V'erano sere in cui il venire giù del Sole tingeva l'acqua d'una scia che pareva esser l'animo librarsi verso la genesi dell'essere.
Seduto su un nero scoglio trascorrevo il tempo nel tempo d'un tramonto.
Se l'alchimia umana avesse conoscenze tali da forgiare crepuscoli così unici fine avrebbe l'esistenza , non si può copiare ciò che è stato creato dal tal forza che l'intelletto fatica anche in sola parte a definire.
L’unicità non è replicabile seppur simile in ogni sua manifestazione.
Se ne andava così quella sera, voltando i colori su una tavolozza inclinata, tanto che essi si mescolavano donando sfumature inimmaginabili al volto del mare.
Sarebbe giunto il domani, nell'interrogarsi su quale via avrebbe percorso un raggio di luce,
eppur nel cangiar della meraviglia si rinnovava lo spirito.
Quale remota ipotesi potevo scrivere nella razionalità se poi venivo rapito dell'effimera breve illusione che spoglia la mente e innesca l'infinito?
Perso in tal visione aurea, può l'essenza voltare giudizio e scendere nel fondo? Cambiando umore e dirigendosi lesta in note scure che la giunta notte oramai dettava al cuore?
Ecco che dal morire nell'estasi s'impadronivano di me le incertezze che tutto governano, sono i “sentieri dell'anima” che verso un ignoto viaggio ci conducono.

Triste risuona
la tua voce e nel cuore
paure vecchie menziona.

Frasi d’un tempo odo
feriscono dentro,
ancestrali mali
chiudono con un nodo.

Offro il passato perdono
nel presente fuggi lo sguardo,
rimango in silenzio
da te non arriva neppure un suono.

Il manto spento delle stelle sollevava spruzzi luminosi fra la calma del mare.
La tarda ora induceva la quiete e nel ritirarsi mio dell'anima un bagliore
all'orizzonte, nato dalle bizze della luna, mi riportò indietro a un vecchio
romanzo che d'uomini coraggiosi parlava e di come essi nel peregrinare
fra gli oceani sfidarono l'immenso ignoto

Forte l’onda sbatte sulla prora di spume adornata,
solca il mare il veliero puntando verso sud.
Alla tempesta concedono il fianco bianche vele.
Il cielo di nero si veste e il vento fischia sotto l'albero maestro.
Sul ponte ritto gli ordini urla il capitano alla ciurma tutta,
«incrociate le lance, con il sangue forgeremo nuovi arpioni,
maledetta balena fino ai confini del mondo t'inseguirò.
Dal tuo grasso faremo olio per le lampe, dalla tua carne cibo,
dalle tue ossa stampelle per gli infermi, non mi sfuggirai mia sarà la vendetta.»

Nell'animo e nel corpo così ferito andò dritto verso un destino già segnato.
Non vi fu più ritorno per lui e per i suoi uomini...

È notte fonda vedo il veliero sulle onde
forse immagine anch’esso dell’immagine
fuoco su fuoco
visione su visione
Vivo dentro e fuori la tolda
comando la tempesta
straccio i velacci
e sono sull’albero di mezza.
Piange l’alba questo tempo infausto che travolge
piange senza lacrime l’anima violata
E sono lì a sorreggere le velature
e spiego ogni laccio
e solo comando il mio veliero
fino a scomparire fra i flutti irosi.
Sono Achab il maledetto
figlio della tempesta
figlio d’un destino ignoto.
Morirò nelle tue fauci Moby Dick
morirò senza appello
nel mio odio per te
nel mio amore per te.

Nel ricordare tale esempio d'umana scelleratezza dall'odio governata, sussultò la coscienza mia infondendo in essa tal convincimenti.

Trema il pensiero,
all'intelletto domanda pace,
ma nel torbido della mente tutto tace.
Trema la mano nei versi indugia,
nel profondo del cuore sopraffatta si rifugia.
Trema la terra,
sussulta il suolo,
grida oscure di uomini fan crogiolo.
Trema l'aria,
esplode con furore,
strazia vite senza alcun pudore.
E nello scrivere parallelo d'umane debolezze
e di quello che sono capaci nell'ordire nefandezze
la voce alzo
al Dio del creato,
che tutto spazzi via d'un sol fiato

Quando defessa e stanca fu l'anima, compagna mi fu la nostalgia d'un giaciglio dove trovar riposo.
Volsi allora le spalle alla scura anima d'un mare calmo e m’avviai verso casa.

“Nel condividere un pensiero mille ne abbracciamo”

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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