Per non allontanarsi da lui avrebbe dato il meglio di sé.
Erano fatti l'uno per l'altra, almeno cosi lei pensava quando sentiva il calore e la passione dei suoi baci e abbracci.
I timori l'affliggevano se non si faceva sentire ma evaporavano come acqua al sole quando tornava.
Tornava sempre, come rondine al nido, a consolare la sua anima eternamente malinconica e poneva fine ai suoi dubbi.
Una notte lo vide in attesa nei gradini d'una cattedrale, scrutava l'orizzonte indicandole dove finiva il mare.
Doveva partire portandosi via due valigie piene di ricordi.
Una barca lo attendeva per condurlo lontano, dove vita e morte si fondevano, i sogni impossibili divenivano realtà, leggende d'amore indossavano abiti leggiadri e tristezza non esisteva.
Non esistevano neppure racconti e poesie impossibili da scrivere o da vivere, doveva solo trovare il coraggio di darle l'addio.
Lei non poteva seguirlo, non ancora, doveva ancora guadare il fiume dell'esistenza con la consapevolezza che prima o poi si sarebbero ritrovati per non lasciarsi più.
La sfiorò con sguardo triste e con un cenno di saluto scomparve nell'oscurità del silenzio.
Si destò sola e trafelata, aveva perduto il suo sogno.
Forse doveva pregare, ricordarsi che non si è mai del tutto soli se si ha fede.
Abbracciò il guanciale e si riaddormentò nella ricerca d'un nuovo sogno.

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Profilo Autore: genoveffa frau  

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S'aprirono cadenti luminose foglie di pensieri,
sul viale che conduceva al bosco dei desideri perduti.
Una serie di piccole statue di marmo sorvegliava il sentiero.
Accarezzavo a ogni passo la luce che si insinuava tra gli arbusti
colpendo i miei occhi, che da molto tempo d'essa erano privi.
Proseguivo nel buio della mia anima, l'istinto mi portava lontano.
Non avevo bisogno di visioni per comprendere, a stento comprendevo i perché generati dai dubbi.
Nel dubbio vivevo ascoltando le melodie provenienti dai rami penduli e dalle cime di vecchi e storpi alberi.
I suoi capelli si allungavano verso di me, lasciandomi profumi mai sopiti nel mio immaginario, spento dagli echi delle ragnatele del tempo.
Alcuni sassolini procedevano a balzelloni accanto, mentre i piedi scalciavano quel che restava della vita. Ogni tanto salivano scricchiolii dai rametti che si spezzavano al mio passare. Quei rumori tenevano sveglio il cuore, impedendogli di addormentarsi.
Eppure era quello che avrei voluto fare. Sì, addormentarmi in quell'eden misterioso che rappresentava il mio mondo; avrei voluto abbracciare i muschiosi umori dei funghi che spuntavano ribelli dal sottobosco. Sentivo ancora il profumo di castagne e l'aria umida del mattino che penetrava nel corpo rilasciando nuvole di vaporosa voluttà.
La strada saliva e il fiato riportava alla mente la non più giovane età, ma io sentivo di dover andare avanti, non potevo abbandonare quell'estasi di tristezza.
Tristemente dolce m'appariva il giorno nel suo intercedere con i capricci della notte. Chissà forse ero notte anch'io. Una notte senza fine che dal mare mi aveva trasportato in vette di cui non conoscevo ragioni.
La pazzia dell'essere cosciente donava un senso d'ebrezza che l'altitudine contribuiva ad aumentare.
Al di là dei segnati passi s'apriva al guardare una valle di fiori e betulle, di frutti e bacche, d'uva e di mosto, di miele e di passione.
Mi chiedevo se mai avessi potuto capire, nel far ciò cercavo le mie mani.
Non vedevo, non potevo vedere dove esse fossero, percepivo però il loro calore come se non fossero le mie. Il freddo aveva congelato i burattini che dormivano in me ed essi avevano spezzato i fili che li legavano. Ora li vedevo corre giù per i monti, vivi più che mai, morti come non mai, inermi e pulsanti al tempo stesso. Mie creature, distanti, vecchie, sgualcite, intimorite e infine dimenticate nei dirupi degli errori. Forse avrei voluto fermare quella corsa lenta, forse avrei voluto
parlare alle tue paure. Come mai avrei potuto discorrere non conoscendo i verbi che forgiavano le verità, come avrei potuto ancora chiamarti per nome. Sì, nome, era questa la parola che mi inseguiva, che non permetteva all'essere di pulsare.
Dove erano le ore, la mia clessidra non funzionava; la sabbia era consunta dalle sconfitte.
Il tramonto voltava la luce sul bosco dei desideri, le mie paure s'addolcivano insieme ai toni del cielo. Sarebbe scesa quella notte cercata sopra il carro del mio destino. Cosa importava oramai, tutto era fiaba, io ero fiaba. Quella fiaba letta al caldo d'un atavico e ancestrale fuoco.
Fuoco spento d' arsure roventi, fuoco che accendeva il riflesso del mormorio del finire, fuoco che ancora una volta si specchiava nei tuoi occhi accecando per sempre la mia solinga volontà.
Prendimi con te notte dei tempi, in un tempo che non è il mio. In un tempo che non da tempo al telaio dell'inganno d'esser vita. Un tempo che soffia inesorabile sulla fiamma del nulla, lasciando che il nulla divenga tutto in una notte di rugiada e grilli.
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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Foto venezia per club




Il giorno appare, senza mostrare quello che sarà il suo divenire.

Apparenza o realtà.

Intanto la ferrovia incastonata tra sterpaglie e pietre apparentemente morte arriva come ogni giorno in laguna.

Orari consueti, inconsuete avvertenze interiori che lasciano il posto alla quotidianità.

Giornata grigia, quasi piovosa e nel quasi vi è il senso della storia.

Erica scende e si incammina attraverso le salizade: passa santa Lucia e si dirige in piazza San Marco.

I negozi di contorno sono un contorno: l'originalità del luogo da tempo non è più tale.

Ma questa non è una storia originale, anzi direi una banale raffigurazione di cosa non so.

Dicevo della pioggia: la sua intensità aumenta e comincio a preoccuparmi di Erica che non ha nemmeno un ombrello.

Un'Alfa Romeo 2000 del 1979 si ferma vicino al mercato di Rialto, s'abbassa il finestrino e un noto attore sorride a Erica facendole cenno di salire.

Noto? Lo conoscerai tu!

Un'auto a Rialto?

E lei cosa fa?

Sale direi, si sente immediatamente a proprio agio su quel sedile di vinile non vintage, anzi originalissimo.

Uno sguardo ammiccante e una domanda: “Dove va signorina, la posso accompagnare se vuole”

- Al mio ufficio di fronte alla Basilica di San Marco.

- Allora va bene, Amedeo, sono di strada.

- Erica.

- Fuma? Non sono mai riuscito a smettere, ma prima o poi mi deciderò a farlo.

- Grazie, il tempo mette al peggio e non vorrei arrivare fradicia al lavoro.

- Di cosa si occupa, se non sono indiscreto?

- Sono una normalissima segretaria d'ufficio con mansioni d'informatica.

- Non direi, se posso esprimere un parere direi bellissima segretaria.

- Vuol provarci per caso?

- No per carità, era solo un complimento galante da pappagallo impertinente qual sono...

Una risata fragorosa irrompe nell'auto.

- Lo sa? Lei comincia a starmi simpatico.

- Imbecille, guarda dove metti il remo. Non si può andare più neanche in laguna. Mi scusi, ma certi individui non dovrebbero avere la patente: non si guida una gondola così.

Ah, ecco un distributore, un attimo faccio 20 euro e ripartiamo subito.

- Olio a posto signore: una controllata ai livelli?

- No grazie tutto ok, vado di fretta.

- Eccoci, dicevamo?

- Lei è molto simpatico.

- Comeee? Accidenti fanno sempre più rumore questi traghetti!

- Dicevooo che lei è simpatico.

- Un tempo forse ora sono solo un ricordo di me stesso. Una volta ero un attore famoso.

- Sembra in piena forma però.

- Vorrei chiederle una cosa se posso.

- Certamente sono tutt'orecchie.

- Crede nella vita dopo la morte?

- Pensavo volesse... mi sorprende questa domanda, perché me la fa?

- Semplice perché ora svolterò a destra scenderò da quel ponte e ci immergeremo con l'auto nella laguna.

- Ma lei è pazzo mi faccia scendere immediatamente.

- Non può mia cara io faccio solo viaggi di andata e mi fermo a prendere solo i prescelti: oggi la prescelta era lei.

- Ma cosa dice, farnetica... si fermi la prego. Aiutoooooo... aiutatemi per favore!

- E' inutile si rassegni nessuno può sentirla.

- Ora scendiamo a fondo.

E no, basta così non posso tollerare simili idiozie!

La storia la scrivo io e la posso cambiare.

Levo le scarpe e ti faccio vedere io. Erica resisti.

- Porc... che schifo di acqua puzzolente. Abbassa il finestrino, dai che ce la fai, forza.

- Sì, afferra la mia mano, ok forza, forza. Trattieni il fiato, si brava siamo fuori.

Un attimo e saremo a galla.

- Ahhhhh, finalmente. Bastardo non credevi che qualcuno potesse salvarla.

- Respira piano, piano; ora fai un respiro più lungo, così va bene.

- Ma chi era quel pazzo?

- Non lo so, mi ha dato un passaggio; diceva di andare in piazza san Marco. Oddio sono confusa non ricordo più.

- Va bene, va tutto bene ora, è tutto finito.

- Guarda come è bello il palazzo Ducale. Ma cosa!? Accidenti... per la miseria sta salendo la marea, dobbiamo levarci dalla banchina. Non ho mai visto un'acqua alta così repentina.

Intorno si leva il mare la piazza sembra staccarsi dal resto del suolo come un grande iceberg.

Acqua ovunque: la basilica si inabissa insieme al palazzo Ducale.

Due figure aggrappate a un pezzo di marciapiede fluttuano in una grande distesa senza orizzonte.

- E' la fine, e io che sono saltato nel racconto per salvarti, bella figura da super mona che ho fatto.

Perdonami Erica uno scrittore non dovrebbe mai impicciarsi di quello che scrive.

- Lascia perdere piuttosto dimmi come ti chiami.

- Gianluigi.

- Non credo riusciremo a resistere a lungo in queste condizioni e poi siamo completamente circondati dal mare è tutto scomparso.

- Ma tu scrivi sempre queste cazzate? Poi mi hai chiamata Erica, un nome che non dice nulla.

- Mi sembrava carino... Guarda su, un elicottero dell'esercito viene verso di noi.

- Ehi... Aiutooooo, siamo qui sotto, aiutooooo!

- Ci hanno visto Gianluigi smettila di gridare.

- Siamo salvi, ci buttano un gommone gonfiabile.

Erica e Gianluigi salgono su quell'isola di salvataggio mentre la marea li trascina verso un unico palazzo che si erge dal mare e che sembra ancora intatto.

Intanto il rumore delle eliche del mezzo di soccorso si perde in una foschia latente che avvolge tutta la storia.

- Ci siamo Erica afferra quel pezzo di ferro, forse riusciamo a passare attraverso il portone d'ingresso: intravedo delle scale che salgono su.

Un palazzo post-moderno dai richiami neoclassici si apre davanti agli occhi, sarà la loro salvezza?

- Buongiorno ragazzi vi attendevo da un pezzo, fate adagio perché qui è tutto di polistirolo.

- Ma lei chi è mi scusi? Non aver paura Erica è tutto ok.

- Sono la padrona di casa, vi sembra strano? Salite pure cari, ma fate attenzione tutto qui è di polistirolo, ve lo ripeto a scanso di equivoci.

- Se lo dice lei... fai attenzione Erica poggia piano i piedi cercando di metterti più vicino alla parete laterale, sembra essere più spessa lungo i bordi. Ma io dico: si può mai costruire un palazzo di polistirolo? Sono sempre più convinto che sia meglio essere al di là del racconto, è molto meno pericoloso. E se io sono di qua chi è che scrive in questo momento? Dovrò pur spiegarlo ai lettori. Tu cosa ne pensi Erica?

- Io intanto cerco di non cascare di sotto e continuo a essere convinta che oggi non sarei dovuta uscire di casa.

- Vedo una stanza lì sulla destra, salta quel gradino e siamo a posto.

Un unico grande androne arredato con stucchi e gessi in stile Veneziano.

- Sembra una finzione o mi ritrovo al ballo del doge?

Una Signora in abiti anni 70 si para davanti con un gran sorriso porge la mano.

- Benvenuti la cena è pronta, vi aspettiamo sin dall'inizio della storia.

- Aspettiamo. Aspettiamo chi, se io non avevo alcuna intenzione di scrivere una cosa del genere e, ripeto sino alla noia, chi accidenti sta scrivendo al posto mio?

- Sei troppo curioso, non volete sedervi a tavola? Mio marito ha quasi finito il lavoro e tra poco ci farà compagnia.

- Mi tolga prima la curiosità, come dice lei, suo marito che lavoro fa?

- Lui scrive... scrive storie.

- Amedeo ci sono i nostri amici!

- Scrivo l'ultima parola e vengo, pregali di accomodarsi cara.

- Era ora, mi ha fatto stare in pena, ma vedo che sta bene signorina Erica.

- Ma lei è quello dell'alfa?

- Certamente, sorpresa?

- Ma dove è finito Gianluigi!?

Amedeo quante volte ti ho detto di non scrivere mentre sogni, i racconti ti vengono male.

Perdoni mio marito signorina, non mi dà mai retta.

Si metta pure seduta, la cena si fredda!

“E sì, quando si è prescelti, vi è poco da fare cara Erica”.


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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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Io Mastiff e Fugo attraversiamo due porte e finiamo in casa di Pappara. L’aria ha un aspetto grigio come i muri della casa. All’apparenza sembra vuota. Svuotiamo la dispensa di babbo Orso e mamma Secca, bevendoci tutta la loro birra. Finito di bere usciamo barcollanti dalla casa. È buio. La notte è chiara e pullula di stelle. Attraversiamo il lungomare che sembra essere quello di Stintino. È un ebbrezza che gode di se stessa e accompagna dolcemente i nostri passi.

Ad un certo punto si sente una voce che mi chiama. È mamma Secca che urla il mio nome dalla sua finestra. Evidentemente lei e babbo Orso sono rientrati nel momento in cui siamo usciti e hanno scoperto che abbiamo fatto fuori la loro scorta di birra. A quelle urla isteriche mi vedo costretto a tornare indietro. Mastiff e Fugo si trasformano in Perda e Pappara. Lo scenario si spegne.

Nella seconda parte il lungomare pare sempre quello di Stintino. Benaldo mi chiede insistentemente il perdono. Vuole fare una partita con le pietre nere dell’asfalto. Come in una sfida di scacchi. Nel lanciarle le pietre si dispongono a rombo. Atmosfera cupa e saette in cielo. Non riesco a cogliere il significato della disposizione a rombo. Lungo il precorso appare Fugo e qualche altro personaggio non identificato. Seguiamo tutti Benaldo che non smette di chiedere il perdono. Il mare subisce influenze lunari e mormora sussurri di onde che si infrangono sulla pietra. Con mia grande sorpresa mi accorgo che uno di noi si stacca dal gruppo e decide di accordare il perdono a Benaldo. Non riesco a crederci. Lo sconosciuto è di spalle. Io e Fugo stupefatti.

Ma la luna illumina il volto di colui che è giunto a dare il sospirato perdono. E ne decreta la nullità.

Poiché è Benaldo stesso che si è sdoppiato per darsi il perdono da sé.

Il tutto scompare in un divagare di ombre che ridono di loro stesse.

Tranne una che ha perso il suo doppio e rimane a specchiarsi sul muro.
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Profilo Autore: Fabio Piana  

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