FINE
Giunse alla cappella nella notte.
Due templari presidiavano l'altare e una bimba dai lunghi capelli giaceva supina tra le braccia
di un cavaliere d'acciaio vestito.
Quei fluenti e corvini capelli cadevano leggeri quasi a sfiorare la fiamma di un cero che ardeva
di vivida luce d'oro impregnata.
Fu cosi che la Dama comparve rivestita di morbido velluto nero col suo alone di luce e mistero a portar via inutili maschere che il male da tempo indossava simulando di essere un angelo sceso in terra per le anime pure.
«Vade retro» disse la Dama, nessuno scettro o altare t'appartiene.
Tu che sei fautore di guerre e torture torna agli inferi da cui provieni e brucia nel fuoco eterno della tua dannazione, queste anime sono libere dal tuo predominio.
E la luce della pace accese la notte e i giorni a venire.
«Un candelabro sembrava fare da guardiano alla porta d’ingresso e di riflesso appariva un grande cero che illuminava lo splendido viso della Dama.
Due figure velate da cappucci neri recavano la luce che illuminava tutta la scena.
La pura bellezza di quella figura femminile era nascosta nelle pieghe dell’oltre che ora appariva ora si mimetizzava nei riflessi della luce stessa.
Nessuno avrebbe mai potuto stabilire in realtà quale fosse l’apertura o il passaggio che conduceva a questa segreta stanza né era possibile stabilire una relazione con il senso delle cose esistenti.
Eppure la Dama esisteva con tutto il suo misterioso fascino e poi chi erano quelle figure che sembravano proteggerla in cerchio?
Forse quel luogo era il simbolo della chiusura al maligno, a quei moti sconvolgenti di vento maledetto che spesso sollevano le anime per sbatterle nelle affamate fauci del perverso.
Esso dava l’impressione d’essere un rifugio celato in chissà quale ripostiglio dell’oltre.
Era inutile cercare le chiavi del passaggio o dannarsi in eterno per carpire l’amore della Dama misteriosa e tutto ciò che la sua figura significasse.
Ella esisteva in quel luogo che non era un luogo e in quel tempo che appariva e avveniva solo quando la luce permetteva che filtrasse sino agli occhi non vedenti degli altri.
Sì, quel mondo poteva essere guardato solo attraverso la purezza dell’incanto, la semplicità dell’anima e non con la razionalità del peccato.
Intanto in quel tripudio di toni scuri il fumo della candela segnava il tempo e voci surreali riempivano di racconti l’etere.
Qualcuno ascoltava queste storie rimanendo da esse incantato.
E quando la luce spazzava via le immagini anche il leggero e balbettante fumo d’una candela svaniva e con esso la misteriosa Dama, padrona del mio esistere»
«Prendi questa spada, che a te porgo cavaliere»
Disse Aretusa nel sorger dall'acque chiare di sorgente.
«Impugna l'elsa, al sole mostra il lucente acciaio forgiato dal fuoco eterno di Kromm, a lui offri la vittoria e nel limpido mio specchio sposa l'onore d'armi con il tuo sangue, fa' giustizia, del maligno offusca il colore così che nei secoli a venire si canti delle gesta tue»
Dopo aver pronunciato queste parole ella svanì nei gorghi per non riapparire più.
Di quel cavaliere, che la spada del dio Kromm aveva brandito, si cantarono le gesta dovunque laghi e boschi vegliassero i sogni, dove il surreale era realtà e la realtà si trasformava in memoria.
Il cavaliere, dopo aver combattuto il male, rinchiuse la sua esistenza nelle caverne nascoste dalle viscere del mondo dell'impossibile.
Qui regnava la notte stellata della mente e i giorni erano scanditi dalla luce del pensiero che agli umani affanni donava la pace, qui l'essenza dell'uomo non era più tale e la simbiosi con il plasma
che percorreva il cuore della vita nutriva lo spirito dell'eterna giovinezza.
In questi luoghi viveva l'eco delle lontane battaglie.
«Antiche leggende narrate accanto ai fuochi dell'oblio dicevano che...
In anfratti bui e imperscrutabili, nascosti dal mondo che oziava intorno, vivevano in perfetta armonia con la natura del loro essere gli ultimi eroi d'una evanescente generazione d'illusioni.
Preclusi da ogni umana follia, oramai stanchi e vecchi, osservavano tristi i resti dell'andata gloria, veleggiando spesso in vecchi racconti e avventure seduti accanto a un ancestrale fuoco»
Forse erano falsi profeti d'una religione intinta di rosse emozioni, oppure nocchieri di vascelli che per mari inesistenti avevano navigato.
Nessuno mai lo avrebbe saputo.
Così come, mai alcuno poteva sapere dell'esistenza di quelle anguste caverne né di loro che in esse avevano abitato.
Eppure nella memoria dei nostri stanchi dei erano rimasti i ritagli delle loro gesta.
Essi erano i simboli d'antiche vicissitudini defunte nell'oblio del tempo, sepolte nello spirito
di ognuno di noi…
Ancor oggi passando vicino a quei rifugi s'avverte la loro presenza, s'intravedono, sbirciando nel cuore, gli antri che custodiscono i loro segreti.
Essi dormono d'un sonno leggero e profondo fin quando lo vorremo noi.
Si dice che durante la notte fuggevoli canti dimenticati galleggino nelle foreste che ricoprono quei luoghi e chiunque ascolti le loro melodie non torni più indietro.
Chissà forse tutto questo è vero, chissà forse quegli eroi siamo noi.
Così v'era scritto alla porta del cielo che custodiva l'accesso all'irreale mondo.
«Fra rocce e torrenti,
fra corsi d'acqua impetuosi,
fra muschi e foglie,
bagnata dal sangue,
tornò a svegliarsi una stirpe d' eroi.
Non più segreti imperscrutabili.
I sussulti d'una generazione
spazzò via il vento.
Antiche gesta svuotate dalla fantasia
si fusero con la realtà.
Cominciò così
un'esistenza nuova,
lontano da foreste secolari.
Venne per loro la certezza
d'essere soli nell'universo con le paure forgiate dal nulla.
Cosa restò del tempo dell'oblio?
Forse scoprirono d'essere eroi,
forse la risposta ancora una volta
rimase celata dalle notti stellate
che avevano regnato sui loro cuori
per lunghi anni»
I fuochi sono spenti, anche la fantasia lentamente muore e tutto il regno dell'impalpabile lentamente si addormenta in un sonno eterno.
Nell'eterno sonno dei ricordi dei figli del dio Kromm.
Dialogo d'un cavaliere con la sua spada.
Disse la spada al cavaliere «Ascolta, qualcuno grida il tuo nome»
Rispose egli impettito e fiero «Sarà il vento Queste caverne sono così profonde che esso sembra parlare in queste notti»
«Eppure ho udito bene, seppure son solo umile spada, era proprio il tuo nome»
«Amica mia, sono secoli che non vediamo uomini e il sole non ci riscalda più, forse il tuo acciaio non percepisce più il suono? Un tempo ascoltavi tosta il rumore di battaglie»
«Chissà, saranno i nostri ricordi che invocano giustizia»
«Ciò che rimane dello splendore che ci accompagnò in vita non è altro che un lieve sospiro di vento, così evanescente da non percepirlo»
«No, non posso crederlo è forse male scordare il passato? Non possiamo farci scolpire il cuore dagli eventi, il fato ci guidò, non è giusto»
«Mia spada non esistono cose ingiuste e neppure ciò che noi riteniamo giusto può essere denotato esattamente perché noi non esistiamo, noi viviamo solo nella fantasia che la realtà crea»
«Ma allora tutte le terre che abbiamo conquistato, i tesori? Non sono mai esistiti? Abbiamo immaginato tutto? Io sento la forza della tua mano quando mi impugni, percepisco l'odore del sangue, mi specchio lucente nelle acque d'un ruscello, vorresti farmi credere di non essere reale?»
«No, tu esisti, ma la tua esistenza è legata alla fantasia, all'irrealtà di chi creava le nostre avventure che poi egli stesso rendeva reali»
«Credere? Già non riesco a pensare a quello che dici, come posso credere se noi non siamo veri? Come posso catalogare ciò che siamo se po noi non siamo affatto?»
«Mia fedele compagna la tua affermazione è giusta ma lo è solo nel momento in cui tu accetti la tua irrealtà»
«Forse hai ragione, immaginare d'essere veri o esistere realmente... è tutto legato a un filo così sottile che non sapremo mai se siamo vivi oppure no»
«Oramai è tardi, torniamo a dormire, il freddo della notte non ci aiuterà a comprendere, il domani ci attende lì sulla porta dell'incoscienza»
«O cavaliere, l'acqua che scorre lungo le fauci del passato non è più limpida però se vuoi puoi specchiarti ugualmente in quel lago laggiù, vedrai solo le immagini che dentro di te erano scomparse, noi non siamo altro che lo specchio della nostra fantasia, non riuscirai a vedere mai te stesso perché tu non esisti, quello che l'acqua rifletterà saranno solo i tuoi sogni»
«Mai compresi la connessione con la natura amica mia»
«Ma ora è tempo che il buio lasci il posto alla luce, che il verde delle foreste faccia sentire
il suo profumo dentro queste anguste caverne, non possiamo chiederci eternamente chi siamo,
perché noi non siamo eterni.
Tu che mi ascolti amico vento abbandona questi luoghi e abbraccia il sentiero della vita.
Oh cavaliere impugna l'elsa della tua spada e sconfiggi l'oscuro che è in te»
V'era un tempo,
un tempo in cui il sogno abbracciò la leggenda
e la leggenda divenne quello che ora noi siamo...
«Un cavaliere imprigionato nel tempo inesistente
narra alla sua spada d’amori, battaglie e perdute muse
e il vento del nord ascolta con loro
mentre le lacrime della notte
sbarrano l’ingresso alle grotte del mai…»
«Mia Iscandar non guardare al grigio delle rocce
che circonda i nostri cuori ma ascolta le mie storie
e sogna ancora una volta del nostro tempo»
Inebrianti profumi salirono da sperdute grotte.
Echi di silenti note invasero anfratti inesplorati.
Chiamai per nome il dolore,
attesi ninfee osservando acque di smeraldo.
Porsero a me dorati omaggi.
Schiusero mani per donare amore.
Nel fango morirono,
in attesa della passione.
Pianse il re Sole la perduta amante,
venne notte e i fiori di loto si schiusero,
senza essere visti.
Venne luce e corolle s'aprirono
a coprire segreti.
Mesto destino adornò bianche vesti
di fanciulle figlie della luna.
Nessuno ascoltò più i lamenti,
lamenti ascoltarono il canto del trapasso.
Dormirono ninfee nel profondo,
un sussurro alzò sabbiose dune.
Un vento lieve mosse trasparenze
e tutto s'acquietò in attesa del buio.
In attesa di lei...
«Dove sei mia Hydrusa,
di saggezza incontaminata fonte.
Di bellezza indomito corso.
Fa' che io veder possa gli occhi tuoi
per il trascorrere libero dell'anima tutta.»
Oh mio bosco di profumate tamerici,
lascia andare purezza.
Lascia immergere nei verdi flutti
la coppa delle meraviglie,
per dissetarmi dell’immagine sua
nel brindare con te all'eterna giovinezza.
Del tuo profondo in mistica posa
vanno di mimose gli arbusti
a perdersi in tormentato suo corso.
Tremule e pesanti le mani,
cedono i passi miei.
«Ma io verrò,
inseguendoti Hydrusa.»
Verrò verso il mare.
Senza concedere tregua
e dormirò nella grotta dei giganti
un immaginifico sonno.
Ascolterò l'inascoltato parlare
delle nebbie del mattino.
Sentirò risvegliarsi gli dei,
dall'alte rocce dei silenziosi dubbi.
Dai venti assaporerò
l'odor dell'isola di Zante.
Sarò tempesta e poi chete
donata alla tua sete d’amore.
Volerò nell'oscura danza delle falene.
Sarò Kalispera nel morire del giorno.
«Sagapò mia Hydrusa.»
Brezze fredde or portano lontano,
dal mio perduto sguardo.
E tu,
se ancora mi puoi sentire.
Dammi luce del tuo incanto
che calme brillino
le onde del mio pianto.
Vedo i bagliori del tempo
accarezzare le tue gote,
mentre l'oscurità scende
sull'inganno dell’esistenza.
Se questa è fine...
Sarò agognata fine,
tuffandomi dal promontorio
delle memorie impossibili.
«Sarò fine
in volo senza ali,
verso te
oh mia amata Hydrusa.»
«Mio signore ma dov’è Hydrusa ora»
«Fedele Iscandar ella è ovunque e in nessun luogo»
«Sorrise in silvestre luogo
il canto di lucenti raggi.
Mai trovò amore perso.
Mai il colore della passione
si svelò al crepuscolo della vita.
Tra ombra e chiarore
s'imprigionò l'essenza
e vite s'inseguirono
senza mai raggiungersi...
Nel comune destino
del non trovarsi.
E mai destino fu più crudele»
E se tutto questo fosse finto?
Se scoprissimo che ogni atto, ogni parola ed ogni sentimento fossero frutto di formule complesse,
capire che tutto, compreso questo testo, è stato previsto, calcolato e premeditato, per propagare,
calibrare e sistemare questa umanità cosi,
esattamente cosi come siamo, senza scampo, senza scelta
se poi trovassimo invece una falla, un errore,
allora si, saremmo degli Dei,
controllare le anomalie, capire le imperfezioni sintattiche di un programma simulato
e se poi ci accorgessimo che la stessa anomalia, errore fosse già impostata, calcolate e previste
allora
alla fine
capiremmo che il destino è segnato
non c’è motivo di disperarsi non può andare altrimenti
procediamo tassello dopo tassello
stringa dopo stringa
fino alla fine
Fu proprio durante una di quelle volte rare ed inusuali che il mio sguardo si soffermò ad osservare tutte le comuni e misteriose cose che mi circondavano e quasi come a bloccare le mie gambe per uno scopo ben preciso, fu allora che vidi ciò che in precedenza non mi era stato permesso di vedere. Stavo salendo un ponte che occasionalmente mi ero trovato di fronte, quando dalla mia maggiore altezza, potei notare un cane che, con fare tranquillo e stanco, lo ascendeva nella parte che io avrei di lì a poco disceso. Giunti entrambi nel mezzo di quel piccolo ponte, ci trovammo l'uno di fronte all'altro ed io fui costretto a fermarmi per via dello strano fare dell'animale: esso non mi passò accanto indifferente come qualsiasi altro cane randagio nella sua vita di stenti, non si soffermò allegro e ridente, felice e scodinzolante come uno di quei cani soliti alla compagnia di qualche vecchietta alla sua fine, ma si fermò dinnanzi a me, chinò il capo verso i miei piedi, li guardò e alzando il muso fece languire i suoi occhi in direzione delle mie intorpidite pupille. Lo seguii giù dal ponte e proseguendo per un breve tratto sull'orlo della strada, mi accorsi che in realtà avrei preferito tornare alla mia abitazione, vista l'ora che si era fatta sicuramente assai tarda.
Tuttavia incuriosito dal comportamento dell'animale mi accinsi a seguirlo fino a quando, accortosi della mia presenza si arrestò, voltò i suoi occhi verso di me ed io al fine di interrompere quell'imbarazzante situazione, mi sentii quasi costretto ad accarezzarlo senza che però lui, il cane, smuovesse il suo sguardo e la sua posizione.
Sorrisi allora quasi impietosito, quando all'improvviso con una fulminea mossa che la mia ragione nemmeno fece in tempo a percepire, l'animale strinse il mio collo fra le sue mandibole fino a che non caddi a terra perdendo i sensi nonostante il mio tentativo di difendermi.
L'ultima immagine che vidi era lui, il cane, la bestia che priva di un occhio schizzato via dalla sua orbita durante la lotta ora languiva verso di me scodinzolando felice e disinteressato della sua grave menomazione.
Non ho mai capito se allora morii o sopravvissi, non so tuttora se vivo o se sono morto, una sola cosa so con certezza e cioè che sono e che continuo ad essere in un essendo che ancora non sono riuscito a spiegarmi.
Seduto su un nero scoglio trascorrevo il tempo nel tempo d'un tramonto.
Se l'alchimia umana avesse conoscenze tali da forgiare crepuscoli così unici fine avrebbe l'esistenza , non si può copiare ciò che è stato creato dal tal forza che l'intelletto fatica anche in sola parte a definire.
L’unicità non è replicabile seppur simile in ogni sua manifestazione.
Se ne andava così quella sera, voltando i colori su una tavolozza inclinata, tanto che essi si mescolavano donando sfumature inimmaginabili al volto del mare.
Sarebbe giunto il domani, nell'interrogarsi su quale via avrebbe percorso un raggio di luce,
eppur nel cangiar della meraviglia si rinnovava lo spirito.
Quale remota ipotesi potevo scrivere nella razionalità se poi venivo rapito dell'effimera breve illusione che spoglia la mente e innesca l'infinito?
Perso in tal visione aurea, può l'essenza voltare giudizio e scendere nel fondo? Cambiando umore e dirigendosi lesta in note scure che la giunta notte oramai dettava al cuore?
Ecco che dal morire nell'estasi s'impadronivano di me le incertezze che tutto governano, sono i “sentieri dell'anima” che verso un ignoto viaggio ci conducono.
Triste risuona
la tua voce e nel cuore
paure vecchie menziona.
Frasi d’un tempo odo
feriscono dentro,
ancestrali mali
chiudono con un nodo.
Offro il passato perdono
nel presente fuggi lo sguardo,
rimango in silenzio
da te non arriva neppure un suono.
Il manto spento delle stelle sollevava spruzzi luminosi fra la calma del mare.
La tarda ora induceva la quiete e nel ritirarsi mio dell'anima un bagliore
all'orizzonte, nato dalle bizze della luna, mi riportò indietro a un vecchio
romanzo che d'uomini coraggiosi parlava e di come essi nel peregrinare
fra gli oceani sfidarono l'immenso ignoto
Forte l’onda sbatte sulla prora di spume adornata,
solca il mare il veliero puntando verso sud.
Alla tempesta concedono il fianco bianche vele.
Il cielo di nero si veste e il vento fischia sotto l'albero maestro.
Sul ponte ritto gli ordini urla il capitano alla ciurma tutta,
«incrociate le lance, con il sangue forgeremo nuovi arpioni,
maledetta balena fino ai confini del mondo t'inseguirò.
Dal tuo grasso faremo olio per le lampe, dalla tua carne cibo,
dalle tue ossa stampelle per gli infermi, non mi sfuggirai mia sarà la vendetta.»
Nell'animo e nel corpo così ferito andò dritto verso un destino già segnato.
Non vi fu più ritorno per lui e per i suoi uomini...
È notte fonda vedo il veliero sulle onde
forse immagine anch’esso dell’immagine
fuoco su fuoco
visione su visione
Vivo dentro e fuori la tolda
comando la tempesta
straccio i velacci
e sono sull’albero di mezza.
Piange l’alba questo tempo infausto che travolge
piange senza lacrime l’anima violata
E sono lì a sorreggere le velature
e spiego ogni laccio
e solo comando il mio veliero
fino a scomparire fra i flutti irosi.
Sono Achab il maledetto
figlio della tempesta
figlio d’un destino ignoto.
Morirò nelle tue fauci Moby Dick
morirò senza appello
nel mio odio per te
nel mio amore per te.
Nel ricordare tale esempio d'umana scelleratezza dall'odio governata, sussultò la coscienza mia infondendo in essa tal convincimenti.
Trema il pensiero,
all'intelletto domanda pace,
ma nel torbido della mente tutto tace.
Trema la mano nei versi indugia,
nel profondo del cuore sopraffatta si rifugia.
Trema la terra,
sussulta il suolo,
grida oscure di uomini fan crogiolo.
Trema l'aria,
esplode con furore,
strazia vite senza alcun pudore.
E nello scrivere parallelo d'umane debolezze
e di quello che sono capaci nell'ordire nefandezze
la voce alzo
al Dio del creato,
che tutto spazzi via d'un sol fiato
Quando defessa e stanca fu l'anima, compagna mi fu la nostalgia d'un giaciglio dove trovar riposo.
Volsi allora le spalle alla scura anima d'un mare calmo e m’avviai verso casa.
“Nel condividere un pensiero mille ne abbracciamo”
pseudolessicale avulsa dal contesto
grammaticale compenetra una
radicalizzazione ortografica
protocollare nel percorso mediano
nel girone di calcio della Serie B.
È oltremodo acclarato che lo
sforamento parametrale sinottico
dell'intercapedine interstiziale
genuflessa si esaspera in un
obnubilamento di tipo cirriforme
isobarico apportando argomentazioni biocompatibili nel costrutto palingenetico
dell'ortodossia islamistica, di tipo copto, producendo gravi ripercussioni nell'animo già esasperato dei "sorcini" di Renato Zero!
Dunque, la spettacolarizzazione
degli eventi televisivi presocratici,
estrapolati da un contesto cantieristico forense lenticolare, provoca uno scardinamento biologico molecolare nella schiusa primaverile delle uova
della tartaruga "Caretta-caretta" con
la più totale disperazione del figlio
di Piero Angela che, in un momento
di debolezza aveva addirittura
progettato, insieme a Licia Colo',
una sorta di suicidio in diretta
per sensibilizzare al problema
l'opinione pubblica, con il lieto
fine di una comparsata di entrambi
a "Porta a porta" da Bruno Vespa
con il plastico in scala ridotta della
"Fossa delle Marianne"!
Oh, cacchio !
Nel tempo in cui non esisteva nemmeno il tempo si svolse questa storia che ora narreremo.
Quando gli universi nacquero, dal nulla del nulla, in uno di essi, fra miliardi di pianeti, si formò quello di Oblivion.
In questo pianeta, tutto ciò che era, viveva solo in funzione della non esistenza reale. Esso si trovava nell'universo dei sensi opposti.
Tanto tempo fa, o meglio tanto non tempo che fu e che sarà, su Oblivion, un uomo, che non aveva nome, viaggiava per le terre alla ricerca del monte Ignotus e delle grotte Oblite, custodite al suo interno.
Questo monte si trovava nella regione del Non Ora, per arrivarci bisognava superare un villaggio chiamato Sintempus.
L'uomo, che chiameremo lo straniero viaggiatore, vagava, senza riposo di regione in regione, alla ricerca di questo villaggio e del monte Ignotus.
La leggenda del “Sonosolosevuoi”, che tutti conoscevano su Oblivion, lo portava di villaggio in villaggio sin dal tempo del non tempo della nascita di Oblivion stesso.
Arrivò un istante oggettivo nel tempo di Oblivion in cui lo straniero entrò nella valle di Sintempus, dove sorgeva l'omonimo villaggio.
Egli portava con sé tutti i suoi pensieri senza realtà e domandava, a chiunque lo incontrasse, se conoscesse la leggenda del Sonosolosevuoi.
La valle era percorsa da una stretta strada, di ciottoli di fiume, che portava dritta al villaggio di Sintempus.
Rovi spinosi e piante di mirto la costeggiavano e strani suoni riecheggiavano per tutto il sentiero, facendo quasi da compagni di viaggio.
Il respiro dell'uomo s'interrompeva spesso, strozzandosi in gola, mentre alcuni ritmati colpi di tosse precedevano il rumore dei suoi passi.
Arrotolata in un vecchio panno e legata con un laccio, una spada, pendeva dalla sua cintura, ostacolando quasi il cammino.
L'uomo aveva anche un piccolo sacco in pelle legato sempre alla cintura ma dalla parte opposta alla spada.
La testa di questo straniero era costantemente piegata verso il basso e l'aspetto caracollante dell'andatura gli dava un sentore di vecchiaia inoltrata.
L'uomo lasciava intravedere degli occhi cerulei e lo sguardo pareva orientato solo verso i ciottoli del sentiero, forse a badar dove mettere i giusti passi per non cadere in terra.
L'aria gelida, che stagnava su tutta la valle, rendeva poi ancora più difficoltoso l'incedere e il respirare.
Ogni tanto il suo capo s'alzava a controllare l'orizzonte.
A metà del sentiero, l'uomo, cominciò a intravedere la capanne del villaggio di Sintempus.
L'odore di legna bruciata, che arrivava sino all'olfatto dello straniero, e l'idea di riscaldare le proprie membra al caldo, lo indussero ad allungare il passo.
Intanto, qualcuno aveva notato quella figura barcollante avvicinarsi alle casupole.
Un tale, che batteva un ferro di cavallo sull'incudine, posata su un piedistallo di legno, lasciò andare il martello dalla mano, e si diresse verso quel viandante sconosciuto.
Quando i due furono vicini il maniscalco si rivolse a quell'uomo.
«Da dove vieni straniero? E cosa ti porta in questo villaggio?»
Le sue domande ricevettero in risposta un sorriso accennato.
Lo straniero rizzando le spalle, alzò la testa, e lasciando andare un piccolo gemito di dolore, disse.
«Perdonami amico, se ancora non rispondo alle tue domande.
Sediamo prima qui, su questi tronchi tagliati, ed esaudirò i tuoi desideri di conoscenza»
Lo straniero cominciò così a parlare del concetto del tempo, del suo scorrere e dell'esistenza d'ognuno legata a esso in funzione qualitativa.
Il maniscalco, con sguardo impaurito, domandò così:
«Cos'è il tempo, straniero? Io so d'esistere e basta. Lavoro il ferro, faccio anche il taglialegna. Io sono questo e basta, te lo ripeto. Altro non so dirti.»
Lo straniero accolse questa spiegazione sfiorando delicatamente l'elsa della spada e sbirciando in quel sacchetto che pendeva dalla sua cintura.
«Ho notato che da quando mi trovo in questa valle la luce non è mai venuta meno. Esiste qui il buio? Quando andate a dormire?» Disse lo straniero rivolgendosi al maniscalco.
«Non comprendo il significato delle tue parole. Non so cosa sia il buio e poi che vuol dire dormire? Ti ripeto ancora: io faccio ferri per gli zoccoli dei cavalli e taglio la legna del bosco»
«Questo è il villaggio di Sintempus?»
«Sì, questo è Sintempus, ma non so perché esso è, lo so e basta»
«Dimmi amico maniscalco, narrano che oltre il villaggio vi sia una strada che porta al monte Ignotus. La conosci?»
«Hai un linguaggio difficile straniero, continuo a non capire ciò che dici. So solamente che quella là in fondo è l'ultima capanna del villaggio.»
«Non sei mai andato oltre?»
«Oltre? Cos'è l'oltre?»
«Uhm, m'avevano detto di non cercare Sintempus e il monte Ignotus, comincio a capire il perché, ma io devo trovarli, non posso tornare indietro.
Troppa fatica m'è costata questa ardua ricerca e ora...»
Sorrise nuovamente al maniscalco e fece per andar via.
«Aspetta, rimani a parlare con me straniero. Non ti comprendo ma ti ascolterò ancora»
«Metti la mano nel mio sacco, maniscalco, e dimmi cosa trovi dentro»
Con fare curioso allora il maniscalco infilò la mano nella custodia, non trovandovi nulla.
«Straniero, il tuo sacco non contiene nulla, perché lo porti con te?»
«Sai cos'è il nulla?»
«Il nulla è il nulla, ma non so cosa voglia dire»
«Solo chi sa cos'è il nulla può trovare e io cerco colui che ne ha conoscenza. Lascia che io vada ora per il mio tempo, addio maniscalco»
L'uomo tornò al proprio lavoro come se nulla fosse.
La leggenda, a conoscenza dello straniero, parlava di grotte segrete celate all'interno del monte Ignotus.
Monte che si trovava dopo il villaggio.
Lo straniero prese la direzione verso nord, dove s'intravedeva la cima del monte e un'unica stradina, all'uscita del villaggio, sembrava portare alla meta.
Dopo qualche passo, inoltratosi in un bosco, il villaggio sparì dietro di lui, e il buio comparve d'improvviso.
Lo straniero prese un ramo da terra, srotolò il panno che avvolgeva la spada e lo utilizzò per realizzare una torcia col legno raccolto.
Sfregò con le mani un bastoncino sopra una pietra e accese un piccolo fuoco. Ora aveva la sua luce per illuminare il cammino.
Lasciando Sintempus, egli era entrato nel luogo del Mai...
Proseguendo lentamente per lo stretto sentiero, tracciato all'interno del bosco, dopo un lungo percorso, arrivò ai piedi del monte Ignotus.
Il suo sguardo si posò su alcune rocce che parevano uomini pietrificati: essi davano l'impressione di formare una barriera.
Si avvicinò e notò un piccolo pertugio che consentiva il passaggio.
Oltrepassò le rocce e si ritrovò davanti all'entrata delle caverne del monte Ignotus.
S'udivano suoni simili a lamenti umani: il vento, infilandosi nei tortuosi percors, i che si snodavano all'interno delle grotte, emetteva incessanti sibili.
D'improvviso, una figura scura gli si parò fronte e lo interrogò con voce rude e ferma.
«Chi sei straniero? Cosa ti porta in questa terra fatta di ruvida e scura anima?»
«Ombra, io sono colui che cerca le grotte del monte Ignotus»
«E io sono colui che combatte: vivo in questo luogo dal tempo del mai; sei giunto a destinazione straniero»
«Allora tu sei il cavaliere che io cerco, dimmi, da quanto abiti qui?»
«Del mio vivere non saprei riconoscere l'alito vitale che sostiene le membra e di esse non so spiegare l'esistenza e del tempo conosco solo il mai»
Allora lo straniero disse.
«Prova a mettere la tua mano nella mia sacca, cavaliere»
Egli lo fece e di colpo dai suoi occhi cominciarono a sgorgare lacrime copiose.
Tutta la sua vita era per incanto ricomparsa nella mente e il mai non esisteva più.
«Chi sei straniero, tu che mi hai ridato la conoscenza, la mia coscienza, il mio passato?»
«Io sono il tuo sogno, cavaliere, da tempo immemore ti cerco. Solo nel sogno tu puoi ricongiungerti con la realtà e fare in modo che reale e irreale coincidano, superando la loro incomunicabile natura»
Il cavaliere si inginocchiò in terra e continuò a piangere copiosamente.
Battaglie, amori e ogni singolo momento della vita rivissero nel suo io...
E il sogno era realtà e la realtà sogno.
Lo straniero s'avvicinò e, con dolcezza, gli porse la spada che portava sempre con sé: la spada del cavaliere.
E la spada era una insieme al cavaliere e lo straniero ora esisteva in lui nel tempo del non tempo e tutto si compiva.
Il cavaliere rimase inginocchiato a lungo e fu così che l'ultimo dialogo con la sua spada, avuto nel luogo del mai, tornò alla ritrovata memoria.
Gli apparve anche l'immagine della ninfa dell'acqua, che un tempo gli aveva donato la spada.
Il cavaliere, allora, parlò all'immagine.
«Ninfa dell'acqua, mia ninfa, finalmente posso guardarti nuovamente e da te attingere la linfa del sapere. Ora posso ammirare bellezza infinita, tu che sei fonte di me, tu che doni lumi e ragione alla mia storia. Tu che nel sonno hai cullato i miei tormenti. Dolce ninfa, finalmente non ascolto più il canto che arriva dal monte Ignotus»
La reale immagine della ninfa rispose al cavaliere...
«Mio signore, ho atteso il sorgere del nuovo tempo.
Ho atteso che arrivasse lo straniero che porta i perché.
Ho atteso che la spada dell'eterna sapienza mandasse un messaggero dal profondo dell'universo.
E ora che non attendo più, ti vedo anch'io.
Prendi nuovamente l'elsa della spada.
Torna a essere vento e fuoco, vita e morte, calma e silenzio.
L'era del sapere della spada non finirà e nessuno potrà separarci dal nostro eterno sogno.»
Nel tempo e nel luogo del mai viveva un cavaliere e questo fu il principio della nostra storia.
In anfratti bui e imperscrutabili, nascosti dal mondo che oziava intorno, viveva in perfetta armonia con la natura del proprio essere l'ultimo eroe d'una generazione d'evanescenti illusioni.
Precluso da ogni umana follia, oramai stanco e vecchio, osservava triste
i resti dell'andata gloria, veleggiando spesso in vecchi racconti e avventure passate nelle ventose notti, seduto accanto a un ancestrale fuoco.
Era profeta d'una religione intinta di rosse emozioni.
Nessuno mai seppe dell'esistenza di quelle anguste caverne, né di colui che in esse abitava.
Era simbolo d'antiche vicissitudini defunte nell'oblio del tempo non tempo, sepolte nello spirito di ognuno di noi, che non vuol più saperne d'ascoltare se stesso.
La consuetudine del ricordo aveva estraniato il cavaliere da ciò che era e per il tempo che era divenuto non tempo del mai egli aveva continuato a vivere nell'oblio della non conoscenza, avvolto nel mondo di Oblivion.
Questo, invece, l'ultimo dialogo del cavaliere con la propria spada.
«Ascolta, mio padrone, qualcuno grida il tuo nome!»
«Sarà il vento, queste caverne sono così profonde che esso sembra parlare nella notte»
«Eppure ho udito bene, era proprio il tuo nome»
«È tanto tempo che il sole non ci riscalda, forse il tuo acciaio non percepisce più il suono? Eppure un tempo sapevi udire il rumore delle battaglie»
«Chissà, saranno i nostri ricordi che invocano giustizia» Ribatté la spada.
«Ciò che rimane dello splendore nostro in vita non è altro che un lieve sospiro di vento, così evanescente che...» Rispose il cavaliere.
«No, non posso crederlo: è forse male scordare il passato? Non possiamo farci scolpire il cuore dagli eventi, il fato ci guidò, non è giusto»
«Mia eccelsa spada, non esistono cose ingiuste e neppure ciò che noi riteniamo giusto può essere denotato esattamente, perché noi non esistiamo, perché noi viviamo solo nella fantasia che la realtà crea»
«Allora tutte le terre che abbiamo conquistato? I tesori, non sono mai esistiti? Abbiamo immaginato tutto? Io sento la forza della tua mano quando mi impugna, percepisco l'odore del sangue, mi specchio lucente nelle acque d'un ruscello. Vorresti farmi credere di non essere reale?»
«No, tu esisti, ma la tua esistenza è legata alla fantasia, all'irrealtà di chi creava le nostre avventure, che poi egli stesso rendeva reali»
«Credere? Già non riesco a pensare a quello che dici, mio cavaliere: come posso credere se noi non siamo veri; come posso catalogare ciò che siamo? Se poi noi non siamo affatto?»
«Mia fedele compagna l'affermazione è giusta, ma solo nel momento in cui tu accetti la tua irrealtà»
«Forse hai ragione, immaginare d'essere veri o esistere realmente, è tutto legato a un filo così sottile che non sapremo mai se siamo vivi oppure no»
Oramai è tardi, torniamo a dormire, il freddo della notte non ci aiuterà a comprendere l'abisso che abbiamo in noi»
Con l'arrivo dello straniero, il cavaliere aveva raggiunto il tempo della risposta, s'era ricongiunto finalmente con se stesso.
Il sogno gli aveva consentito di comprendere il suo eterno dubbio.
Razionale e irrazionale erano finalmente unica vita nella vita del sogno di se stessi e, nella vita, bisogna molto sognare perché ciò accada.
«Dormi cavaliere, d'un sonno leggero e profondo, fin quando lo vorrai.
Narra un'antica leggenda che, durante le stellate notti, fuggevoli canti dimenticati s'odano nelle foreste che ricoprono i mondi di Oblivion.
Si dice che chiunque li ascolti non torni più indietro.
Chissà forse questa storia è solo un sogno.»
V'era un tempo... Un tempo in cui il sogno abbracciò la leggenda e uno straniero viaggiò attraverso il mondo di Oblivion in cerca di se stesso.
Seduto su quello sgabello al bancone del bar dell’Hotel.
Bevi svogliatamente un martini.
Passi un dito sul bicchiere e poi te lo succhi.
Guardi il liquido ondeggiante ,come a voler scrutare nel destino.
Boccia di cristallo colma di sogni infranti.
I tuoi.
Mi lecco le labbra.
Pregustandoti.
Tu.
Su quel trespolo.
Hai tutta l’aria di un uccellino.
Da far cadere tra le mie grinfie.
Mi avvicino.
Noncurante.
Ordino quello che bevi tu.
Non ti guardo.
Il mio fascino ti fa volgere il capo.
Conscia.
Ti sento.
Con gli occhi mi spogli.
So già cosa ti frulla in testa “donna sola, sembra facile da conquistare”.
Vorresti ti scaldassi il letto questa notte.
Con tutta calma bevo il mio martini.
Poi...
Ne ordino un altro.
Neanche un ciglio verso te.
Ormai sei mio.
Gorgheggi un salve.
Omiodio che scontato!
Però la preda è succulenta.
Ti lascio balbettare qualcosa di presentazione.
Commesso viaggiatore.
Senza tanti preamboli mi inviti ad unirmi a te.
Una cena.
Senza secondi fini.
Dici.
Per non lasciarmi mangiare da solo.
Mangiare...
Sì...
È quello che farò.
Sarai un dessert squisito.
Torno a leccarmi le labbra.
Mostrandoti la punta della lingua.
Tanto da farti desiderare di averla nella tua bocca.
Come la ciliegina del tuo martini, che succhi avidamente.
Non ho molto tempo.
La notte sta per finire fra una facezia e l’altra.
E io...
Ho fame.
Spavaldamente.
Inaspettatamente.
Ti invito a salire da me.
Ceneremo poi.
Magari ordinando in camera.
Dolcetto prelibato non sai cosa ti attende. La stanza è buia ma io ci vedo benissimo.
Il sangue pulsa nelle tempie.
Non resisto più.
Con un balzo sono sopra di te.
La tua gola mi sta chiamando.
Le tue urla raccapriccianti, fanno accorrere i dipendenti dell’hotel.
La porta si apre e...
Tu.
Mio canarino.
Sei lì a terra.
Esangue.
Io sono già al bar Aspetto.
Affilando i canini
L'angioletto che correva.
Un tempo....che qui nevicava, era ancora freddo e ci riscaldavamo con poca legna nel caminetto, le casette erano in pietra e i tetti spioventi in legno; che riuscivamo però a goderci il riverbero dei raggi del sole sulla neve e nel fango quando la neve iniziava a sciogliersi; e noi giocavamo quasi scalzi scivolando sul ghiaccio o attaccati dietro alle carrozze che passavano....Ah ecco: già mi sto dilungando; dicevo: un tempo...che qui nevicava sui tetti in legno, in Paradiso erano tre angioletti: Din, Don e Dan. Din, che aveva degli occhi verde petrolio ed era sempre in ritardo; Don, grassottello, che danzava indossando sempre delle cuffie per ascoltare la musica, ed aveva sempre le tasche piene di briciole di dolci, che tanto gli piacevano; e Dan che....che....che aveva delle belle mani oltre tutto ma...ora ve lo racconto. Gesù inviò Din, qui sulla terra e nel deserto, e quando lo chiamò gli disse: "Din, ti invio in quella parte della terra dove non piove mai". "Io?" esclamò con un po' di ritardo Din, che era sempre un po' in ritardo, da come incredulo che era, "e che cavolo ci vado a fare in quella parte della terra dove non piove mai?", Gesù gli rispose: "ecco...intanto potresti piantarci i cavoli; potresti innaffiare e piantare grandi alberi e far crescere l'erba verde verde, come i tuoi occhi". A quelle parole Din, da spavaldo che poteva sembrare, divenne, sempre trascorso qualche istante, rosso rosso nel viso, ed abbassò gli occhi con un sorriso: ma non subito. Poi Gesù seguitò: "tu semina ed innaffia, semina ed innaffia, fino a quando quella parte che è solo sabbia, diventi verde e piena di alberi maestosi. "Agli ordini Gesù: io sono Din, e mica dico si o no, ma ni; però vado lo stesso". Così Din, poco convinto che era, volò giù, qui sulla terra: prima in questa parte del mondo dove nevicava: infatti io lo ricordo bene quando arrivò, e poi, con un po' di ritardo....anzi, con un bel po' di ritardo, che io ci ho giocato insieme a lungo sai, si recò in quella parte di mondo piena di sabbia sottile dove il sole batte forte e la notte fa freddo, portando con se tre semi: uno per l'erba, uno per gli alberi, ed uno per i cavoli."Don!", chiamò ad alta voce Gesù; ma Don, pur sentendo la voce di Gesù molto soffusa per le cuffie che aveva, non poteva rispondere, che aveva la bocca piena di crostatine alle mandorle, e le tasche piene di biscotti come i nostri ringo che sono di qui alla crema e di qua al cacao; e poi era preso da quel ritmo di danza che non voleva interrompere; e danzava e mangiava. Don, aveva la facoltà di far apparire i dolci nelle proprie tasche, con il solo infilar le mani nelle stesse; e, devo dire, ne approfittava non poco: intendo dire che, invece di comprarli agli alimentari, che pure lì in Paradiso facevano buoni prezzi, anzi: quasi li regalavano, ecco: infilava le mani nelle tasche: et voilà: ecco una crostatina alla marmellata di lamponi, ecco una lecca lecca che, nel volerla mettere tutta intera in bocca, da quanto era goloso, appariva come una indigena Mursi, che si fa bella infilandosi fra le labbra quegli anelli sempre più larghi sin da bambina. "Don!", seguitava a chiamare Gesù. "Don!"; ma Don nulla. Alla quarta o quinta volta, Don, avendo oramai mandato giù una fetta di torta alle fragole, ed essendo in quel momento ternimato un brano musicale, finalmente rispose: "eccomi". E si avvicinò a Gesù danzando, preso dal ritmo del brano successivo. Ma Gesù, non potendo sentire la musica che solo Don portava le cuffiette, lo prese un po' per toccato. "Don, a te ti mando a lavorare in una pasticceria però...." e lì Gesù, con una leggera e benevola provocazione si interruppe nel suo dire; Don infatti trattenne un attimo il fiato, ma subito Gesù, che poi così cattivo non è mai stato lo sappiamo, terminò la frase aggiungendo: "però con le caratteristiche di uomo, così che ogni volta che mangi qualcosa di dolce, ingrassi, e dovrai stare attento nel mangiar bene, ed inoltre...tutto ciò che di dolce mangi, lo dovrai pagare come i comuni mortali". "Oh Gesù!" esclamò Don. Poi aggiunse: "ma io sono Don e dico si e no non". Così Don volò giù, qui sulla terra, ed iniziò il suo primo lavoro in questa pasticceria qui all'angolo; ah si certo; sono altri tempi adesso: mica c'era una pasticceria qui che faceva angolo; in verità non c'era neanche l'angolo. Infatti Don, attese in quel campo dove ora sorge la scuola, per decenni e decenni, ascoltando musica e danzando, prima che la Pasticceria potesse essere costruita. Resta Dan...a no: un momento! Qui sulla terra, un angelo si doveva trovare un nome comune, un nome come i nostri: Paolo, Massimo, Fabio, così Din, decise di presentarsi, almeno io con questo nome lo conobbi, con il nome di Bernardino; si, vero: un nome quasi normale; ricordo che mi disse: "Piacere Bernardino...." ma non allungò la mano: che su in Paradiso non si usava fare; mi guardò negli occhi con quei suoi occhi verde petrolio che mi incantarono e poi aggiunse: "per gli amici Dino". Solo che quando poi noi altri lo si chiamava da lontano, la "o" di Dino, non giungeva mai; così lo si finì per chiamare Din. A Din, piaceva tanto giocare con noi, e a noi con lui, che poi, solo poi, raggiunse quella parte del mondo dove non pioveva mai; e si, in ritardo. Credo che alcune volte, Din approfittasse di essere un angioletto, che mi sembra, ma non posso esserne certo, quando tiravo in porta, lui spostava leggermente i pali per non farmi segnare; si, di poco, ma di quel poco che il pallone faceva palo. Don invece, si presentò allo Chef pasticciere con il nome di Donato e, nel mentre lavorava doveva anche togliersi le cuffie per sentire ciò che gli ordinava lo chef, e poi doveva anche rispondere subito. "Accidenti che vita!", lo sentii borbottare una Domenica che entrai per acquistare dodici bignè. e Dan...eccoci a Dan. Dan aveva un viso vispo e due occhi dolci. Era frastornato qui sulla terra quando arrivò, tanto era strana la vita qui per lui, però aveva un carattere così delicato e sensibile, che tutti, e quando dico tutti dico tutti, tutti gli volevano star accanto. Si, come se Dan, che poi qui sulla terra si scelse il nome di Danilo, come se Dan dicevo, si fosse portato appresso una luce dorata che aveva lì su, in Paradiso e poi, sappiamo che noi, qui sulla terra, ci ricordiamo qualcosa di quando eravamo lassù, e così, nell'avvicinarsi a Dan, ecco che si risvegliava nella memoria di colui che gli era accanto, quella luce che gli apparteneva lassù; e la vicinanza a Dan era un po' come...come quando un raggio di sole tiepido anzi caldo, in una giornata ancora invernale, ti fa ricordare forse una splendida giornata estiva trascorsa al mare e ti fa tornar la voglia di tornare al mare la prossima estate. Ecco, così era Dan per gli altri; e tutti, e quando dico tutti dico tutti, anche senza accorgersene, nelle loro giornate stressanti e frenetiche, si avvicinavano appositamente a Dan, perchè in loro si risvegliava quel Paradiso dal quale proveniamo. Dan, su, lì dove era prima, correva. Correva. Si: correva. Passava per forza di cose accanto agli altri, agli altri angioletti o accanto ai Santi, o accanto a Gesù, correndo; e mica nessuno aveva il tempo di godere della sua presenza, anche se, devo dire, molti altri angioletti o chi per loro avrebbero voluto; e avrebbero voluto scambiar due parole con Dan. E certo su, lì, mica ci si stancava; volendo neanche si aveva necessità di dormire; si poteva correre e correre e solo sentire il vento sul viso ed il sole che riscalda. Poi Dan avrebbe recuperato qui, sulla terra da noi, tutto il sonno che si negava per la corsa; si, perchè appena giunto qui da noi, Dan scelse una grande città per vivere anzi: fu Gesù che gli assegnò questa città; gli disse: "Dan, qui, in Paradiso, tu passi accanto ai Santi e agli altri angioletti sempre di corsa, e corri e corri. Ora ti mando in un posto dove la corsa è diversa: tutti sono frenetici, tutti corrono, ed hanno necessità di godere del ricordo che tu porti loro; così passi accanto agli altri, ma la corsa...non sarà come qui: saranno gli altri a correre". Così ora Dan, di tanto in tanto si riposa su un divano celeste come il cielo, anche se, ad essere siceri è un divano oramai vecchio ed impolverato, ma il giorno, passando accanto agli altri, lascia quell'alone di serenità che qui ci siamo dimenticati esistere. Ah se lo vedeste! Dan ad esempio, attende da solo ad una fermata dell'autobus e, se sul lato opposto della strada c'è un nugolo di persone che attende un autobus in verso opposto ecco: tutti si precipitano dall'altra parte della strada e, pur di star accanto a Dan, prendono l'autobus in verso opposto a quello che dovrebbero; così, devo dire, in questa città è arrivata una baraonda di eventi: impiegati che dovrebbero lavorare in uffici sulla Salaria, che arrivano invece verso il centro; taxi che voltano improvvisamente dalla direzione presa, clienti consenzienti, e si mettono a seguire l'autobus di Dan; scie di viaggiatori nella metro, sulle scale mobili che, dallo scendere di corsa, risalgono per inseguirlo; gente che viene scavalcata, urla di giubilo come quando i Beatles suonarono allo Shea Stadium di New York il 15 Agosto del 1965; solo che i Beatles erano quattro e Dan è solo. Come si spiega tutto ciò? Una volta Dan mi disse che a lui....mancava tanto la casa, e gli vidi quel suo sguardo dolce e malinconico. Io ho una bella casa, però so anche cos'è l'empatia, anzi, la vivo, e quindi mi sono lasciato penetrare da quello sguardo così dolce da angioletto che era in Paradiso che.....che abbassai lo sguardo, proprio come Din aveva fatto secoli prima nel ricevere quel complimento da Gesù: allo stesso modo: con un po' di ritado, tanto mi piacevano quegli occhi, e fermai lo sguardo sulle sue mani per godere anche di quella bellezza. Però io non arrossii e solo immaginai una casa piena di angioletti, di Santi, e Dan lì, che corre. Ah si, mi dico, ma forse il più fortunato sono io che, di tanto in tanto lo vedo riposare come un angioletto, si, come era in Paradiso, in un letto. Così anche io, in quel momento: vivo l'attimo.







