Un testo che non può prescindere dal precedente “Quei falò sotto la luna”.
Amica mia ch’ho amato in giovinezza
da tanti ambita eppur a me proibita
ché non sarei mai stato alla tua altezza
se non ricostruendo un’altra vita,
mi rivedo in amore ancor pivello
sulla tua scena al mare una serata
quando virai la prua del mio vascello
dopo fatta d’orgoglio una bravata.
Dopo te persi pur le mie radici
come fossero esangui le mie vene,
ma a ben guardar d’allor le cicatrici
nemmeno la città mi volle bene
se non qualcuno al bar dei quattro amici.
Rimossi allor lo stigma del perdente
e superando i più propizi auspici
altrove andai, amai e fui vincente.
Eppur rimpiango quegli acerbi anni,
giovinezza avventata e scombinata
vissuta tra illusioni e disinganni
studiacchiando e campando alla giornata,
ma ardevano alla luna i miei falò
d’amor fiammanti sogni e di fortuna.
La tua vita non so cosa incontrò,
la mia dopo i falò trovò la luna,
e quei falò guardando da lassù
compresi quanto sia fatale sorte
che un gesto o una parola in men o in più
possan di noi decider vita e morte.
Ad evocar con me, pur un sol giorno,
quegli anni e quei falò t’avrei voluto,
ma andasti donde più non c’è ritorno
prima ancor d’un mio ultimo saluto.
Amica mia ch’ho amato in giovinezza
da tanti ambita eppur a me proibita
ché non sarei mai stato alla tua altezza
se non ricostruendo un’altra vita,
mi rivedo in amore ancor pivello
sulla tua scena al mare una serata
quando virai la prua del mio vascello
dopo fatta d’orgoglio una bravata.
Dopo te persi pur le mie radici
come fossero esangui le mie vene,
ma a ben guardar d’allor le cicatrici
nemmeno la città mi volle bene
se non qualcuno al bar dei quattro amici.
Rimossi allor lo stigma del perdente
e superando i più propizi auspici
altrove andai, amai e fui vincente.
Eppur rimpiango quegli acerbi anni,
giovinezza avventata e scombinata
vissuta tra illusioni e disinganni
studiacchiando e campando alla giornata,
ma ardevano alla luna i miei falò
d’amor fiammanti sogni e di fortuna.
La tua vita non so cosa incontrò,
la mia dopo i falò trovò la luna,
e quei falò guardando da lassù
compresi quanto sia fatale sorte
che un gesto o una parola in men o in più
possan di noi decider vita e morte.
Ad evocar con me, pur un sol giorno,
quegli anni e quei falò t’avrei voluto,
ma andasti donde più non c’è ritorno
prima ancor d’un mio ultimo saluto.

Commenti
gestendo rime e versi con talento.
Luna e falò: tu insrgui la cometa
e ti ritrovi a dare voce al vento!
pur tu sei poetessa talentuosa.
E pure il vento è immagine gradita,
foriero d'una voce silenziosa.
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pivello
pivèllo s. m. [der. dell’ant. pivo «ragazzo», affine a piva, nome dialettale dei genitali]. – Termine settentr., usato in origine per indicare un ragazzo pretenzioso e ricercato nel vestire, diffusosi poi, attraverso il gergo militare e degli uffici, in tutta Italia a indicare estensivamente chi è alle prime armi in un’attività, il giovane principiante non ancora esperto dell’attività che esercita, o, genericam., un ragazzo inesperto: non accetto critiche da un p. come lui; il Riccetto se la faceva più con loro due che coi p. dell’età sua (Pasolini). Nel gergo dell’Accademia navale di Livorno, l’allievo del primo anno. ◆ Dim. pivellino.
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«la mia dopo i falò trovò la duna,», per non essere banali nel rimare…
anche se forse trovare la duna non dà quel senso di "fare una scoperta deludente o trovarsi di fronte a qualcosa di freddo, avverso o inaspettato, esattamente al contrario di ciò che si sperava o si cercava (aspettarsi un grande calore/successo e trovare invece un'amara sorpresa)"…
allora proviamo:
«d’amor fiammanti sogni e di tribuna.», sempre per non essere banali nel rimare…
ma… forse non sognava di seguire le partite dalla tribuna… maledette rime!
Ribadisco, rime perfette ma soprattutto metrica perfetta, e poesia molto bella, non solo nel lasciarsi recitare armoniosamente, ma nelle vicende, sensazioni, emozioni che comunica. Non certo robetta da pivelli!
sol questo deve unirci
ed anche il "pivellino"
pur sempre è un "fratellino"!
Sinceramente, non so cosa sia una rima "convenzionale". O è rima o non fa rima. Ciò che conta è che la rima abbia pure un senso. Sogni fiammanti (cioè i falò, v. testo precedente) sono relativi all'incontro dell'amore e/o di una buona sorte nella vita e nel lavoro.
"Pivello" era parola di gergo, anche giovanile, riferita all'inesperto in qualsiasi campo in cui occorresse una tecnicalità. dallo sport a una materia applicativa, fino alla seduzione amorosa (si fa per dire, io riuscivo solo a essere sedotto). Grazie comunque a tutti.
(Spero che Wind non mi faccia il solito dispetto ora che clicco "Invia", perché il tastino si ingrigisce subito ma l'errore se mi è ricaduta la connessione lo scopro solo dopo un po' e il messaggio si perde … a proposito, volevo qui mettere la faccina contrariata ma ho già messo sopra quella che piagnucola e quindi il tastino delle faccine non funziona più, provo a scriverla a mano, spero di non sbagliare:
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Questo vuol dire che non è la connessione, ma il sito che non accetta interventi consecutivi sullo stesso articolo, come invece avveniva prima.
Mal comune, mezzo gaudio!
Ciao a tutti
(ok, lo so, balbuziente/deprimen te è rima convenzionale… ma non fa niente, non è poi male).
Sì, è una funzione detestabile.
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Siamo nella stessa barca, abbiamo la stessa passione,cerchiamo di remare insieme nella stessa direzione...