Il vespro si avvicinava e il treno partito da Napoli percorreva la sua tratta. Era una giornata nebbiosa, cupa, e Camillo, un giovane psicologo, si lasciava cullare dall' incessante incedere del treno ripensando ai ragazzi della comunità di tossicodipendenti in cui aveva lavorato nella città partenopea. Un senso di amarezza saliva per aver levato le tende così presto. In cinque giorni aveva avuto modo di conoscere i venti ragazzi della comunità, ascoltare le loro storie, capire i loro stati d' animo e svolgere le attività che occupano la loro giornata permettendogli di comprendere quale disagio stessero vivendo i ragazzi. Uno fra tutti aveva colto la sua attenzione: il terzo giorno, durante la pausa dal lavoro, un ragazzo gli si era avvicinato chiedendo di poter parlare. Camillo lo portò nella sua stanza e lo fece accomodare sul letto. “Come ti chiami?”, chiese Camillo con tono dolce. “Sono Diego, signore”. “Di cosa vuoi parlare, Diego?”. “Signore, non ce la faccio più a tenermi tutto dentro. Da quando sto qui non ho avuto il coraggio di parlare delle cavolate che ho fatto perché non riesco a fidarmi di nessuno. La prego, mi ascolti” disse Diego con fare affannato. tre si versava dell'acqua nel bicchiere sulla scrivania. La conversazione proseguì per altri trenta minuti, fino al termine della pausa. Camillo congedò Diego dalla stanza con la promessa che avrebbero parlato di nuovo. Il giorno seguente Diego non si fece sentire e Camillo continuò a segare legna e a curare l'orto insieme agli altri ragazzi. Giunse così il giorno della partenza di Camillo. Era appena sorto il sole e Diego era in cerchio con gli altri giovani della comunità, come da usanza per prendere i compiti della giornata con la differenza che in quell' occasione avrebbero anche salutato Camillo. Terminati i saluti, Diego ruppe il cerchio e raggiunse di corsa Camillo, lo prese per un braccio e lo portò quasi di forza nell' orto. Qui Camillo chiese il perché della furia di poco prima ma Diego non rispose. Quasi illuminato da una luce innaturale il ragazzo cominciò a parlare pacatamente: “Signore, ha salvato una vita: la mia vita. Ieri sono rimasto nella mia stanza dandomi malato e ho passato la giornata ripensando alla conversazione. Lei mi ha dato la possibilità di sfogarmi”. “Io non ho fatto praticamente nulla. Hai fatto tutto tu” disse lo psicologo imbarazzato. “Sa, nessuno ne è al corrente ma da tempo ho pianificato il mio suicidio: sgabello e corda erano dietro la porta pronti all'uso fino all'altro ieri. Ora mi sento leggere, mi sembra di poter volare come una farfalla. Ho dato sgabello e corda in pasto alle fiamme. L' unica paura che mi rimane è quella di ricadere di nuovo nel vizio”. “Diego quanto tempo devi rimanere qui?” lo interruppe Camillo. “Altri due mesi” disse Diego non capendo il perché della domanda. Camillo raccolse da terra un bastoncino e vi incise sopra con il suo victorinox una via e una sequenza numerica. “Qui sono riportati la via della mia casa di Bologna e il mio recapito telefonico. Se dovessi avere bisogno di qualsiasi cosa sai dove trovarmi”. Passato il bastoncino a Diego continuò dicendo: “Mi piacerebbe parlare ancora con te ma ahimè! Il dovere chiama altrove e il tassista è in attesa già da un po'. Spero tanto di rivederti. Non pensare più a quel che è stato: vivi per migliorare quello che sarà!”. Detto ciò Camillo alzò i tacchi dirigendosi verso il taxi e salito sulla macchina gialla scomparve nella penombra del viale. L'incedere del treno rimandava Camillo al movimento ondulatorio del taxi sul brecciato di quel viale. Triste per aver levato le tende troppo presto, Camillo era anche soddisfatto: per la prima volta si gustava quella dolce sensazione che nasce dall'aiutare chi ha bisogno. La luna era alta in cielo e Camillo, un giovane psicologo, si lasciava cullare soddisfatto dall'incessante incedere del treno.
Commenti