Siamo abitanti di un pianeta chiamato Terra. Dove per milioni di anni lava e fango hanno fatto sedimentare le basi organiche della vita. Un pulviscolo nello spazio siderale: che ruote instabile su un pipiolo luminoso: poco più che annoiato dal suo anonimato. Intanto una breve vita racchiusa in sé da dispiaceri e noia - per di più compresa da lavoro e sudore. Intanto c'è chi nasce e c'è chi va via: come per lasciare spazio l'anziano canuto non disturba e quasi si preoccupa che le sue carezze siano inopportune checché un gesto dolce un pensiero siano anch'essi come prendersi troppo sul serio: <<non prenderti mai troppo sul serio>> dice <<con te non lo farebbe nessuno>>. E poi veglie e notti: dove il villaggio riposa poche candele estinguono una sete trascendentale. Mentre il villaggio dorme. Ed il mattino con la sua aerea ci sprigiona desideri: mentre l'incontrollabile malattia dell'uomo - in qualche psicologia recondita - ci spinge alla fretta al consumo ed al disuso. La mattina fa scordar i sogni: ma altri - men vaghi - desii - non ombre - e altrettanti vati: incendiano il fuoco delle opere solenni - delle zappe degli umili contadini. L'uno per l'altro s'intende - come volo di migratori nelle stagioni - non si offende, ma - io - in questo vorticar vano della stagione nostra; che cerco un sospiro e forse un riso, un qualcosa di senso forse amore, mi sento come malato e di questo mi faccio dono: pazienza, fratellanza e compassione. Mentre sono ottenebrato dalla vacuità del tutto.
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Profilo Autore: Fone  

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