Viaggio in V classe

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Data: 2 Aprile 2020 - 2 Maggio 2021

viaggio in v classe


Un narratore esordiente propina di solito vicende che dovrebbero affascinare in quanto straordinarie, ma così facendo banalizza l’eccezionale, al prezzo di non farsi più leggere la prossima volta. Invece Aurelio Zucchi, con abile e astuta penna, scrive uno slow work di piatta vita ordinaria, irritante, che tuttavia chiede perentoriamente d’esser letto, perché opera il miracolo di far lievitare a romanzo il nulla da cui prende le mosse.

Zucchi ripropone (non diremo si parva licet) il teorema già dimostrato da Joyce nell’ Ulisse e da Musil ne L’uomo senza qualità, e in fondo anche dalla proustiana Recherche: il teorema dell’eccezionalità del banale. Infatti, stando alle regole, noi, in questa Italia progredita fino al suicidio, dovremmo considerar banale – anzi niente assoluto – la storia d’un gruppo di adolescenti calabresi in cerca, nel 1970, d’una maturità da immaturi, alla vigilia d’un faticato diploma da geometri. Un po’ rinoceronti, un poco manzi, questi residuali square si preparano in ottusa umiltà alla professione, agli impieghi, a una vita di lavoro, al matrimonio, ai figli, alla pancera: come dire al sostegno – perché non crolli – della baracca nazionale, sul cui tetto danzano intanto i forsennati del liceo umanistico, frotta di quelli che tra poco sfasceranno le università autoproclamandosi, nel ridicolo, nuova classe dirigente.

Vivono in un castello, estranei al mondo che s’infuoca, gli apprendisti geometri di Reggio Calabria. Non diverranno politici ma uomini dabbene, anche se Roma campeggia lussuriosa sullo sfondo. Hanno in mente solo le fatiche del diploma, in ciò disturbati dall’ inescansabile rapporto con ragazze emancipanti di buona famiglia e perciò complicate, nemiche, parafemministe, anestetiche o indocili all’introduzione – rapporto che un poco li cruccia ed estenua, ahimè.

Spezza tanta gravitas qualche scivolata, qualche volgarità, qualche mangiata di pesce sullo Stretto e, ogni tanto, la mercede d’una siesta con la svedese di passaggio. Ma ben altro dovrà essere la vita ed essi lo sanno: quindi parlano ossessivamente di Topografa, di Estimo, di Scienza delle Costruzioni; e si fanno problema dei loro professori, e del presente, e dell’incerto certissimo domani. Hanno costituito una cooperativa di buoni propositi; non marciano per il Vietnam o contro l’incombere dell’apocalisse atomica, né vogliono cacciarsi nel tumulto delle lotte giovaniliste, ché anzi ne vengono afflitti: perché gli scioperi, è noto, creano scompiglio e rallentano il tuo processo di ansiosa integrazione all’ingiusta società. Seguir la corrente non la seguono, forse neanche la sentono; come hanno evitato i moti del Sessantotto, così nel Settanta evitano persino di salire sulle barricate della loro Reggio insorta contro lo Stato arrogante e padrone: incombono gli esami.

E di farsi esaminare sentono l’obbligo, il masochistico piacere e naturalmente anche la paura. Ma non c’è tra loro un Franti. Quasi tutti amano i professori, quasi nessuno odia i genitori: ecco fatta l’eccezionalità del banale. Ma davvero la classe è storia da niente? E se fosse invece, sotterranea, la vera storia di questo paese, replicata di nascosto in cento province e città? Talmente lontana dall’idea che dei vostri tempi vi siete fatta, talmente estranea alla vulgata massmediatica degli anni ’60 e ‘70, da sembrare falsa? Invece è autentica, teatro-verità: qui ne è attore e protagonista Zucchi, lui stesso, coi suoi compagni e i suoi trèpidi maestri: tutti chiamati per nome e cognome, tutti testimoni del fatto, tutti raccolti in una ‘ndrina di maschi finalmente diplomati che si giurano solidarietà per l’intera vita (e attenzione, attenzione davvero: maschilista è la classe, d’una settarietà pitagorica, con quell’universo femminile perennemente in agguato alle porte del castello, tutto teso a disguidare gli amici, a scollegarli dalla fibbia).

Il libro che avete sotto gli occhi può sembrare un romanzo di formazione alla rovescia, un bildungroman a capofitto. E se invece fosse a testa in su? Mentre l’Italia s’è riempita di memorie di ex giovani turbolenti che raccontano i loro rivoluzionari percorsi di crescita, perlopiù finiti nei laghi amari della delusione (quando non sulla bancarella delle anime in svendita) qui risuona il basic ground bass d’una zampogna tradizionale un po’ stralunata epperò, a dispetto d’ogni coprente frastuono, mai dismessa; salvata dal diluvio e quindi, alla fine, vincente. I rinoceronti – ove sappiano esprimersi – avranno l’ultima parola.

Con queste ali s’invola il sorprendente romanzo di Zucchi, ben costrutto documento, affollato di personaggi guizzanti seppur demodè, ricco d’una sincerità tetragona che fa grumo sulla pagina, soffuso d’una bellezza malata che suscita ammirazione e insieme raccapriccio: descrive infatti l’odiosa Italia dell’eterna controriforma, che sempre perde il treno della modernità, e sempre per colpa o frode di macchinisti infedeli.

        Prefazione di Pietro Zullino


Dettagli prodotto

  • Copertina flessibile: 268 pagine
  • Editore: Gruppo Albatros Il Filo (1 giugno 2011)
  • Collana: Nuove voci
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8878425761
  • ISBN-13: 978-8878425767

 

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