Notte bianca, di terrore disperso tra le vie
Con negli occhi il fumo delle sigarette
Fumate e bevute dall’ultimo demone di turno.
Fra le mani un cencio di parole stanche
E ombre di smorfie alle spalle. Nell’intimo
Di una rondine ferita, tu eri la mia gota
Fiorita da mille dei tuoi baci. E parole
Non dette nel timore di troppo dire,
Soffocavano i nostri stessi pensieri.
Ed erano i tuoi occhi di lutto, blu
Nel mimetico del viso, a incoraggiare
A vivere sul selciato come un galoppo
Di emozioni e lamenti. Se spenti
Fossero quei lumi mi perderei nel pozzo
Della luce dei fanali diafani, a rincorrere
Un ricordo di materia al sapore
Delle labbra tue di rosa. Spine, verdi
E rigide, si conficcano nel cuore
Ogni volta che mi guardi e non parli.
Nell’attimo, in cui un ponte di nubi
Oscurava i nostri stessi cammini, la tua mano
Apparve più bianca e un sapore di miele
Frusciò tra le labbra, puro desiderio.
E io non cantavo più, contavo ancora
Le margherite spente dal lutto della primavera.
Ed era un sospingersi al di là del monte niveo-
Nube in espansione- ad accalorare il viaggio
Verso le ceneri del mare in tempesta.
Sirene dai lunghi capelli avvinghiavano
Le nostre membra e i loro canti
Canti di antichi nomadi.
Nel sogno, correndo sul fil di ferro
Della passione, colpì lo zoccolo duro
Del mio essere animale, e un goccio
Tondo come di vetro scheggiò
Le mie mani arse da febbre. Oltre
Il baratro della finestra un gufo, nero
Scuro nell’intimo, gracchiò una frase scarna
E brividi di gelso fiorirono nella carne.
Sentendo me stesso perdersi tra viole di parto,
Mi attaccai a un violino e ne percossi una corda,
Un sol diesis colpì il mio occhio e l’oscurità della notte
Rapì i miei pensieri.
Con negli occhi il fumo delle sigarette
Fumate e bevute dall’ultimo demone di turno.
Fra le mani un cencio di parole stanche
E ombre di smorfie alle spalle. Nell’intimo
Di una rondine ferita, tu eri la mia gota
Fiorita da mille dei tuoi baci. E parole
Non dette nel timore di troppo dire,
Soffocavano i nostri stessi pensieri.
Ed erano i tuoi occhi di lutto, blu
Nel mimetico del viso, a incoraggiare
A vivere sul selciato come un galoppo
Di emozioni e lamenti. Se spenti
Fossero quei lumi mi perderei nel pozzo
Della luce dei fanali diafani, a rincorrere
Un ricordo di materia al sapore
Delle labbra tue di rosa. Spine, verdi
E rigide, si conficcano nel cuore
Ogni volta che mi guardi e non parli.
Nell’attimo, in cui un ponte di nubi
Oscurava i nostri stessi cammini, la tua mano
Apparve più bianca e un sapore di miele
Frusciò tra le labbra, puro desiderio.
E io non cantavo più, contavo ancora
Le margherite spente dal lutto della primavera.
Ed era un sospingersi al di là del monte niveo-
Nube in espansione- ad accalorare il viaggio
Verso le ceneri del mare in tempesta.
Sirene dai lunghi capelli avvinghiavano
Le nostre membra e i loro canti
Canti di antichi nomadi.
Nel sogno, correndo sul fil di ferro
Della passione, colpì lo zoccolo duro
Del mio essere animale, e un goccio
Tondo come di vetro scheggiò
Le mie mani arse da febbre. Oltre
Il baratro della finestra un gufo, nero
Scuro nell’intimo, gracchiò una frase scarna
E brividi di gelso fiorirono nella carne.
Sentendo me stesso perdersi tra viole di parto,
Mi attaccai a un violino e ne percossi una corda,
Un sol diesis colpì il mio occhio e l’oscurità della notte
Rapì i miei pensieri.
Commenti