Se chiederete a un bambino cos’è la paura, vi risponderà quasi senza indugio il buio. Nel buio c’è tutto quello che di avverso nella vita ti è accaduto. Grideresti se potessi perché sai di avercela fatta, ma il terrore che accada ancora ti lascia un sussurro senza voce… 
Lei ce l’ha fatta, lei… si chiama Andrea che significa coraggio.
Sua sorella nell’unica finestra ancora accesa della piccola clinica rilegge ancora una volta la cartella del paziente che domani si sottoporrà a un intervento di chirurgia bariatrica, Andrea saluta quella che dal basso le sembra un’ombra familiare con un timido cenno della mano. Conosce quell’uomo. Tutte le sere porta fuori il cane proprio quando  il sottopasso la conduce sul lato opposto della strada. Ma oggi non c’è all’appuntamento. La cuccia è vuota, e la porta rimasta aperta e la curiosità le mostrano lui con la barbetta unta dall’amalgama di burro, prosciutto crudo e salvia marinate nel vino bianco che punzecchia appagato nel piatto con la forchetta. Le si stringe il cuore, e un po’si arrabbia. Affretta il passo. Attraversa all’unica luce del semaforo lampeggiante e un odore sgradevole la fa tossire. E la porta a guardare un ragazzo più o meno come lei sui venticinque anni avvolto nella sciarpa sulla panchina. Ha lo sguardo perso oltre il sigaro, oltre la strada… come se un passo gentile gli pettinasse i pensieri. Per un attimo la guarda. Andrea sorride, forse di nostalgia. 
Qualche isolato prima un’auto nera parcheggiata le aveva fermato un groppo in gola. Non c’era conducente. Non c’era nessuno. Forse è proprio questo… stessa marca e modello di quell’amore che troppo presto l’aveva lasciata sola alla brevità del suo racconto. Asciuga una lacrima che non ha nemmeno più la forza di scendere mentre pensa che al lume nella casa dietro la ferrovia il suo poeta d’un tempo, forse, lascia che il mistero avvolga i suoi versi… un cortometraggio di mezz’ora, un percorso da fare a piedi, vite come ce ne sono tante. I suoi pensieri. Rincasa.
Nel buio c’è un mondo di cose spaventose, ma sono poi le stesse che ritroveremo alla luce del sole. 
Andrea spazzola i capelli candidi della nonna che si è assopita sulla poltrona, mentre il poeta avvicina i suoi pensieri alla fiamma del lume che mostra un cassetto accostato insieme ai ricordi chiusi dentro a una fotografia. 
Lei si sdraia vestita nel letto. Esausta dal doppio turno in fabbrica. Il suo bambino apre gli occhi al buio della lucina della notte… e si riaddormenta guardando la sua mamma.  

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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E’ una serata complicata, diversa. Le lacrime ridono. Un arpeggio mi conforta e mi risucchia qualsiasi forma d’apatia. Una cassa acustica strilla dal dolore. Non ho mai visto un vetro così offuscato. Quello della mia finestra lo è talmente tanto che il confine tra vetro e specchio è labile. Quel lampione è bollente. Se solo non avesse uno e un solo scopo nella sua esistenza, giuro, imploderebbe. Il palo cederebbe alla tentazione di rimanere da solo, si contorcerebbe come una mente affetta da psicosi. Ed il risultato sarebbe lo stesso. Incapacità di svolgere una mansione: reggere.
Senso zero. Non è la quantità di significato di questo episodio, anzi. E’ esattamente la sua antitesi. Conobbi questo ragazzo, e Senso Zero era proprio il nominativo che dava quando si presentava. Nessun nome, nessun cognome. No. Senso zero. Ironizzando sul suo alias iniziai a chiamarlo No Sense. Tradotto sarebbe “Senza senso”. Che bestia dovevo essere per attribuire una così bassa considerazione a una persona? Qualche demone bastardo, senz’ombra di dubbio. Maschere. Maschere con incisa in fronte una croce ribaltata. Però soprannomi a parte, eravamo amici. Quell’amicizia divenne per me una rivoluzione armata. Il mio cervello divenne in men che non si dica teatro di qualche guerra civile, con pretesti talmente stupidi che l’obiettivo poteva benissimo tramutarsi nella sorpresa degli ovetti Kinder che quei sergenti avrebbero continuato con le loro strategie da dilettanti del Risiko del venerdì sera. Pupazzo del ventriloquo. Marionetta del burattinaio. Cittadino dello stato. Credente per la chiesa.
Io, Agnes Olsen, non sapevo più chi cazzo ero. Ed era una sensazione terribile. Ero un abete in mezzo all’oceano. Il vento non solo soffiava, faceva beatbox, cazzo. Mi sputava addosso. Io odio l’acqua, vivo nella neve. Ma poi cominciai a fluttuare, altrove. Senso zero ed io cominciammo a comunicare in modo implicito. Ci scambiavamo l’arte. Lui disegnava ed io suonavo. Lui penna ed io plettro. Ha senso, vero? No. Zero senso. Senso zero.
Zero erano anche i gradi della sua stanza dove ci incontravamo. Era un tipo antiquato. Una lampada ad olio. Una finestra malconcia. Ma da quella finestra. Da quella finestra ogni tanto sembrava che le anime nella stanza fossero tre. Un picchio veniva a trovarci, rompeva i coglioni con il becco sulle persiane finché non le alzavamo. Comandava lui. Dovete sapere che quando suonavo la mia chitarra, quell’adorabile essere, se non gli davamo da mangiare, teneva un tempo sbagliato apposta. Dopo averlo sfamato invece diventava un’ottima grancassa. Bastardo. Nel frattempo No Sense spargeva il suo colore dappertutto. Fogli. Muri. Pavimento. Sulla sua pelle. Sui suoi vestiti rigorosamente o bianchi, o neri. Io e picchio continuavamo. Senso zero diceva che eravamo un elemento fondamentale delle sue opere.
Un giorno tutto finì. Tutti i miei arpeggi, silenzio. Il picchio trovò una band migliore. I muri di Senso Zero vennero tinti di bianco. Il caminetto divorò i suoi fogli. Il piastrellista si occupò del pavimento.
Senso Zero svoltò. Non si guardò indietro. Feci visita alla sua camera, due giorni dopo l’accaduto, per l’ultima volta. Mi ero sempre chiesta a cosa servisse quel gancio attaccato alla trave del soffitto a cassettoni. Quando glielo chiesi rispose che quel gancio era in attesa di un nuovo lampadario. La lampada ad olio era ormai troppo antiquata pure per lui. Quando entrai nella stanza, il 16 luglio 2001, esattamente quarant’otto ore dopo la notizia, capii che il lampadario era lui.
Lasciò la sua valigetta dei dipinti, senza nessuna lettera, accanto alla poltrona dov’ero solita duettare con il picchio. Sulla valigetta le mie iniziali A puntato O puntato. Dopo averla sbloccata con la combinazione otto otto otto otto, trovai all’interno un pennello, delle corde nuove e due tasti della macchina da scrivere.
R ed L.
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Profilo Autore: Ruben Londero  

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La volante era parcheggiata sotto casa del commissario Carmelo Puzzanghera. L’agente Bacigalupi aspettava, come ogni mattina, che il portone della palazzina si aprisse per scendere dall’auto ed andare a spalancare la portiera. Poi ,ritto sugli attenti, portava la mano alla visiera del berretto. Il commissario aveva dormito male quella notte ,ovvero aveva dedicato molto tempo per scoprire le parti nascoste del corpo della fanciulla, una certa Carmen Santiago Lopez, in arte Virtudes de la Concha.
Non aveva l’aria da educanda, ma sapeva rispondere spontaneamente alle domande del commissario...
Carmelo Puzzanghera non rispose al saluto del poliziotto e bofonchiò con voce impastata di portarlo al bar di Via Dall’Oglio. Doveva bere subito un caffè nero e bollente come piaceva a lui. Mentre l’auto procedeva a velocità sostenuta, ignorando il limite dei 50 km orari, il commissario accese la terza sigaretta della mattina e iniziò a sbuffare anelli di fumo. Pensava a Carmen che gli aveva insegnato alcuni passi di flamenco, mentre entrambi nudi pestavano con le scarpe sul parquet della camera da letto.
All’improvviso era suonato il campanello della porta d’ingresso ed una voce d’uomo, alquanto irritata, aveva raggiunto la loro intimità, turbandola con minacce non troppo velate...
Carmelo Puzzanghera non ebbe il coraggio di aprire e di rispondere a tono agli insulti, ma spinse Carmen sul letto e finì di approfondire la conoscenza del suo corpo caliente.
In ufficio trovò ad attenderlo una giovane donna dallo sguardo spento che teneva penzoloni le braccia tra le gambe. Si sedette alla scrivania e si accorse che il posacenere era ancora stracolmo di cicche. La signora delle pulizie non era passata a riordinare?
Disse tra sé e sé che avrebbe dovuto fare un cazziatone all’agente Serra che doveva controllare che l’ufficio fosse pulito. Con l’indice della mano destra sospinse alcuni granelli di cenere sul pavimento dove svolazzavano batuffoli di polvere. Lui era il tipo che stava bene nel suo disordine casalingo, ma non sopportava di dover lavorare in un ambiente sporco. Entrò l’agente Esposito Gennaro, salutò, e disse con un forte accento campano che sostituiva il collega Serra, assente per problemi di salute. Il commissario si affidò al suo grande acume mentale e seppe quale fosse il motivo dell’assenza di Efisio Serra. Quello era figlio di un pastore sardo e forte in salute come una quercia non conosceva alcun malanno. Era una grossa bugia! Piuttosto lo immaginava ad inseguire la moglie che lo cornificava ogni volta che si presentava l’occasione. In breve, sempre!
Esposito gli spiegò per quale motivo la donna fosse stata arrestata, poi poggiò l’incartamento sulla scrivania e arretrò di qualche passo per sedersi al computer a verbalizzare l’interrogatorio.
Il commissario stirò sul ventre piatto la maglietta Lacoste e si decise a fissare la ragazza che sembrava del tutto assente. Dopo averla chiamata per nome per due volte, lei alzò il viso e si appoggiò allo schienale, come se non potesse più procrastinare quel momento.
Rispose di chiamarsi Eleonora Vidoletti, di anni 25, impiegata come segretaria presso l’agenzia di pompe funebri “ Non c’è che una vita”. Si era sposata il giorno precedente con un collega di lavoro, Edo Marcegaglia, di anni 28, di professione becchino.
il commissario, scorrendo velocemente il rapporto della scientifica, capì che il morto ammazzato era proprio il marito della donna e che l’autrice del delitto era proprio lei.
Eleonora Vidoletti, senza che il commissario l’avesse invitata a raccontare la sua versione dei fatti, continuò il suo racconto, come se avvertisse il bisogno di giustificare i motivi per cui aveva commesso quel delitto.
-Io e mio marito avevamo salutato i genitori e i parenti ed avevamo raggiunto il nostro appartamento al sesto piano di un piccolo condominio nella zona dei Navigli. Io avevo indossato la camicia da notte trasparente di colore rosa pesca... e mi ero coricata. Io... commissario, sono vergine ed avevo atteso quel momento con la volontà di arrivare illibata al matrimonio... Anche Edo non mi aveva mai tentata...
Aspettavo che rientrasse dal terrazzo, ma era trascorsa già mezzora, senza che si decidesse.
-Se vuole riposarsi, lo faccia pure- disse il commissario, e chiese all’agente Esposito di portare un bicchiere d’acqua.
-Minerale naturale, grazie. L’acqua gassata mi fa gonfiare lo stomaco e so io quali sacrifici faccio in palestra per avere addominali piatti.
Bevve due o tre sorsi e poi riprese a parlare con grande lucidità, come se fosse ancora nella camera da letto. Riviveva ogni momento senza turbamenti o cedimenti emotivi.
-Stanca di quella attesa, mi alzai e raggiunsi il terrazzo dove lui fissava il cielo stellato.
Gli chiesi con apprensione:- Ma caro, è da tempo che ti aspetto...perché non vieni a letto? Prenderai freddo!
-Non posso! Mio padre mi ha sempre detto che questa sarebbe stata la notte più bella della mia vita ed io non voglio assolutamente perdermela!!!
il corpo di Edo Marcegaglia era stato ritrovato all’interno di un’ aiuola, davanti al portone d’ingresso del palazzo.
-L’amavo, l’amavo, commissario! Era tutta la mia vita!- concluse Eleonora Vidoletti,
sciogliendosi in lacrime.

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Profilo Autore: Libero  

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L’uomo con sul dito una coccinella si lascia scivolare sulle gambe. Ora dorme. La testa ricurva in avanti, nella sfumatura intensa di un’alba che gli pesa sulle spalle. Il coleottero a piccoli passi torna tra gli alberi sulla tappezzeria. Fino ad ora non era stato molto fortunato. Era uscito di casa per trovare una foglia dove lasciarsi amare da un raggio di sole, non se ne era accorto nessuno. Aveva altre domande, diverse da quelle dell’uomo.
Le fronde mormoravano di una coccinella come lei, solo più vorace, dalla livrea arancione e gialla nel grande bosco lontano che aveva tutta l’intenzione di governare da dove lo sguardo può arrivare… fino a capire quanta sia stata la fortuna di esserci. Un’altalena dondolava da sola, si sentiva smarrita.
Degli abeti secolari non restava niente, se non il ricordo disegnato nel cielo dai petali dei piccoli fiori. I saggi gufi, le vecchie querce continuavano a morire. Restavano loro, i fiori. Giovani fari capaci di colorare il sole quando cieli cupi ricoprono i pensieri, piccole lucine anche quando è buio.
La coccinella si domandava come potesse un suo simile non darsi cruccio di sfregare incurante le zampette e liberare quel veleno. Quell’odore repellente era nell’aria.
Lei che porta in giro ogni giorno un cuoricino ovalizzato dal peso dei puntini che hanno lasciato chi legge senza la possibilità di prendere fiato.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Bongiorno a lei sora Giocò, me scusi pe` l'ardire
nun è pe m'picciamme de l'affari vostra,
ma m’è sembrato de ave` visto
er sor Augusto, si…proprio lui er vostro
consorte,li dietro all'angoletto
si propro li 'ndo c’è er baretto
der sor Giggetto.
So che lo cercavate, sora Giocò
ma nun ve l'ho avvisato.
Nun è per quarche cosa , ma 
si nun sbajo l'ho visto abbraccicato
stretto stretto ar buio li nell'angoletto
a quella panterona de la fija der
portiere.
Sora Giocò, che fate
mettete giu quo scopettone
pe carità de Dio, ma che ve frega.
Tenetela more` pe carità che questa
mo li scanna tutt'eddua come capretti.
Levateje er cortello da le mano,
Oddio ce sviene ...
Corete commare` serve l'aceto
fatejelo annusa che s'aripia
nine` tireje su le gambe, sventolaje la faccia
E che te lo dico a fa che giornataccia.
Ecchitelo tiè guarda chi ariva, er mandrucone.
A sor Augu, sentite che ve dico, è mejo che ve date a la campagna,e pe quarche
giorno nun ve fate vede, voi e quella sisona .
Che si ve pia, la sora Gioconda ve gonfia come
na zampogna.
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Profilo Autore: Marina Lolli  

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Il Commissario Carmelo Puzzanghera sentiva ancora gli effetti di una modesta sbornia.
Era stato la notte precedente in casa del collega Aurilio Galliani per festeggiare la di lui promozione a questore. Lui invece aspettava ancora quella che era diventata una tardiva promozione, ma, anche se sperava, non sarebbe giunta tanto presto. In paradiso i santi erano in disaccordo e davano credito alle istanze di certe autorità che volevano un Puzzanghera ibernato ancora per qualche anno. Il commissario aveva risolto dei casi, ma solo perché gli indagati avevano acconsentito a confessare tutto, pur di non ascoltare quell’uomo dal forte accento meridionale che li angosciava con le ripetute domande, senza smettere di fumare. Sapevano che avrebbero trovato persone comprensive all’interno di una cella e speravano ardentemente di vedere il sole solo nel cortile del carcere, durante l’ora d’aria.
Carmelo Puzzanghera strinse gli occhi per il forte mal di testa e finì di bere la quinta tazza di caffè, nero e forte come piaceva a lui. Efisio Serra attendeva ordini da un bel po’, ma non voleva far incazzare quell’uomo che sembrava distrutto. Rigirava tra le mani una denuncia di scomparsa presentata dalla signora Annabella Moretti. Suo marito, l’ingegnere Osvaldo Moretti, era assente da casa da tre giorni e non aveva dato notizie di sé. La donna attendeva di essere ricevuta dal commissario, dopo che era stata consigliata di rivolgersi a Puzzanghera quale esperto nel ritrovamento di persone scomparse. Il commissario Anselmo Scannagatti rideva a crepapelle al pensiero che la donna non avrebbe mai ritrovato il consorte, grazie a Carmelo Puzzanghera.
il commissario aprì gli occhi e intravide Serra che lo fissava col solito viso da ebete.
-Che c’è, Serra? Sei in stato catatonico? Eh parra, se hai qualcosa da dire!
-Commissario, una signora aspetta di parlare con lei.
E gli riferì brevemente il motivo della denuncia. Carmelo Puzzanghera maledì la signora e il marito che aveva deciso di sparire...
- Serra!
- Comandi!
- Unnè u commissario Scannagatti? Sa sta ciusciannu? Non se ne poteva occupari iddu?
-Ha un rapporto urgente da consegnare al questore. Così mi ha detto di riferirle.
-Uoggi nun iè iurnata! E fai entrare ‘sta signora Moretti!
La donna aveva circa quarant’anni, alta e flessuosa come un giunco, avvolta in un cappotto di cachemire rosso, due occhi grandi e arrossati dal pianto.
Si sedette appoggiando la schiena alla spalliera della sedia e portò al naso un fazzoletto viola che sparse per l’aria una fresca fragranza di profumi d’oriente.
il commissario ebbe la sensazione di riprendere i sensi e si rialzò dal sedile della poltrona per darsi un contegno.
-Commissario,... mi è stato riferito... che è stato trovato un cadavere non identificato nel fiume,... nei pressi della località Cascina Pizzulla. Mi scusi, ma... non posso trattenere... le lacrime al pensiero che quel corpo sia di mio marito.
La donna pianse amaramente, senza potersi frenare. Poi si fece animo e riprese a parlare.
-Temo che si tratti di lui...sa...è scomparso da tre giorni.
il commissario pensò che quella bella donna sarebbe di certo piaciuta alla madre e fantasticò un po’ prima di rivolgerle una domanda:- Mi può dare qualche indicazione che ci aiuti a identificarlo? Sono scomparse alcune persone e sono stati ripescati due cadaveri di sesso maschile dalle acque del fiume.
Efisio Serra alla tastiera del computer attendeva e fissava davanti a sé la parete come se vedesse la foto del morto.
Il commissario sentì il bisogno di aprire la finestra per respirare a pieni polmoni e, mentre stava per alzarsi, la signora Moretti rispose, frenando le lacrime che avevano sciolto il trucco dei begli occhi blu:- Ce... certo, commissario, è daltonico e... ha... un forte accento veneto...
Serra si domandò che volesse significare “daltonico”. Tentò di trovare una risposta, fissando il soffitto della stanza.
Carmelo Puzzanghera respirò profondamente e si ricredette al pensiero passeggero che quella donna sarebbe davvero piaciuta a sua madre... 

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Profilo Autore: Libero  

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E’ bello guardare un pallone correre sul prato. Il profumo dell’erba appena tagliata ti pervade i sensi. E allora torni piccolo. Poi ragazzo, quelle sere di inizio primavera in auto con lei.
L’automobile. Alla pompa di benzina l’odore del gasolio mi entra nelle narici. Ogni mattina sto andando nonostante tutto al lavoro, anche se non capisco bene il perché. La mia non è una di quelle nobili professioni che in questi strani giorni risultano essere più necessarie che mai. A orario ridotto, certo. Poche ore, per la strada. C’è preoccupazione, l’età dei contagiati e degli ultimi che non ce l’hanno fatta è scesa tra i 48 anni e i 60. A casa ho tre figli, e fra non molto ne avrò 45.
Quel pallone da un po’ sta correndo sempre di più schiacciando l’erba sul prato, senza nonni a guardare. Qualcuno deve averlo tirato forse troppo forte. Ora ha un forellino quasi invisibile da cui fuoriesce impercettibile… come fosse un soffio quella che conoscevamo come aria. Ma non lo è.
Scrivete, e leggete. Videochiamate i vostri cari davanti ai giochi di società, che è la sola che ancora ci resta. E fate l’amore. Restate a casa.
Comunque
Oggi, anche oggi
Verrà.
Iscrizione
Della lapide.
19 marzo di questo fottutissimo 2020.
Vedete, non sempre riesco a essere poetico. Anche lui era un padre. 

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Sei uscita presto stamattina. Sempre con lo stesso nome,  senza il bisogno di una carta d'identità, con gli stessi occhi chiari che avevo finito di baciare tra le 6 e la 6.30,mentre ti avvolgevo con le braccia simili ad ali di pipistrello. Ti eri rannicchiata e non smettevi di sognare che io sollevassi il tuo corpo e lo adagiassi poi tra le lenzuola ancor calde e stanche del nostro riderci sopra. Prima di uscire mi hai ricordato di bagnare i figli e di accompagnare i vasi dei gerani a scuola, o forse volevi dirmi qualcos'altro meno confuso,mentre mi baciavi le labbra con un tocco frettoloso che io avevo migliorato trattenendoti sull'uscio per poterti ancora frugare tra la borsa e il cappotto. Hai riso con un tono stridulo come di sirena che squilla e si allarma, sottraendoti alle mie mani insensibili alla tua intimità. I capelli si erano scomposti e il rossetto si era un po' sbavato tanto che sembravo truccato sulle labbra per un ballo in maschera. Mi hai detto che dovevo uscire i panni dalla lavatrice e di stenderli e, se potevo, di fare la spesa. Io non sapevo come aprire l'oblò della lavatrice e allora mi sono messo a guardare la girandola di camicie, calze, magliette e boxer, finché ho svegliato la piccola Carla. Lei sa come si comporta una brava donna di casa.
Tu ormai sei sempre più lontana, risucchiata dal traffico della tangenziale, intenta ad apparire presentabile in ufficio davanti alle inappuntabili colleghe. E so che sparlano di te,mentre il direttore ti fa stare accanto a lui a scrivere una lettera e tenta di asciugarsi la mano sudata sulla tua gonna a quadri rossi e verdi.Sei uscita presto stamattina ed io ancora devo innaffiare i gerani e portare i piccoli a scuola. Al supermercato farò la spesa, dopo aver sistemato i prodotti sugli scaffali, o ...farò il contrario.. Almeno avrò il tuo ricordo a farmi compagnia. 

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Profilo Autore: Libero  

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Tempesta a giunger silenziosa, ampio spettro a divenir paura e
tu macabro ed invisibile vuoi torturar chi incontri..

Tu coronavirus!

Oh anime gentili di bellezze affine dedite ad incantar in maliarda gioventù,
anima a risplender nei vostri occhi ad incontrarvi per strada anche il sole allegra e 
bea del vostro colore verde e rosa e sorride e nei vostri occhi si rispecchia.
Orgogliosi ed avvenenti per le strade con gioventù a braccetto passavate ed
or chiusi nelle case a sperar che prigione abbia fine..

oh donne ed uomini con enfasi gioviale di visioni magnificenti
dovremo addobbare le case un ospite sgradito e malevolo vuol entrare
ed è venuto a giustiziar chi incontra.

Ornate lo spazio e sognate di correr su prati a rotolar sull’erba,
un sogno
a volte fa star bene anche fra quattro mura.

Or donne mamme e figlie non oltrepassate la porta per uscire ma
trattenetevi a guardar dalle vetrate ad ammirar i paesaggi eccola è primavera
la stagione non demorde di speranza e presto l’ospite sgradito nell’ inferi ritorna ove svanirà nel nulla.
Io resto a casa, abbiamo compiti da svolgere, ed hobby a donar passioni,
godiamoci la famiglia e scriviamoci un diario quel che il pensier crea.

Preghiamo per il mondo!

Giochiamo ne abbiamo modi e maniere e
dediti ad un buon libro divaghiamo e abbiamo la TV che informa e ci rallegra,
ascoltiamo la musica e se vi aggrada il compiuter può divenir benevolo compagno.

Io resto a casa chiudo la porta e l’ospite sgradito il coronavirus non lo farò entrare in casa
lo lascio fuori a sospirare.

Vi prego non fatelo entrare immancabilmente tutti voi!
Restiamo a Casa!

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Profilo Autore: Adele Vincenti  

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Facebook: un abbeveratoio comune accessibile a tutti. Un enorme giardino pieno di zebre, giraffe, calabroni, api e farfalle ed altre specie animali. In questo enorme e teorico pozzo; i cavalli si dissetano, qualche pavone si specchia, gli uccellini bevono a piccoli sorsi e gli elefanti con la loro grossa proboscide irrigano qualche sterile campicello circostante. Molti preferiscono osservare in silenzio: si accontentano degli schizzi che di tanto in tanto ricevono sul viso da qualche giraffa dal collo lungo. Gli ippopotami e qualche maiale, sguazzano in qualche pozzetta di fango che si è formata nelle aree circostanti e le solite oche starnazzano alla vista di qualche pavone che mostra la coda. Molti parlano del più e del meno e alcuni fanno il verso a chi tace. Ci sono scimmie dispettose, iene che se la ridono e avvoltoi e leoni pronti ad azzannare e sbranare qualche sprovveduta gazzella sfuggita al branco. È un mondo virtuale dal quale si attinge spesso senza mostrarsi: ci si sente forti perché lo schermo fa da filtro fra se e gli altri. Questo pazzo mondo virtuale, tanto simile a quello reale, che ci fa sentire talvolta forti leoni da tastiera, spesso audaci rapaci, talora piccole galline; pronte a beccare il mangime offerto loro da contadine dalle tasche colme di effimere ed evanescenti briciole. Facebook così astratto, ma al contempo così reale. Così dotto, saccente, generoso, ma anche così arido. Una dimensione parallela in cui due mondi a confronto, si scontrano, si incontrano e si prendono per mano pur mantenendo le distanze. Un mondo che dovrebbe colmare vuoti, ma non toglie la fame e non placa la sete. Facebook: uno specchio che riflette le pochezza di molti. Un mondo dove le parole sostituiscono gli abbracci. Un mondo dove anche il povero indossa la corona ed anche il più negletto impugna lo scettro. Un mondo dove la cattiveria, l'invidia e l'ipocrisia attecchiscono più che nel mondo reale. Si va a briglie sciolte in questa dimensione surreale. Realtà e virtuale; figli di un'unica persona si sdoppiano e danno vita ad un avatar: così che ciò a cui si anela prenda forma e nome. Facebook, un mondo in cui la realtà virtuale prende il sopravvento su quella reale. Un pazzo e schizofrenico mondo fatto di sole immagini, di sole parole. Un mondo in cui ti illudi di avere tutto: una dimensione onirica, dove quel poco che è meglio di niente, ti lascia troppo spesso affamato, assetato e con le mani colme di vuoto. Peccato che quel nulla di cui ci si disferebbe volentieri, troppo spesso venga gustato come pane: un pane senza profumo, senza fragranza, senza sapore. Un pane fatto con metaforiche mani e impastato con un lievito madre che da vita a forme plastiche; pronte a sostituire reali fisicità, piene di sapori e odori; che accarezzando l'anima, nutrono anche il corpo.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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