Tornavo
all’alba
per salutarti
accolto
da neve rosa
Eri Tu
Mio Cuore
*
Quando sono arrivato sotto al portone dell'abitazione dei miei genitori, una folata di vento lieve ha fatto volare dei piccoli petali rosati... ed io, per un attimo, mi sono fermato perché davvero mi sembrava stesse nevicando ma non era tempo di neve... quindi ho sorriso e ho compreso che quell'atto era il saluto di mia madre, per me, che non sono riuscito a farlo personalmente e mi dispiace da morire non essere potuto essere là, mentre lei spirava.
E' una mancanza che mi porterò dietro per sempre, nonostante l'avessi salutata il giorno prima; ma niente lasciava presagire il precipitarsi della situazione.
Sono stati più di tre intensi mesi di stillicidio... il suo male si era avvinghiato a lei e lentamente la divorava, rendendola inerme come uno scricciolo al freddo.
Ringrazio Stefano e Sanndy che con i loro insegnamenti che adesso vivo da studente attivo, mi hanno infuso la calma che occorre avere in questi frangenti e confesso (e quasi me ne vergogno) che ancora non sono riuscito a versare una lacrima e che, durante i tre giorni cruciali dei saluti per mia madre, fino alla sepoltura, non ho fatto altro che prodigarmi con le persone alle quali uscivano fiumi di lacrime, dicendo che non dovevano piangere... perché a LORO dispiace vederci sofferenti. <3
Nonostante tutto sono sereno perché so che lei ha smesso di soffrire e presto ci ritroveremo, abbracciati... chissà dove.
*
E non potevo fare a meno di riportare le parole di Ninetta...
Ho letto le tue parole con grande partecipazione, perché toccano qualcosa di universale e profondamente umano. L’amore per una madre ha una radice speciale, difficile da spiegare, e quando viene a mancare lascia un vuoto che non si colma, ma si impara piano piano a portare con sé.
Quel passaggio dei petali mi ha colpito molto: è delicato, quasi sospeso, e restituisce l’idea di un saluto che arriva comunque, anche quando pensiamo di non essere riusciti a darlo come avremmo voluto. In fondo, certi legami trovano sempre un modo per esprimersi, anche oltre i gesti concreti. Capisco profondamente anche quel senso di mancanza per non essere stato presente nell’ultimo momento. È qualcosa che pesa, perché sembra racchiudere un significato enorme. Ma credo, e un po’ la vita me lo ha insegnato, che non sia quell’istante a definire l’amore. L’amore sta in tutto ciò che c’è stato prima: nella presenza, nella cura, nella vicinanza quotidiana, anche nei momenti più difficili.
Quando mia madre stava per andarsene, ho vissuto anch’io un momento che mi è rimasto dentro: mio fratello, che mancava da tanto tempo, le si è avvicinato. Lei sembrava ormai lontana, quasi assente, e invece ha aperto gli occhi e li ha sgranati in un modo che non dimenticherò mai. Come se, in qualche modo, quel legame fosse ancora lì, vivo, capace di riconoscere e reagire.
Per questo penso che, anche negli ultimi istanti, qualcosa passi comunque, al di là della nostra presenza o assenza fisica. E allo stesso tempo, quando una malattia consuma lentamente una persona, come descrivi, si assiste a una sofferenza che segna profondamente chi resta. Allora, accanto al dolore, può nascere anche un pensiero più quieto: che quella sofferenza sia finita. Non è una consolazione piena, ma è una forma di pace. Per questo, più che colpa, io vedo umanità. La vita ci chiede di essere in tanti luoghi e in tanti ruoli, e non sempre possiamo essere dove il cuore vorrebbe. Ma questo non toglie nulla all’amore dato e ricevuto.
Le tue parole sono un abbraccio che arriva lontano, e in qualche modo resta.
Molto toccante.
