragile degli arbusti. La tua lontananza era a venti centimetri dalle mie labbra e restava parallela alle gocce che disperate chiedevano alle finestre di non opporre resistenza. Sarà stato il linguaggio mal interpretato o un cinismo inaspettato, ma il vetro non si scompose e le lasciò precipitare sui davanzali, a quietare la sete del marmo. L’eco della mia voce cadde per terra nel momento stesso in cui un tuono sparpagliò fragore nelle terre dimenticate dove la tua mente si era rifugiata. Aprii gli occhi e tu non c’eri. Non c’eri.

Ti eri talmente innamorata di quella steppa mongola che non avresti voluto che morire distribuita lì, dove l’erba cresce assieme alla terra per non creare differenze, dove il vento diventa un linguaggio ed allo stesso tempo traduttore degli infiniti dialoghi tra la terra stessa e il cielo; assorta ed assorbita da quella bellezza mi lasciasti preda del delirio climatico, in continua ricerca della tua attenzione, ma non c’eri più. A stento e con la stanchezza aggrovigliata sulle spalle mi convinsi che almeno alle gambe avrei dovuto dare una tregua, così mi sedetti sulla prua di una sedia, con le mani che reggevano la continuità del giorno, nella speranza che un biglietto di ritorno ti riportasse da me, a ricomporre i miei battiti, a darmi un riferimento, a mettere un segno rosso sangue sul mio petto, ad indicare da dove nasce ogni cosa.

Non sapevo di aver così tanto bisogno di te

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Profilo Autore: Henry Lee  

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