La recrudescenza osmotica toponomastica del substrato logaritmico corporativistico è sicuramente sottostimata rispetto alla componente esponenziale del parallasse biomagnetico longitudinale con evidenti ricadute
delle qualità canore del tordo di montagna, che, così, anche la natura ci guadagna !
Ordunque, l'esibizionismo pretattico della quaglia di pianura, sicuramente avulso dal contesto socioculturale della bassa bresciana durante il lockdown, si colloca surrettiziamente in una dimensione polifonico mozartiana di ben più ampio respiro, con ricadute ortodontiche mandibolari di scarso valore commerciale ma pienamente asservibili ad una condizione assolutoria di ben più ampio respiro.
In ultima analisi si evince che le attività frenologiche postprandiali in ambiente saturo di vapori acidi vengono depauperate del loro contenuto proteico molecolare in misura doppia rispetto al dato statistico relativo ad un monitoraggio di un campione significativo di individui obesi ritornati al peso forma dopo un drastico trattamento a base di sali del Mar Morto e curcuma del Togo, suggerito caldamente dal brillante Dottor Lemme.
A li mortacci...!!!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Mi alzai e cominciai la giornata come al solito: mi ritrovai dinanzi l’inserviente.
L’inserviente era pagato, e non poco, per menarci. Ci menava tutto il giorno, senza sosta.
Stavi pranzando? Ti menava.
Stavi facendo la doccia? Giungevano pugni sui fianchi tramite la tenda che divideva quell’attimo di pace da un’altra rata.
Eri talmente stanco che nel giro di mezzo secondo, dopo esserti giusto disteso sul letto, ti saresti addormentato? Due belle sberle sul viso.
Queste erano le giornate mie e di mio fratello. Un pestaggio continuo, senza avversari.
Crescemmo in un perenne stato di inquietudine.
Quando sarebbe arrivata la prossima manata?
Ed il prossimo calcio?
Disequilibrio.
12 e 14 anni.
Inermi.
Così passavamo le giornate.
Così passavano le giornate.
Studiavamo da casa. Chi era l’insegnante? L’inserviente, ovvio.
Ma quella mattina… Quella mattina sentii un inusuale confabulare. Proveniva dalla cucina. Io non potevo stare in cucina se non nei brevissimi momenti in cui l’inserviente ci nutriva. Mi avvicinai alla porta di soppiatto e appoggiai delicatamente il mio orecchio sulla porta in legno di abete. Trattenni il respiro per non farmi sentire e con dei passi dolcissimi me ne andai.
Mi sedetti in salotto.
Fissando il vuoto, fissando i miei dodici anni di vita.
L’inserviente stava decisamente parlando con mia nonna. Si percepiva che c’erano problemi di connessione: l’unica persona che conosco che ha sempre problemi audio nelle chiamate con i teleschermi è mia nonna Tamara. Avevo visto la nonna non più di due volte, probabilmente a distanza di qualche anno. Era l'unica persona io avessi mai visto, oltre a mio fratello e all'inserviente.
La nonna parlava di martelli, chiodi, e poi di funi e manette.
Inizialmente non capii, come avrei potuto.
Io e mio fratello non eravamo mai usciti di casa. Per quanto ne sappiamo noi, siamo nati e cresciuti in quella casa, senza mai uscire dal territorio della villa.
Non ci eravamo mai posti il problema dei nostri genitori, o meglio, l’unica volta che mio fratello mi disse:
“Ma secondo te mamma e papà?”, suonò l’allarme delle cavigliere. Bip, bip, bip.
Arrivò immediatamente l’inserviente che, accompagnandosi con delle frustate alla schiena, disse: “Siete orfani.”
Già, le parole mamma, papà e genitori fanno scattare le cavigliere. Sono proibite. Negligenza nostra. Poi se ne andò con il suo passo pesante, scandendo un terrificante ritmo oscuro. Io e mio fratello non potevamo sapere chi fossimo.
Orfani di noi stessi, abbandonati a un inserviente.
L’inserviente faceva tutto: cucinava - pietosamente - , era il nostro professore, lavava, puliva, tutto. Perfino il giardinaggio.
E noi.
Noi eravamo occupati solo durante le ore di studio e di pranzo, colazione o cena. Nel resto del tempo avevamo sì a disposizione tutta la villa, ma senza poter fare nulla.
C’erano teleschermi ovunque e, non appena eseguivamo un gesto non consentito, le nostre cavigliere suonavano, assieme all’allarme della casa.
Toccare qualsiasi cosa significava un giorno di isolamento.
Per non parlare del linguaggio. Non potevamo comunicare, io e mio fratello.
Eravamo soli.
Origliando, quel giorno, capii che l’inserviente non era altro che una specie di automa, un ologramma fisicamente presente. Da quel punto cominciai a collegare tutto e capii il motivo per il quale ripeteva sempre le stesse stupide frasi, quasi fosse programmato, e, difatti, lo era.
Compresi anche il pretesto dei suoi gesti così goffi, quasi meccanici. E tutte le sue manate, i calci, così disumanamente potenti, violenti.
Era un’intelligenza artificiale, creato per.
Il suo sistema operativo faceva interferenza con i teleschermi e la connessione quasi crollava se lui, in maniera programmata, rispondeva alla nonna.
Aveva facoltà di pensiero, ma la terminologia posseduta era assai ristretta.
Chiesi, quel giorno, la nostra ora d’aria con quaranta minuti d’anticipo.
Solitamente potevamo uscire, in giardino, per sessanta esatti minuti, dalle 16 alle 17. Non un minuto di più, né un minuto di meno.
Se ritardavamo?
Cavigliera.
Allarme.
Inserviente.
Manganello. O frusta. O spranga.
Bastava soffrire.
La situazione era la medesima se provavamo a rientrare prima del coprifuoco.
Cavigliera.
Allarme.
Inserviente.
Manganello. O frusta. O spranga.
Bastava soffrire.
Chiedemmo, dunque, l’ora d’aria alle 15.20.
L’inserviente, probabilmente solo perché al momento della richiesta stava sistemando la cantina, fu concorde.
Mi diressi quindi verso il pino, il mio spazio preferito della casa. Mi sedetti per terra con la schiena appoggiata al tronco e con fare sospetto feci un cenno a mio fratello.
Lo guardai.
Prima alzai le sopracciglia e poi, muovendo il capo verso sinistra, lo invitai ad avvicinarsi.
Una volta accanto cominciai a bisbigliare a squarciagola, senza dare nell’occhio.
Teleschermi.
Cominciai a parlargli del più e del meno, sottovoce.
Non potevamo comunicare.
Parlai della bicicletta prima e della cena poi. Sottovoce. Dovevo estrarmi dalla visione periferica di qualsiasi telecamera o teleschermo, e questo era possibile solo dimostrando che non c’era nulla da sorvegliare.
Quasi non si vedeva il movimento delle mie labbra.
Mi ero allenato.
Una volta che la luce rossa si spense, noi immobili.
Al primo movimento degli arti, sorveglianza.
Disequilibrio.
12 e 14 anni.
Inermi.
Orfani.
Un ologramma.
Fermi ma tremolanti come frecce appena giunte al centro del bersaglio, continuammo la digressione: mio fratello aveva capito e reggeva il gioco.
Ancora 20 secondi, 15, 10. Zero.
Gli spiegai che cosa avevo sentito quella mattina, il dialogo tra l'Inserviente e la Nonna.
Lui, con il viso scioccato e lo sguardo infranto, rispose: “Scusa?”
Mi alzai, passeggiai guardando un po’ il cielo e un po’ il suolo, proprio come un filosofo a cui manca la tesi per la notorietà, cercando risposte.
Mi guardai attorno, attonito, assorto, impassibile, intorpidito, morto.
Non riuscivo a concepire come tutto ciò fosse possibile.
Terminata l’ora d’aria qui a Shutter Island, mi diressi in biblioteca.
Dissi all’inserviente che dovevo finire di studiare alcuni elementi della tavola periodica.
Acconsentì.
Mi chiusi dentro, ignaro del rischio che stavo percorrendo.
Mi tolsi la felpa e la gettai sul teleschermo. A quel punto, invisibile come il dolore, iniziai a frugare ovunque, in qualsiasi scaffale, su qualunque mensola. Niente da fare, nemmeno sulle varie scrivanie.
Alcune enciclopedie antiche, dei romanzi classici, ma poi.
Poi guardai la copertina di un libro: Resilienza, recitava l’enorme titolo.
Studiavo molto.
Era l’unica via d’uscita.
Studiando molto ero giunto a conoscere moltissime opere di svariato tipo e di una cosa ero certo: questo libro non l’avevo mai visto e mai ne avevo sentito parlare.
Autore sconosciuto, sembrava stampato in casa: rilegatura rivedibile, colla scadente.
Quando lo trovai era fuori posto, e questo venne confermato dal fatto che, nell’ordinatissima libreria, c’era un buco corrispondente allo spessore dell’opera che tenevo tra le mani.
Il buco era esattamente nella sezione R, tra Reattività di Edgar Thomas e Resistente di W. H. Young. Lo aprii, dopo averlo voltato per controllare se ci fosse scritto qualcosa sul dorso della copertina, e cominciai a sfogliarlo.
C’erano immagini cosparse qua e là, immagini di torture e di violenza.
Lessi l’indice:
- Coltivazione
- Annaffiamento
- Diserbanti
Mi fermai, pensando di aver fallito il mio tentativo di trovare delle risposte, ma poi, aprendo per l’ultima volta, casualmente, il volume che stringevo con forza tra le mani, lessi ad alta voce:

Voce 44: Quando il figlio secondogenito comprenderà la sua infanzia, dev’essere sedato subito mediante anestetizzante della memoria DFG692.

Mi confortai da solo, prima di saltare i rimanenti capitoli per leggere la conclusione, la quale recitava:

Attenzione: non tutti i bambini sono uguali. C’è chi patirà senza fiatare, chi proverà a ribellarsi, chi probabilmente fiuterà la verità. In qualsiasi caso, tenete presente che all’età di 21 anni dovremo rilasciarli e solo dopo il periodo di assunzione, di 8 anni, del farmaco XZ potremo rivelare loro l’infanzia posseduta. Il farmaco permetterà loro di rendersi disposti a continuare la tradizione della crescita sofferente. Ricordate: ci servono vivi e fertili.

Nonna Tamara.

Delirai senza pensarci un attimo.
Dopodiché depositai il libro incolume, dove e come lo avevo trovato.
Mi rinchiusi in camera, accesi il mio portatile e riprodussi una lezione registrata qualche settimana prima. Così facendo i teleschermi avrebbero proseguito in modalità aereo, senza attivarsi, pensando io stessi studiando. In tal modo avrei rimosso anche qualsiasi dubbio all'inserviente, se fosse passato di lì.
Nel frattempo cominciai ad escogitare un piano, se così si può chiamare.
Dovevo eliminare prima l'inserviente, poi mio fratello, il quale, non possedendo l'impavidità necessaria, mi avrebbe fermato, essendo già da un anno sotto l'effetto del farmaco1, che lo avrebbe portato a continuare - senza pensarci due volte - la dinastia.

 1. Il farmaco necessitava di un'età anagrafica di almeno 13 anni, per l'assunzione.

Fortunatamente lui non capì davvero ciò che gli dissi durante l'ora d'aria, perciò potevo ritenerlo innocuo.
Infine, avrei dovuto sapere, dalla Nonna, chi erano i miei reali genitori, per poi uccidere loro e la Nonna stessa.
Il primo passo era quindi scoprire dove risiedeva il centro di controllo dell'inserviente. Avrei dovuto resettare completamente il suo sistema operativo, o meglio, avrei dovuto hackerare il sistema stesso, e programmarlo in modo tale che si ribellasse pure lui.
Scesi in cantina dove scoprii aree inesplorate della Villa, aree proibite prive di teleschermi. Doveva essere lì la zona dove l'inserviente si caricava e aggiornava.
Perlustrai tutte le stanze, senza trovare alcunché, fino a quando, osservando bene la moquette beige di una delle migliaia di stanze, non notai che nel tessuto che componeva il pavimento si ergeva una sorta di maniglia camuffata alla bell'e meglio.
Non esitai un decimo di secondo, posai sullo scaffale la torcia che stavo usando, poi tirai con tutta la forza che avevo, anche se non molta. Sentii un rumore strano, simile a quella della serratura di un baule del '600. Si aprii una botola dalla quale scese, automaticamente e a velocità controllata, una scala a pioli di legno consumato: rovere bianco.
Presi la torcia e scesi.
Al terzo piolo sentii che la botola si era serrata automaticamente, con un rumore sordo.
Continuai.
Una volta toccato terra col piede destro, mi misi immediatamente in guardia, voltandomi rapidamente.
Vidi un incredibile ammontare di schermi, sembravano quelli di una centrale della sicurezza di qualche centro commerciale, o, per lo meno, nei libri queste ultime venivano descritte proprio così.
Nel bel mezzo della sala una poltroncina sulla quale mi sedetti e schiacciai l'unico tasto illuminato al buio, con un led rosso fuoco. Si accesero, in serie, tutte le televisioni. Almeno una quindicina. In alto a sinistra, su ognuna di esse, si leggeva “Camera da letto 1” o “Bagno 4”. Nella prima delle due si vedeva mio fratello che leggeva un romanzo di quelli forniti dall'inserviente.
Scaraventai il mio pugno sul pulsante, interrompendo la visione. Poi mi alzai e continuai a scrutare la stanza.
Trovai un letto malconcio e scricchiolante, con accanto un' estremamente minimale ribaltina di legno verniciato di blu, sulla quale poggiavano una stilografica e una penna d'uccello con inerente boccetta d'inchiostro. Qualche appunto condito da qualche scarabocchio.
Robe mai viste prima.
Quasi dimenticandomi il motivo per cui fossi lì, immerso in tal antiquariato, mi diressi verso quella che somigliava a una postazione di ricarica elettronica.
Accanto ad essa, un' altra piccola tavola che si addiceva alla cattedra di uno scribacchino da due soldi. Su di essa un computer fisso, di ultima generazione, rincarava la dose di contrasto tra l'arredamento antico e l' efficientissima carrellata di tecnologia.
Lo accesi e comparì una schermata che richiedeva una password. Tra me e me mi ritenni fottuto, ma pensai anche, immediatamente, “Non sarà mica così banale?”, e digitai le parole  “nonnatamara”.
Premendo invio e osservando la schermata successiva, la mia teoria sulla stupidità di quell'insulso ologramma del cazzo, si verificò tutto tranne che errata.
Una volta nel desktop mi aggirai tra le varie cartelle gialle, tutte differenziate da un nominativo diverso, e rimasi colpito da una di esse, contenente un albero genealogico di tutta la dinastia. A occhio e croce, si proseguiva da almeno duecento anni. Oramai non più vergine di tutto l'accaduto, l'unica domanda che mi posi fu “E chi faceva l'inserviente prima dell'inserviente?”, sorridendo tra me e me, in un lago di disperazione ed oblio, continuai a cercare, finché non mi imbattei in uno strano programma. Somigliava proprio a ciò che stavo cercando, una sorta di aggiorna-ologrammi o qualcosa di simile. Era riconoscibile per la semplicità di utilizzo.
La schermata esponeva due voci: aggiorna o resetta.
Resettai.
Così facendo l'ologramma, con le poca batteria che gli rimaneva, fece ritorno qui, nel giro di qualche minuto. Si posizionò sulla stazione di ricarica e... Sparì, senza proferire alcuna parola o gesto.
All'improvviso, però, scattò l'allarme.


L'allarme non era il solito fastidioso allarme della cavigliera, era molto più assordante, tanto che dovetti tapparmi le orecchie con le dita. Non sapevo a cosa servisse l'allarme, o meglio, non sapevo se fosse collegato in qualche assurdo modo a Nonna Tamara, perciò mi affrettai a continuare il reset dell'Inserviente il quale, nel frattempo, giaceva nella sua splendida culla di ricarica, innocuo come non era mai stato, come un'anima pentita, in purgatorio.
La barra di caricamento sul computer si avvicinava sempre di più al 100%, forse spinta dalle mie irrazionali frasi di incoraggiamento come “Dai cazzo muoviti barra di merda!” o “Forza, forza, ultimo giro per la vittoria.”, delirio.
Una volta terminato il processo comparve una nuova schermata nella quale bisognava sostanzialmente riprogrammare l'ologramma e destinargli uno scopo. Lo chiamai Cookie, che più che il nome di una guardia del corpo - la mia guardia del corpo - sembrava quello di un cagnolino, o, per lo meno, nei libri i cagnolini avevano nomi del genere.
In ogni caso, lo chiamai così in ricordo dei vecchi tempi nei quali tra le mille funzioni insite in esso, c'era quella di infornare, solo nel periodo natalizio, i biscotti. Biscotti che, senza nemmeno doverlo dire, facevano letteralmente vomitare.
Dovendo digitare la funzione principale di Cookie, scrissi: “Guardia del corpo e sicario che agisce per conto del padrone”.
Nel frattempo il rumore dell'allarme si faceva sempre più intenso e al limite del sopportabile.
Sentii un rumore provenire dalla botola, mentre Cookie se ne usciva dalla sua ibernazione di qualche minuto.
Disse, rimanendo invariato nelle - scarsissime – capacità filologiche, “Rilevato corpo estraneo nella stanza,” poi proseguì con “fratello del padrone nella stanza.”
Fu in quell'istante che mio fratello si precipitò nell'area proibita, seguito da quella che non poteva essere nessun altro se non la Nonna. L'avevo vista l'ultima volta moltissimi anni prima e non potevo ricordare il suo aspetto.
Mi guardarono con degli occhi mai visti prima, nelle loro pupille un'incredibile mescola di terrore e pentimento.
La Nonna, una bellissima signora anziana alta poco più di tre scatole di scarpe impilate una sull'altra, con l'iride blu mare e dei lunghi capelli bianchi, quasi più lunghi di lei, era vestita come una qualsiasi altra nonna: un vestito a fiorellini e delle orribili scarpe di cuoio risalenti all'Alto Medioevo - o, per lo meno, le nonne erano così descritte nei libri.
Nonna Tamara disse solo: “Inserviente, ammanetta secondogenito.”
Rimase stupita nel vedere l'immobilità di Cookie, il quale avrebbe agito solo al mio comando.
L'ex Inserviente, però, rispose: “Io sono Cookie, non mi chiamo Inserviente.”
La Nonna schioccò le dita e comparvero due persone, sulla quarantina, un uomo e una donna.
Si presentarono affermando di essere i miei genitori ed invitandomi ad ascoltarli.
La donna, una donna bionda con gli occhi verdi, estremamente simile alla Nonna, ma una scatola di scarpe più alta, volle tranquillizzarmi, quando capì che avevo manomesso Cookie e lo avevo reso un sicario pronto a tutto.
“Dolf, questo è il tuo nome”, disse, “Dolf Olsen. E io sono Agata, tua madre. Lui è...”
“...Trevor.”, completò l'uomo con gli occhi e i capelli neri come la notte più buia dell'anno.
“Dolf lasciaci spiegare...”, disse la mia presunta madre, “tu sei il prescelto, lo vuoi capire?”
“Io l'ho sempre saputo, Dolf.”, disse il mio presunto fratello.
Cominciai a sudare, “Il prescelto per cosa? Per i vostri esperimenti ammazza-infanzie? Per le vostre teorie sulla crescita sofferente? Per che cosa, cazzo?”, urlai.
“Per il futuro del genere umano...”, disse la vecchia e fragile voce della Nonna.
Non capii, non potevo capire. Come avrei potuto capire?
L'allarme era ormai spento da tre minuti, tre minuti paragonabili a 12 anni.
Mi sedetti a terra, con i loro sguardi rivolti verso di me.
Iniziai a piangere, accovacciato a terra, dopo aver trattenuto chissà quanti litri di lacrime in una dozzina d'anni.
Sentii, mentre naufragavo nel mio lago salato su una barca di legno, la voce meccanica del computer che diceva: “Operazione pronta. Immobilizzare paziente e collegare cavi alle placche sul cuoio capelluto. Il reset impiegherà un'ora.”
Mi alzai di scatto e mi guardai attorno, finché non mi ritrovai il mio presunto padre di fronte con una siringa: il farmaco XZ. Mi bloccò e mi iniettò il contenuto della siringa. Mi addormentai.


Al mio risveglio, mi ritrovai in un letto in un'illuminatissima stanza d'ospedale.
Accanto a me, il medico che controllava il mio battito sul monitor alla mia destra, mi guardò come se fossi la più bella cosa lui avesse mai visto.
Prese il telefono dalla tasca e digitò, poi portò il telefono al suo orecchio sinistro e urlò:
“Suo figlio si è svegliato dal coma, Signora Londero.”

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Profilo Autore: Ruben Londero  

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Ho fatto una fattura ad una fattucchiera di nome Fatma e anche un po' fatta, che faceva la factotum in una fattoria di Frascati tra foglie di felce, fragoline, frutta fresca e farro.
Fatto sta che, fatalmente, in un campo di frumento, si ferì con un forcone e la ferita si infettò procurandole una forte febbre che passò fortunatamente in tutta fretta grazie ad un farmaco favoloso di un amico fabbro, uomo di forte fibra ed un fisico da film !
Felice come un frate francescano dopo una festa coi suoi fratelli, per sdebitarsi, invitò il fabbro in un fast-food di cucina fusion dove si abbuffarono di fusilli alla forestiera, filetto di furetto con fichi fioroni e fiordalisi, formaggio di fossa con frustoli di frumentone , friselle ai funghi fritti, frittata ai friggitelli e del buon fernet finale !
Saziata la fame, si ritirò nel foyer di un teatrino abbandonato col focoso fabbro che, preso da frenetico furore, le fece la festa tra fiamme e faville fin quasi alla fine di febbraio... che forza, ragazzi !... felicitazioni a tutti...
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Camminando senza calze in una contrada della Caledonia in compagnia del mio cocker con un collare in corallo di California e circondato dal canto di un cuculo su un cipresso e da coniglietti che attraversavano campi di corbezzoli, incontrai per caso una contadinella con un curioso cappello color curcuma e un cinturone in pelle di cammello con dei cuoricini cromati molto carini.
Cominciammo a chiacchierare e le chiesi che cavolo ci facesse in codeste contrade. Così mi confermò che l'anno prima aveva fatto un corso di clavicembalista al conservatorio di Santa Cecilia a Cremona, poi uno stage come corista in una corale di Canicattì e poi, ancora insoddisfatta , aveva deciso di fare anche un corso di cucito, uno di cucina e infine di cavallerizza e cascatrice  presso un circo di cavalieri del Caucaso.
Caspita! che carattere, che costanza !
Cortesemente gli offrii un crodino con dei croccantini al caciocavallo presso un circolino di campagna che aveva come insegna una curiosa cariatide con i denti cariati e una corona fatta con chiodi da calzolaio.
Colpita dal mio carisma mi fece una carezza sul collo che mi caricò a tal punto che ci trovammo coricati in camporella dove concludemmo una clamorosa congiunzione carnale che generò un orgasmo con annesso urlo caprino che sconvolse una combriccola di suonatori di cornamusa e controfagotto  lì vicino, un volo di calabroni e l'annientamento di un gruppo di Cocciniglie su un campo di cucurbitacee di un cucuzzaro, lontano cugino di Carlo d'Inghilterra.
Conclusa la combine, me ne tornai a casina e mi rilassai tra calde coperte in ciniglia e una bella camomilla, al suono conciliante di un concerto di Chopin e varie cover di canzoni dei Cugini di Campagna... così è se vi pare...
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Salve, sono Piede di porco, per gli amici Pdp:
non sono uno stinco di santo, d'altra parte sono un piede, e infatti non ho una buona fama perché spesso mi usano per scopi illeciti personaggi non proprio specchiati.
Che poi mi declinano sempre al maschile : non ho mai sentito parlare dei piedi di scrofa che poi sono uguali ai miei : forse il motivo è che le scrofe amano i tacchi a spillo non adatti a certi usi e poi tante hanno l'alluce valgo... si, ma anch'io valgo !!
Pensare che da piccolo avevo un piedino carino e grazioso e mi usavano per stappare le bottiglie di birra!
Eh, che nostalgia quando ripenso ai miei tempi da ragazzo, poi, crescendo mi sono lasciato un pò andare e sono diventato un maialone ed ho incominciato a frequentare brutte compagnie e così mi sono specializzato in saracinesche di gioiellerie, vetrine di lusso, bancomat, distributori automatici e quant'altro!
Poi è arrivata anche la concorrenza sleale : hanno inventato pure un piede di porco a pile ricaricabile !
Meno male che ho dei bei ricordi da giovane e delle tante conquiste che ho fatto, poi ho trovato l'anima gemella, mi sono accasato ma il matrimonio non ha funzionato e mi sono separato, d'altronde un piede di porco non poteva altro che sposare una zoccola !!
Ora, purtroppo, sono vecchio, malato e abbandonato da tutti e ormai mi sento già di avere il piede (di porco) nella fossa... addio bella gente !!...oh porca p.....!!!!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Distratta accompagno
gli spigoli della notte
attendo la vita
oltre il tramonto
in un mondo non mio.
Mi devasta
non aver la forza di reagire
Attendo l'orizzonte
con la speranza
che mi porti la ragione.
Attendo il ritorno del sole
che porti via le nuvole
per potermene andare
aldilà della vita.
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Profilo Autore: Silvana Montarello*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 30-04-2013

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Caracollando per Capri col mio cane carlino di nome Carlo, conobbi per caso una cittadina di Cremona ex casalinga, col suo cocker di nome Ciro e che ora faceva la cuoca in un convento di Carmelitane con le calze perché avevano sempre i piedi freddi.
Chiaccherammo davanti a due crodini e a cinque  crostini al Camembert approfondendo la conoscenza e così  la invitai nel mio chalet per continuare la chiacchierata e mostrarle la mia collezione di carcasse di carapace di  tartarughe Caretta-Caretta delle isole Comore e quella di cucurbitacee cornute del Caucaso centrale.
Chiaramente l'intento era quello di suscitare uno choc e poi concupirla e così, dopo i soliti convenevoli, con il sottofondo di una compilation di canzoni dei Cugini di campagna e un paio di chupitos, conclusi la serata su un letto a forma di cuore con un coitus interruptus da coppa dei campioni e un urlo che fece cadere sul comò la foto di mio nonno Cosimo sopra una cozza in ceramica firmata Le Corbusier.
Il giorno dopo la congedai cordialmente dopo averla caricata sulla sua  jeep Cherokee e le regalai, per sdebitarmi della compagnia, una curiosa collanina in corallo delle isole Caiman, un ciuccio in cristallo e un caciocavallo di mio zio Carmelo che faceva il casaro a Catanzaro in concorrenza con suo cugino che aveva il caseificio "La caciotta" a Cosenza.... e che cacchio ragazzi....!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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In effetti la mia preparazzione scolastica ha stato un po lagunosa perché, se io avrei frequentato la Sorbona, sarei diventato una luminaria , ma ò studiato solo alla Squola Radio Elettra Torino come perito eletrotennico che poi ho piantato lì.
Ma, ultimamente, ho seguito su Internett un tuttorial dell'Accademia della, non ricordo bene se della Crusca o dell'Avena che mi ha aperto un mondo fantastico che mi ha fatto scoprire un neoclassicismo aristotelico scevro di strutture
stoicistiche tardo borghesi che ben si coniugava  con una destrutturazione pseudohegheliana
ologarchico-bolscevica pregna, altresì, di una sorta di metempsicosi cripto-giacobina edulcorata, ovviamente, da una deriva faunistico escatologica di ben più ampio respiro senza conseguenze, però, di tipo cattedratico onomatopeico falso positivo.
Ciò ha contribuito, of course, ad aprirmi la mente e ad innalzare decisamente il mio livello culturale verso traguardi ben più impegnativi perché, come dice il saggio... non c'è asino che legge senza immunità di gregge... per aspera ad astra....assoreta !!!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Farfugliando frasi feroci in dialetto filippino perché mi ero ferito il femore con una forbice in ferro fatta da un fabbro di Fabriano durante le ferie di ferragosto  con la sua fidanzata Fernanda venuta da Forlì con una maglietta di Fiorucci, felice per aver curato la ferita con un intruglio di fanghiglia di fiume, funghi finferli trattati al fosforo e fegato di fagiano liofilizzato, mi fiondai in un fast-food per rifocillarmi di focaccia di farro con friggitelli, friselle con fagioli e fiori di felce, fragoline con frullato di frutta secca e un buon fernet per digerire il tutto.
Poi, con i ferormoni a palla, fissai un appuntamento con un gran pezzo di figliola metà francese e metà delle isole Figi nella sua casetta immersa tra i faggi e i fiordalisi e dopo un focoso  e funambolico approccio, al suono delle note del Faust in fa bemolle, durante l'orgasmo lanciai un urlo che sollevò i follicoli di un furetto di passaggio, disorientò un gruppo di farfalle e deviò il corso di un fiumiciattolo lì vicino !
Che figata!!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Zappando con la zappa una zolla in una zona di Zanzibar , scaturì uno zampillo che mi cadde sulla zucca e così, zigzagando sui miei zoccoli senza zeppa, mi azzoppai come una zebra tra le zagare e, gridando come una zecca caduta in uno Zibibbo, aprii la zip del mio zaino da zuavo in cerca di qualche zuccherino per tirarmi su !
Purtroppo trovai solo zampe di zanzara tze tze, una foto di mia zia Zoe con cornice in zirconio, uno zufolo color zolfo di uno zoologo zazzeruto di Zagabria, abitante in viale Zara, un autografo di Zorba il greco, un CD con un corso di Zumba, un depliant dello Zimbawe, un cappello con la zeta di Zorro ed infine, meno male ! , una zolletta di zenzero e una confezione intatta di Zigulì
Cosi stremato tornai a casa ma inciampai nello zerbino e mi escoriai uno zigomo, urlando come uno zebù dello Zaire, ma prontamente mi curai con un impacco indicatomi da un guru di Zurigo, a base di zabaglione, zenzero, zafferano e lische tritate di zarzuela; tutto questo col sottofondo di musica di Frank Zappa , Led Zeppelin, Renato Zero  e la lettura di tutto lo Zibaldone di Leopardi !

Che zuppa !!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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