I miei pensieri si perdevano sulla riva del lago stando ad osservare quel che accadeva sotto il pelo dell’acqua … e gorgogliava quell’acqua come un canto di primavera, pesciolini nuotavano tranquilli guizzando qua e là felici come era nella loro natura. Le insidie erano tante, dal luccio minaccioso che s’aggirava intorno, all’amo del pescatore che penzolava dall’alto; mamma trota in silenzio mostrava loro dove e da chi starsene lontani in una forma protettiva di madre.
Dal bordo di quella sponda andava il mio pensiero ai miei sogni ricorrenti che erano ritornati a farmi visita dopo tanti anni mentre mi domandavo chissà mai perché … in quei sogni ricorrenti tra un dormiveglia ed un altro mi trovavo ogni volta come in un “déjà vu” in un certo senso in un loop-temporale, continuando a sognare gli stessi sogni di momenti vissuti in età adolescenziale; le ombre della notte tornavano a ripresentarsi attraverso i ricordi di ieri.
Avevo in quel periodo il desiderio di esprimermi attraverso il disegno e adoravo soprattutto i cavalli, animali nobili che catturavano la mia attenzione con la loro possente muscolatura che mi veniva facile disegnare a matita in bianco e nero, trovando così modo di evidenziare con luci ed ombre quell’ammasso di muscoli imponenti nell’atto di una corsa libera senza freni.
I miei sogni di allora si ripetevano sovente in una sfrenata corsa su un destriero bianco cavalcato senza sella: io e lui in un tutt’uno correvamo sulla rena del mare tra mille schizzi d’acqua cristallina o su un terreno imbiancato dalla neve che mossa dagli zoccoli della creatura, s’alzava in una bianca nube fino a confondere le tracce.
Oggi dopo un lungo periodo di assenza quel destriero è tornato a farmi compagnia quasi tutte le notti in un sogno che, secondo me, rappresentava allora e rappresenta ancora oggi un grande senso di libertà da ogni momento di costrizione della naturale realtà che viviamo o almeno io sarei propensa così a darne una spiegazione plausibile. Il fatto è che le mie notti, oltre ad affondare in quelle radici antiche e profonde dell’infanzia, sono riapparse nell’attuale a mostrarmi il bellissimo senso di quella libertà che non abbiamo più oggi nel mondo reale costretti e circondati da regole d’ogni sorta.
Non riesco a spiegarlo in modo diverso se non come: “… i misteri del divenire …”
Balto era un cagnolino. Aveva un sogno: una famiglia! Un giorno al canile dove viveva già da tempo i suoi occhi incontrarono quelli di un bambino con la sua famiglia. Al piccolo Nicholas, infatti, dopo svariate marachelle che avevano messo a dura prova la pazienza dei suoi genitori, gli fu assegnata una punizione un po’ speciale: quella di prendersi cura dei piccoli ospiti a quattro zampe del canile della sua cittadina. Nicholas, entusiasta per essere riuscito a scampare a punizioni ben più severe, non se lo fece ripetere due volte, e così, assecondando la volontà di mamma e papà, accettò di buon grado. Era sicuro che fare compagnia a quei teneri cagnolini soli e sfortunati, sarebbe stato allo stesso tempo divertente e molto gratificante. Così raggiungeva il canile in sella alla sua bici due giorni a settimana, portando con sé anche qualche piccola coperta per i poveri cagnolini, ciotole nuove per dissetarli e del buon cibo per sfamarli. Che dire, il piccolo Nicholas, ci sapeva proprio fare con quei cuccioli! In pochissimo tempo, era infatti diventato la mascotte di tutti i cagnolini, soprattutto di Balto, che sembrava nutrire per lui un affetto particolare. Una notte, nel buio della sua cuccia, immerso in un sonno profondo, Balto sognò la Madrina dei Cuccioli che gli consegnava una piccola bandana gialla. “Legala attorno al collo come una piccola sciarpetta”, gli disse, “Vedrai che molto presto anche il tuo sogno di vivere in una bellissima famiglia si avvererà”. Il giorno successivo, Nicholas, arrivò puntuale come sempre al canile, pronto ad accudire con la sua compagnia i piccoli ospiti a quattro zampe. In una delle sue spericolate corse a rincorrere quella marea festante di umidi musetti e di code che scodinzolavano divertite, perse da una tasca una piccola bandana gialla. Balto se ne accorse immediatamente, la raccolse con un morso e la portò nella sua cuccia accorgendosi che era praticamente uguale alla sua. La Madrina dei Cuccioli, che solo Balto poteva vedere, apparve allora davanti ai suoi occhietti verdi ed increduli. “Com’è possibile?”, chiese Balto sconcertato. “C’è un legame insospettabile tra te e il piccolo Nicholas”, confessò la Madrina dei Cuccioli. “La perfida Dea degli Ossi, accecata dall’invidia perché non poteva avere dei cuccioli a causa della sua malvagità, come invece è successo alla tua dolce mamma e al tuo papà, quando seppe della tua nascita, trasformò i tuoi fratellini in bambini e li abbandonò in città, cosicché nessuno avrebbe mai potuto sospettare un simile legame, costringendovi a vivere separati per sempre”. “Non ci credo, disse Balto, tutto questo ha veramente dell’incredibile! Come può un bambino essere un mio fratellino?! Io sono un cagnolino!”, replicò Balto sconvolto. Ma Balto aveva legato attorno al collo come una piccola sciarpetta anche la gialla bandana di Nicholas. E così, guardandosi attorno, si accorse che quel bambino bravo a compiere tante marachelle era effettivamente diventato un cagnolino del suo stesso colore ma dal temperamento veramente vivace! Balto ebbe così la prova che la Madrina dei Cuccioli non aveva detto una bugia! Il loro era e restò un legame veramente speciale, uno di quelli che nasce ed esiste solo fra fratelli! Da quel giorno, infatti, i due divennero veramente inseparabili, e con l’aiuto della buona Madrina dei Cuccioli riuscirono a ritrovare i loro quattro fratellini, e a vivere finalmente insieme come una famiglia felice ed amorevole insieme alla loro vera mamma e al loro vero papà.
Ti ho cercato in tutto ciò che il tempo si è dimenticato di cancellare e ho ascoltato mentre parlavi di te… ho visto le nostre strade dividersi, mentre fuori regnava odio, cattiveria e caos. Adesso stringiamo nelle mani i frammenti delle nostre vite, come fossero vetri rotti, aspettando una primavera che stenta ad arrivare. E da lontano sento il tuo smarrimento nel voler trovare un senso logico in quel confuso groviglio di ostacoli e incroci che è l’esistenza…
Ed eccolo lì il ricordo di quel dolore che fa capolino.. di nuovo..
La vita dona, la vita toglie.
L’autunno incarna in sé il morire del tempo, gioca il suo ruolo di abbandono nel mondo, tutto nasce cresce, vive e poi muore nell’autunno della vita, chi prima e chi dopo, tutti raggiungiamo quella meta … poi succede che un frutto cade prima ancora di maturare e pensando al frutto, a noi pare quasi una normalità, si dà per scontato che faccia parte della vita!
Ma non è vero!
Il pensiero allora ritorna indietro nel tempo e ancor ti porta alla domanda di sempre: perché proprio a me, perché la vita ad alcuni porta prove più che ad altri ma a queste domande non v’è risposta alcuna! Cala l’inverno nel cuore e con quello ci devi lavorare o convivere, ti rendi conto che il dolore anche se superato resta sempre un poco latente, nascosto dentro un pensiero intrecciato nella trama della mente fin giù, giù nelle profondità dell’anima, e tu spegni la luce per restare sola al buio!
E’ così che una volta riaperti gli occhi, il buio della stanza è come un abbraccio, diventa pacatamente dolce il silenzio mentre sovrasta ogni angolo che come d’incanto s’illumina e s’accende in un cielo punteggiato di stelle come se ne vedono in alta montagna dove le luci delle città non possono impedire alle stelle di apparire, brillare e pulsare, diventa forse un sogno, chissà.. e socchiusi gli occhi, un sospiro, un suono.. una voce come melodia che chiama: è come un sussurro poi, quel sussurro si fa presenza tangibile..
il tempo che vi spendete è mero fumo...
Non ho un solo volto, né una sola dimora:
son capace di vestire ogni parte e di camminare,
invisibile e presente, tanto nei palazzi dei re quanto nelle ombre dei vicoli.
Io sono colui che è, ovunque e in nessun luogo.
Lì sopra si erano appoggiate mani, tazze, risate. Era il centro di tutto: parole che si intrecciavano, occhi che si cercavano, silenzi pieni e mai vuoti.
Una volta ci sedevamo vicini davvero. Si parlava senza fretta, si sorrideva per niente, e quel niente bastava.
Poi, piano, è arrivata la tecnologia.
All’inizio era solo un oggetto in più, appoggiato tra i piatti. Poi è diventato due, tre, uno per ciascuno. Le teste si sono abbassate, gli sguardi si sono spenti. Il tavolo è rimasto lo stesso, ma non era più un luogo: era solo una superficie.
Le risate si sono fatte rare, le parole corte, distratte. Ognuno chiuso nel proprio piccolo mondo luminoso, mentre quello vero, fatto di occhi e respiri, si allontanava senza fare rumore.
Il tavolo ha continuato ad aspettare.
Ogni sera, immobile, custodisce ancora l’eco di ciò che eravamo. Forse sa che basterebbe poco — un telefono spento, uno sguardo alzato — per tornare a vivere.
Ma intanto resta lì,
testimone silenzioso di una distanza nata troppo vicino.
Spalancò la finestra per osservare meglio il bel panorama che si vedeva dalla sua camera con vista sul mare. A malapena s’intravvedeva l’orizzonte, una linea sottilissima, appena abbozzata che definiva la fine del mare e l’inizio del cielo che in questo momento d’inizio d’alba, stava per tingersi di un bel colore rosato …
Poco più in là, oltre la lunga spiaggia arenile, si stagliava una lussureggiante e verde boscaglia che si faceva complice di centinai di nidi di svariate varietà d’animali boschivi.
Davide, dopo aver fatto un’abbondante colazione con latte e cornflakes, si spostò sorseggiando la sua prima tazza di caffè forte e amaro, sull’ampio terrazzo di quella casa vicino al mare sulla cui ringhiera troneggiavano ben allineati i rettangolari vasi di gerani con i fiori che ritornavano a mostrare il loro bel colore rosso vermiglio già alle prime luci dell’alba.
Rientrò dentro casa ed avvicinandosi al pianoforte a coda, schiacciò qualche tasto ma ascoltate poche note scosse la testa con fare scontento e sconsolato.
Davide era un giovane cantautore alle sue prime armi, aveva vinto da poco il suo primo concorso e una casa discografica gli aveva commissionato una compilation tutta di sue canzoni, qualcuna già l’aveva ed era a buon punto ma, per terminare il lavoro ne doveva scrivere ancora una inedita, il testo lo aveva già nella mente ma non riusciva a trovare l’ispirazione per la musica, era andato in quella casa in riva al mare per trovare la tranquilla serenità che gli desse lo stimolo necessario.
Sentì suonare alla porta e seccato pensò tre sé e sé:
“ma chi mai sarà così presto?” andando ad aprire.
“Non ho proprio bisogno d’intrusioni in questo momento!” continuò a pensare.
Si trovò davanti Giulia, una vecchia amica del posto, una bella ragazza con un bell’ovale, dei bei capelli castano scuro, lisci e lunghi fino al seno ed un corpo ben proporzionato; portava una Tshirt gialla e dei pantaloncini al ginocchio che lasciavano liberi i forti polpacci.
“Ciao Davide, stavo facendo footing sul lungomare quando ho visto la tua casa aperta ed ho pensato di passare a salutarti” disse sorridente Giulia con voce allegra e argentina.
“È tanto tempo che non vieni più qui!” aggiunse.
“È vero, sarà un anno e mezzo che non vengo qui” disse Davide.
“Sono venuto in cerca d’ispirazione per la mia prima compilation che la casa discografica mi ha commissionato ma purtroppo anche qui non sono ancora riuscito a mettere insieme due note!”
Giulia sapeva che lui era un cantautore ed aveva seguito, anche se solo un poco, il suo successo per cui si dispiacque di questo suo momentaneo arenamento.
“Dai non te la prendere, sai che questa casa ti ha sempre ispirato, vedrai , tutto arriverà in modo naturale come ti è sempre accaduto …” lo consolò convinta Giulia.
“Ma entra” le disse Davide aprendo tutta la porta “vieni che ti leggo il testo”
Davide lesse il testo a Giulia che lo trovò fantastico! Poi con quel suo fare spensierato gli disse:
“Dai, adesso non pensare alla musica, verrà, vieni che andiamo giù a camminare lungo la spiaggia.”
Lo prese di brutto per mano trascinandolo sul balcone e poi giù per le scale che scendevano verso la spiaggia, corsero ridendo lungo la stradina costeggiata dai doppi filari di splendide rose rosse, bianche, rosa e gialle che erano in piena fioritura donando al paesaggio magnifici colori e profumi tipici del luogo.
Ridevano felici, Giulia era proprio contagiosa, corsero e corsero ancora fino alla spiaggia a guardare le onde che s’infrangevano e si ritiravano sulla sabbia. Si tolsero le scarpe e come dei bambini felici, sguazzavano coi piedi nell’acqua giocando tra un’onda e l’altra.
Felice ora Davide di quell’incontro casuale, iniziò ad abbozzare un motivo, a canticchiare il testo della sua canzone e quasi senza accorgersene aveva trovato il feeling tra testo e musica!
Abbracciò Giulia con grande gioia e tenerezza di quel momento speciale che questa amica di vecchia data arrivata al momento giusto a rallegrare la sua vita e soprattutto a fargli trovare la giusta ispirazione.
Corsero in casa e velocemente Davide, mentre la mente ancora cantava quel motivo arrivato come d’incanto …. “con matita – spartito” scrisse frenetico le note sotto una forte ispirazione ed in meno di quanto si potesse immaginare il pezzo, una nota dietro l’altra, venne completato!
Quando lo suonò al pianoforte Giulia lo ascoltava estasiata, era veramente una bella canzone, la melodia appena creata poi, scatenava insieme alle parole, fortissime emozioni!
“Bravo Davide, è proprio una bella canzone” gli disse Giulia.
“Grazie Giulia, devo dire che è anche merito tuo, il tuo arrivo, la tua allegria, il tuo sorriso e la tua spensieratezza sono stati determinanti” ribadì Davide.
Decisero di continuare la giornata andando a ritrovare gli antichi posti della loro bella amicizia parlando dei tempi passati di uno e dell’altra.
Il giorno dopo i loro impegni li avrebbero di nuovo separati, ma si lasciarono con la promessa di ritrovarsi durante l’estate successiva.
Quel pezzetto di prato tra i due fili spinati e lo spicchio di cielo sul lago distante era una cosa da togliere il fiato, ma forse solo a me lo toglieva, viaggiatori distratti con me altre volte… e cosi mi ero proprio scocciata, da sola, meglio, a cogliere erbette, ce n’erano alcune pelose di un verde acceso, altre con profumi che mettevano appetito e piccoli fiori dai colori cosi decisi che dolevano gli occhi.
Ci sarebbe stata bene una casa proprio lì, non grande, certo isolata, con uno steccato chiaro sul muretto a secco, una casa di pastori... a guardare quello spicchio di paesaggio uno sarebbe cresciuto per forza... per forza cosi come me con la voglia forte di spiaccicarsi sul prato a braccia e gambe aperte e con gli occhi verso il lago. La vedevo, la vedevo bene e vedevo anche le stanze, poche, e l’avrei voluta proprio cosi… proprio così.
Prima prendo erbette da portare con me e poi mi sdraio, un bel po' stanca, ma avevo camminato forse tanto, troppo. C’è un bel sole.
Intorno alla casa ci sarebbe stato bene certamente un orto con meloni succosi d’estate che non si fa in tempo a mangiarli ed un giardino con fiori che non si devono cogliere, ma io, ma io una volta da piccola ho colto quelli di mio nonno e poi mi sono messa a letto per non essere sgridata.
Potrei fare un gioco, un gioco antico: rotolarmi nella parte del piccolo pendio di erba bassa fino ad arrivare contro il tronco di nespolo selvatico, lo conosco cosi bene questo gioco e il nespolo, ecco… ecco, cosi… rotolarsi fino al nespolo. Meraviglioso…
Che sole, quello del tramonto è il migliore a guardare lontano, e in tutto questo guardare ci sono erba, grilli, ragni, uccelli alberi, formiche, e chissà altro… attraversati dal sole.
Un rumore di motore, tre uomini scendono dalla macchina accostata sulla strada, due vestiti uguali in scuro ed uno più chiaro un po' più nervoso nei movimenti, si avvicinano ma il più chiaro di più dopo aver fatto un cenno agli altri due, non li vedo bene perché hanno il sole in faccia e tengono la testa un po' piegata con la mano sugli occhi. Ma adesso lo vedo Gino... ma guarda un po'... finalmente sei arrivato! Mi prende la mano, la sua è un po' sudata, non mi risponde ma mi guarda dappertutto, cosa cerca? Poi ingoia saliva: ti stavamo cercando perché sei andata via ?
Io sono andata via? Tu te ne sei andato!, vedo un accenno di disapprovazione, squilla il suo cellulare: … si è qui, Sì, dove era prima la casa, ha colto erbette, si è sicuramente rotolata, ma non ha ferite. No, lo so... bisogna chiudere bene e non lasciare la chiave sul cancello. Si, si… si….;
Mi tira la mano, ma io non voglio andare, “il sole sta tramontando, domani torniamo”. Ma lo dice senza guardarmi, io non voglio, chiama gli altri due e mi prendono di peso perché io non faccio un passo, poi dentro la macchina sento un nome, ma io non mi chiamo cosi è un nome straniero che pronuncia piano uno dei due vestiti scuri all’altro, sarà di qualcun altro che non conosco: Alzh… eimer.

QUESTA GUERRA
Questa guerra
non è la nostra guerra
vogliamo vivere e giocare
urlare a squarciagola
per chi arriva primo
a un calcio di pallone.
Questa guerra
noi non la vogliamo
non è quello che desideriamo
vogliamo vedere le stelle
e non queste luci così veloci
che ci fanno tanta paura
desideriamo di sognare
nel nostro piccolo e caldo letto
con un vero pigiama
e non con questi stracci
malridotti dalla polvere e dal fumo.
Questa guerra
è come un orco cattivo
non ci fa vedere il sole
che in questi giorni
potrebbe essere così bello
e la luna si allontana sempre di più
senza le sue stelle
fuggite via spaventate
da questo odore di ferro e fuoco.
Questa guerra
no! Noi non la vogliamo
vogliamo ritornare bambini
e giocare felici
senza morire
per una stupida ragione.
Questa guerra
che non ci dà più pace.
Il suo nome era breve, quasi un soffio: “Harry”.
Eppure, quando è arrivato, non ha chiesto permesso. Si è presentato con il ruggito di un mare che non riconosceva più i suoi confini, trasformando l’orizzonte in un muro cieco di schiuma e detriti. In due giorni, il confine tra la terra e l'abisso era svanito.
Il lavoro di una vita, le mura dei locali che profumavano di salsedine e di sogni, tutto è diventato preda della corrente, le attività commerciali, i lungomari che avevano ospitato i sorrisi dell’estate, le strade dove prima si passeggiava, inghiottiti da una furia cieca.
Dove prima regnava l’oro delle spiagge e il bianco ordinato degli stabilimenti, ora restava solo un’architettura del caos.
Le piastrelle colorate che avevano guidato i passi di mille persone giacevano a destra e a sinistra come stuzzicadenti sull’asfalto, sollevato in zolle pesanti come ferite aperte .
Il fango aveva soffocato i ricordi e il vento aveva strappato il futuro dalle mani di chi lo aveva costruito .
Ma all’alba del terzo giorno, mentre il cielo tornava finalmente a farsi guardare è accaduto qualcosa di più potente di qualsiasi ciclone.
Al rombo del vento è subentrato il ritmo delle pale, al fragore delle onde è seguita la danza delle mani , senza sosta.
Una solidarietà fatta di sguardi e braccia forti, dove il vicino era diventato un fratello e lo sconosciuto un alleato.
Perché “Harry”, nonostante la sua forza bruta, è stato solo un vento di passaggio, la resilienza di chi ha il mare dentro è una radice antica, profonda quanto i sui fondali , che nessuna tempesta potrà mai sradicare.
Ci riprenderemo la riva, un secchio di fango alla volta, ricostruendo non solo i muri, ma l'identità stessa di un territorio che non sa stare in ginocchio.
“Harry” ha portato il rumore della distruzione, ma la dignità dei calabresi e dei siciliani ha risposto con il silenzio operoso di chi sa una verità fondamentale: si può abbattere una casa, si può sventrare una strada, ma un popolo che trova la propria forza nel sale e nella roccia non si può fermare.
Tornerà il tempo del sole a picco e del sale sulla pelle, quel brusio felice di una spiaggia che brulica di vita tra il richiamo dei bambini e il rimbombo dei palloni calciati sul bagnasciuga; torneranno i brindisi al tramonto e la spensieratezza del passeggio serale, cancellando con la forza della normalità le ferite del ciclone, di cui resterà solo l'eco sbiadita di un brutto sogno ormai lontano.
E tornerà l’estate , torneranno le luci, la musica tra le balere , il profumo della pizza, il passeggio sotto le stelle, il gelato sulle panchine guardando il mare , perché l’estate non è solo una stagione, è uno stato mentale fatto di rituali precisi, suoni ovattati e quel contrasto netto tra il riverbero e l’ombra , il sole e le stelle.
(19/20/21 Gennaio 2026 )





