Recensione Sara Cristofori

“Han fatto una vita/ i colori/ di mille stagioni/ siamo essenza di passato/ siamo arcobaleni/ caleidoscopi/ colori di vento/ di musica/ di emozioni/ e tutti divengono/ il ricordo/ di un ricordo. Il “ ricordo di un ricordo”, ecco in breve sintesi il tema della poetica di Sara Cristofori, perché in questo viaggio a ritroso della memoria, spesso la fermata intermedia è già un ricordo. Souvenirs, per dirlo con un vocabolo di quella Francia che torna spesso nei suoi versi, che possono essere scatenati da tante sensazioni, dalla musica, dagli odori, dai sapori della tavola. Di questa atmosfera proustiana vogliamo segnalare “1968 primi versi“ dove la nostra autrice scrive “Erano i miei versi allora/ per hippies colorati/ per canzoni di rivolta/ d’amore vincente/ su chitarre amiche/ nelle spiagge della sera/ così tra vino e birra/ nasceva quella voglia/ di scrivere poesia”. Versi che nascono nella rivolta, nel clima antiautoritario che ha spinto i giovani di allora, alla prima ribellione nei confronti di ogni potere, anche di quello familiare. E da lì che si dipana il racconto delle delusioni, dei “ deja vu” con vista sul disincanto verso l’amore. Come in "Delusione": dove nella chiusa Sara scrive “ Questa la storia/ che mi hai regalato/ mentre speravo/ le aiuole colorate/ dell'ultimo paradiso”. O come in “ Parole del cuore: “…ben poco è rimasto/ di quelle d’amore/ ci trovo soltanto/ lemmi di amarezza/ e qualche rimpianto,/ ma sono anche questi/ sentimenti  profondi/ li portiamo dentro/ negarli non serve. Non serve negare delusioni e rimpianti, meglio accettarli come parte fondante della realtà e scriverne come in “Muro” : “Parlavano una volta/ i nostri silenzi/ fu poi solo silenzio/ nelle nostre parole…Oggi manchi da tanto/ se guardo davanti/ vedo il muro vicino/ (già ne distinguo i mattoni)/ un poco di metri/ un poco di passi/ e dopo l'impatto finale”. E nell’ossimoro tra i silenzi che parlano e le parole che tacciono, c’è il senso del fallimento di ogni relazione. A volte i ricordi hanno un passo di nostalgica leggerezza come in “Valzer a Venezia: “Nel cuor della notte/ un valzer danzato/ in piazza San Marco/ non c'era nessuno/ - rideva la luna contando le onde -/ noi due nell'incanto/ del magico affresco/ e una Venezia di perla/ silente nel sonno.” In questi versi c’è tutta la tenerezza dell’amore: il valzer solitario e la luna che nel cuore della notte conta le onde della laguna. Immagini di grande poesia. E’ molto diverso, invece, il clima di “Vorrei venire da te” dove Sara scrive: “Vorrei venire da te…/invece no /non potrò essere lì/ sono ferme le pietre dentro/ non riesco più a riflettermi/ negli occhi di qualcuno/ così alla notte chiedo/ se ricorda - almeno lei –/ se e quando fui felice”. E’ il dubbio qui a dominare la scena, nemmeno il ricordo può stabilire se mai c'è stato un tempo di felicità in un amore. C’è il disincanto invece nel ricordo che ha ispirato “Incontro”: “margarita... mojito/ cin cin/ da molto che non capitava/ stai bene ora lontano da me?/adesso sì, /davvero,e tu?/anche io, anche meglio/senz'altro di più/ che faremo/ di noi stasera?” E quel pizzico d’imbarazzo nell’incontro con chi un giorno si è amato, ma anche una scrittura più divertita e ironica. Più tenero “l’amarcord” di “Love Card” “poi quelle tue braccia/che erano casa/ e tanto da dire/ per noi due stranieri/ di terre diverse.../ Fu solo un sogno/ un po' tenero e folle/"yes my dear darling/'twas only a dream". Si caro tesoro era solo un sogno e se era tale, ingenuo e per questo impossibile, non può esserci più astio nel ricordo. Spesso fanno male i ricordi, al punto da odiare tutto ciò che li anima o che li riporta alla coscienza, come in “Odiato sole": Quel sole ha brillato/ ogni giorno/ inesorabile insolente/ sulla mia dolorosa impotenza…/ho potuto solo odiarlo/ con fermezza/ con forza/e per sempre/ così come/ ho amato/te.” Non è la ribellione al dolore provocato dalla delusione, però, l’atteggiamento abituale dell’autrice, quanto la malinconica accettazione della realtà, che dall’emozioni dell’amore si trasferisce ad altre sfere. E diventa sguardo sul mondo come in “Deja vu (piove dolcemente)”: “Piove dolcemente/ in questo pomeriggio/ tiepido di primavera/ solo il rumore dei miei passi/ lenti sulla ghiaia/ tante storie nei pensieri/ tante immagini di una vita/ a farmi compagnia. E la passeggiata solitaria e lenta sulla ghiaia in un pomeriggio di primavera può riportare alla memoria quei ricordi che hanno il potere di sconfiggere la solitudine. La serie dei deja vu pubblicati da Sara è molto lunga, eppure nella sua poetica c’è spazio per qualcosa che non ti aspetti, che sembra totalmente parallela alla sua lettura della realtà: le filastrocche. La scelta di realizzare la video poesia su una filastrocca per bambini può essere spiazzante, considerata l’attenzione di Sara nei confronti del passato, ma nelle intenzioni dell’autrice, probabilmente c’è la volontà di lasciare qualcosa alle generazioni future. In questo contesto si capisce l’attenzione verso il mondo dell’infanzia, Sara ha pubblicato tante filastrocche sul sito e forse un giorno realizzerà un libro con alcune di queste: noi glielo auguriamo. In “ Nonno Carnevale” sono le maschere e i personaggi Dysney a riempire la scena “Mi vesto da Fatina/ tutta di tulle e stelle/ tu invece da Regina/ saremo le più belle. Nuvole di coriandoli/ ci piovono dal cielo/ mille stelle filanti/ ci coprono di un velo. La maschera da Luna/ si bacia con il Sole/ mentre laggiù Arlecchino/ fa mille capriole. /Pierrot con finta lacrima/ corteggia Colombina/ le dedica poesie/ di sera e di mattina./ C'è anche Pulcinella/ vuol far bella figura/ e canta a squarciagola/ stonando da paura/". E se il tono dei versi è leggero e tenero, la costruzione è tutt’altro che banale o infantile (tu invece da regina, saremo le più belle, con il passaggio improvviso dal pronome personale singolare a quello plurale e non sono le sole sottigliezze stilistiche di questi versi). In “ Dindolon e Celestina”, invece, la scelta della metrica è più tradizionale, il testo è realizzato in rima baciata, ma grazie all’appropriata scelta dei vocaboli e al ritmo veloce del verso risulta tutt’altro che pesante. “La farfalla Celestina/molto molto birichina/ svolazzava un po’ annoiata/ sopra i fiori e l’insalata/ era stanca di volare/ lei voleva galoppare…/ Poco in là sul praticello/ vide un cavallino bello/ era in legno Dindolon/ cavallino dondolon/ anche lui era annoiato/ senza esser cavalcato./ Celestina lo avvicina/ e gli chiede assai carina/ “mi faresti galoppare?” Dindolon senza esitare/ “ogni volta che vorrai/ e che qui tu mi vedrai”. In “Abracadabra” invece “Bevo dal ruscello/ l'acqua che è aranciata/ corro sopra un prato/ che ha fiori in cioccolata./ Ma il raggio ormai scompare/ ci scivolo sopra olé/ abracadabrasullabrosilibra/lascio il paese di Chissadovè/". Nell’universo poetico di Sara c’è posto per i ricordi del passato, per la disillusione, la malinconia, ma sino a quando riuscirà a connettersi con questa dolcezza e abilità col mondo dell’infanzia, allora ci sarà ancora una meta da inseguire, un futuro cui guardare con speranza.

 Francesco Burgio

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Profilo Autore: Sara Cristofori*   Sostenitore del Club Poetico dal 05-10-2015

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Recensione Demetrio Amaddeo

“…Io sono Dio e voi non siete un cazzo/ non può essere diversamente/se parlo in silenzio/ se mi si accende un tramonto/ se vado e torno dall’inferno/ se pulso di passione in ogni angolo/ se piango guardando i suoi occhi/ se mi commuovo quando l’accarezzo/se muoio di baci e d’orgasmo”…Sono Dio perché mi giustizio da solo/ ogni giorno, ogni notte/davanti al sepolcro della mia anima/ e sempre risorgo/sul patibolo del mio Paradiso”. Sono parte dei versi della video poesia che Antonia Vono ha elaborato graficamente, perfetti per esprimere l’atteggiamento del poeta nei confronti dell’esistenza: uno sguardo senza pietà verso gli altri e verso se stesso. Perché in quel giustiziarsi quotidiano e nel risorgere dal patibolo del proprio Paradiso, quello che ha gli occhi dell’amore, c’è il senso dell’introspezione più profonda. Non solo lo sguardo senza pietà, ma anche la provocazione costante verso ogni forma di falsità, di compromesso, di accomodamento della realtà.

Atteggiamento ancora più evidente nel testo di “Un mondo senza palle”: “…E' un mondo di sotterfugi/egoismo, bugie/del “mi faccio i cazzi miei”./E' un mondo di poesie/false pacche sulle spalle/ipocrisie. E' un mondo che tutti parlano/e nessuno ascolta… Ed io mi ritrovo solo/in questo limbo/chiuso nel recinto/come un bimbo nella culla/me ne sto in disparte/come un extraterrestre/e cerco la sua voce/come una nenia/che mi lecca le ferite/cerco il suo seno/da accarezzare/cerco il suo amore/prima di morire”. Scritto con linguaggio diretto, duro, spietato, una requisitoria contro ogni ipocrisia, contro ogni forma di assuefazione al conformismo. L’unica soluzione contro il limbo della solitudine o la chiusura nel recinto dell’isolamento volontario, resta il seno di una donna da accarezzare, di un amore che curi o almeno addolcisca le ferite dell’anima. La sfida contro l’ipocrisia e la falsità è presente anche in “Non sono per tutti” dove Amaddeo scrive: “ Non sono per tutti/ anche se a volte anch’io mi sono venduto/ al mercato delle nostre illusioni/ ma non sono merce di scambio/ e non baratto il mio tempo/ con le vostre prigioni/… Non sono per tutti/ anche se a volte ho venduto le mie catene/ per volare e volare almeno un secondo/ oltre le barriere dell’ovvio/ della noia e del sapere/ farfugliando parole per non morire/ e poi sono tornato a incatenarmi”. Tornano le stesse argomentazioni della video poesia, agganciate all’orgoglio di chi sa di valere, ma rifiuta a priori di vendersi o di scendere a compromessi con un sistema editoriale vessatorio per poterlo dimostrare.

 

Le provocazioni tornano con “E oggi cosa scrivo” in cui il poeta si scaglia contro la banalità di tanti versi altrui “…Magari scrivo qualcosa per meravigliare/ qualcosa che potreste invidiare/ da farvi alzare dalla sedia e applaudire/ qualcosa che non m’appartiene/ e lo farò solo per sfoggiare/ il mio talento da poeta da strapazzo/ l’arguta visione di una pazzo/ che si serve della poesia/ per sviscerare sentimento/…Scriverò dell’orgasmo/ lo scrivere di un lampo/ per non morire di normalità/ e mi farò violentare/ fino a farmi eccitare/ dai miei stessi versi/ una sorte di autoerotismo/ oltre quel recinto/ che non ho il coraggio di varcare/. Perché è di altro che si deve occupare il poeta: descrivere la realtà, interrogarsi sui fini dell’esistenza, di scrivere d’amore in modo sincero, vero, carnale. Non cartoline illustrate, non frasi di circostanza, non vuote romanticherie, ma vita reale, errori e correzioni, sangue ed eros, sentimenti autentici. Come in Scrivere d’amore, dove il poeta esprime il suo pensiero sull’argomento: “ se non avete amore/non scrivete d’amore/…e quando scriverete d’amore/ non spiegate l’amore/ e non cercate parole/ per far capire cos’è l’amore/…Non scrivete d’amore/ se non avete amore/ saranno poesie/senza nessun fine/ nessun valore/ senza Amore”. Quell’amore che è l’unica ancora di salvezza per sfuggire al nulla, ma anche per elevarsi verso una diversa visione dell’esistenza, perché se l’amore diventa gratuito, se è senza compromessi, allora merita di essere perseguito. Come in “Il nulla e l’amore” : “ Tu dimmi:/ siamo anche noi coinvolti/ dall’inganno/ o ci salveremo volando alto/ al di là del cielo, dell’infinito/ e del volto di Dio/ che ci guarda/ ed io che pure non credo/ lo vedo annuire/ e piangere del segreto/ di un amore che nulla chiede”. Perché è nella gratuità del sentimento, nella capacità di sfuggire alle convenzioni, alle prigioni del quotidiano, che si può misurarne il valore e l’autenticità. Non solo l’amore per una donna, ma anche quello di una madre, forse il più disinteressato di tutti, perché scavato nella condivisione dello stesso sangue. E nella chiusa di “Questa mia vita” Demetrio dopo aver fatto l’inventario dei fallimenti di una vita, cita proprio l’amore materno, scrivendo: “Di questa vita ho sbagliato tutto/ il passo, il salto, il volo/il tragitto verso l’assoluto./In questa vita ho fallito/e adesso mi ritrovo nudo/a vagare per strada/con una valigia piena di inutili poesie/. Questa vita mi ha offeso/ mi ha scavato e denigrato/succhiandomi fino alla radice/il sangue, il bene/
l’amore che mia madre mi ha regalato.” La peggior offesa ricevuta dalla vita è l’aver perso il bene che l’amore materno ha saputo regalargli.

Le tematiche esistenziali abbinate all’amore tornano in altri due testi dell’autore. In Morirò da solo: “Morirò da solo/cercando il Dio del mio dolore/aspettando lei, in un albergo ad ore/

ingoiando la luna e rantolando amore/tra l'inizio e la fine di una nuova stagione/… Morirò da solo/ in compagnia delle mie mosche/come una larva cercando negli odori/quello che non esiste” e in “L’inferno che ho già sognato”: “Vorrei solo sparire/nascondermi, liquefarmi/ingoiarmi il cuore/che mi pulsa in gola/mordermi il cervello/percuotermi la carne/e impiccarmi l'anima/nell'albero più alto/di questo macello/…E non c'è luce/che può illuminare/la strada che mi porterà da lei/e il resto dei miei anni/saranno l'inferno che ho già sognato”. In entrambe le liriche non c’è alcun tipo di compiacenza e se l’amore è “l’inferno sognato”, allora lo spazio per la speranza è chiuso e il sogno è parente stretto degli incubi a occhi aperti. Lo stesso linguaggio poetico ha i colori dell’incubo: liquefarmi- ingoiarmi il cuore- percuotermi la carne- impiccarmi- in compagnia delle mosche- come una larva: immagini poetiche forti espresse con linguaggio scarno e volutamente brutale.

Il senso di estraneità rispetto alla realtà di questo scorcio di secolo risalta in “Straniero” dove il poeta parla di alienazione e scrive di sentirsi straniero pure a sé stesso: “…Sono straniero nella mia terra/ e in ogni parte del mondo/ sono figlio della luna e figlio del cielo/sono straniero in ogni posto/ e anche dentro di me”. Concetto ribadito anche in “Sono tornato” : “ …Sono tornato con tutta la zavorra/del mio ieri/ con il passo stanco di un illuso/ quando ha baciato Dio/ sino ad essere colluso/ con la pioggia e le maree/ di giorni senza buio e senza notti/… Sono tornato a riappropriami del mio nulla/ di un credo che non parla la mia lingua/ e qui ormai rimango come uno straniero/ senza cuore sangue anima/ uomo finto con viso d’argilla”. La metafora dello “ straniero” che qui ritorna è centrale nella poetica dell’Amaddeo. Per chiudere questa recensione ho scelto le riflessioni filosofiche su Dio, la cui presenza/assenza permea parecchi dei versi analizzati, compresi quelli della video poesia.: “ Forse Dio non è mai nato e non è mai morto/forse è la nostra illusione, un miracolo/ o la nostra maledizione/…Forse Dio sono io/ o il mio amore che mi sta ad aspettare/ forse è il nulla o la meravigliosa voglia di vivere/… Dio è il silenzio/ l’attimo che non ha pensiero”. In pochi versi sono ricombinate le tematiche principali della sua poetica, “ l’essere Dio”, se Dio non esiste, l’attesa dell’amore o l’amata che attende, il nulla e il miracolo della vita che, comunque, procede, a dispetto di tutto. E Dio che forse è il silenzio o l’attimo che ci consente di non pensare.

 

Francesco Burgio
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Profilo Autore: Demetrio Amaddeo  

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Recensione Rita Stanzione

 
“Far sbocciare parole nuove/ che tornano alla lingua/ levitando, sul gran peso del nulla/. Iniziò a credere Violette/ ai suoni puri/ tra la sua anima e il mondo./…e li sparse/ al sole di altri occhi/ le sue bozze”. Quasi un manifesto sul lavoro del poeta, che crede ai suoni puri, che li cerca nella propria anima, poi li leviga e li cesella, sino a quando lo sbocciare di parole nuove e il loro trasformarsi e levitare, può alleggerire il peso del nulla e consentire una descrizione più veritiera della realtà. E’ il motivo per cui si è scelto proprio “ Violette” come video poesia, risiede proprio in questo essere sintesi del lavoro dell’artista. E’ una scrittura matura quella di Rita Stanzione, che ha nella ricerca formale, nella cura della singola parola e di ogni suono, il proprio nucleo. Che nulla in questo lavoro sia frutto del caso ce lo conferma la composizione “Come sfrondare sillogi” dove la poetessa scrive: “ Le cose innominate /che sto toccando/ l’inevitabilità del tuo profumo/ a cui partecipo togliendo veli/ dalle coperte di sillabe/. Come si sfrondano sillogi/ e ogni strappo è/ un fiume di grazia/ nel lume incorporeo/ del pensiero/. E’ in questo disvelamento delle sillabe, nello strappo della parola, che il pensiero può tornare a cogliere il senso delle cose e che ogni tema può essere messo a fuoco. Quelli più strettamente esistenziali, come in “Dimensione vaste d’attimi” dove Rita scrive: “ Il sonno ci assorbe/ permeato da una luce immobile/ e la voce che ancora apparecchia sillabe/ per mandarle a vivere/ in tre (o infinite) dimensioni”, dove la scrittura, l’apparecchiare sillabe, è il sentiero che conduce alla scoperta di ogni dimensione e apre la mente alla percezione di ogni forma di vita. O come in Corpuscoli: “ Dal drappeggio di oralità/ si apre un’ala di ceselli/ ballano nell’aria/…arpe sottilissime/ per i suoni impastati/ sul fianco del sole che tocca la luna/ su punte di matite/ si stempera il canto/ si solleva il piede dal duro/ siamo liberi fluttuanti/.”, dove è la stessa dimensione della libertà a dipendere dal drappeggio dell’oralità, dal lavoro di cesello sui suoni impastati, dal temperare matite. Cosi si può sollevare il piede dal duro della vita e silenziare il dolore. E in “ In punta di penna ” Dirò che traspare azzurro/ nelle nostre vite assolute/ dirò/ com’è interminabile/ questo mare/ scritto in punta di penna”, dove anche la dimensione stessa della vita e della natura è descrivibile solo in punta di penna. In “Testimonianza”, invece, l’ultima pubblicata al momento di stendere questa recensione l’autrice scrive della parola come di “creatura venuta al mondo/per un centesimo, schiacciata/ dal peso della conoscenza” e in pochi versi concentra la descrizione della realtà poetica di questo momento, arte poco considerata a favore di altre e schiacciata dal peso della conoscenza. Perché per essere poeti è bene possedere un cultura –espressiva e sistematica- ma evitando che diventi un peso sull’atto puro e “sensitivo” della creazione, sostiene l’autrice. E chi scrive questa recensione è perfettamente d’accordo.

La dimensione del sentimento è largamente presente nella poesia della Stanzione, pur all’interno di una scrittura elegante, riflessiva e controllata. Un sentimento nostalgico e dolente allo stesso tempo come in “Barlume nostalgia” …mi prende il volto con le mani/ come ad accogliere in un vaso/ lo stelo magro della felicità/”. Nostalgia di te che sei/ che vai e che torni/ muro sbrecciato, cielo divelto/ rio sfociante al punto solito/. Il solco sempre: a demarcazione”, con la nostalgia che prevale sulla separazione e con le immagini a fare da contorno al tasto dolente del sentimento. Lo stelo magro della felicità, il muro sbrecciato, il cielo divelto, il fiume che scorre sempre uguale. In “Com’era nella canzone” invece l’autrice scrive: “ Solitudine a grappolo- ti dico-/ ti dò le mani/ mi sei atomi di cielo/ un rifiorente adagio/ al profumo di fresia./ Per quello e il “dentro”/ riparo in radice alla notte/ il cuore, in fase rem”. E il cuore può riposare, pur nella solitudine che vede il rifiorire dell’adagio dell’amore, nella notte che ci ripara da ogni delusione. Le immagini qui sono più leggere e il profumo di fresia permea tutta la composizione. La scrittura dell’amore si conferma elegante e raffinata anche “ in Settimo senso” e noi, l’aver vissuto/ cigli setosi tra gramigne/ e uccelli migratori” e nella contrapposizione tra cigli setosi e gramigne e uccelli migratori c’è tutta la straordinaria cifra stilistica della poetica dell’autrice. Come nei versi di “Esposti”: …e un atomo di elio vaga nel dubbio/ se darsi al brillio o spingersi/ in fondo a un buco d’aria”, bellissimi nel loro procedere ermetico, ma in fondo chiari nel significato. La speranza, però, è sempre a un passo, come in “ E’ questo” dove Rita scrive “ho visto persino il giardino della luna/nel getto del sole: è giallo ginestra”. E’ con questa immagine luminosa che vorrei chiudere questa analisi dei versi di Rita, augurandole ogni successo, perché senza alcun dubbio lo merita. 

Francesco Burgio


 
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Profilo Autore: Rita Stanzione*   Sostenitore del Club Poetico dal 18-07-2015

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Recensione Henry Lee

“ Per come conosciamo noi la vita/ la morte non esiste più”: è nella chiusa “ Del nostro vivere” che Henry Lee sintetizza il suo pensiero. Sta tutto nell’intensità del vissuto, di ciò che si è condiviso per amore, sino al punto in cui ogni paura scompare e la morte stessa appare solo come uno stadio di passaggio a qualcosa di diverso. E’ un amore totalizzante quello descritto dall’autore e che combacia quasi con la stessa esistenza, dall’altro lato della barricata ogni corrosione del sentimento diventa il motore di riflessioni esistenziali sul tempo della vita e su ciò che verrà dopo. Come in “Noi nel tempo” dove l’autore riflette “Esauriti i sogni/ non attendiamo più l’estate/ se arresi all’essenziale/ facciamo di noi la continuità del tempo/.” O come ne “ Il tuo volo”, “Ogni alba ha atteso la notte/ ogni notte si è fatta egoista/ arrampicata sul cielo/ sei voluta precipitare/ E’ di nuovo mattino/ e io muoio/”. Questa relazione “ vita-morte” permea l’intera poetica dell’autore e assume i contorni della “ dipendenza d’amore” perché proprio nell’unicità del sentimento risiede la ragione che ci tiene aggrappati alla vita. In “ Amore dipendente” Henry Lee scrive: “ Questo amore è una reazione endemica/ e corrode più quello che sono che quello che ho/ ma non riesco a fare a meno di te/…del mio lucido cuore innamorato” e in “ Mal d’amare”: “Soffro di un male/ che ha come sintomo la vita/ e ne svuoto i ricordi/ perché del tuo amore possa sentirsi riempita”. E quel mal d’amore è letto nei due versanti della corrosione progressiva della propria anima e dello stimolo che ci tiene in vita, per quanto doloroso a volte possa essere. L’amore non è vissuto però solo nella dimensione della sofferenza, ma ha altre versioni, più intime, più raccolte e più serene. Come in “Tu e (d)io” dove l’autore scrive: “ Abbiamo sorpreso Dio arreso all’invidia/ per la vastità con cui abbiamo colmato il giorno/ Nell’aria si era infiltrata un’eco/ che rapita/ non aveva nessun vuoto da colmare/ Non smettere/ mi imploravi/ mentre inquieto imitavo l’eternità/”. Qui l’amore non ha alcun vuoto da colmare, è talmente pieno da essere invidiato persino da Dio e da imitare l’eternità. In ”L’amor suo”, invece Henry Lee scrive: “ Ho bisogno di lei/ taglierò le tende e sbiadirò il sole/ perché è dell’amor suo/ che il tempo invecchia/”. E’ un canzoniere d’amore quello che Henry Lee ci propone e ogni scritto è permeato nel profondo dal sentimento, ora doloroso, ora estatico, ora immediato. “Nei tuoi occhi il futuro” torna il rapporto tra l’amore e il tempo: “ Ma adesso/ proprio qui/ travolto da questa emorragia d’emozioni/ invento il tempo/ osservandolo negli occhi tuoi/ scrigno aureo di un futuro che ci appartiene/.” Come se il tempo esistesse solo in funzione dell’amore e che, senza le sue emozioni, non fosse più percepibile dalla nostra anima. In “Risveglio” l’autore parla dell’amore di tutta una vita e della possibilità di riconoscerlo e chiede alla vanitosa Luna il sorriso e la capacità di riconoscerlo nella marea di sensazioni fuggevoli. “ …Senza ragazze innamorate intorno solo l’amore di una vita è paragonabile alla musica perfetta e riconoscerlo ti fa consumare troppi specchi…Tic tac tic tac, la volgare onnipresenza dell’inutilità. E il nostro immancabile timbro, vuoto come un tamburo funebre. Donami il sorriso vanitosa luna e dona a tutto ciò che è vero la consapevolezza di un’esistenza utile”. Nella poesia “ Del suo ritorno” i toni si fanno più dolorosi e scuri, la descrizione della donna lascia trasparire uno stato di sofferenza e un evidente senso di confusione. Però è proprio in quell’istante che torna la speranza: “Di colpo si è riaffacciata la vita/ che…ti ha sussurrato lieve/ dove giacere serena/ E’ l’amore probabilmente”. L’amore come un’unica medicina che può cambiare le cose e sconfiggere ogni stato di disagio. In “ Silvia e il suo freddo”, il racconto poetico su cui abbiamo fatto il video, torna lo stesso tema: “ Quando mai la colpa è tua quando sono innamorato?... Ora in questo preciso istante, mi riaffiori nella mente, come un pesce che non vuole affogare, mi abbraccio in posizione fetale, rigando l’aria con i gomiti, non ha senso tapparmi tapparmi le orecchie, perché questo tipo di pensieri, dicono, escono dalla prima porta che trovano. Ma non è colpa tua se sento freddo, sarà che sono finiti i muri/ che gli edifici là fuori crescono insieme alle gru, le stesse gru su cui mi sono arrampicato per avvicinarmi a te/ ogni volta che aveva senso scaldarti”. Quello della sofferenza, qui rappresentata dalla sensazione di freddo provato dalla donna della poesia, che può essere sconfitta solo col calore della profondità e della vastità del sentimento. Il racconto poetico è, a parere di chi scrive, la dimensione ideale per l’immaginario artistico di Henry Lee, perché in una struttura più ampia e narrativa le sue qualità emergono in modo più evidente e soprattutto si nota quella profondità di pensiero che ancora è un po’ imprigionata nella struttura della poesia tradizionale, anche se in certi casi, un procedere narrativo è presente anche nelle liriche pubblicate in tempi più recenti. La scrittura dell’autore è in corso di evoluzione e sono evidenti i caratteri della modernità verso cui già procede. Le potenzialità per espandere la scrittura in varie dimensioni ci sono tutte e la sperimentazione può aiutare a farle emergere.

Di Francesco Burgio
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Profilo Autore: Henry Lee  

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Recensione Sabyr
 
“Un viaggio fluido/ nuotando in un tempo sommerso/ il mio sogno è liquido”, pochi versi, tratti da “ Il mio sogno è liquido” di Sabyr, bastano a delineare una traiettoria poetica. In un viaggio onirico che s’immerge in un mondo oscuro per riemergere in forme e colori più vivi e chiari. Come in “ Sulle vie della luce”, dove l’autrice scrive “verserei il mio sangue stilla a stilla/ pur di ritrovarti sulle vie della luce” oppure in “ Dialogo esoterico con la Luna” quando “nel cuore corvino della notte/ piano smembro il buio/ con ali di luce/ mi accosto alle stelle/sorride la bianca signora…./ e intanto sposo/ i miei atomi all’immenso”. C’è sempre il viaggio, come un percorso di redenzione da seguire per uscire dal lato oscuro e ritrovare il chiarore della bellezza e della poesia o semplicemente per immergersi in un paesaggio esoterico. Questa sensazione di oscurità, di lotta contro i propri demoni si rafforza con la lettura di “ Ballata dei demoni urlanti” dove in versi in rima alternata Sabyr scrive: “sfilano nudi e maledetti tutti quanti/ selvaggi, virili, torbidi/ i miei demoni urlanti/ terribili eppure assurdamente splendidi/ è il ritrovarsi forse la vera dannazione/ non la perdizione. Come se l’anima non avesse più chiari i riferimenti tra bene e male. Probabilmente gioca un ruolo importante in questo immaginario poetico la lettura dei poeti maledetti francesi, da Baudelaire a Verlaine, cui l’autrice ha dedicato delle liriche. “In un caffè con Baudelaire” Sabyr immagina una conversazione in un caffè col poeta dei “ Fiori del male” intrisa di malinconia e immersa in quella “noia” combattuta dal grande poeta francese con l’ubriachezza e il consumo di assenzio.
 
La poetica di Sabyr è pervasa dalla sensualità femminile e dallo slancio verso un eros appassionato, vero motore della scrittura. Ne è un esempio la lirica su cui abbiamo costruito la video poesia “ Tu che sai d’estate in un giorno d’inverno”, dove la scrittura si fa intensa e descrive un amore impetuoso. “Sei il bacio rovente che disfa la neve/ il tepore che scioglie la bruma/ il frutto dolce e maturo della bella stagione/ da assaggiare nel fuoco/ al tempo del segno del leone/ tra i raggi d’oro e luce bionda/ distenditi sui miei campi brinati/ tu che sai d’estate in un giorno d’inverno”. L’autrice si rivolge al suo amore e attraverso immagini che giocano sullo schema degli opposti ( rovente-neve, tepore-bruma) delinea un percorso di colore e calore che sfocia nella trasformazione di un qualunque giorno d’inverno, in una calda giornata estiva. L’amore, però, è analizzato in ogni forma e descritto con metafore di diversa natura: è “ una parola dal cielo” come nella poesia omonima, è il sentimento caduco di “ Separazione”; perché, per quanto amore ci leghi/ tutto è destinato a finire prima o dopo/ esattamente come le stagioni/…la verità è che il ciclo per continuare/ deve paradossalmente interrompersi…” oppure ha il sapore della solitudine di “Centomila solitudini” le ho viste nei tuoi occhi/ centomila solitudini…/anche se volevano nascondersi/come segreti sepolti/in qualche cripta del cuore/ ma sai, io sono amica dei fantasmi”. Un ultimo elemento meritevole di analisi è il rapporto con la dimensione dell’infinito, spesso ritratta con i colori e le profondità dell’universo.
 
Come nel “Il silenzio ostinato delle stelle”: glaciali nuclei di luce/ a cui confesso pallidi sogni/ invado l’etere/ di cosmici echi/ ma muti gli astri splendono/ impassibili, remoti. Dove gli spazi cosmici assistono impassibili ai tenui sogni umani oppure come in “Strane celestiali traiettorie”: il mio cuore bambino/ è alla finestra/ strane celestiali traiettorie/disegnano i suoi sogni/ esprimendo il desiderio/ di non invecchiare mai/ alle porte dell’immenso”, in cui è il cuore bambino a restare inerte dinanzi alle traiettorie astrali, gemello siamese dei tenui sogni della lirica citata in precedenza. E’ tutto ciò che si muove nel cuore “dell’amica dei fantasmi” è il fluido liquido dell’incertezza, quella che nasce dalla forza dei sentimenti o quella che si perde nell’infinità degli spazi interstellari. Come in “Precipitando”: “ma le braccia degli dei/m’hanno lasciato/mi risveglio mortale/ precipitando”. Oppure in “ Existense”: è tutto qui/… allucinazione”. L’incubo e il sogno e viceversa, in un viaggio di andata e ritorno alla ricerca di una diversa dimensione della mente.
 
Francesco Burgio

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Recensione Alberto Automa

“ Una parte del mondo ha il gusto di tornare/ indietro nel tempo” (Tornare 26/2/2017). E’ in quel “ gusto”, il profumo dell’universo poetico di Alberto Automa. Gusto, appunto, non vizio, un assaporare con i tempi lenti della memoria gli eventi del passato. Trasformandoli in delicati bozzetti, accarezzati da una patina di malinconia, lieve e talora corretta dall’ironia. Nessuno slancio lirico, niente spettacolari esplosioni magmatiche, ma un totale controllo del verso, perché esprima i movimenti appena accennati dell’anima. C’è l’intelligenza a sorvegliare tutto e un raccontare per metafore ispirate alla natura e una cura certosina del dettaglio, che particolare dopo particolare ricostruisce il clima dell’anima e lo imprime sulla carta. Anche quando la parola si fa denuncia, non cede al roboante, non ricorre mai all’iperbole, ma ricama per accenni, costruisce una coreografia, un contesto adeguato allo scopo. Come ad esempio nel “ Calicanto di Pffaffikon” dove nella seconda strofa l’autore scrive “ Qualcuno dei vetri dal lungo collo di chiesa/ figli di antiche fiale sembra portare nel cuore il fluido barbitale/ che dà l’eutanasia- o si tinge per finta,/ per il gioco d’amore tra il vento e la fontana/ di velenosa ampolla.” E’ tutta nella differenza d’atmosfera tra i vetri di chiesa e nel gioco d’amore tra il vento e la fontana e le velenosa ampolla, figlia di antiche fiale, il cuore della poesia dell’autore, ricamata da parole antiche e preziose e sorretta dal gusto del bello. O come in “Mazurka” dove la malinconia del ricordo si fa più viva e racconta attraverso la metafora delle orchidee e della loro malattia, l’affetto e la nostalgia per un mondo che non c’è più ( le vedo in fila le esotiche malate/ una del compleanno/ una del matrimonio/ una regalo d’una colomba/ l’estate che il caldo fortissimo se la portò via). In “ Versi di fine inverno” invece, la memoria disegna un altro tempo, segnato dalla povertà e non intaccato dalla civiltà dei consumi e da quella dell’apparenza, un tempo più umano, dove i contatti tra gli uomini sembrano avere tutta un’altra profondità “ dai bastoni della vecchia/ addirittura: ancora viaggia col cappotto mattone/ ma con dei bottoni nuovi”. E in questo delicato bozzetto, nel cappotto mattone, impreziosito da nuovi bottoni, c’è l’idea di una semplicità da ritrovare o a cui tornare per ricostruire una realtà a misura d’uomo. Nelle ultime composizioni cresce il tema della stanchezza della scrittura e della sua inutilità nel riannodare i fili di una realtà che ogni giorno sfugge di più di mano. Come in aria del 19 marzo dove l’autore scrive “ Cosa mi dai scrittore della sera/…massimo quattro righe da tinello/ una per il vaso vuoto/ una disse di ciliegio nuovo/ una di polvere che all’inizio del gioco/ sembrava il nugolo cangiante dei colombi” E anche qui la differenza di climax sta tutto nella metafora del vaso vuoto di ora confrontato col nugolo cangiante dei colombi d’inizio gioco. In “ Rimorso” del 1 aprile 2017 la scrittura è ancora più diretta “ Che rimorso scrivere ancora/…che non è ancora/ o che non è più, stagione” e l’interrogazione sull’utilità della scrittura si fa più pressante, abbinata alla stanchezza interiore. Tema che torna pure in “ Niente” del 4 aprile 2017 “ Niente rive niente fiumi niente canti/ solo una brezza che mi accetta/ che mi pensa dolce”. E che giunge sino a esprimere e a toccare la stanchezza della memoria nostalgica, nucleo fondante della poesia dell’autore, in questa fase della sua esistenza, come in “ Ultimo fiore di Campbell”, i versi che abbiamo deciso di raccontare per musica e immagini in bianco e nero. “ Parlo per me che ieri sera non ricordavo la parola cardellino/ parlo per me che posso vivere pensando al mio ultimo fiore,/ ingiallito/ parlo per me di quando Plutone era l’ultimo pianeta del sistema solare”. E quel “ perfetto” che conclude la composizione sta a dimostrare che pure nella difficoltà del ricordo e nella stanchezza interiore, la memoria ha sempre un senso, perché è l’identità della vita e di un’esistenza che vale la pena di raccontare con l’arte della scrittura e della parola preziosa. Alberto Automa è probabilmente l'autore con maggiore anzianità di servizio del “ Club Poetico”, una figura di riferimento per chi vuole esprimere attraverso la scrittura, il proprio immaginario. Ci ha dimostrato che si può esserlo con senso della misura, con classe, con umanità. Grazie di tutto.


-Recensione a cura di Francesco Burgio-

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Profilo Autore: Alberto Automa*   Socio sostenitore del Club Poetico dal 24-02-2012

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Una sinfonia virtuale tutta giocata sul colore e la leggerezza, pur nella tensione degli accordi, un cuore d’oro addosso e nessun limite a grandi sentimenti. Lo stile mosso e le molte rime facilitano la musicalità del verso, all’interno di una poesia di forte impatto visuale.

“Cos’è un dichiarazione d’amore oltre le parole”? Nella prima parte dei tuoi versi ci sono note contrastanti, come l’accordo inatteso e il cuore teso. Sono conciliabili secondo te?”

Cos’è una dichiarazione oltre le parole? La frase si riferisce a qualcosa che io ho vissuto; è quel corteggiamento che nasce immediato, spontaneo tra due persone, che ancora non si sono conosciute ma paradossalmente sentono di conoscersi già. E’ un corteggiamento fatto solo di sguardi, di gesti, di volontà di sfiorarsi e toccarsi le mani, dolce preludio a quell’appuntamento tacito e sottinteso che sarà poi di grande passione. E’ un’emozione fortissima, la sola che potrebbe muovere le corde della mia anima. Credo sia irripetibile… per questo scrivo di essa.

“Dietro i toni in apparenza leggeri dei tuoi versi intravedo pensieri profondi, ma espressi rispetto a qualche tempo fa con ritmi più latini, parole più seduttive e tonalità più colorate. E’ così?”

I colori e la leggerezza che pervadono i miei versi, sono naturalmente l’esatta traduzione in parole del mio modo di essere… non fosse altro perché, mi occupo anche di pittura.

“Nessun limite a grandi sentimenti. E’ una bellissima chiusa, sembrerebbe l’avvio di una rinascita interiore, di una svolta non solo letteraria, ma anche umana. Ce lo confermi?”

La ricerca continua è qualcosa che fa parte del mio carattere; ma sicuramente una molla è scattata quando un amico carissimo del club, un giorno mi disse a proposito di stile di poesia: “ Il novecento è ormai finito, la poesia deve parlare al mondo con il linguaggio del nuovo mondo”. Questa è solo una piccola sperimentazione; spero di verificare bei traguardi in questo senso.

Intervista a cura di Francesco Burgio
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Profilo Autore: Hera*   Sostenitore del Club Poetico dal 04-05-2016

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Una riflessione su un momento di vita familiare, i genitori che tornano a casa tardi dal lavoro e una bambina imbronciata, che si scioglie in un sorriso. La solitudine nell’attesa dei genitori è nel bacio da negare, ma l’immagine conclusiva, quella della capanna, profuma di serenità e di protezione, quella che ogni bambino ha bisogno di sentire.

“ Un sorriso che irrompe dal broncio è un dispetto, una punizione”. Puoi spiegare il senso di questo bellissimo verso?

Il sorriso che i bambini cercano di negare è fantastico ... credo che tutti abbiamo provato la strana sensazione di essere arrabbiatissimi con qualcuno che poi, a un certo punto, riesce a far si che il nostro sorriso esca allo scoperto sgominando il broncio che si era impossessato del nostro viso ... è un'emozione forte e contraddittoria quando rabbia e gioia si combattono ... ricordo che da ragazzino mi capitava spesso ...e ora lo vedo accadere sulla faccia di mia figlia.

“ La tua solitudine è un bacio da negare”, io vi ho colto la stanchezza quotidiana che c’impedisce a volte di essere disponibili con le persone che amiamo. E’ cosi Davide?

Tutt'altro, mi ripeto nel tirare in ballo nuovamente i bambini e in questo caso le loro attese per un papà o una mamma che per una volta rincasano più tardi del solito tardi, ai quali negare (per punizione) il benvenuto anche se la felicità del loro ritorno è grande, un papà e una mamma che poi si dicono: "come se privarsi di ogni tramonto non fosse già una condanna”, perché il fare tardi è pur sempre una privazione del tempo da passare con un figlio.

“ La gioia di una Stella che sa di esser fiera capanna” L’accostamento di Stella e capanna è molto suggestivo, è un bellissimo verso dal punto di vista dello stile e del contenuto. Perché hai scelto l’aggettivo fiera? Puoi dircelo?

Fiera per l'orgoglio con il quale una madre o una moglie sa gestire quello che la propria famiglia può offrire, la Stella in questione fa tutto ciò che può, con la forza necessaria per far vivere bene la propria famiglia con i mezzi disponibili, e per sopportare la quotidianità, fiera, appunto, di ciò che è, e incurante di ciò che non ha.

Grazie Davide.

Intervista a cura di Francesco Burgio
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Profilo Autore: Davide Bergamin  

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