Recensione Henry Lee

“ Per come conosciamo noi la vita/ la morte non esiste più”: è nella chiusa “ Del nostro vivere” che Henry Lee sintetizza il suo pensiero. Sta tutto nell’intensità del vissuto, di ciò che si è condiviso per amore, sino al punto in cui ogni paura scompare e la morte stessa appare solo come uno stadio di passaggio a qualcosa di diverso. E’ un amore totalizzante quello descritto dall’autore e che combacia quasi con la stessa esistenza, dall’altro lato della barricata ogni corrosione del sentimento diventa il motore di riflessioni esistenziali sul tempo della vita e su ciò che verrà dopo. Come in “Noi nel tempo” dove l’autore riflette “Esauriti i sogni/ non attendiamo più l’estate/ se arresi all’essenziale/ facciamo di noi la continuità del tempo/.” O come ne “ Il tuo volo”, “Ogni alba ha atteso la notte/ ogni notte si è fatta egoista/ arrampicata sul cielo/ sei voluta precipitare/ E’ di nuovo mattino/ e io muoio/”. Questa relazione “ vita-morte” permea l’intera poetica dell’autore e assume i contorni della “ dipendenza d’amore” perché proprio nell’unicità del sentimento risiede la ragione che ci tiene aggrappati alla vita. In “ Amore dipendente” Henry Lee scrive: “ Questo amore è una reazione endemica/ e corrode più quello che sono che quello che ho/ ma non riesco a fare a meno di te/…del mio lucido cuore innamorato” e in “ Mal d’amare”: “Soffro di un male/ che ha come sintomo la vita/ e ne svuoto i ricordi/ perché del tuo amore possa sentirsi riempita”. E quel mal d’amore è letto nei due versanti della corrosione progressiva della propria anima e dello stimolo che ci tiene in vita, per quanto doloroso a volte possa essere. L’amore non è vissuto però solo nella dimensione della sofferenza, ma ha altre versioni, più intime, più raccolte e più serene. Come in “Tu e (d)io” dove l’autore scrive: “ Abbiamo sorpreso Dio arreso all’invidia/ per la vastità con cui abbiamo colmato il giorno/ Nell’aria si era infiltrata un’eco/ che rapita/ non aveva nessun vuoto da colmare/ Non smettere/ mi imploravi/ mentre inquieto imitavo l’eternità/”. Qui l’amore non ha alcun vuoto da colmare, è talmente pieno da essere invidiato persino da Dio e da imitare l’eternità. In ”L’amor suo”, invece Henry Lee scrive: “ Ho bisogno di lei/ taglierò le tende e sbiadirò il sole/ perché è dell’amor suo/ che il tempo invecchia/”. E’ un canzoniere d’amore quello che Henry Lee ci propone e ogni scritto è permeato nel profondo dal sentimento, ora doloroso, ora estatico, ora immediato. “Nei tuoi occhi il futuro” torna il rapporto tra l’amore e il tempo: “ Ma adesso/ proprio qui/ travolto da questa emorragia d’emozioni/ invento il tempo/ osservandolo negli occhi tuoi/ scrigno aureo di un futuro che ci appartiene/.” Come se il tempo esistesse solo in funzione dell’amore e che, senza le sue emozioni, non fosse più percepibile dalla nostra anima. In “Risveglio” l’autore parla dell’amore di tutta una vita e della possibilità di riconoscerlo e chiede alla vanitosa Luna il sorriso e la capacità di riconoscerlo nella marea di sensazioni fuggevoli. “ …Senza ragazze innamorate intorno solo l’amore di una vita è paragonabile alla musica perfetta e riconoscerlo ti fa consumare troppi specchi…Tic tac tic tac, la volgare onnipresenza dell’inutilità. E il nostro immancabile timbro, vuoto come un tamburo funebre. Donami il sorriso vanitosa luna e dona a tutto ciò che è vero la consapevolezza di un’esistenza utile”. Nella poesia “ Del suo ritorno” i toni si fanno più dolorosi e scuri, la descrizione della donna lascia trasparire uno stato di sofferenza e un evidente senso di confusione. Però è proprio in quell’istante che torna la speranza: “Di colpo si è riaffacciata la vita/ che…ti ha sussurrato lieve/ dove giacere serena/ E’ l’amore probabilmente”. L’amore come un’unica medicina che può cambiare le cose e sconfiggere ogni stato di disagio. In “ Silvia e il suo freddo”, il racconto poetico su cui abbiamo fatto il video, torna lo stesso tema: “ Quando mai la colpa è tua quando sono innamorato?... Ora in questo preciso istante, mi riaffiori nella mente, come un pesce che non vuole affogare, mi abbraccio in posizione fetale, rigando l’aria con i gomiti, non ha senso tapparmi tapparmi le orecchie, perché questo tipo di pensieri, dicono, escono dalla prima porta che trovano. Ma non è colpa tua se sento freddo, sarà che sono finiti i muri/ che gli edifici là fuori crescono insieme alle gru, le stesse gru su cui mi sono arrampicato per avvicinarmi a te/ ogni volta che aveva senso scaldarti”. Quello della sofferenza, qui rappresentata dalla sensazione di freddo provato dalla donna della poesia, che può essere sconfitta solo col calore della profondità e della vastità del sentimento. Il racconto poetico è, a parere di chi scrive, la dimensione ideale per l’immaginario artistico di Henry Lee, perché in una struttura più ampia e narrativa le sue qualità emergono in modo più evidente e soprattutto si nota quella profondità di pensiero che ancora è un po’ imprigionata nella struttura della poesia tradizionale, anche se in certi casi, un procedere narrativo è presente anche nelle liriche pubblicate in tempi più recenti. La scrittura dell’autore è in corso di evoluzione e sono evidenti i caratteri della modernità verso cui già procede. Le potenzialità per espandere la scrittura in varie dimensioni ci sono tutte e la sperimentazione può aiutare a farle emergere.

Di Francesco Burgio

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Profilo Autore: Henry Lee*   Sostenitore del Club Poetico dal 03-03-2020

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