I sottili veli, che accarezzavano i vetri della finestra, finirono per sollevarsi come un lembo di pelle dopo una brutta caduta. Nell'oscurità, e nel dormiveglia, egli vedeva in modo sfumato e inesatto. Scorse una figura ai piedi del letto. Una figura umana  disumana; le gote arrossate, un alone niveo tutt'attorno, un eskimo indosso a testimoniare una lontana provenienza. Renato sussurrò, fedele ancora all'idea che tanto fosse un sogno: "Nini, che ci fai qui?". Ed ella taceva. Lo continuava a fissare, respirava senza emettere fiato e restava lì, con ua gamba sul materasso e le mani giunte su di essa. "E' casa mia!", esordì quando Renato stava per coricarsi nuovamente. Egli, incuriosito più che impaurito, rispose: "Casa tua? Quando ci abitavi?" Ed ella silenziò. Dopo qualche minuto era sparita ed ilvecchio, convinto ormai di star sognando, si sdraiò nuovmente. Il mattino seguente, Vera, sua moglie, uscendo dalla porta di casa, notò che i gerani nei vasi che fiancheggiavano il muretto erano appassiti. "Renato, Renato! Corri qui! I fiori son morti!" E Renato, precipitandosi, restò di stucco: le corolle erano accartocciate, imbrunite, gli stesi mummificati; sui vasi si scorgevano delle crepe, le foglie erano avvizzite completamente.In quel piccolo, desolante spettacolo Renato notò anche lo strusciarsi di un'ombra lungo i vasi, ma doveva essere stato uno dei gatti. I due anziani signori si decisero a rientrare in casa, visto che ormai, per Vera, sarebbe stato inutile annaffiare. Lungo le scale ancora un segno: una breve, impercettibile folata di vento che scivolava lungo la ringhiera. Nel tardo pomeriggio Vera uscì di casa per fare la spesa, lasciando il marito sonnecchiare sul divanetto nel salotto. Che belle carezze, Vera, le faceva proprio come una volta. Aprì gli occhi, non c'era nessuno. Sentì improvvisamente esalare un sospiro dalle scale. Ormai insospettitosi, sebbene ricordasse vagamente di aver fatto un brutto sogno la notte precedente, salì le scale. Sentiva come svolazzare qualcosa, nel bagno, così entrò di corsa e...Bam! Era soltanto un passero che, feritosi entrando in casa, si era accasciato sul tappetino del bagno. Lo raccolse con tutta la gentilezza di un amabile vecchietto, chinandosi, e si risollevò. E davanti c'era quella bambina, nella luce del giorno in tutto il suo scolorimento, dalle pupille grigie, trapassate. Il vecchio rimase inorridito, non riusciva a muovere un muscolo. Gli strattonò la camicia. Egli, non sapendo neppure se credere o meno a ciò che stava vedendo, la seguì. Venne portato nella camera da letto, indicando il portagioie della sua amata moglie. Quell'essere immondo, sollevato la sua candida manina rattrappita, gli fece cenno di aprirlo. Niente di che, soltanto gioielli molto vecchi epoco lucidati. "Vu-vuoi...Ne vorresti uno, Nini?". Ella non si mosse. Il vecchio, rigido come il bastone che si era dimenticato in salotto, abbassò lentamente lo sguardo, che cadde su una piccola spilletta nera a cui era attaccata una medaglietta con una foto. Essa raffigurava una bambina e, non appena Renato capì che si trattava proprio di lei, percepì un brivido ancor peggiore di quello che gli aveva suscinato quell'incontro. "E'...di tua mamma, piccola? Sei tu?" Ella fece un flebile cenno affermativo. "E dov'è, adesso?" A quel punto lo spirito scosse il capo. Renato abbassò lo sguardo. "Non ci arrivi?!" Esordì rabbiosamente la ragazzina, spaventandolo non poco. A quel punto, alcuni stilli di una bava bluastra scivolarono dalla bocca della bambina, anastomizzandosi, formando degli orrendi rigagnoli sul mento. "Non possono più portarmi via", disse con tono grottescamente felice. "Cosa?", replicò Renato senza sapere più nemmeno cosa chiedere in realtà. "Gli uomini con le aquile non possono vedermi mai più", continuò lei. A quel punto, l'occhio di Renato cadde ancora sulla medaglietta, che sotto riportava la data del 20 novembre 1943. Renato si ricordò che solo due anni più tardi avrebbe conosciuto Vera, innamorandosene dopo averla rinvenuta in una piccola capanna a Sassorosso, affamata e spaventata dopo essere saltata dal carro sul quale i nazisti l'avevano fatta montare per portarla chissà dove assieme ad altri. Quando Renato risollevò gli occhi, la bimba era sparita di nuovo. Qualcuno aprì la porta. Era Vera, finalmente era tonata dal suermercato. Egli scese. "Ah, eccoti, ti sei svegliato!". Egli le mostrò la medaglietta. Le caddero i due sacchetti che portava in mano. "Dove l'hai trovata? L'avevo persa anni fa". L'anziana signora, sbalordita, pensò che Renato l'avesse rinvenuta nella tasca di qualche vecchio abito. "Conoscevi questa ragazzina, Vera?" Ed ella stette un attimo zitta. "Era mia figlia, Renì. Quando i nazisti vennero a prenderci, cercai di sottrarla ad un atroce destino. La avvelenai nel sonno con del rame che il mio amato Raimondo, di cui ti parlai molte volte, aveva lasciato nell'orto". Renato, sbalordito, non disse nulla. Sua moglie neppure, fissava il vuoto. Dopo un po' un nuovo sussurro scivolò lungo la ringhiera: "Andiamo, mamma, andiamo, ti sto aspettando!". Renato si voltò rivolgendosi alla moglie: "Dio mio, Vera, ti sta chiamando!" Ed ella non rispose. O meglio, i suoi occhi, ormai ingrigiti, sospesi nel nulla, non avrebbero mai più risposto.

3 premio
Profilo Autore: Nicola Matteucci  

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Commenti  

Marinella Brandinali
+1 # Marinella Brandinali 18-06-2017 02:34
Bello complimenti mi ha coinvolto
poetanarratore
# poetanarratore 19-06-2017 17:30
Bene!Auguri .

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