Non era minimamente preventivata questa mia disavventura, non ero preparato a quello che stava per succedere. Ma successe e ne presi atto cercando di attutirne i contraccolpi, metodica che ormai avevo appreso a sufficienza visto che, spesso, mio malgrado, venivo coinvolto in situazioni che, diciamocela tutta, non erano il risultato di una mia precisa volontà. Ero vittima del sistema, allora in voga, tra goliardi. Bisognava eccellere, sempre eccellere  non negli studi ma nelle attività ludico-femminili. Per chi non capisse, bisognava avere sempre una ragazza, prima o dopo cena, senza obbedire a ricette mediche improbabili e non fermarsi mai, quasi a scopo terapeutico. A volte, ero tentato di pensare, che qualcuno fosse preso da vero e proprio accanimento nel perseguire questo scopo come testimoniava il mio miglior amico che era uno dei più grandi tombeur che io abbia mai incontrato sul mio cammino e aggiungo, per fortuna. Ma il mio giudizio non vale e non valeva granché, perché io sono diverso. Non mi è mai piaciuto giocare al corteggiatore sottile e arguto che fa perdere la testa a qualche gallinella distratta. Amo dire le cose troppo schiettamente ed in faccia, non mi piace tessere trame o eseguire strategie per conquistare le donne. E infatti....le vedevo col lanternino, quello di Genova, però. Lei no ! Lei si fece sotto senza che io nemmeno la pensassi, si negò al mio amico playboy (unica donna nella storia) e disse chiaramente di preferire me. Chiaramente le diottrie non erano il suo forte ed il suo senso del gusto….meglio lasciar perdere. Comunque fra noi due ci volle del tempo prima che la cosa si consolidasse, prima che i miei ormoni dessero segni di impazienza tanto che avevo pensato che mi fossero stati donati da Giobbe ! Anche lei mi piaceva, non solo per la memorabile scelta che aveva fatto e dichiarato apertamente, ma perché, personalmente, ho una particolare predilezione per le campane e lei era Irpina, originaria di Avellino. Così, una sera,  sul dondolo di un locale nacque l’attrazione per lei e glielo dimostrai coi fatti. Mi meravigliai della mia intraprendenza e misi a frutto i suggerimenti dei tanti amici che nelle lunghe giornate di studio mi facevano lezione di sesso consigliandomi dove mettere le mani in casi del genere. Una qua, l’altra la, l’altra ancora…ma quante mani avrei dovuto avere secondo alcuni di loro ? Ero tanto preso da questo svezzamento al sesso che non la guardavo nemmeno in volto, impegnato com’ero a liberarla da tutti quegli orpelli che le giovani donne usano mettersi addosso e di cui non capirò mai la funzione. Stavo andando alla grande se è vero che lei mi si concedeva ogni volta che mi facevo più premuroso. Sembrava proprio presa da me. Come dicono i latini “de gustibus…”. Finché non avvenne il fattaccio. Dovevo immaginarlo. Mi conosco troppo bene. So di essere diverso dal maschio latino, perché, mannaggia a me, da quando sono nato, appartengo alla categoria del classico maschio calabrese ormai in disuso. Aveva chiesto di uscire con me, visto che, nonostante tutto, non lo avevo ancora fatto io. Accettai di buon grado non  senza chiedermi cosa avrei potuto farci con una donna a spasso per la città. Naturalmente mi chiese di passare sotto casa sua a prelevarla. La mia inesperienza non mi diede modo di rifiutare. Così mi ritrovai sotto casa sua ad aspettare impazientemente che scendesse. Certo non godevo del fatto si pensasse che stavo aspettando una donna ed ogni sguardo curioso dei passanti erano una sfida alla mia privacy ! Mi agitavo al chiuso della mia cinquecento blu, addobbata con bottigliette di liquore di svariate marche, di kleenex colorati  e deodoranti idonei e, quando il portone si aprì, feci per scendere. Fece capolino dalla porta quasi fosse poco convinta di uscire, quindi la sua figura si stagliò nettamente. Indossava un completo con hotpaint rossi che non permettevano di immaginare niente. Le gambe affusolate e lunghe erano tutto un programma, così come tutto il resto d’altronde. Cominciai a pensare che non si trattava della stessa ragazza che avevo avuto tra le mani e di cui nemmeno sospettavo dotata di simili fattezze ! Chiusi la bocca, aperta per lo stupore nel preciso momento che due auto davanti a lei tamponavano con un rumore sordo. Ne scesero due uomini per niente incavolati ma che anzi si sostenevano a vicenda. Senza mai mollare, però, con gli occhi quella che ritenevo la mia ragazza ! Lei corse verso di me, ancora con lo sportello della mia auto aperto, mi cinse con le mani il collo e mi diede un bacio lungo, profondo. Sentivo i suoi seni premere contro il petto e i suoi piccoli movimenti facevano dilatare i miei vasi sanguigni. Imprecai  tra me e me per non avere a portata il mio sfigmomanometro, non mi avrebbe fatto male una misurazione della pressione arteriosa ! Quando finalmente si staccò da me, permettendomi di tornare fra i più, la guardai bene. Era truccata benissimo, leggermente e la luce che proveniva dal suo viso era frutto esclusivamente della sua bellezza. Come sempre avviene, in quel preciso momento, passò un gruppetto di turisti, romani, quasi tutti ragazzotti allegri della mia età e, come spesso avviene in questi casi, il più “brillante” mi apostrofò con un “Daje, facce sognà”. Tutta questa attenzione, nei confronti ovviamente della ragazza e delle sue bellezze, contrastava col mio desidero di popolarità che non credo abbia mai alimentato né prima né dopo questo episodio. Ero frastornato, convinto come ero che portare in giro una donna del genere avesse dei costi da sopportare. Ed io non volevo sopportarli, troppo amante della semplicità e soprattutto della discrezione. Infine presi la mia decisione. Trattenni la ragazza che stava per salire in macchina e le dissi che non ero venuto per uscire con lei, che un impegno improvviso richiedeva la mia presenza. Dovevo lasciarla e in fretta. Dovevo tornare nel mio mondo  fatto di riservatezza ed equilibrio. Mai più avrei voluto assistere a scontri d’auto o essere oggetto di mottetti popolari. Così la lasciai, ben sapendo cosa perdevo, e tornai nella mia stanzetta dove mi attendeva il mio compagno : il libro di anatomia ! Beh, devo dire che ci arrivai con tutti gli organi interi, nonostante tutti gli attentati recentemente perpetrati. Qualche cerotto, ma non ce ne fu troppo bisogno, dovetti metterlo per la fuoriuscita sconsiderata di ormoni e per il reiterato tentativo degli stessi di sgorgare impetuosi a torturare il mio povero corpo e la mente decisa. La ragazza ? Ahimè è morta  ed ha incaricato comuni amici di avvertirmi. Non ce n’era bisogno. La ricordo e la ricorderò sempre sulla soglia di quel portone con la sua sfavillante bellezza.   
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Profilo Autore: Bronson  

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Hagor Saud Flyd, sovrano della galassia del Drago Minore, era seduto alla scrivania del suo studio privato, e stava guardando attraverso la porta a vetri, che dava sul piccolo giardino; sembrava che osservasse lo zampilllare dell'acqua che fuori usciva dai cannoncini della piccola fontana a forma di nave, ma il suo sguardo andava olttre, verso un orizzonte lontano, infatti, egli stava ripensando agli avvenimenti che lo avevano fatto diventare l'uomo d'oggi. Hagor non era originario della galassia che governava ma provniva dalla nebulosa dellAquila e più precisamente dal pianeta Flyd, e non sapeva perchè la sua famiglia portasse lo stesso nome del pianeta. Le galassie conosciute, invece prendevano il nome dalla loro forma, visibile solo da molte migliaia di chilometri di distanza, e non facevano eccezione ne la nebulosa del Drago Minore e nè dell'Aquila. Gli abitanti dei pianeti di queste galassie erano tecnologicamente avanzati, e Flyd non faceva eccezione. Come molti dei mondi conosciuti, il pianeta aveva rischiato di scomparire a causa di una terribile esplosione, provocata dalla fusione del nucleo centrale del  globo. Si era arrivati a tale punto per il troppo sfruttamento dell risorse, e solo la tenacia degli scienziati si era impedito la deflagrazione. Una volta risolto il problema della fusione del nucleo, n'era sorto un altro, d' uguale importanza, sempre a causa dello sfruttamento delle risorse: vi era stata la decimazione della popolazione a causa di malatie epidemiche. I pochi sopravissuti, si resero conto che per ripopolare il loro pianeta e la costellazione, dovevano non solo debellare le malattie ma, trovare anche il modo di riprodursi senza rischiare di far nascere i bambini già cagionevoli di salute, molti dei neonati, infatti, non sopravvivevano, i pochi che vi riuscivano diventavano uomini e donne troppo deboli, e a loro volta generavano figli malati. Certo ci si poteva rivolgere alle galassie vicine ma, anche in questo caso i risultati sarebbero stati disastrosi, perchè anche quelle galassie avevano subito lo stesso destino. Così, come molti altri pianeti decisero di spingersi oltre lo spazio conosciuto; una volta individuata la galassia che presentava le stesse qualità, della loro vi si stabilirono, mescolandosi alla popolazione dell'unico pianeta abitato. Dovettero pazientare per diverso tempo prima di ripartire, perchè il pianeta non era tecnologicamente avanzato, e soprattutto i suoi abitanti non erano mentalmente preparati a conoscere viaggiatori d'altri mondi; la loro pazienza fu ad ogni modo ripagata e alla fine ripartirono per la loro costellazione per dare origine ai nuovi abitranti dell'Aquila. Da quegli avvenimenti erano trascorsi seicento anni, e da trecento sulla nebulosa regnava la famiglia Flyd, e con la loro monarchia la galassia aveva raggiunto il massimo della prosperità; per un breve periodo la costellazione rischiò di perdere la stabilità. Hagor in quel momento stava pensando proprio agli avvenimenti scongiurati solo dal suo coraggio e dalla forza d'animo dei propri fratelli e amici più intimi. Hagor si chiese quanto tempo era passato, e quando la sua vita avesse avuto la svolta decisiva, e si rese conto che dall'ora era passato cinquant'anni. Sussurrando a se stesso disse:
<<Dio dell'universo, quanto tempo è passato, una vita intera>>.
Hagor adesso aveva sessantacinque anni ma, il suo aspetto non aveva subito molti cambiamenti, era ancora un uomo attraente, il suo fisico asciutto e atletico, i capelli ancora neri come le piume di un corvo, solo quaa e la c'erano dei fili d'argento; i suoi occhi erano di un blu intenso che rispecchiava le profondità marine, il naso in su, le labra leggermente carnose; infine il suo leggendario sorriso era ancora intatto, e il suo carisma era cresciuto con lo scorrere del tempo. si erano trascorsi cinquant'anni, proprio una vita, già perchè tutto era cominciato il giorno del suo quindicesimo compleanno. Chiuse gli occhi, ed ecco che si rivide in cima alla scalinata che portava nel salone delle feste del palazzzo reale di Flyd.
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Profilo Autore: marzia ornofoli  

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Ormai erano due settimane che lo rincorrevo, quel volto, apparsomi d'improvviso sul sudicio manifesto attaccato alla porta del saloon.
Al vederlo, ero stato percorso da una scarica elettrica, squassato come da un vuoto d'aria in cielo chiaro: era stata la materializzazione di un corpo astrale fino ad allora presente solo nei miei pensieri, nelle mie brame più profonde, nelle trame più audaci dei miei ricorrenti sogni notturni.
Da troppo tempo vivevo una vita irrealizzata, condizionata dalla tragedia che aveva travolto, in pochi, brevi ma implacabili minuti, la mia quieta infanzia nel ranch paterno.
In quei pochi attimi i banditi, arrivati a viso scoperto, certo da lontano, avevano afferrato i soldi che erano in casa e, senza remore né pietà, avevano ucciso mio padre che accorreva dai campi.
Poi s'erano dileguati, nascosti dalla polvere rossa sollevata dai cavalli.
Da allora ero cambiato.
I loro volti erano rimasti stampati nella mia mente; i miei pensieri ed un sogno, ossessivamente ripetuto erano trucemente colorati dal sangue della vendetta, che costruivo dettaglio su dettaglio: come li avrei inseguiti, scoperti, guardati negli occhi, e poi come, lentamente, molto lentamente, con cinque pallottole ciascuno, li avrei crocefissi sul terreno secco della strada.
Così ero cresciuto, senza arte né parte, chiuso in me stesso, senza amici, senza donne amate davvero, senza futuro, accompagnato solo dai miei sogni irrealizzati.
Ora, da due settimane, di città in città, inseguivo la traccia lasciata dai manifesti, in cui il volto stampato sembrava chiamarmi e dirmi: sono io la persona che cerchi, trovami se sei capace, devastami il cuore se ne sei all'altezza e se ne hai il coraggio.
Avvicinandomi a Tucson mi sembrava di vedere quel volto disegnarsi nell'aria fine, di sentirne il richiamo nel sibilo del vento freddo che scendeva dalle colline.
Andai diritto verso il saloon; anche lì c'era il solito manifesto, attaccato di fresco.
Scendendo da cavallo sentii battere forte il cuore e mille pensieri turbinare nel cervello: sarei stato capace di avvicinarmi, di dire le parole giuste, fare i gesti appropriati in quell'unica occasione che mi si presentava per dare finalmente una svolta alla mia vita inconcludente, di realizzare uno dei sogni che da sempre mi tenevano compagnia nelle lunghe notti travagliate da improvvisi risvegli?
Entrai.
Era là, in fondo alla sala, vicino al pianista.
Più bella che nei manifesti che avevo inseguito, più incantevole della donna che avevo conosciuto e conquistato nell'unico sogno bello che sognavo e che ora forse poteva avverarsi, se solo avessi trovato le parole giuste.
Attraversai la sala lentamente, guardandola negli occhi; lei, sorpresa, smise di cantare.
Non so più le parole che dissi, ma erano certo quelle giuste.
Ora lei canta le ninnananna ai nostri figli.
La mia vita è cambiata, un'altra volta.
Dio voglia che sia per sempre.
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Profilo Autore: Falug  

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Guardavo dritto, con lo sguardo perso. Correvo senza controllo per le vie del paese. Mi fermavo ogni tanto e mi levavo quelle sporche gocce di sudore dalla fronte. Non mi calmavo più: il fiatone dominava i miei respiri e le mie gambe si piegavano dalla stanchezza. 
Poco dopo, mi trovai come un sasso, al centro della piazza, tra i suoni delle campane. Mi bloccai a riflettere, ma non pensavo a nulla. In questa situazione, toccai con convinzione il fardello che portavo sulle spalle: fardello di esperienza, direi. 
Feci per svenire, ma riuscii per tempo ad appoggiarmi ad una parete. Alzai lo sguardo: una statua di pietra mi fissava, seguendomi con gli occhi nella sua febbrile immobilità. Un terrore angoscioso mi assalì e io abbassai gli occhi nella mia debolezza. Feci un passo, per avvicinarmi di più a lei. Non so bene le motivazioni di questo gesto, ma restavo affascinato da questa imponenza che a dir il vero mi spaventava. Mi bloccavo davanti a questa immensità e non riuscivo a osservarla per più di un minuto filato: si sbarravano le mie palpebre ed io ero costretto ad abbassarle.
In realtà, mi fissavo con una targhetta bianca, incollata al pietrone che sorreggeva il monumento. Scorrevo velocemente i nomi che stavano scritti su di essa e mi balzava all'occhio qualche data. Ma chi erano questi? Mah, forse erano i caduti delle guerre mondiali: minuto di silenzio...
Sentii un vento freddo alle spalle: rabbrividii in un istante. Voltai timidamente il capo e mi trovai di fronte una figura indistinta, forse spettrale. "Ehi Diego", sentivo. Mi guardai di nuovo intorno: non c'era un'anima viva. Molto perplesso, mi avvicinai alla statua e raccolsi un fiore da terra, forse una margherita. Sentii di nuovo una voce robusta echeggiare nella piazza: "Ehi Diego. Come mai non ti allontani dalla mia ombra?" mi chiese con tono solenne. Io risposi, senza neppure sapere a chi mi stavo rivolgendo: "Eccomi! Ehm sì osservo una nobile statua, il ricordo dei caduti. Ma come può un pezzo di pietra chiamarmi col suo timbro di voce?" Un piccolo tocco sulla spalla: mi girai di scatto ed iniziai a sudar freddo; un bianco ectoplasma mi fissava con sguardo spaventevole e io tremavo in silenzio, a testa bassa.  
Mi allungò una mano sulla spalla e mi disse: "Sono la statua, un caldo uomo di pietra che si innalza con orgoglio tra queste mura. Tengo la lancia in onore di tutti i tuoi compaesani cancellati dalle guerre mondiali. Mi presento così a tutti coloro che si avvicinano alla mia carcassa inorganica. Voglio dimostrare che io resterò viva, finchè qualcuno mi verrà a trovare!" Bene, avevo rotto il ghiaccio ed ero già più rilassato; feci un respiro di sollievo e allungai la mano verso quella figura: fuggì dalle mie dita, urlando: "Io ti proteggerò: tu sei stata la persona che più si è fermata davanti a me! E ora tieni quel fiore e bada bene di non perderlo..." 
Detto ciò, svanì nel nulla, lasciandomi solo e perplesso con una margherita in mano...

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Profilo Autore: Diego Crozzolin  

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Quando il posacenere è pieno di gelato, ed è lì fermo, che ti fissa chiedendo le sue cicche.

Il portafoglio è vuoto, la foto di una vecchia combriccola di amici è lì, tranquilla, sorridente.

E sul tavolo, quel bicchiere colmo di gasolio. Di marca buona, m’è costato un occhio della testa!

Sarà per questo che il portafoglio è vuoto…o sarà il tempo.

E quelle giornate che ormai non torneranno più, come quella mongolfiera che fece il giro del mondo in un centinaio di giorni. Una manciata di mesi a guardare dall’alto in basso, uno scasso!

M’incontro con l’amico di questi anni e andiamo alle giostre, se l’economia ce lo permette. Forse dovrebbe esser chiesto gentilmente, o forse no? Prego, si sieda! Ma se non c’è la sedia?

Oh, Signur.
 

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Profilo Autore: Stefano Ragazzo  

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QUESTA CHE SEGUE E' LA PREFAZIONE DEL MIO LIBRO AUTOPRODOTTO, CHIUNQUE SIA INTERESSATO E' IN VENDITA


Mi son vestito del mio mito. Inebriato dalle fantasticherie della mia follia, vagavo in maniera eccentrica, tra le macerie di una città che si definiva capitale.

Come una piccola scintilla di fuoco appena nata, incominciai a coinvolgere tutto ciò che mi era attorno, trasportando l’intera vita, in un tunnel di aspirazioni divine.

Facendo a gara con il mio delirio, mi presi gioco della salute, col solo obiettivo, di distaccare ogni senso ed innalzare la mia anima.

Mi armai contro le tradizioni e le mediocrità locali.

A volte, venni scambiato per un vandalo, ma gli interessi terreni non mi appartenevano più.

Solo il divino m’incuriosiva, attirando la mia attenzione.

Luce, insensibilità, visioni, a voi mi concedo e a voi domando la mia salvezza!

L’uomo può diventare Dio!

Coi giusti mezzi iniziai la danza più mistica che una persona possa creare.

Oh! Corpo continua a smaterializzarti sotto la mia insania!

Tormenti e dannazione, non intaccate più ormai la mia energia!

Diventai un tutt’uno con la pazzia, credo che a volte mi ci si poteva scambiare per essa.

Una tribù di “fedeli pensanti” si creò intorno a me. Passai giornate intere ad amoreggiare e a danzare con loro. Procreammo pura degenerazione. Alimentammo il seme.

Come un violento nubifragio, svegliammo i morti che abitavano nella capitale.

Di notte, divenimmo i sogni dei disperati.

Fummo incubi per i vinti.

La nostra mente si distaccò dal corpo. Non parlavamo più la nostra madre lingua, spaventavamo le figure indistinte ed il nostro potere si alimentava sempre più.

 
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Profilo Autore: Stefano Ragazzo  

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