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Ti voglio...per gli occhi tuoi, color turchino,
grandi come quelli di un bambino,
che scrutarmi sento...dentro, in questo flebile mattino.
Ti voglio...perché adoro la tua voce,
che mi emoziona e dissolve la mia pace,
carpendo l'anima, come un affascinante rapace.
Ti voglio...perché, di te, ho scoperto il meglio,
ciò che è nascosto nel corpo tuo...all'interno,
che, su di me, hai riversato
finito nel profondo, dove l'anima hai toccato.
Ti voglio... per essere baciata dalle labbra tue, bramate
da cui fuoriescono dolci parole, d'amore assetate
che mi travolgono, penetrandomi la mente
e, innanzitutto, il cuore, mai sazio e insofferente.
Ti voglio... per unirmi a te, in una totale fusione
per sublimarci d'emozione e d'impaziente passione,
in un crescendo ritmico fervente,
fatto di sesso e d'amore sconvolgente.
Ti voglio... poiché sento che, in te, mi sto elevando
in un presente che, del senso, era sottratto
e che, di te, quale ragione di vita, s'è empito,
affinché osteggiare triste e malevolo destino.
E, per questo, amandoti, ti sussurrerò piano...
amore mio... ti amo...



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Viva certezza o drammatica illusione,
alternantisi quanto mai fugacemente,
fiancheggiando felicità e sconforto,
sorrisi e lacrime sul volto...
Sovente soppeso sulla mano.

Le labbra che saranno offerte,
dischiuse, nell'attesa d'essere baciate,
col rosso di passione ho tinteggiate,
contando che non sia solo il miraggio
d'aver un bacio tuo appassionato.

Girando e rigirando sottosopra la clessidra,
prima ancora che la fine alfine venga,
barattando facoltà d'agir, col nulla,
raggirerò l'amato e, nel contempo, odiato tempo,
giammai scivolerà, di sabbia, l'ultimo granello.

Renderò eterno l'ultimo secondo,
inibendo l'integro scorrer del minuto,
diverrò fata o maga o ancora strega,
ingannando in tal maniera l'attesa che tu giunga,
ad appagare, del tuo amore, la mia sfrenata voglia.

Rifletterò la mia immagine allo specchio,
con speme che rimanga tal rossetto,
per morir sulla tua bocca, mio desio. 
Vedrò però sol l'anima che spera,
che giunga amore, non viceversa una chimera.
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Sorvolava il mare con le sue ali bianche,
pareva esser volo d'un gabbiano,
scrutando l'onde che, nell'infrangersi su scoglio,
l'erodean malvagie. Immobile, com'ad aspettar la morte.

Si poneva sulla rena, ammirando, col suo cuor ormai etereo,
l'orizzonte riflettente nell'acque trasparenti,
ch'agivano da specchio, nel donargli i suoi colori evanescenti,
ch'entrambi rendevan similari. Quasi fosse suo gemello.

Seguiva coi suoi occhi verde-azzurri, fin in fondo,
dove sguardo si perdea, laddove parean incontrarsi,
sciogliers'in un abbraccio per divenir tutt'uno. Quasi a sposarsi.
Simbiosi d'un creato insormontabile e perfetto.

Rammentava l'acre effluvio del salmastro,
or mai più potea inebriarsi, così priva dei suoi sensi.
Le mancava percepir i suoi fremiti soventi,
in quel tempo, nell'immerger il suo corpo ancor intatto.

Ascendeva nuovamente al posto suo, alle Alte Sfere,
immutabili, in quel ch'era il Paradiso,
inni in cor di Cherubini e Serafini, sparsi in cielo,
non lenivan il ricordo del suo mar...

… Le mancava immensamente..
Non poteva starne senza...
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