Ciao ragazzi, mi presento. Sono Gheo, sono gatto e ‘sta storia ve la voglio raccontare.
Sono nato circa sei anni fa in una bella cucciolata, contando tutti, compresa la mamma, eravamo sette pelosi e colorati, raggomitolati in una grossa cesta di vimini piazzata ai piedi d’un cespuglio di rose gialle e profumate. Che sole, ragazzi! Che aria! Da subito capii che ero un tipo fortunato.
Una mamma premurosa, latte a volontà, aria buona di campagna e tempo mite di primavera. Chi sarebbe cresciuto meglio? L’unico piccolo neo consisteva nella presenza di Penelope la nera. Chi è Penelope? Ma mia sorella! L’unica femmina e l’unica rompiscatole dispettosa e prepotente.  Che Dio la benedica! Chissà che fine ha fatto!
Mi ricordo solo una coppia di giovanetti tutti sorridenti e soddisfatti che l’infilarono dentro un pile colorato e, oplà, il gioco è fatto. Da allora della piccola nera non s’è saputo più nulla.
Così fu per gli altri miei fratelli, in poco tempo uno dopo l’altro si sono dileguati, chi qua, chi là,  tutti adottati, spero tanto da bravi cristiani.
Solo io sono rimasto con la mamma, che a dir la verità, m’ha smammato assai presto. A sessanta giorni esatti, manco avesse avuto un calendario in testa, m’ha detto “Ormai sei un giovanotto, vai conquista il mondo” e pure lei se n’è andata per i fatti suoi.
Vi dico che si stava proprio bene e che ricordo i giorni miei da cucciolo,  come meravigliosi tempi, di giochi, scorribande, corse pazze tra l’erba alta del giardino, caccia a lucertole e grilli, pappate a più non posso e sonni quieti tra i rami degli alberi, a due passi da un mare di stelle.
Sarà perché ero proprio un bel gatto, a dir la verità lo sono ancora, che gli umani mi scelsero tra tutti i miei fratelli. Sono fulvo e bianco col pelo lungo e una coda che se ti da uno schiaffo ti rivolta la faccia. Altro che Romeo il più bel gatto der Colosseo!
M’ero pure innamorato di “fatina”,  la gattina bianca e nera dei vicini di casa. Gran signora, molto chic, occhi blu e lunghissime vibrisse! E tutto andava a meraviglia, fin quando (e ancora oggi non ho capito il motivo) i miei cari umani, piantarono baracca e burattini, insomma fecero le valigie, presero anche me di sorpresa, infilandomi in una specie di gabbia e addio Paradiso! Mi ritrovai, in una specie di galera tutta chiusa.  Non c’era erba, non c’era cielo, né alberi, né grilli,
e nemmeno le stelle.
Cominciai a gironzolare in quegli spazi stretti , cercando un angolo tranquillo dove riposare e trastullarmi un po’, ma ogni volta che trovavo un posticino ad hoc, erano urla e strilli e subito qualcuno mi cacciava. Non sapevo più che pesci pigliare. Devo dire che nonostante le urla quotidiane, i miei umani mi hanno sempre voluto bene e a pappa non posso certo portare lamentele.
Se non fosse stato per la scoperta d’un bel terrazzo a portata di zampa, non sarei finito ….
Ma andiamo con ordine.
Ragazzi un terrazzo da sogno!
M’affaccio e ritornano i profumi antichi di quando ancora giocavo nell’erba. Il profumo delle rose, i fiori di zagara, i gelsomini e l’aria, l’aria frizzantina e la brezza del vento tra il pelo e nel naso; che meraviglia!
M’arriva persino il profumo di gatta, di gatta in amore e piano piano m’acquatto e zitto zitto m’avvicino al terrazzo confinante, faccio un salto e chi ti vedo? Lei, tutta bianca acciambellata su una poltrona tra cuscini morbidi e fiorati.
“Maoo” le faccio “Miao” mi fa e mi guarda intensamente con gli occhi tutti gialli, languidi, sbatte le ciglia, si gira e se ne va!  “Cavolo!” dico io. “ Me so proprio innamorato” e con salto agile e felino, casco nel terrazzo del vicino e cominciò a curiosare.
Da quella volta, lo riconosco, sono stato un disastro. M’era andata in fissa quella meraviglia di gatta e vivevo più di là, che a casa mia.
Ho esagerato talmente tanto che si lamentarono di me. Mi capitò di sentirlo personalmente “Signora mia il suo bel gatto sta sempre nel mio terrazzo. S’infila nei vasi, fa buche nella terra e miagola sempre, tanto che la mia piccola Milù non esce più fuori, povera gatta! Signora cara, il suo bel gattone, forse, deve essere sterilizzato. Dove passa lascia il segno!”  “Nooooo!!”  Sterilizzato?! Che parolaccia è!
Dovevo subito escogitare qualche piano, ma mi resi conto che l’unica via d’uscita sarebbe stata la fuga. Dovevo abbandonare la mia casa, i miei umani, la mia pappa, Milù! Si! Non c’era alternativa alcuna, certo è,  che non se ne parlava, io ai miei attributi non avrei rinunciato mai e poi mai.
Dovevo fuggire. Cominciai a pensare a un piano d’evasione.  Sarei passato dal terrazzo, salito sui tetti e poi, qualcosa avrei fatto.
E così quella notte, quatto quatto, mi nascosi dietro un vaso e quando vidi spegnere la luce nella stanza dei sogni dei miei padroni, cominciai la salita su per i cornicioni fino ad arrivare sul tetto del palazzetto, a un passo dalla luna.
Mi resi subito conto di trovarmi in un labirinto di tetti, di case, di strade, di vicoli, di piazze; troppo per me.  Ci misi tutta la notte a scendere in strada ed ero stanco, affamato, solo e disperato.  Rumori, macchine, gente, luci, mi sentivo perso e impaurito, mi ficcai sotto un grosso furgone e rimasi lì per ore.
Da allora, vi dico, fu un periodo da incubo; il pericolo era diventato il mio fedele compagno.
Il mio primo compito al mattino era quello di rimanere vivo fino a sera. Dapprima, rimediai pure, qualche bottarella al fondo schiena, non riuscivo a svicolare quel mare di attrezzi a quattro ruote, che vagavano impazzite per ogni dove; poi arrivava l’ora dei pasti ed erano dolori, perché per rimediare qualche cosa da metter sotto i denti, dovevo improvvisarmi scalatore, salire su in cima a degli enormi bidoni neri (scoprii poi che li chiamavano cassonetti) e intrufolarmi dentro a cercare, tra scarti , puzze e robe vecchie, qualcosa di commestibile per non morir di fame. E che dire di quella volta, che proprio dentro a una di quelle grandi bocche nere,  trovai un bel coscio di tacchino? Stavo lì bel  bello a gustare quel bottino, quando rischio di finir infilzato come un pollo. E già! Era un umano mezzo matto che puntellava a più non posso proprio dentro, tra i rifiuti. C’è mancato poco che mi centrasse in pieno.
Per non parlare di “Er Guercio”, il capo della banda del quartiere, un fratello gatto come me!  Tutto nero, coda mozza e cieco d’un occhio, un vero malandrino. Alla fine m’ha cacciato.  Ma in fine sapete che vi dico? Lo devo pure ringraziare! Non fosse stato per lui, adesso non sarei il gatto più fortunato della Capitale!
Beh, abito in un vicoletto a Trastevere, a due passi dal fiume e dalle più belle chiese di Roma.
Ho il padrone macellaio. M’ha adottato in un giorno di diluvio universale. Gli ho fatto proprio pena! Sporco, fradicio e morto di fame. M’ha detto “Famo un patto, tu m’ammazzi li sorci e io te do vitto e alloggio”.
Ed è andata proprio così.
Ormai sono un paio d’anni che abito qua, con la compagna della mia vita, la mia bella Rosita e tutte le sere quando l’aria lo permette, saliamo sul tetto e insieme miagoliamo alla nostra cara Luna!
Profilo Autore: elisa  

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Commenti  

Giò*
+1 # Giò* 23-11-2015 09:20
Elyyyyyy, sono tanto contenta per te.
Questo racconto mi è piaciuto tanto, me ne ero innamorata. Complimenti!!
Un abbraccio, ciao Ciccia...
Caterina Morabito*
+1 # Caterina Morabito* 23-11-2015 09:57
Complimenti Elisa , anche a me è piaciuto tantissimo...
elisa
+1 # elisa 23-11-2015 16:47
Grazie, grazie infinite a tutti!
Ciao Elisa
Sir Morris*
+1 # Sir Morris* 24-11-2015 00:02
Avendo due gatti in casa.. non posso che esserne felice! Complimenti inconfutabili, cara Elisa! Brava! Sir Morris
Silvana Montarello*
# Silvana Montarello* 24-11-2015 15:47
Tanti complimenti per la vittoria, molto molto bello questo racconto.

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